La fata turchina e le metamorfosi di Pinocchio

di Paolo Aldo Rossi

«C’era una volta … — Un re! …, No, ragazzi, avete sbagliato … c’era una volta un pezzo di legno!»

Carlo Collodi

Carlo Collodi

Mai una fiaba aveva avuto come suo protagonista un avanzo di legname, oltretutto non di pregio, ma un semplice pezzo da catasta; eppure solo il legno è il materiale vivo per eccellenza, acquisisce le fisionomie e i lineamenti più vari, col tempo si altera e muta, cambia il colore con nuove gradazioni… cioè campa e sopravvive anche quando ha perso la vita biologica. Quando poi prende la sagoma e l’apparenza di un burattino allora la storia (la testimonianza percepita) può diventare fiaba (fabula o favola fantastica e immaginaria).
I primi 15 capitoli dell’originaria versione di Pinocchio (a partire dal 7 luglio 1881 sul quotidiano Il giornale per i bambini di Ferdinando Martini) terminavano, il 27 ottobre 1881, con il protagonista  inconfutabilmente strozzato dagli Assassini: «Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito», esattamente come può essere un burattino impiccato.
Carlo Lorenzini (Firenze, 1826-1890), in arte Collodi, nome del paese della madre, fu sicuramente un curioso amante dell’esoterismo e un massone (una lettera al libero muratore Pietro Barbera termina: «In ogni modo mi creda, il fratello Collodi»)[1]. Della sua iniziazione non esistono documenti ufficiali (ed è naturale essendo una società segreta e, oltretutto, scomunicata[2]), ma vi sono delle ‘dicerie’ come quella creduta dalla madre di Lorenzini che, afflitta per queste, lo vorrebbe far atto di presenza alla messa di mezzogiorno così da togliere queste maldicenze.[3] In aggiunta Collodi aveva abbracciato le idee mazziniane fin dal 1848-49 per le quali «Dio esiste perche noi esistiamo»[4] (sapendo bene che questo Dio non è quello della tradizione cattolica perché il progresso è «la sola rivelazione di Dio sugli uomini» [G.Mazzini, Lettera a Pio IX nel 1865].
La creazione nel 1848 di una Rivista, Il Lampione, «Ha illuminato — dice il Lorenzini — tutti coloro che erano in bilico nelle tenebre», ma poco dopo il periodico incorse negli strali della censura e venne chiuso. Fu Ferdinando Martini[5], giornalista-editore fiorentino, che pubblicò a puntate la favola di Collodi (alla quale manca del tutto l’elemento costitutivo di tipo cattolico-ecclesiale[6]), dato che la massoneria dopo l’unità d’Italia era cresciuta e le logge fiorentine Nuovo Campidoglio e Concordia investivano tutte le loro forze nella rifondazione laica della pedagogia e per di più della letteratura per l’infanzia («togliere i fanciulli dalle ugne del clero», Rivista Massonica, 1873).
L’ispirazione massonica di Pinocchio va rintracciata nelle parole e nei gesti che si trovano nell’intero testo: una sorta di percorso iniziatico, la cui razionalità filosofica s’intesse agli ideali massonici ottocenteschi, ma è impensabile e inimmaginabile usare lo spazio accordatomi per fare ciò … «Oh se potessi rinascere un’altra volta! Ma oramai è tardi, e ci vuol pazienza!…»  – direbbe Pinocchio nella cuccia di Melampo… Ci vorrebbe un trattato approfondito pensato in modo da non lasciare spazi né all’esoterismo di costume né al simbolismo di maniera. L’unica soluzione è che in una nota finale provi a dare una sintesi di un Pinocchio scritto da un ‘libero muratore’ ottocentesco senza idea di completezza speculativa, ma come un esercizio creativo della ragionevolezza del filosofare in una fabula che narra la vicenda di ‘un segreto misterioso’ come quella di un burattino che si trasforma in asino e quindi in giovane uomo.
Non è per altro un caso isolato. La Favola del Serpente Verde[7] (pubblicata nel 1795 dall’amico e ‘fratello’ Friedrich Schiller) di Johann Wolfgang Goethe, che fu massone (iniziato il 23 giugno 1780, a Weimar, nella Loggia Amalia), per il suo carattere ermetico è pensabile interpretarla con rifermenti al sapere delle Logge. Ma in una lettera a Friedrich Schiller[8], egli si limita a dire: «Poiché i 18 personaggi implicati nell’azione sono altrettanti enigmi, gli amanti di enigmi devono trovare il loro significato».[9] Enigma è un segreto palese. Un segreto è un segreto solo se può essere svelato. Il noto, l’evidente, l’ovvio … non hanno bisogno di qualcuno che li appalesi o che li faccia conoscere perché qualsiasi persona sa che il notorio non può essere divulgato. Il termine ‘segreto’, secretum, cioè il participio passato del verbo secernere = separare (se-cerno), vuole dire distinguere e quindi fare uso del giudizio, dell’intelletto, ossia del raziocinio. Il verbo greco è krino, che sta per scelta, facoltà propria dell’uomo di pensare, di collegare fra loro concetti e idee secondo rapporti logici e di decidere per il meglio (secondo la propria opinione o doxa), da cui crisi e critico. La favola di Goethe è un continuo di significati simbolici enigmatici, «piena di significato e priva di spiegazione» [zugleich bedeutend und deutungslos]. E giustamente scrive Wirth[10]:

«Innanzitutto conviene domandarsi se il Goethe non si sia divertito a scrivere un racconto enigmatico, per l’unico piacere di incuriosire i contemporanei, e di far loro cercare un esoterismo del quale egli non aveva alcuna intenzione. Goethe si è orientato a lasciar credere che così fosse. Nessuno ha mai potuto ottenere da lui la minima chiarificazione sul significato del racconto.»

Il racconto tende a gettare un ponte su un fiume, che raffigura la separazione fra la durata estrinseca dei sensi e le aspirazioni ideali intrinseche dell’umano. Vale anche per Pinocchio che, come tutte le storie o i racconti, può essere letto in molti modi, dalla favola con morale alla morale senza fiaba.
Collodi introduce la storia di un Serpente «che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntata, che gli fumava come una cappa di camino» e che muore dal ridere vedendo Pinocchio finito a testa in giù: «restò col capo conficcato nel fango della strada e con le gambe ritte su in aria». Non è una storia esoterica, ma solo una farsa. Comica, burlesca e leggendaria è la storia di Carlo Lorenzini, il quale aveva scritto il libro — i primi quindici capitoli — in una notte per pagare certi debiti di gioco, mentre è veritiera e attendibile la vicenda che i piccoli lettori (ma anche chi gestiva e dirigeva il giornale) lo abbiano indotto a finire la storia … sapendo che «Per un ragazzo gli manca qualcosa, per un burattino c’è qualcosa più del bisogno».
La vicenda è, a grandi linee, la seguente: con una lettera del 12 dicembre 1880 Collodi scrive al responsabile di redazione, Guido Biagi: «Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma se la stampi, pagamela bene per farmi venir la voglia di seguitarla». Il giornalista lo ringrazia: «Il burattino va benissimo e aspetto il resto con curiosità» e Collodi riceve il pagamento, 20 centesimi per riga. Biagi, però, invia a Collodi un biglietto il 5 luglio 1881: «Io mi raccomando a te per il seguito. Di cui abbiamo un bisogno orribile perché i ragazzi non si possono lasciare a denti secchi. A quando questo burattino dunque?» Infatti, i primi due capitoli sono pubblicati il 7 luglio 1881 col titolo La storia di un burattino nel primo numero del Giornale per i bambini e la settimana susseguente arriva il terzo capitolo, che finisce in questo modo: «Quello che accadde dopo, è una storia da non potersi credere, e ve la racconterò un’altra volta». La pubblicazione va avanti fino al 27 ottobre 1881, quando esce il capitolo dove gli assassini impiccano Pinocchio a un ramo della quercia grande; secondo l’autore è la fine del racconto: il burattino sente giungere la sua ora e pensa al padre: «Oh babbo mio! Se tu fossi qui…». Due settimane più tardi, quando ormai i piccoli lettori sono persuasi, a malincuore, che Pinocchio sia morto impiccato, nella rubrica La posta dei bambini esce l’annuncio nientedimeno del redattore capo, Ferdinando Martini:

«Una buona notizia. Il signor C. Collodi mi scrive che il suo amico Pinocchio è sempre vivo, e che sul suo conto potrà raccontarvene ancora delle belline. Era naturale: un burattino, un coso di legno come Pinocchio ha le ossa dure, e non è tanto facile mandarlo all’altro mondo. Dunque i nostri lettori sono avvisati: presto presto cominceremo con la seconda parte della Storia d’un burattino intitolata Le avventure di Pinocchio.» [Giornale per i bambini, 10 novembre 1881].

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Dal Pinocchio illustrato da Attilio Mussino (1911)

Però si deve attendere fino al febbraio del 1882 affinché torni sul Giornale dei bambini il Pinocchio non morto, ma vivissimo, fatto rinvenire da una fata dai capelli turchini (che precedentemente era una bambina e che però quasi subito muore). Le puntate successive sono pubblicate regolarmente, ma a un certo punto Collodi non sa più come andare avanti. Dopo qualche settimana Pinocchio vuole diventare un vero bambino ed è sulla strada giusta:


«Agli esami delle vacanze, ebbe l’onore di essere il più bravo della scuola; e i suoi portamenti, in generale, furono giudicati così lodevoli e soddisfacenti che la Fata, tutta contenta, gli disse: – Domani finalmente il tuo desiderio sarà appagato! — Cioè? — Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un ragazzo per bene.»

Ma la narrazione s’interrompe ancora, per cui non c’è più traccia del burattino che sta per diventare un ragazzo. Dopo più di sei mesi e infinite richieste da parte dei piccoli lettori del Giornale, il 23 novembre 1882 Pinocchio torna sul settimanale, ma invece di trasformarsi in bambino si lascia convincere da Lucignolo a seguirlo nel Paese dei Balocchi.

«Lí non vi sono scuole: lí non vi sono maestri: lí non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedí non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedí e di una domenica. Figurati che le vacanze dell’autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll’ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!…».

I due amici, come si sa, arrivarono felicemente nel Paese dei balocchi:

«Questo paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. La sua popolazione era tutta composta di ragazzi. I più vecchi avevano 14 anni: i più giovani appena 8. Nelle strade, un’allegria, un chiasso, uno strillìo da levar di cervello! Branchi di monelli da per tutto: chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi alla palla, chi andava in velocipede, chi sopra un cavallino di legno: questi facevano a mosca cieca, quegli altri si rincorrevano: altri, vestiti da pagliacci, mangiavano la stoppa accesa: chi recitava, chi cantava, chi faceva i salti mortali, chi si divertiva a camminare colle mani in terra e colle gambe in aria: chi mandava il cerchio, chi passeggiava vestito da generale coll’elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta: chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l’ovo: insomma un tal pandemonio, un tal passeraio, un tal baccano indiavolato, da doversi mettere il cotone negli orecchi per non rimanere assorditi.»

Infine esce sul Giornale per i bambini l’ultima puntata di Pinocchio: il burattino ora si è trasformato in bambino. Pinocchio, ormai bravo ragazzo, scorge sé stesso:

«Un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato su una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.»[11]

Chiaro è che la storia di Collodi non è massonica[12], sia a livello di filosofia esoterica di fondo sia a livello pedagogico-didattico (una fiaba — Mürchen — idonea a diffondere i principi di fratellanza universale attraverso l’insegnamento iniziatico) ma, visto come sono andate le cose a Lorenzini durante la controversa stesura delle puntate, Pinocchio è l’opera di un libero muratore che ha preso dalla massoneria moltissimi dei simbolismi latomistici inserendoli in un racconto dove tutti i personaggi fanno parte degli episodi della narrazione a fini educativi e quasi automaticamente, dato che gli ideali del “cattolicesimo dei preti” ne erano ben distanti. Le uniche due volte che si riferisce di un sentimento religioso popolare è quando si parla di rispetto per Geppetto creduto affogato: «Pover’omo — dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia; e brontolando sottovoce una preghiera, si mossero per tornarsene alle loro case…» e quando Pinocchio, appena salvo dal diventare una pelle di tamburo, dichiara: «Che vergogna fu quella per me!… Una vergogna, caro padrone, che Sant’Antonio benedetto non la faccia provare neppure a voi! Portato a vendere sul mercato degli asini.»Veramente molto, ma molto poco, per farne un’opera cattolica: una preghiera brontolata a chissà chi e il nome del santo degli animali pronunciato da un burattino ch’era appena stato asino.
Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino sono anzitutto un inno alla miseria, alla povertà, all’analfabetismo, alle ristrettezze e, fondamentalmente, alla fame tipica dell’Italia post unitaria: «Oh! che brutta malattia che è la fame! … l’appetito diventò fame, e la fame, dal vedere al non vedere, si convertì in una fame da lupi, in una fame da tagliarsi col coltello …» Nei capitoli dal V al VII la fame è la vera protagonista; il termine compare ben 16 volte e altre 28 volte nel prosieguo della sfortunata e sventurata storia del burattino …
In ogni caso vorrei, per ora, soltanto leggere le due storie: quella con e quella senza la Fata Turchina, cioè dal I al XV e dal XVI al XXXVI capitolo, ovvero quella con la morte rituale e quella del risorgere definitivamente alla vita.

Le prime metamorfosi: dal legno al burattino

Un vecchio falegname, Mastro Antonio, che trovò un pezzo di legname che sembrava piangere e ridere come un bambino, Ciliegia e Polendina che litigano per un’inezia, cioè il loro sopranome, e fatta pace l’uno ottiene dall’altro il pezzo di legno con il quale Geppetto aveva immaginato:

«di fabbricarmi da me un bel burattino di legno: ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino …».

Il racconto inizia da qui: una storia di sopravvivenza e d’indigenza nella quale nasce da un pezzo di legno (sarebbe stato la gamba di un tavolino) il burattino (la ‘marionetta senza fili’) Pinocchio.

«La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da un sottoscala. La mobilia non poteva essere più semplice: una seggiola cattiva, un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Nella parete di fondo si vedeva un caminetto col fuoco acceso; ma il fuoco era dipinto, e accanto al fuoco c’era dipinta una pentola che bolliva allegramente e mandava fuori una nuvola di fumo, che pareva fumo davvero.»

E’ appunto in questa casa che viene al mondo ed è ‘battezzato’ o denominato:

«Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.»

Più tardi Pinocchio risponde a Mangiafoco che gli chiede

«Come si chiama tuo padre?— Geppetto.— E che mestiere fa?— Il povero.— Guadagna molto? — Guadagna tanto quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca.»

Con questi esempi d’indigenza lavoratrice e di operosità che ti lascia nella miseria —che nel prosieguo del racconto aumenteranno a dismisura, come il suo naso[13] — è chiaro che il povero Burattino odia e disdegna la fatica, sia essa l’onere studentesco che la sfacchinata del  lavoratore di braccia.
Il naso in crescita è diventato la caratteristica peculiare del burattino e lo sanno tutti i bambini che raccontano una bugia, la quale, diversamente, è una menzogna per gli adulti. «La menzogna — diceva Italo Calvino — non è nel discorso, è nelle cose»; quando invece è un prodotto della fantasia o dell’immaginazione è una bugia e «vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo». E’ chiaro che il bambino, a forza di raccontare una bugia[14], finisce col crederla vera e una bugia tira l’altra, ma è solo nella ciarla o nella chiacchiera … e il bimbo diventa rosso per la vergogna, per il pudore, per l’imbarazzo. Arrossire e vergognarsi è il tipico comportamento del bambino e a Pinocchio, che è di legno e non di carne, si allunga il naso non potendo essere affetto da eritrofobia (l’ imbarazzo o la paura morbosa di arrossire).
E’ vero che le monellerie di Pinocchio sono rilevate e giudicate dal Grillo Parlante da quando quel pover’uomo di Geppetto finisce in prigione, ma la colpa non è del burattino, il quale appena nato ha, secondo natura, una gran voglia di muoversi per il mondo e difatti

«cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dètte a scappare».

La responsabilità è dei curiosi bighelloni che fanno capannello e criticano tutto e tutti e del carabiniere

«che sentendo tutto quello schiamazzo, e credendo si trattasse di un puledro che avesse levata la mano al padrone, si piantò coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada, coll’animo risoluto di fermarlo e d’impedire il caso di maggiori disgrazie.»

Ed è qui che il burattino — dopo il predicozzo del Grillo Parlante che però rimane lì stecchito e appiccicato alla parete colpito da Pinocchio con un martello di legno (o la mazzuola del falegname o dell’intagliatore). … «forse non credeva nemmeno di colpirlo» – incomincia a sentire la fame:

«Allora si dètte a correre per la stanza e a frugare per tutte le cassette e per tutti i ripostigli in cerca di un po’ di pane, magari un po’ di pan secco, un crosterello, un osso avanzato al cane, un po’ di polenta muffita, una lisca di pesce, un nocciolo di ciliegia, insomma qualche cosa da masticare: ma non trovò nulla, il gran nulla, proprio nulla.»

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Dal Pinocchio illustrato da Benito Jacovitti (1964)

Infine trova un uovo che rompendosi lascia uscire un pulcino che lo ringrazia e vola via … poi, nella notte fredda e tempestosa, va a chiedere l’elemosina di un pezzo di pane al solito vecchino che invece dalla finestra lo inonda con bacinella piena d’acqua … tornato a casa tutto inzuppato cerca di asciugarsi sopra un caldano pieno di brace accesa, ma si addormenta e si carbonizza e incenerisce i piedi … basterebbero e sarebbero sufficienti tali disgrazie per un burattino esclusivamente irrequieto e vivace? Assolutamente no … siamo solo al settimo capitolo.
A quel punto ritorna Geppetto, che gli ripara i piedi e gli regala da mangiare tre pere, e Pinocchio per ricompensarlo di tutto gli promette che andrà a scuola… il vecchio falegname gli fabbrica allora «un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza d’albero e un berrettino di midolla di pane» e vende la sua casacca, rimanendo al gelo in maniche di camicia, per comperare un abbecedario che, come sappiamo, il burattino monello vende in cambio di un posto al teatrino delle marionette dove i sui fratelli di legno gli fanno una grandissima festa mettendo scompiglio nel teatro … il burattinaio Mangiafoco, per punizione di avergli rovinata la recita, lo attacca a un chiodo dicendo «un burattino fatto di un legname molto asciutto, e sono sicuro che, a buttarlo sul fuoco, mi darà una bellissima fiammata all’arrosto». Il burattinaio,

«un omone cosí brutto, che metteva paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio d’inchiostro, e tanto lunga che gli scendeva dal mento fino a terra … ma nel fondo poi non era un cattiv’uomo.»

Anzi è l’unico personaggio a considerare e a trattare Pinocchio da ragazzino e

«ogni volta che s’inteneriva davvero aveva il vizio di starnutire. Era un modo come un altro, per dare a conoscere agli altri la sensibilità del suo cuore. … Aprí affettuosamente le braccia e disse a Pinocchio:  Tu sei un gran bravo ragazzo!»

Ed è l’unico che lo dice.

«Vieni qua da me e dammi un bacio. – Pinocchio corse subito, e arrampicandosi come uno scoiattolo su per la barba del burattinaio, andò a posargli un bellissimo bacio sulla punta del naso.»

L’altra volta che il burattino «saltò al collo di Geppetto e cominciò a baciarlo per tutto il viso» è quando il vecchio vende la sua casacca rimanendo al freddo … E poi, Mangiafuco, saputo dello stato misero di Geppetto: «Ecco qui cinque monete d’oro. Va’ subito a portargliele e salutalo tanto da parte mia».
A questo punto Pinocchio sta risolutamente tornando dal babbo, proponendosi addirittura di andare a scuola, quando compaiono il Gatto e la Volpe che gli propongono di andare con loro nel Paese dei Barbagianni nel luogo in cui c’è il Campo dei Miracoli dove, seminati e annaffiati, i suoi cinque scudi diventeranno duemilacinquecento … il Merlo bianco e l’ombra del Grillo-parlante cercano di dissuaderlo ma invano:

«come siamo disgraziati noi altri poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci dànno dei consigli. A lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri; tutti: anche i Grilli-parlanti. Ecco qui: perché io non ho voluto dar retta a quell’uggioso di Grillo, chi lo sa quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero accadere! Dovrei incontrare anche gli assassini!»

Prima di essere strangolato dagli Assassini che lo stanno inseguendo Pinocchio bussa alla porta della “casina candida come la neve”:

«Allora si affacciò alla finestra una bella Bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale, senza muover punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall’altro mondo: — In questa casa non c’è nessuno. Sono tutti morti. — Aprimi almeno tu! — gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi. — Sono morta anch’io. — Morta? e allora che cosa fai così alla finestra? — Aspetto la bara che venga a portarmi via. — Appena detto così, la Bambina disparve, e la finestra si richiuse senza far rumore.»

E così Pinocchio viene lasciato nelle mano degli Assassini.
Qui termina il primigenio racconto con la morte della Bambina e del burattino … non ha importanza se «Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lí come intirizzito», tanto si sa che «i burattini di legno hanno il privilegio di ammalarsi di rado e di guarire prestissimo», ma come in tutte le storie dei miserabili anche in quella di Pinocchio la Grande Consolatrice non ha una parte attiva … i poveracci non muoiono dicendo una frase celebre ed esalando con dignità l’ultimo respiro … e Pinocchio è uno sventurato che «balbettò quasi moribondo: — Oh babbo mio! se tu fossi qui!».
Fin qui nulla di straordinario e di fantastico; è una storia di cronaca nera dove alla fine c’è un Grillo Parlante stecchito per via di una martellata colposa, un Merlo Bianco sbranato da un felino, con le penne e tutto, un pulcino che si salva volando via e, naturalmente, il Gatto finto cieco e la Volpe falsa zoppa ai quali Collodi non solo ha dato l’aspetto di animali scaltri, ladri, truffatori e falsi invalidi, ma li ha resi bipedi e umani, infagottati in panni da vagabondo o da briccone, personaggi picareschi e naturalmente loquaci e razionali quanto un farabutto e per di più assassini, dato che vogliono impadronirsi delle monete d’oro di Pinocchio usando tutta la delinquenza criminale.
«E così, da che sono al mondo, non ho mai avuto un quarto d’ora di bene!» Pinocchio non lo dice per lamentarsi, ma perché è la pura e nuda verità. Come fa a credere all’eroismo della bontà, alla forza della giustizia, al valore della scuola e del lavoro … se il mondo si presenta per quello che è: un’Italia misera e affamata, piena di malandrini, di ladri, di canaglie, di approfittatori. E chi erano i ricchi? Coloro che non appaiono ‘quasi’ mai nella storia, ma sono sempre presenti accanto, non a fianco ma al disopra, ai giudici ufficiali sancenti dello Stato e dei carabinieri, persone autoritarie con i deboli e i miseri … e quindi ricchi che non hanno bisogno d’altri. Un accenno al loro mondo, per confrontare la favola con la realtà … l’unica volta che appaiono, quasi di straforo, è in carrozze signorili e sono «qualche Volpe, o qualche Gazza ladra, o qualche uccellaccio di rapina».

Le avventure del burattino

Dal capitolo XVI ha inizio la vera fiaba. La bella Bambina dai capelli turchini — che in realtà è «una buonissima Fata, che da piú di mill’anni abitava nelle vicinanze di quel bosco» — fa raccogliere il burattino, lo mette a letto e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto. Con Pinocchio né vivo né morto — e come risponde il Falco «ha lasciato andare un sospiro, balbettando a mezza voce: “Ora mi sento meglio!…”» — hanno origine le vere e proprie metamorfosi da burattino a somarello e alla fine in un ragazzino.

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Dalla città di Acchiappa-citrulli al Paese dei Barabagianni e al Campo dei Miracoli, dall’isola delle Api industriose fino al Paese dei Balocchi e al terribile Pesce Cane avvengono le più spaventose (ma per la maggior parte comuni o ordinarie) avventure con la Fata (uno stranissimo essere sovrannaturale, un essere etereo e magico) che però fa da spettatore e assiste agli eventi, senza mai intervenire direttamente con mezzi fatati, ma solo empaticamente, cioè con l’abilità di intuire e cogliere cosa un’altra persona sta avvertendo e sperimentando.
La Fata Turchina – peraltro come Pinocchio – conosce e parla il linguaggio degli animali (tutti i personaggi ‘non umani’ del racconto lo capiscono e lo conversano: colombi, falchi, lumache, serpenti, tonni, cani, faine … ), ma non interviene cambiando la storia; aspetta con pazienza e dedizione (fino addirittura a morirne … e ricomparire, quasi subito, in veste di donna) che Pinocchio si ravveda, ossia termini il suo cosiddetto percorso iniziatico, quello dal bambino all’adolescente (‘ciclo d’iniziazione’ e ‘rappresentazioni della morte’), dal legno grezzo al burattino, dal marmocchio al giovane che ha porta il peso della famiglia. Questo cammino Pinocchio lo fa avendo accanto la Fata ed è questa la seconda iniziazione, dove il ‘comportarsi bene’ lo farà quando ne sarà convinto dato che lo comprende, quando sarà dotato di consapevolezza, di riflessività e di ispirazione e non perché lo dicono gli altri.
Troviamo animali che hanno tutte le peculiarità delle bestie che rappresentano, fatta eccezione per un modo di essere, un’indole e una … parlantina del tutto umane! Essi sono il Grillo Parlante, il Pulcino che esce dall’uovo, il Merlo Bianco trangugiato dal Gatto, il Falcone obbediente della Fata Turchina, la Lumaca indolente e lentissima, il Pappagallo che ride e si ‘spollina’, il Serpente che muore dal ridere, le quattro Faine ladre di polli, il Colombo gigante, il Delfino che elargisce notizie a Pinocchio sull’Isola delle Api industriose, la Lucciola che conforta Pinocchio preso alla tagliola, la bella Marmottina del Paese dei Balocchi, il Cane mastino Alidoro che non sa nuotare, il Tonno filosofo [«Quando si nasce tonni c’è più dignità a morire sott’acqua che sott’olio”!»], … e  quelli che non hanno alcuna loquacità: il gatto di Geppetto, i topolini della carrozza di Medoro, i Picchi che gli accorciano il naso, gli animali mendicanti del paese di Acchiappa-Citrulli, i ventiquattro ciuchini, che invece di esser ferrati come tutte le altre bestie da tiro o da soma hanno ai piedi stivaletti da uomo fatti di pelle bianca, i cavalli della compagnia circense, i pesci che divorano il somarello scaraventato in acqua, il terribile Pesce-cane ecc… Poi vi sono quelli antropomorfi: il Gatto e la Volpe, Medoro, il cane barbone, i tre medici che esaminano Pinocchio morto-vivo, un Corvo, una Civetta e un Grillo, i quattro Conigli beccamorti «neri come l’inchiostro» incappuciati, il Giudice-Scimmione che fa parte di un mondo alla rovescia … e poi gli umani: mastro Ciliegia e Geppetto, il carabiniere a gambe larghe che sbarra la strada, il vecchino stizzito che fa i gavettoni, il ragazzo che rifiuta di comprargli l’abbecedario e il rivenditore di panni usati che invece lo compra, Mangiafuoco, un burbero dal cuore buono, l’oste mariolo del Gambero Rosso, il contadino a cui rubano i polli, il pescatore friggitore dalla barba verde che vorrebbe assaggiare il pesce-burattino, i compagni di scuola Eugenio e Lucignolo, gli abitanti del Paese delle Api Industriose, l’Omino untuoso come una palla di burro … e infine i burattini: Arlecchino, Rosaura, Pulcinella che conversano, discorrono, prendono la parola, argomentano … quasi fossero uomini.

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Dal Pinocchio illustrato da Luigi e Maria Augusta Cavalieri (1924)

Ma i veri protagonisti della storia sono Pinocchio – pezzo di legno, burattino, né vivo né morto, un quasi bambino, somarello, che spolpato dai pesci ridiventa burattino, finisce in bocca al Pesce Cane e finalmente si trasforma in ragazzo, —e la Fata Turchina, Bambina dai capelli turchini che morta diventa Fata e poi sorella [«tu sarai il mio fratellino»] e in seguito una buona mamma; una donnina misteriosa che lo sfama, la capretta turchina che vorrebbe salvare Pinocchio belando … e infine una visione onirica.
In questa seconda parte della storia Pinocchio commette diverse marachelle o birichinate che sono delle vere scorrettezze, a volte sleali, come quando alla Fata confessa delle autentiche falsità su dove siano finiti le rimanenti quattro monete, come se non avesse fiducia e diffidasse della «sorellina o mamma», mentre al Gatto e alla Volpe racconta tutto inappuntabilmente e va con loro al Campo dei Miracoli e come sempre lo ammette:

«Quante disgrazie mi sono accadute … E me le merito! perché io sono un burattino testardo e piccoso … e voglio far sempre tutte le cose a modo mio, senza dar retta a quelli che mi voglion bene e che hanno mille volte piú giudizio di me…»;

diventa fannullone impenitente nel paese delle Api Industriose

«per vostra regola io non ho fatto mai il somaro: io non ho mai tirato il carretto! … io non voglio durar fatica…»;

promette di cambiare e ci mette un attimo a rimangiarsi la parola data:

«Come farò a presentarmi alla mia buona Fatina? Che dirà quando mi vedrà?… Vorrà perdonarmi questa seconda birichinata?… Scommetto che non me la perdona!… oh! non me la perdona di certo … E mi sta il dovere: perché io sono un monello che prometto sempre di correggermi, e non mantengo mai!…»

e alla promessa della Fata «Domani finirai di essere un burattino di legno, e diventerai un ragazzo perbene», finisce con l’andare con Lucignolo nel Paese dei Balocchi e diventare un asino … e

«da somarello guardando, vide in un palco una bella signora, che aveva al collo una grossa collana d’oro dalla quale pendeva un medaglione. Nel medaglione c’era dipinto il ritratto d’un burattino».

Mangiata dai pesci la carne del ciuco e ritornato burattino:

«la rivide in mezzo al mare uno scoglio che pareva di marmo bianco, e su in cima allo scoglio, una bella caprettina che belava amorosamente e gli faceva segno di avvicinarsi. La cosa piú singolare era questa: che la lana della caprettina, invece di esser bianca, o nera, o pallata di piú colori, come quella delle altre capre, era invece tutta turchina, ma d’un turchino cosí sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina»,

la quale però non riesce proprio a salvare Pinocchio dal Pesce Cane.
Ritroviamo la povera Fata — mentre il burattino ce la mette tutta per aiutare Geppetto ammalato — che giace in un fondo di letto all’ospedale! … Come dice la lumaca cameriera della Fata: «Colpita da mille disgrazie, si è gravemente ammalata, e non ha piú da comprarsi un boccon di pane». E così ne ha due di infermi a cui pensare.
E la storia termina con la Fata che compare, ma solo in sogno:

«Poi andò a letto e si addormentò. E nel dormire, gli parve di vedere in sogno la Fata, tutta bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un bacio, gli disse così: Bravo Pinocchio! In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi.»

Nota finale – Pinocchio e la Fata “latomistica”

Nella storia di Pinocchio, dove sono presenti sia il termine babbo e mamma [Geppetto e la Fata Turchina], non compare mai il termine ‘dio’. «Dio esiste. — aveva scritto Giuseppe Mazzini — Noi non dobbiamo né vogliamo provarvelo: tentarlo, ci sembrerebbe bestemmia, come negarlo, follia. Dio esiste, perché noi esistiamo»[15] e per Carlo Lorenzini la questione era chiusa. Poteva anche chiamarsi, per i fratelli massoni, il Grande Architetto dell’Universo, ma in una fiaba non era il caso di inserirvelo, anche perché «Dio vive nella nostra coscienza, nella coscienza dell’Umanità, nell’Universo che ci circonda». Il nipote di Collodi ci ricorda che lo zio raccontò alla madre di avere fede in Dio, anche se in tema di religione la ragionava un po’ a modo suo[16] e nel nostro Ottocento essere laicisti (non necessariamente anticlericali) e credenti voleva dire appartenere alla Massoneria.
Il Grande Architetto dell’Universo era il Demiurgo (δημιουργός) o l’artefice divino ordinatore del mondo (ma letteralmente ‘chi lavora per il popolo’, il faber) e Collodi inizia il racconto non da un dio onnipotente, ma da due fabbri, da due artefici[17] o falegnami, che hanno a che fare con del legno grezzo e non levigato di cui Mastro Ciliegia vuole fare la gamba di un tavolino mentre Mastro Geppetto vuole farne un burattino vivente; l’uno lavora con l’ascia e la pialla e l’altro con l’intaglio.
Questo ricorda certamente Orazio nel Libro I, Satira 8, vv. 1-3:

«Olim truncus eram ficulnus, inutile lignum, cum faber, incertus scamnum faceretne Priapum, maluit esse deum. deus inde ego» [«Un tempo ero un tronco di fico, un legno buono a nulla, quando un falegname incerto se farne uno scanno o un Priapo, decise per il dio»[18]].

Dal pezzo di legno da catasta i due mastri vogliono fare cose diverse ma alla fine Geppetto «con il suo bravo pezzo di legno … se ne tornò zoppicando a casa» [la classica deambulazione massonica avanzando di tre passi in avanti con il piede sinistro e riunendo a squadra il piede destro].
Per prima cosa dà un nome alla creatura che sta per intagliare: quindi Geppetto è nomoteta o legislatore del linguaggio[19] e sa che soltanto l’uomo di cui viene pronunciato il nome è vivo e come dice la Bibbia avendogli dato un nome significa possederlo[20] e Pinocchio è il nome che deriva dal pinolo, il seme del pino marittimo contenuto dalla pigna, che è forte ma leggera. E proprio su di un pino Pinocchio sale, con un cammino tipico del Maestro che si muove nello spazio, ma solo per questa volta sale intenzionalmente su un albero (piano verticale) per sfuggire agli assassini, al contrario dell’Apprendista che procede solamente su piani orizzontali.
«Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a intagliare e a fabbricare il suo burattino». Gli fa gli occhiacci di legno che si movevano e lo guardavano fisso, il nasone che cresceva e che non finiva mai, la bocca che cominciò subito a ridere e a canzonarlo, tirando fuori la lingua; quindi gli fece il mento, poi il collo, poi le spalle, lo stomaco, le braccia e le mani. Però mancava qualcosa di importante …


«voleva dargli subito una buona tiratina d’orecchi. Ma figuratevi come rimase quando, nel cercargli gli orecchi, non gli riuscì di poterli trovare: e sapete perché? perché, nella furia di scolpirlo, si era dimenticato di farglieli».

La credenza nasce dall’ascolto: fides ex auditu ovvero pistis ex akoès (Romani 10, 17) e come poteva udire un burattino, a cui mancano le orecchie, ascoltare qualcuno che gli ricordava la voce della coscienza e, tramite questo senso sociale, la vita morale? Nel rituale per diventare da apprendista a compagno d’arte, l’udito è importante perché finora quello che avevi imparato ti proveniva in gran parte da questo senso… Pinocchio non è sordo, ma gli manca il fondamentale organo per l’ascolto, ossia del prestare orecchio a livello psichico … e sarà così fino a quando gli spunteranno le orecchie d’asino allorquando rivede la Fata, che però sparisce subito: «Si sentí come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominciò a piangere dirottamente».
Quando perde la sua forma asinina mangiata dai pesci Pinocchio vede di nuovo la Fata sotto forma di capretta turchina che «spenzolandosi tutta sul mare, gli porgeva le sue zampine davanti per aiutarlo a uscir fuori dell’acqua».
Ma deve ancora essere messo nel Gabinetto di Riflessione per dare inizio a una nuova iniziazione:


«Intorno a sé c’era da ogni parte un gran buio: ma un buio così nero e profondo, che gli pareva di essere entrato col capo in un calamaio pieno d’inchiostro».

Lì trova un Tonno Politico che non sa dargli aiuto, per il momento, che a parole, ma seguendo il piccolo chiarore che vedeva baluginare da lontano

«trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata».

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Dal Pinocchio illustrato da Libico Maraja (1955)

Se Geppetto è il maestro che porta con sé, presenta al mondo e cura con sollecitudine paterna Pinocchio, la Fata turchina (la Massoneria Azzurra, quella con i gradi di Apprendista, Compagno e Maestro) gli sta vicino da quando ha ricevuto l’iniziazione e la morte rituale (l’impiccagione alla Quercia Grande) e l’accompagna nella vita successiva che inizia proprio da lei che manda un Falco a staccarlo dal nodo scorsoio sentendogli dire: «Ora mi sento meglio!…», poi chiama un Cane barbone per riportarlo a casa, con una carrozzina tirata da cento pariglie di topini bianchi, e quindi manda a chiamare i tre medici (anche se ha già sentito che non è ancora morto perbene). Pinocchio deve bere la medicina amarognola e sgradevole, ma resa dolce dallo zucchero [la Coppa delle Libagioni che viene offerta al recipiendario prima dolce e poi  amara].
Pinocchio si era sottoposto alle prove: dell’aria con il pulcino che gli sfugge, dell’acqua con il vecchietto che gli versa addosso una catinella che lo innaffia dalla testa ai piedi e del fuoco sopra il caldano che gli brucia i piedi[21]; quindi va a scuola … non proprio! va al teatrino delle marionette dove i burattini gli confermano:

«È il nostro fratello Pinocchio!” È impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i pizzicotti dell’amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza, che Pinocchio ricevé in mezzo a tanto arruffío dagli attori e dalle attrici di quella compagnia drammatico-vegetale.»

Questo è quello che avviene nella stanza dei passi perduti della Loggia dopo che il profano è accettato dai fratelli, finché non esce fuori il burattinaio (il Venerabile):

«Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio d’inchiostro, e tanto lunga che gli scendeva dal mento fino a terra: basta dire che, quando camminava, se la pestava coi piedi. La sua bocca era larga come un forno, i suoi occhi parevano due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di dietro; e con le mani schioccava una grossa frusta, fatta di serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme» (la spada fiammeggiante?).

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Mangiafuoco «specie con quella sua barbaccia nera a uso grembiale» [è il grembiule che i fratelli indossano, come segno distintivo e simbolo iniziatico della Libera Muratoria nei suoi 3 gradi], non era un cattivo uomo cattivo, anzi … a sentirsi chiamare Signore, Cavaliere, Commendatore [si vedano in massoneria il Rispettabilissimo, Illustrissimo, Venerabilissimo. Elettissimo, Potentissimo …], non ci sente, ma di fronte a quell’Eccellenza cede e gli fa la grazia: «Tu sei un gran bravo ragazzo! Vieni qua da me e dammi un bacio» [il Maestro Venerabile pone la spada fiammeggiante sul capo del Neofita … poi lo aiuta ad alzarsi lo abbraccia e lo bacia e gli dice “tu sei mio fratello” e questo segna l’iniziazione di un apprendista]; e i burattini cominciarono a saltare e a ballare: «Era l’alba e ballavano sempre».
Pinocchio decide di andare a scuola e a mettersi a studiare «a buono» o per davvero. Ma incontra il Gatto e la Volpe che lo persuadono a non andarci per avere più monete o metalli.
Il Gatto, compagno furfante della Volpe, è cieco [troviamo ‘la benda’, che ricopre gli occhi dell’iniziando], mentre la Volpe, a sua volta, è zoppa [e ciò evoca un altro simbolo massonico legato a questo concetto e infatti, il profano che sta per accedere all’iniziazione, deve avere gamba e ginocchio destro nudo e piede sinistro scalzo e i primi passi dell’iniziazione vanno eseguiti zoppicando, solo dopo di ciò il cammino può diventare regolare]. L’iniziando porta al collo una corda con un nodo scorsoio …
La bella Bambina dai capelli turchini, una bonissima Fata, una buona mamma, la sorellina, la donna («mi lasciasti bambina, e ora mi ritrovi donna; tanto donna, che potrei quasi farti da mamma»), la capretta dal manto turchino, e infine una visione onirica dell’epifania finale … la Fata Turchina è tutte queste cose per cui il burattino le domanda:

«Ma come avete fatto a crescere così presto?— È un segreto.— Insegnatemelo: vorrei crescere un poco anch’io. Non lo vedete? Sono sempre rimasto alto come un soldo di cacio.- Ma tu non puoi crescere – replicò la Fata. – Perché? – Perché i burattini non crescono mai. Nascono burattini, vivono burattini e muoiono burattini.- Oh! sono stufo di far sempre il burattino! – gridò Pinocchio, dandosi uno scappellotto. – Sarebbe ora che diventassi anch’io un uomo… – E lo diventerai, se saprai meritarlo… – Davvero? E che posso fare per meritarmelo? – Una cosa facilissima: avvezzarti a essere un ragazzino perbene.»

È un segreto, cioè un concetto non divulgabile e non enunciabile, un contenuto ‘pieno di significato e privo di spiegazione’, la cui conoscenza è possibile soltanto attraverso l’esperienza vissuta.

«Il mistero della massoneria —scriveva Giacomo Casanova —, di fatto, è per sua natura inviolabile. Il massone lo conosce solo per intuizione, non per averlo appreso, in quanto lo scopre a forza di frequentare la loggia, di osservare, di ragionare e dedurre. Quando lo ha appreso, si guarda bene dal far parte della sua scoperta a chicchessia, fosse pure il suo miglior amico massone, perché se costui non è stato capace di penetrare da solo il segreto, non sarà nemmeno capace di profittarne se lo apprenderà da altri. Il segreto rimarrà dunque sempre tale. Ciò che avviene nella loggia deve rimaner segreto, ma chi è così indiscreto e poco scrupoloso da rivelarlo non rivela l’essenziale. Del resto, come potrebbe farlo se non lo conosce? Se poi lo conoscesse, non lo rivelerebbe[22]

Il numero tre compare molte volte [allorché un libero muratore — i fratelli dei tre puntini — si faceva conoscere doveva farlo bussando tre volte e replicare senza errori a tre domande e l’Apprendista, nel Rito Scozzese e Francese, aveva l’obbligo della cosiddetta triplice batteria — una sorta di battimano —, mentre il novizio aveva la necessità di effettuare almeno tre viaggi superando la paura della morte e dell’Acqua, del Fuoco e dell’Aria]. Tre sono le pere e i torsoli avuti da Geppetto, tre gli starnuti di Mangiafuoco, tre le volte per ordinare il cibo da parte della Volpe e tre i violentissimi colpi dati nella porta di camera dell’Osteria del Gambero Rosso dove Pinocchio era in sonno. Il burattino impiccato dopo tre ore ha sempre gli occhi aperti e la Fata per chiamare il Falco batte per tre volte le mani insieme con tre piccoli colpi, il Can Barbone porta un nicchiettino a tre punte gallonato d’oro e vengono chiamati i tre medici. Nella storia, ispirata a Goethe, Pinocchio aspetta un’ora, due ore, tre ore, ma il Serpente è sempre là. Il Colombo gli dice che ha visto Geppetto tre giorni prima sulla spiaggia del mare e i compagni gli ribadiscono: la scuola, la lezione e il maestro sono i nostri tre grandi nemici. Pinocchio dice a Lucignolo «io che son venuto a cercarti a casa tre volte!» prima di andare con lui nel Paese dei Balocchi e diventare un asino e l’Omino di Burro gli racconta che un ciuchino, essendo stato tre anni in una compagnia di cani ammaestrati, sa dire qualche parola, mentre a lui per apprendere gli esercizi circensi ci erano voluti tre mesi di lezioni (è inutile che tutti ricordano Apuleio!). In mare viene ingoiato dal Pesce Cane, che ha tre filari di zanne, e alla fine di tutto gli viene indicato che tre campi distante di lì c’è l’ortolano Giangio presso il quale Pinocchio con il proprio duro lavoro aiuta Geppetto e la Fata.
L’Isola delle Api industriose (l’Officina in cui «tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da fare») è il luogo dove ogni abitante è operoso e quindi le api, che suggeriscono il nome a questo paese, naturalmente fanno il miele[23].
La colazione in casa della Fata, per celebrare l’evento, cioè il passaggio da burattino a ragazzo perbene, si presenta così: «la Fata aveva fatto preparare dugento tazze di caffè-e-latte e quattrocento panini imburrati di dentro e di fuori». Il numero non è a caso. Hiram, l’architetto del Tempio di Salomone, riportò l’immagine scolpita della melagrana intorno ai capitelli delle due Colonne:

«E fece due ordini di melagrane attorno all’uno di quei graticolati, per coprire il capitello ch’era in cima all’una delle colonne; e lo stesso fece per l’altro capitello. I capitelli che erano in cima alle colonne nel portico erano fatti a forma di giglio, ed erano di quattro cubiti. I capitelli posti sulle due colonne erano circondati da duecento melagrane, in alto, vicino alla convessità ch’era al di là del graticolato; c’erano duecento melagrane disposte attorno al primo, e duecento intorno al secondo capitello.» (1 Re 18-20)

Non a caso i panini preparati dalla Fata sono duecento più duecento, come le melagrane, e anche le duecento tazze di caffè e latte ricordano questo numero addirittura nel valore cromatico: il caffè è nero, mentre il latte è bianco come il pavimento del Tempio a forma di scacchiera. Il Gabinetto di Riflessione è nero, così come lo stomaco del Pescecane, vi sono delle ossa, un cranio, un tavolino su cui giace un pezzo di pane, una brocca d’acqua e del sale. Non manca la volta stellata [sul soffitto del tempio è dipinto il cielo, la notte e le stelle]: «poté vedere al di fuori di quell’enorme bocca spalancata un bel pezzo di cielo stellato e un bellissimo lume di luna».
Per terminare: Le metamorfosi (Metamorphoseon libri), o L’asino d’oro (Asinus aureus) di Apuleio di Madaura che tutti conoscono — come Pinocchio — «Lector, intende: laetaberis», ossia «Lettore capisci che ti divertirai»[24] e Collodi chiosa: «Quello che accadde dopo, è una storia così strana da non potersi quasi credere». «A narrare il mutare delle forme in corpi nuovi mi spinge l’estro» Publio Ovidio Nasone, (Metamorfosi I, 1) e Orazio «un Priapo, decise per il dio»[25]
Tutte queste potrebbero essere solo delle coincidenze … ma se il nostro treno è in ritardo, la coincidenza certamente partirà in perfetto orario.


Note

1 Tempesti F. Introduzione a Collodi, Pinocchio, Feltrinelli, Milano 1972.

2 Ben diverse erano le cose in America dove, negli stessi anni di Collodi, Mark Twain (l’autore di Tom Sawyer e di Huchleberry Finn), scriveva «Il giudice mostrò agli stranieri il nuovo cimitero, il carcere, le abitazioni dei cittadini più ricchi, la loggia massonica, la chiesa metodista nonché quella presbiteriana …» Pudd’head Wilson, cap, VIII. E i fatti che si raccontano si svolgono fra gli anni ’30 ed ’80 sulla riva missouriana del Mississipi dove fra i protagonisti vi sono due conti – Angelo e Luigi Capello – fiorentini che quasi subito fanno parte della Società dei Liberi Pensatori.

3 «Non sono un miscredente — Lorenzini disse un giorno alla madre. — A Dio ci credo. Stia tranquilla che ci credo». Aveva studiato presso il Seminario di Val d’Elsa e poi dai Padri Scolopi di Firenze ed era profondamente mazziniano, quindi né ateo né agnostico, ma in questioni di religione la pensava un poco ‘a modo suo’.

4 Mazzini G., Doveri dell’uomo, intr. di Giano Accame, ASEFI Editoriale Srl, Pubblicazioni Terziaria, Milano 1995, cap. 2.

5 «Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani» è probabilmente una frase di Ferdinando Martini e non di Massimo d’Azeglio: cfr. Fare gli italiani. Scuola e cultura nell’Italia contemporanea, a cura di S. Soldani e G. Turi, Il Mulino, Bologna 1993, vol. I, p. 17. Anche l’idea della Enciclopedia Italiana Treccani fu del Martini (e non del Gentile): massone conclamato, deputato dal 1876 e amico e condirettore del Il giornale per i bambini con Collodi: cfr. Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 71 (2008). Era estimatore del Carducci al quale scrisse una lettera da Libero Muratore «ad un fratello» e fu collega del Gran Maestro Lemmi, uno degli autentici promotori del Grande Oriente Italiano.

6 G. Biffi, (Cardinale della Chiesa Cattolica Romana) Le verità fondamentali di «Pinocchio» da Contro maestro Ciliegia. Commento teologico a Le avventure di Pinocchio, Jaca Book, Milano 1977: «Pinocchio è un libro “cattolico”? Se con questo termine si intende alludere alla letteratura edificante o apologetica o catechetica che così viene talvolta denominata, bisogna rispondere senza esitazione di no» e prima aveva scritto «E non è certo una latitanza casuale: descrivere nell’Italia dell’Ottocento le borgate, il paesaggio, la vita associata, senza che nel racconto compaia mai nemmeno incidentalmente un campanile, un parroco, un rito, non poteva che essere il risultato di una intenzionalità».

7 Goethe J. W., Favola, Adelphi, Milano 1990, Collana Piccola Biblioteca, 251; cfr. la traduzione inglese The Fairy Tale of the Green Snake and the Beautiful Lily, Translated by Tho Schiller mas Carlyle, 1832.

8 Schiller, J. C. Friedrich, Sulla formazione estetica dell’uomo: in serie di lettere, ed. e traduzione di Wilkinson, Elizabeth M. e L.A. Willoughby, Clarendon Press, 1967.

9 «Nella favola si danno da fare più di venti personaggi. / “Già, e che cosa fanno tutti quanti?”. “Amico mio, ?la favola”». «Das Mürchen  Mehr als zwanzig Personen sind in dem Mürchen  beschiiftigt Nun und was machen sie denn alle? Das Mürchen, mein Freund». Epigramma del ciclo di Xenie di Goethe-Schiller.

10 Il Serpente Verde, Roma, Editrice Atanòr, Roma 1979, pp. 84-85; 121, commento di O. Wirth.

11 «Quella che l’adulto vede qui, è l’immagine della propria infanzia — e già non riesce più a riconoscerla» [D. Richter, Pinocchio o il romanzo d’infanzia, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2002]; cfr. F. Tempesi, Chi era Collodi? Com’è fatto Pinocchio, in C. Collodi, Pinocchio, a cura di F. Tempesti, Feltrinelli, Milano 1980.

12 «Ci sono due modi di leggere Le avventure di Pinocchio — scrive Giovanni Malevolti sulla Rivista web Pietre Sones http://www.freemasons-freemasonry.com/pinocchio.html —. La prima è quella che chiamerei ‘profana’ con cui il lettore, molto probabilmente un bambino, impara a conoscere le disavventure del burattino di legno. La seconda è una lettura in chiave massonica.»

13 «Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma più lo ritagliava e lo scorciva, e più quel naso impertinente diventava lungo». Il naso sembra il tratto distintivo di Pinocchio: il carabiniere, lo acciuffò per il naso e quando lui ritorna a casa e non trova niente da mangiare anzi una pentola dipinta sul muro e «il suo naso, che era già lungo, gli diventò più lungo almeno quattro dita», la notte che va al Campo dei Miracoli alcuni uccellacci notturni sbattevano le ali sul naso di Pinocchio, «uno dei due Assassini lo prese per la punta del naso», il medico corvo tastò il polso a Pinocchio, «poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: vi ficcò dentro la punta del naso».: nella medicina della Fata «poi se l’accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la punta del naso». Appena detta la bugia «il suo naso, che era già lungo, gli crebbe subito due dita di più A questa terza bugia, il naso gli si allungò in un modo così straordinario, che il povero Pinocchio non poteva più girarsi da nessuna parte. vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo»». «Il suo naso era cresciuto tanto, che non passava più dalla porta. un migliaio di grossi uccelli chiamati Picchi, i quali, posatisi tutti sul naso di Pinocchio, cominciarono a beccarglielo tanto e poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme e spropositato si trovò ridotto alla sua grandezza naturale».. Messa fuori la punta del naso dalla buca del casotto … e uno dei suoi compagni, “più impertinente degli altri, allungò la mano coll’idea di prendere il burattino per la punta del naso, battendosi coll’indice sulla punta del naso, in segno di canzonatura”. «A un vecchietto che stava sulla porta a scaldarsi al sole si toccò il naso e si accòrse che il naso gli era allungato piu d’un palmo».

14 Una bollicina bianca sul naso così chiamate perché si usa dire per scherzo che quelle macchioline o pipite vengono a chi dice bugie.

15 G.Mazzini, Doveri dell’uomo, intr. di Giano Accame, ASEFI Editoriale Srl, Pubblicazioni Terziaria, Milano 1995, cap. 2: Crediamo che Dio è Dio, e l’Umanità è il suo Profeta.

16 Paolo Lorenzini “Collodi Nipote”, Collodi e Pinocchio, Salani, Firenze 1954.

17 Demiurgòs: δήμιος (dèmios), cioè “della gente”, ed ἔργον  (èrgon), ossia artigiano pubblico. Coloro che fanno un lavoro che esige ingegno e abilità manuale. «Un mestiere – dirà il Grillo – tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane».

18 Lo ricorda anche Bertolt Brecht in Leben des Galilei.

19 Chi sa il nome e padrone delle cose: «tu mi sembri asserire che colui che sappia i nomi, sa anche le cose» [Cratilo, 435 e]; «i nomi significano a noi l’essenza del tutto che va e si muove e scorre» [Cratilo, 437a] – o che permane.

20 «Dio, il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui» (Genesi 2:20-21).

21 E lo ripete. Come quando sfugge agli Assassini (salta un fosso pieno d’acqua, si arrampica per aria su di un pino ed evita il fuoco che gli inseguitori avevano appiccato) … come quando sale su un colombo che lo porta  al di là del mare, entra in acqua e viene catturato da un pescatore verde che sta per arrostirlo sul fuoco  etc …

22 Giacomo Casanova, Histoire de ma vie, F.A. Brockhaus, Wiesbaden e Plon, Parigi. Edizioni italiane basate sul manoscritto originale: Piero Chiara (a cura di), trad. Giancarlo Buzzi, Giacomo Casanova, Storia della mia vita, ed. Mondadori 1965, VII voll. di cui uno di note, documenti e apparato critico. Piero Chiara e Federico Roncoroni (a cura di), Mondadori, Milano , 1983, III voll. Ultima edizione: Mondadori, Milano 2001.

23 Di acacia o robinia il miele toscano per eccellenza (in gergo per acacia si intende la ‘cascia toscana’ o la robinia pseudoacacia). «I know the Sprig of accahsia», il ramo d’acacia segna il transito tra la ‘seconda morte’ e la ‘terza nascita’, inizio al mondo speculativo. «Conosco il ramo d’acacia, e tutto ciò che esso cela».

24 Apuleio, Metamorfosi (L’asino d’oro), traduzione di Marina Cavalli, Mondadori, I

25 E Orazio aveva di cognome Flacco e l’autore delle Metamorfosi aveva come nome di famiglia Nasone


Articolo riprodotto per gentile concessione dell’autore, che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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