Alcune ricette di Caterina Sforza “a fare luxuriare inestimabile”

di Paolo Aldo Rossi

Caterina_SforzaCaterina Sforza. nacque nel 1463 figlia di Galeazzo Maria Sforza, fu educata con i suoi 9 fratelli, a corte, prima dalla nonna paterna Bianca Maria Visconti e più tardi dalla moglie del duca, Bona di Savoia; come tutti i giovani principi dell’epoca la sua istruzione fu formata da alcuni grandi maestri del Rinascimento che frequentavano la corte del padre. E proprio in quegli anni della fanciullezza frequentando Cristoforo de Brugora, speziale della sua madre adottiva, e il suo giardino botanico, Caterina prese passione alle ricette di salute e ai giardini con erbario. Divenne moglie di Girolamo Riario (1477) nipote del Papa Sisto IV e signore di Imola e poi anche di Forlì (1480). Ma è alla morte del papa che Caterina, ventunenne dimostra per la prima volta, e non sarà l’ultima, la sua virilità (tanto da essere per tutta la vita considerata una donna dotata di forza e di arditezza virile come Camilla, la gran Volsca). Mentre a Roma scoppiavano gravi disordini, fra i partigiani di papa Sisto e i loro avversari, il marito che stava con la famiglia all’assedio di Palliano e timoroso si fermò  a Ponte Molle ad aspettare gli eventi, mentre Caterina al settimo mese di gravidanza cavalcò verso Castel Sant Angelo e d’accordo con i comandanti delle milizie fece sapere ai cardinali che, dato che il defunto papa l’aveva lasciato a suo marito, lui lo avrebbe consegnato al nuovo papa. Non si poteva fare il Conclave  (con i cannoni puntati da quella formidabile roccaforte) e quindi si trattò alle sue condizioni: 8000 ducati, l’indennizzo di tutti i beni saccheggiati, la carica a vita di capitano della Chiesa per suo marito e il vicariato di Imola e di Forlì alle stesse condizioni precedenti. Durate questi sette anni Caterina venne in contatto con i gradi pittori, scultori, poeti e letterati della corte del papa (Botticelli, Ghirlandaio, Perugino, Luca Signorelli…) ma anche i dotti dell’Accademia Romana (Platina, Argiropulo, Regiomontano …), la rinata Cappella Sistina, il Museo Capitolino, l’Ospedale di Santo Spirito …

 Quando nel 1488 il marito venne assassinato dai congiurati a Forlì, Caterina si rifugiò nella fortilizio di Ravaldino con un espediente: (qui per la seconda volta salva lo stato) d’accordo con il castellano della roccaforte, Tommaso Feo, che mandò a dire di non voler lasciare la fortezza senza che la Signora andasse la lui a firmare la propria resa, ma non appena Caterina entrò nella castello fece subito puntare i cannoni sulla città. I cospiratori allora le fecero sapere che se non avesse subito consegnato Ravaldino le uccideranno tutti i figli e la sua famiglia ch’era in ostaggio. E qui c’ è quel gesto impudico per cui andò famosa nei secoli: la sua risposta a quella minaccia sa­rebbe entrata nella leggenda: “Caterina avanzò fra gli spalti del castello, guardò co­loro che avevano lanciato la minaccia e quindi, con un gesto brusco e osceno ostentò la sua possibilità di fare altri figli se gli ostaggi fossero stati uc­cisi”[1].

Ser Nicolò Machiavelli, che la conobbe bene dice “minacciando quelli [congiurati] di ammazzargli i figliuoli, rispose come ella aveva seco il modo a rifarne degli altri”. Istorie Fiorentine, Libro VIII, Cap. XXXIV.[2]

 Il fratello Gian Galeazzo Sforza e lo zio, Ludovico il Moro,  le restituirono la signoria di Forlì che tenne, con quella di Imola come reggente per il figlio Ottaviano. Il 30 aprile 1488, all’età di 25 anni, con 6 figli, Caterina iniziava il suo go­verno su Imola e Forlì, ma sebbene avesse ricevuto dai sudditi il pieno rico­noscimento della sovranità di suo fi­glio, fu tranquilla solo dopo aver ot­tenuto dal pontefice per il primogenito l’investitura dei detti stati per tutta la durata della famiglia nella sua discendenza.

Sposò quindi segretamente Iacopo Feo, nipote del castellano di Ravaldino, e acquistò una parte di grande rilievo nella politica Italiana al momento venuta in Italia di Carlo VIII. Fu infatti a favore degli Aragonesi prima e dei francesi dopo e quindi si alleò con Firenze, tenendosi buono il papa, Venezia e Ferrara e facendo in nodo che il suo piccolo stato cuscinetto non venisse spazzato via.

Nel 1495 Iacopo Feo venne trucidato, e Caterina, dopo averlo vendicato, sposò segretamente Giovanni de’ Medici il Popolano (nipote di Lorenzo il Vecchio e cugino del Magnifico), che morì del mal di famiglia (la gotta) nel 1498 anno della nascita dell’ultimo figlio suo e di Caterina (Ludovico chiamato alla morte del padre Giovannino) dal quale discenderanno i Granduchi di Toscana: il futuro Giovanni delle Bande Nere (Cosimo I de’ Medici era il figlio del grande condottiero e di Maria Salviati, nipote di papa Leone X).

Nel 1499 Cesare Borgia detto il Valentino, figlio del Papa Alessandro VI entrato a Milano contro il Moro, chiese aiuto per occupare la Romagna e Luigi XII accettò di aiutarlo, con un esercito di quindicimila uomini. Presa Imola senza alcuna opposizione (ma la rocca difesa dal Naldi cedette dopo lunga resistenza) quindi fu la volta di Forli e il 12 gennaio del 1500 cadde Ravaldino e Caterina fu fatta prigioniera da Cesare Borgia e rinchiusa in Castel Sant’Angelo. Il 30 giugno del 1501 Caterina fu liberata grazie a Luigi XII e visse gli ultimi anni della sua vita a Firenze con il figlio Giovanni. Provò, senza risultato, a recuperare la signoria e morì il 28 maggio 1509 Secondo il suo desiderio fu sepolta nell’oratorio del monastero delle Murate davanti all’altare maggiore, in assoluta semplicità e senza segni distintivi. Soltanto più tardi, volendo Cosimo I granduca di Toscana ono­rare la memoria della nonna paterna, la sua tomba fu corredata di una lapide di marmo bianco su cui spic­cava uno stemma bipartito con gli emblemi sforzesco e mediceo: CATHERINA SFORTIA MEDICES.

Nell’ottobre del 1887, a Roma, il Conte Pier Desiderio Pasolini di Ravenna veniva in possesso di un manoscritto del XVI secolo avente per titolo: “Experimenti de la Ex.ma S.ra Caterina da Furlj Matre de lo Inlux.mo Sig. Giouanni De’ Medici copiati dagli auto­grafi di lei dal Conte Lucantonio Cuppano, colonnello ai servigi militari di esso Giovanni De’ Medici detto Dalle Bande Nere“.

Si trattava del codice di Caterina Sforza, con­tenente ricette di cosmesi, medicina e chi­mica, che il Conte Lucantonio Cuppano[3], ufficiale dell’esercito di Giovanni Dalle Bande Nere, aveva tra­scritto intorno al 1525, ricopian­done però di propria mano solo una parte come dimo­strano le due diffe­renti scritture.

Un’unica calligrafia, forse risalente alla fine del ‘400, presentava in­vece un altro mano­scritto[4] reperito a Firenze intorno al 1865 dal senatore Marco Tabarrini e intitolato “A far bella”. Gli argomenti trattati nel libro erano gli stessi del codice rinvenuto dal Pasolini e sulla prima pagina si leggeva il nome di Caterina Sforza. Poteva trattarsi dell’originale, scritto personalmente da Caterina? Probabilmente sì, ma la perdita di quest’opera impedisce ulteriori studi. Il ricettario trovato fu pubbli­cato dallo stesso Pasolini a Imola, nel marzo 1891, in sole 102 co­pie numerate. “Questo ricettario – scrive nell’ Introduzione il Curatore – è forse il documento più completo e più importante conosciuto finora sulla profumeria e sulla medicina del principio del secolo XVI”[5].

Le ricette del codice di Caterina appaiono tutt’altro che uniformi: al­cune sono scritte in latino (non maccheronica ma di certo “non bembiano”), altre in italiano volgare, altre ancora, quando Madonna lascia credere di non voler essere compresa da tutti, metà nell’uno e metà nell’altro idioma, con uso di un codice in linguaggio cifrato “comprensibilissimo” e anche con degli idiotismi propri della regione roma­gnola conditi con parole lombarde. Poi il Cuppano ha fatto il resto: un diciassettenne colonnello delle più terribili soldatesche dell’epoca che s’improvvisa copista!

Se si esclude una lunga serie di lettere ad amici, ambasciatori, prin­cipi, familiari, a per­sonaggi più o meno noti del Rinascimento (dal Machiavelli al Savonarola…) è questa una delle testimonianze scritte che ci restano di Caterina, donna d’armi e politica, a riprova della sua persona­lità multi­forme, della sua capacità di dedicarsi a polveri cosmetiche, ri­cette medicinali, esperi­menti di chimica, nonostante i pressanti affari di Stato e le tumultuose vicende della sua epoca. Il suo ricettario d’amore (sono una quindicina di ricette su 471 – 370 sono di medicina, una sessantina di cosmesi, 35 di alchimia e solo 15 definite come afrodisiache) ha nulla da invidiare a un ma­nuale di sessuo­logia moderno. Le conoscenze dimostrate da Madonna in mate­ria erotica sono davvero straordi­narie sia dal punto di vista teorico che pratico cioè “a fare luxuriare ine­stimabile”, ma anche “fare che una donna non se lassi toccare ad altri che te”. Di lei ricorda Marin Sanudo il grande diarista veneziano, ricordando, da pettegolo malizioso, il viaggio che Caterina fece con il marito, nella città di San Marco: “… di giorno e di notte nella sua ca­mera ditta madonna, la quale è bellis­sima donna, judicio omnium, si dava piacer”[6]

Ed è proprio con queste ricette “provate” che inizieremo il cammino nel manoscritto di Caterina partendo dalla Clizia di Ser Nicolò Machiavelli, un personaggio che Madonna de Furlj conosceva molto bene[7].

“Nicomaco: Io ho pensato a tutto, e fo conto, a dirti il vero, di cenare con Damone, ed ho ordinato una cena a mio modo. Io piglierò prima una presa d’uno lattovaro, che si chiama satirionne.

Pirro: Che nome bizzarro è cotesto?

Nicomaco: Gli ha più bizzarri e fatti, perché gli è un lattovaro, che farebbe, quanto a quella faccenda, ringiovanire uno uomo di novanta anni, nonché di settanta, come ho io. Preso questo lattovaro, io cenerò poche cose, ma tutte sustanzevole: in prima, una insalata di cipolle cotte; dipoi, una mistura di fave e spezierie…

Pirro: Che fa cotesto?

Nicomaco: Che fa? Queste cipolle, fave e spezierie, perché sono cose calde e ventose, farebbono far vela ad una caracca genovese. Sopra queste cose si vuole uno pippione grosso arrosto, così verdemezzo, che sanguini un poco.

Il lattovaro sarebbe un elettuario cioè in preparato farmaceutico molle e denso ottenuto mescolando vari medicamenti con sciroppo e miele ma col nome di satirione, che alla lettera in volgare rimanda al Phallus impudicus, si pensa proprio al “lettoario di virtù preclara” ossia di far erigere la verga virile e procacciar desideri venerei cioè al diasatirione dell’arabo Mesuè o del salernitano Nicolò che “libidinem provocat”. Ma è proprio con Caterina che si da chiaramente il recipe con tutti i suoi elementi:

“Lettoario a fare lussuriare: Piglia stinchi marini penochie mondi Canella an. on. j. acori Seme de Canapa mele Ane on. j. mele L. 1. incorpora et fa Lettoario”. Oppure “ad idem: Piglia peuere Biancho et nero on. vj Diasatericon on. iiij Stinco marino on. ij. ga­langa in spetie on iij Ceruella de passera. on. ij. fa pillole tante pillole Quanto pigliarai tanto farai” [8]

Per la prima ricetta si prendano Pistacia lentiscus o Stinco marino (?) in pannocchie sgranate (le infiorescenze), Erba cannella o Erba di Venere e di Acoro (Acorus calamus), seme della Canapa (ana = uso eguale di stessa quantita di ognuna) e una libbra di miele. E’ simile alla contadinesca padana romagnola linosa fatta con miele e seme di lino (o di canapa) sia nella versione a frittelle “con farina, mèle e pevere” o una poverissima pappa o acquacotta con il pane raffermo per muovere gli appetiti venerei.

La seconda oltre il pepe bianco e nero, lo stinco marino [o per errore di trascrittura era inece lo scinco: una lucertola o salamandra d’acqua?], la galanga (il rizoma di una pianta somigliante allo zenzero, ma più delicata) che si impiega come tonificante sessuale aggiunge anche le cervella dei passeri e il Diasatericon (il tutto in pillole).

Di vent’anni più giovane di Caterina, il medico aristotelico, borioso e tracotante ma famosissimo, Giulio Cesare Scaligero, nella sua Exotericarum exercitationum libri XV [9] così descrive il salace passero: “Passerum, qui hac de causa infames habentur, cadavere numquam reperiri”; e questi che deve la sua fama ad Aristotele perché “in una ora coisce [si accoppia] ottanta fiate” e quindi era destinato a scomparire non lasciando neppure la salma o i resti mortali dato che si accoppia tanto a lungo e così sfrenatamente da sparire smaterializzandosi. Castor Durante di Gualdo (1529 –1590) ribadiva “… e tanto lussurioso e per questo non finiscono l’anno”. [10]E Michele Savonarola (1384 -1468) professore a Padova e ben noto a Caterina come medico di Nicolò d’Este e di Borso (al quale prescrive la ricetta dei cervelli dei volatili osceni ) riguardo alle passere cosi si esprimeva “ chi avesse tanta possanza bon medico sarebbe a quelle che picegate sono in Puglia da la Tarantola lussuriosa”[11] ossia sarebbe ottimo dottore anche per le isteriche e libidinose donne colpite dal ragno.

Il Diasatericon di Abu Zakariya Yahya Ibn Masuyah, Iohannes Mesue, medico (nato à Khouz vicino a Ninive verso l’anno 776 e morto nel 855 a Bagdad) gli si attribuiva l’invenzione di questo estratto dell’erotismo artificiale, infallibile a provocare il desiderio sessuale e che fa erigere la verga virile e per fare sentire l’amore in una donna, che andava da pochi elementi a una grandissima varietà di costituenti fra cui il satyrium hircinum, i testicoli di volpe, un’orchidea del genere Satyrion, coda e lombi di coccodrillo (molto meglio) o di scinco e di lucertola, rafano, dragoncello, cipolla umida, rucola, nasturzio, cervella di passero o di pernice, di pastinaca, di gengovo o zenzero aromatico, cinnamomo, pepe, stinco marino, verga di toro e di cervo, radici di satirioni, ligua di uccello, cantaridi, ambra, muschio … Il tutto per ungere il membro[12] Ne vedremo nella continuazione di questo articolo le preparazioni faraoniche sei-settecentesce di Antonio de Sgobbis, Giuseppe Donzelli, Carlo Lancellotti e altri.

Per ora fermiamoci al XV e XVI secolo:

“Era veramente mirabile, per eccitare gli appetiti venerei – racconta Pietro Andrea Mattioli (1501-1578) il più grande botanico del ‘500 descrivendo il Satiro Eritronio – un’erba, la quale aveva portata un indiano; imperocché non solamente mangiata, ma toccata, tanto incitava gli uomini al coito, ch’essa li faceva potenti ad esercitano quante volte lor fosse piaciuto. Di modo che dicevano, che coloro che l’avevano usata, l’avevano fatto più di dodici volte, come che più volte fosse stato udito dire quell’indiano, il quale era di corpo grave e robusto, averlo fatto tal giorno settanta volte; ma però con spargimento di poche gocciole di seme per volta, il quale similmente si convertiva in gocciole di puro sangue. E dicevasi che molto più si scaldavano, togliendo questo medicamento, le donne, che gli uomini”[13]

E’ questa una storia da caserma di un “satirio” che fa i suoi magici effetti ancorché toccato appena, e fa la sua comparsa in uno dei grandi libri del XVI secolo dandoci una idea di come la “diceria” vale più che l’esperimento, ma Giulio Cesare Scaligero [14] se è possibile si va ben oltre l’immaginazione con l’erba Surnang il più potente degli aperitivi di brama sessuale e defloratori immediati di fanciulle:

”Vi è sui gioghi dell’Atlantide occidentale la cui parte viene detta Surnag dagli abitanti del luogo, una certa radice che mangiata fortifica ed esalta gli effetti venerei e li estende meravigliosamente. Alcuni dicono che se ci orini sopra ti si raddrizzerà di libidine. Le vergini pastorelle se si siedono su di questa o che per caso l’avessero spruzzata con la loro orina, si ruppe la membrana della natura come se fossero state viziate da un uomo”

E ancora Hassan al-Wazzan, ambasciatore marocchino che nel 1518 viene catturato dai pirati siciliani e donato al pontefice rinascimentale Leone X, geografo sotto il nome di Leone l’Africano, scrive

“Est quoque et hoc radicis genus in Athlantis occidentalibus locis proveniens, cui vires inesse ajiunt earum regionum incolae, membrum virile tum confortandi, rum qui ea in electuario utatur, coitum augendi. Affirmant quoque, si casu radici immeiere quenquam contingat, subito membrum erigi. Non praetermissurus sum hoc loco, quae communis sententia omnes Athlantis incolae asserunt, plurimas puellas ex earum numero, quae animalia per eos montes pascunt, virginitatem alia occasione non amisisse, quam quod urinam supra hanc radicem emisissent: quibus ego joco respondebam, me provare quidquid de ejus radicis occulta virtute eventus comprobasset. Ajebant quoque inveniri nonnullas, quas adeo infectae essent, ut non modo virginitatis florem amirtere facerent, sed corpus universum quoque turgere”[15].

Ma il geografo nordafricano “circonciso per mano di un barbiere e battezzato per mano di un Papa” non ci crede alla potenza defloratrice e di imenectomia a distanza dell’erba, ma al fatto che “coitum augendi” la fiducia è certa e sicura.

Ma Caterina è una sperimentatrice di vaglia: si veda nelle ricette seguenti, tutte messe alla prova e collaudate, e mai niente appreso per sentito dire.

Contra el difecto de natura in alcuno homo o per­sona non posente usare cum fem­mina Cap. xlij. Piglia bac[ch]e de lauro ben trite confecte insieme e de quelle ungi li reni e le parte da in­generare potentemente excita la uolunta – Ancora tolli euforbia [[16]] bac[ch]e de lauro, radice de satirione [[17]] tucte que­ste cose trita e fa bulire in olio siche sia como unguento et unge parte ge­neratiua e li reni mareuigliosa­mente excita la uirtu genera­tiua. – Ancora dia satirion a beuere molto uale. – Ancora ungase la uerga cum questo unguento Piglia piper bianco lungo et nigro pi­retro galanga an. omnium. on. j et polueriza e mi­stica cum tanto mele che basti. Ancora in lo terzo nodo de la spina de lo stinco et una petra la quale se lo gallo la beue o mangia incontinente sale sopra la gal­lina e sopra li galli et se homo la mangiara o beuera sara libidinoso intanto che non se pora astenere[18]. – Ancora la petra la quale se troua in la masciella de la talpa da la parte deritta portata fa stare asai deritta la uerga et il contrario fa quella che sta de la parte sinistra – Ancora li testiculi de la uolpe mangiati molto uale et excita – Ancora chi uole sempre usare de luxuria beua oncie una de me­rolla de perdalij [sic] oltra modo face lebidine. – Ancora la radicata del satilione beuta cum uino forte excita – Ancora lo masculo destemperato cum uino et unge li reni et li mem­bri uerili poten­te­mente excita – Ancora li testicoli del tassone beuti cum acqua per tre di face li­bidine la quale non manca. – Ancora piglia semen urtice puluerizatum et mistum cum pipere et melle et in uino bibito excita totum. – Ancora la radicata cum setrion [satirione] tenuta in mane excita luxuria – Ancora la simente de lino mista cum piper e data a beuere cum uino fortemente ac­cende la luxuria [linosa]. – Ancora li testiculi del ceruio ouero la somita de la coda de la uolpe eli testiculi del caulo acende la femina a libidine – Ancora se la uerga de lhomo e unta cum fele de uerro e de porco se­luagio excita da fare tosto la luxuria delecta ale femine.

E a parte il lapidario, che tutti riportavano, e le “analogie” sessuali con vegetali ed animali, la fitoterapia (uso delle piante o estratti di erbe per la cura e la guarigione) di Caterina Sforza è alla avanguardia per i suoi tempi (come vedremo belle ricette a far bella e alla prevenzione contro le epidemie e i rimedi “chirurgici”)

A partire dalla fine del ‘400 (e per tutto il ‘700) si prescrivono: “pernici, gallinacei ingrassati a vipere, coccodrilli o scinchi, pantere, scorpioni (perché le pudende parti del corpo umano sono dedicate da gli astrologi allo scorpione) che si univano a cervi e passeri, orchidee e nasturzi, pietre e unguenti…. Questi rappresentavano i simboli di ine­sausto vigore ed erano utilizzati, per rigenerare e potenziare, dalla dietetica e dalla farma­co­logia, che lavoravano a ritmo continuo per appagare le vo­glie femminili e i bisogni maschili: satyrium hircinum o l’Orchis Italica, ambra e muschio, confortativi e molto apprezzati nelle corti, si scioglie­vano nel miele, si distilla­vano in profumi, si fondevano in unguenti; il membro geni­tale del toro, del cervo, i testicoli di gallo entrambi secchi in polvere bevuti col vino “e in genere tutto ciò che faceva sangue e generava” una grossa ventosità (fave, casta­gne, soprattutto le melanzane o la famosa “mela insana” che Taddeo degli Alderotti pensava producesse la pazzia) erano consigliati come efficaci restaurativi e risvegliavano gli assopiti sensi grazie per esempio all'”elixir nobilis­simo per la Venere” dell’apotecario Antonio de Sgobbis de Montagnana[19].

Zenzero, pepe longo, cinnamomo, noce muscata, fiori di noce muscata, gariofilli, cubebe, cardamomo minore, seme d’ortica, seme di eruca, di frassino, pistacchi freschi, spirito di vino, vino malvatico, acqua di fior di cedro. Tutto grossamente triturato sia infuso nel spirito del vino, per giorni v, in vasi di vetro ben chiusi; poi si facci l’emulsione con gli pistacchi e acqua di fiori di cedro, e s’aggionga alla detta infusione, tutto ottimamente mescolato, si distilli nel bagnomaria fin alla siccità; nel liquor distillato s’infonda radice di satirii freschi e sodi e duri tagliati in tre o quattro pezzi, cipolle, cipolle di broco recenti tagliate in grossi pezzuoli. Radice d’eringio tagliate in fette, testicoli di galli giovani, scinchi marini, cervelli di passeri, midolla di noce d’India. Stiano in infusione dentro una cucurbita … e s’aggionga ambra grisa, oglio distillato di cinamomo, corteccia di cedro, zuccaro candito sottilmente triturato. Si unga il mortaio e il pistillo con alcune gocce de gl’oli; poi si macini l’ambra, aggiongendo dopo, a poco a poco tutti gli olii, acciò l’ambra sia ben dissoluta; al fine s’aggionga il succaro e questa mistura venga mescolata poi con l’elixir, il quale può essere edulcorato con siropo di grani di kermes, noce muscata condita, zenzero condito

E’ chiaro che, stando fra il Michele Savonarola e il Pietro Andrea Mattioli, due veri capisaldi della fitoterapia del ‘400, Caterina usasse anche Contra lardore de la libidine e de luxuria Cap. xliij prescrivendo l’agnacasto, l’anafrodisiaco cynosorchis femmina, lattuga e portulaca, l’aneto e il giaggiolo, ma anche “formiche cotte cum succo de aman­dole e date ad al­cuno a bever gia mai non havera virtu de la luxura” o “la cicuta impiastata ali testicoli tolle in tucto la libidine”, ma anche l’unzione della verga con la canfora. Ma è proprio A fare tirare el membro che Madonna di Forlì si dedica da persona di intensi appetiti: Piglia oleo de Castoreo on. 1. olio de sanauera on. 1/2 formighe ro­scie et metti le ditte cose inseme in vna Bozza et ponela nello li­tame de cauallo Caldo per giorni sei poi leualo via et ogniti lo capo del membro stara tirato benissimo [20] A fare stare duro lo membro tutta la notte Piglia semenza de ortica greca et fanne poluere suttilissima parte 3. et vna parte de Boraso naturale et siano tutti pisti sottilis­simi iu­sieme poi piglia tre oua fresche da quel giorno et scaldali poi metti drento de queste poluere vn poco per ouo et Beui li ditti ouj inanzi che tu Ceni et Beui dreto de bono vino Bianco poi Cena Da poi va a letto Con la Donna vederai che stara starà sempre duro et potrai fare quanto te piacera et stare in festa [21]

L’intensa richiesta di piacere durante l’età rinascimentale, non solo da parte ma­schile (anzi sembra fossero proprio le donne ad avere ruolo dominante nelle questioni sessuali) è evidente dal ricettario di Caterina, dove, accanto a preparati cosmetici mi­rabili nel far ri­splen­dere le armi femminili di seduzione e di conseguenza nell’accendere il desiderio, troviamo singolari artifici per “restaurare” parti logorate o stanche o inabili e nel suo la­boratorio d’alchimia (nella Rocca di Ravaldino ove c’era il suo orto botanico), consigliata da medici, speziali e apotecari di Romagna e di Toscana, ma anche da ciarlatani e mammane, barbieri e norcini, come una strega di villaggio distillava so­stanze vitali atte “quanto te piacerà di stare in festa”. Ma le tanto vituperate ricette afrodisiache sono solo una quindicina di rimedi che in qualche modo attengono alla sessualità, quando gli Esperimenti sono 471 e 84 di cosmesi e lisci “a far bella” Felice Foresti di Bergamo, che la conobbe, scrive: “E’ Caterina fra le più belle donne del nostro secolo, elegante d’aspetto e dotata di forme mirabili” e proprio per questo desiderava condividere quello che lei aveva.


Note

[1] BERNARDI, A., (Novacula), Cronache forlivesi di A.B. (Novacula) dal 1476 al 1517, ed. a cura di G. Mazzatinti (Dei mo­numenti istorici pertinenti alle pro­vince della Romagna, s. 3a, Cronache), vol. I, pt. I, Bologna 1895; vol. II, Bo­logna 1897. Cobelli, L., Cronache Forlivesi di L.C. dalla fondazione della città sino all’anno 1498, ed. a cura di G. Carducci e di E. Frati, con notizie e note di F. Guarini (De’ monumenti istorici pertinenti alle province della Romagna, s. 3a, Cronache, T. I), Bologna 1874.

[2] Una versione più grossolana e rozza è quella che si legge negli Estratti di lettere ai Dieci di Balia da Firenze: “… [per quanto riguardava i figli] … disse che ne aveva piena la fica”, vedasi: Opere di N. Machiavelli (ed. L. Passerini e G. Milanesi, 6 voll., Firenze 1874-77), II, 235.

[3] In nome de dio in questo libro senoteranno alcuni experimenti Cauati da lo originale de la inlluxma madonna Caterina da furli Madre de lo jlluxmo Sre joanni de medici mio.S.re et patrone et per essere lo original scripto de man propria de dieta madonna maxime quello non uolea da altri se sapesse et per essere dieti libri inmio potere non me curaro durare fatiga arescriuerli per esser tueti extimia”ti experimenti mirabili et per hauerne da alcuno el Sre mio ame factone fare proua et sonno uenútj uerissimi doue se deue extimare tucti li altri essere ueri per essere experimentati da cusi alta madonna e scriptj de sua propria mano et perche questi mirabili secretj non siano ascosi per me se ne Tira memoria Lucantonio Cuppano era nato ne 1507 ed aveva avuto certamente il manoscritto agli inizi del 1425 da Giovanni delle Bande Nere, nato nel 1498, e quindi è chiaro che il codice era scritto come un diario e non certo per la pubblicazione, un vademecum che Caterina portò sempre con sé o un registro giornaliero della propria attività di distillatrice di sostanze vitali e mostra “le relazioni che Caterina manteneva con scienziati e con alchimisti, per raccogliere notizie e per venire in possesso di segreti sempre nuovi. Sapendosi poi che Caterina era sommamente erudita in queste materie e pratica di molte esperienze, alla sua volta da molte parti veniva richiesta di medicine e di ogni maniera di unguenti e di profumi

[4]A proposito di questo manoscritto, io qui debbo lasciare memoria come il senatore Marco Tabarrini più e più volte mi abbia detto che oramai venti e più anni sono, rovistando egli in Firenze i manoscritti del Bigazzi (dal quale come ho detto è uscito questo nostro) e ciò prima che il fondo venisse acquistato dal libraio Bocca, trovasse tra quelli un manoscritto intitolato: «a far bella» Era un libro di ricette di profumeria e di medicina, ma il titolo mostrava come l’intenzione primitiva e predominante fosse stata quella di raccogliere ricette destinate all’ornamento della persona. Il libro era scritto con ordine, e come il pensiero della eleganza aveva guidato l’animo di chi lo scriveva, così anche la sua apparenza, la sua forma rivelava uno spirito elegante. Ciascuna pagina aveva una ricetta e non più. Il libro era in sedicesimo; era grosso ed alto; la legatura era disfatta; l’insieme era stretto, non da fermagli, ma per quanto pare, da striscie di cuoio; tutto oramai era logoro e disfatto. Lo scritto era all’incirca della fine del secolo decimoquinto; evidentemente non era di una copista; mostrava anzi caratteri personali molto spiccati. Lo scritto dalla prima all’ultima pagina era, senza dubbio alcuno, della stessa mano; ma si vedeva fatto in tempi e con inchiostri molto diversi. Il carattere andava modificandosi seguendo le mutazioni della età: qualche volta sembrava perfino tradire lo stato dell’animo, i vari luoghi, le varie circostanze tra le quali era stato vergato. Il libro insomma si presentava come il compagno di una vita lunga e variamente vissuta. E sulla prima pagina, vigorosamente scritto, si leggeva il nome di Caterina Sforza. Esaminando diligentemente il codice del Cuppano che ora dò alle stampe, il Tabarrini si convinceva sempre più che esso era davvero una copia di quello primo. Più esaminava il codice del Cuppano, più gli tornava a mente il libretto veduto vent’anni prima. Che avvenne di questo prezioso originale? Portato a Roma da Casimiro Bocca un quindici anni sono, fu venduto per qualche centinaio di lire. Il Bocca morì, e per quanto io abbia interrogato il fratello Silvio suo successore, questi non seppe ricordarsi, nè ripescare memoria alcuna dell’acquirente nè del luogo dove andò il manoscritto. Pier Desiderio Pasolini, Introduzione a Expimeti d la ex.ma sr Caterina da furlj Matr d lo inlluxmo s Giouani d medici, 1525, Imola, 1891.

[5] Pier Desiderio Pasolini, Introduzione a Experimenti de la Ex.ma Sra Caterina da furlj Matr de lo inlluxmo signor Giouani de medici, 1525, Imola, Tipografia di Ignazio Galeoti, 1894.

[6] Marin Sanudo, I diari, Venezia, 1892.

[7]Il 13 gennaio 1525 nella villa di Iacopo Falconetti, con scene di Bastiano da Sangallo, fu recitata la Clizia, commedia “autobiografica” ispirata alla Casina di Plauto. Il personaggio principale di Nicomaco (il cui nome sarebbe una contrazione di Niccolò Machiavelli) lui a quasi sessantanni con il suo amore patetico e grottesco per la giovane cantante Barbara Salutati Atto IV, Scena II.

[8] Experimenti de la Ex.ma Sra Caterina da furlj Matr de lo inlluxmo signor Giouani de medici, 1525, Imola, Tipografia di Ignazio Galeoti, 1894. p. 101.

[9] Iulii Cesaris Scaligeri, Exotericarum exercitationum libri XV. De subtilitate ad Hieronymum Cardanum, Fracofurtim, apud Andream Wechelmann, 1576, p. 816.

[10] Castor Durante, Il tesoro di sanità, Serra e Riva, 1982, pp. 165-66.

[11] Michele Savonarola, Libreto delo excellentissimo physico maistro Michele Sauonarola de tutte le cose che se manzano comunamente e piu che comune, e di quelle se beuono per Italia, e da sei cose non naturale, et le regule per conseruare la sanita delli corpi humani con dubijnotabilissimi. Nuouamente stampato. In Venetia : per Simone de Luere, 1508.

[12] “A questo punto Enotea tira fuori un fallo di cuoio, lo unge con olio, pepe in polvere e seme d’ortica triturata, e me lo infila in ano meo. Ma non contenta sparge la stessa mistura anche fra le cosce. Mescola poi succo di nasturzio con abrotano [Artemisia abrotanum] e, unte con questo miscuglio le mie parti virili, prende un fascio di ortica verde e comincia a stuzzicare quello che si trova sotto l’ombelico” (Satyricon, 138).

[13] Pietro Andrea Mattioli, Discorsi … Anarzabeone i sei libri di Pedacio Dioscoride della materia medicinale, Venezia, Vincenzo Valgrisi, 1563 pp. 270-73, 50-60.

[14] Giulio Cesare Scaligero, op. cit., p. 568.

[15] Johannis Leonis Africanis, De Africa descriptione pars altera, Lugduni Bavatorum, ex Officina Elzeviriana, 1632, p, 774.

[16] [n. d. A.] Gommoresina che si ottiene dalla corteccia di un cactus. È un vescicatorio che irrita considerevolmente le mucose.

[17] Satirione” che è un termine generico per alcune per preparazioni veneree. “Degna di ammirazione come poche tra le erbe è il testicolo di cane” Plinio (26, 95). Cynosorchis o testicolo di cane di Dioscoride ha un doppio tubero, uno rigonfio e “maschile” ed uno più floscio “femminile” dando così un effetto afrodisiaco ed uno anafrodisiaco e si generavano figli maschi o femmine identificato con l’Orchis Italica nota volgarmente come uomo nudo ma anche l’Orchis Simia.

[18] [n. d. A.] De allettorio Allettorio è una petra blanchegna e torbol­lenta e spesa e trazzie al collor de cristallo e dello calce­donio. E trovasse in lo ventre del capone e co­menza-ge a nascere da poi ch’ell’ha terzo anno o quatro anni et è conplito in cressimento de virtute de fin a vii. E no cresse plue d’uno granello de fava comunale. Et ha queste virtute … move molto la volumtà a luxuriare, unde ella è multo bona alle mugiere che no viene bien amate dai suoi mariti et è ‘nperciò che suoi mariti le amano.  Ella se vuelle portare in boca e, per le altre ver tute che sè dite, la se vole portare in auro dal lato dex tro. E vorave sempre tocare la carne nuda.  (Lapidario Estense, XIV secolo)

[19]ANTONIO DE SGOBBIS, Nuovo, et universal theatro farmaceutico… eretto, et posto in luce da A. de S. da Montagnana. Farmacopeio all’insegna dello Struzzo fu coa­diutore nella Officina Farmaceutica Pontificia della S.S. di P.P. Urbano VIII di F.M. Aggregato al Celebre Romano, e già prima nel Nobile Veneto Collegio de gli Farmacopei, Venezia, nella Stamparia iuliena, 1667, p. 95.

[20] Experimenti de la Ex.ma S.ra Caterina da Furlj matre de lo Inllux.mo Signor Giovanni de’ Medici.

[21] Ivi.


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