Malattie sovrannaturali e terapie sociali

di Massimo Ruggiero

Stregonerie, azioni di spiriti malefici, infrazioni di tabù, risentimenti degli antenati, sono i molteplici e più frequenti motivi chiamati in causa quali responsabili di malattie e di morte. Considerate fenomeni dall’eziologia sovrannaturale, malattie e morte così come le disgrazie, non trovano una giustificazione nei fatti contingenti, ma rimandano ad un campo di rappresentazioni collettive dominato dall’orizzonte magico-religioso, piuttosto che da quello medico vero e proprio.

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Rappresentazione popolare di una cerimonia vodu.

Tra le società ad interesse etnologico afro-americane l’uomo è un complesso mosaico di fisicità, metafisicità ed interiorità psichica. È proprio l’uomo stesso l’asse intorno al quale ruota tutta l’azione specifica curativa: per tradizione ogni gruppo umano ha riversato nel campo della medicina i più disparati ed intimi elementi della propria psichicità, delle proprie strutture mentali, e così pure delle proprie rappresentazioni collettive. L’estrema “modernità” nel concepire il concetto di salute dell’uomo, per usare una “terminologia comparativa” tipica occidentale, sta proprio nella più intima e giusta armonia tra il gruppo umano e l’ambiente, la natura che lo circonda, in una sorta di risultante equilibrio ecologico frutto del rispetto delle regole morali del vivere sociale, piuttosto che di un semplice equilibrio materiale tra gli organi interni del corpo.

La medicina tradizionale afro-americana quale patrimonio rilevante, è un valore della propria storia che sia pure “scarsamente scientifica” rivela il problema esistenziale di fondo estremamente sentito: la fenomenologia dell’essere sano o malato è sempre vissuta all’insegna dell’esaltazione della vita.[1] Salute, malattia e morte, mai per altro “demonizzata”, sono concetti che non possono esser estrapolati da una visione umana che le considera un tutt’uno col mondo, inteso quindi come natura nel suo complesso e come sovrannaturale in termini più generali. La salute viene spesso identificata con l’equilibrio naturale e l’ordine sociale, mentre lo stato di malattia rivela una rottura di tale ordine naturale ed è ugualmente forma di decadimento sociale. In fondo un’indagine eziologica della malattia ci condurrebbe oltre alle tradizionali cause naturali anche ad altre motivazioni “spirituali” di natura metafisica e sovrannaturale. Una più totale sovrapposizione degli agenti e delle cause dei fenomeni patologici o della malattia in sé, non possono non portare ad un’esperienza di malattia corporea che non interessi di riflesso, solo in senso psicologico o metaforico, l’anima e viceversa.

La metafisica vodu insegna che le malattie gravi si manifestano quando lo spirito “protettore” Gobonaj, o Grande angelo buono, viene soggiogato da entità più potenti, al cospetto delle quali, non è in grado di opporsi né alla malattia né all’azione di un maleficio. La concezione di fondo, su cui si snoda l’analisi, parte ancora una volta dall’uomo stesso, quale complesso microcosmo composto di una realtà fisica e di una doppia realtà non corporea: anima e spirito.[2] Il corpo per usare una terminologia metaforica costituirebbe un cerchio esterno, l’involucro che ricopre quello intermedio dell'”anima ombra”, dentro il quale si inscrive perfettamente quello misterioso dell’anima-spirito. Salute e malattia sono perciò condizioni globali della persona, interessano parallelamente e simultaneamente due livelli differenti: l’anima-ombra ed il corpo che in condizioni di patologia vengono reciprocamente “intaccati”. Non a caso presso quasi tutte le etnie nere africane, per esprimere il concetto di salute si usano locuzioni del tipo “avere il corpo solido”, “avere tranquillità” o, ancora meglio, come indice di un contenuto globale “avere forza fisica e spirituale”.[3]

Sfortuna e malattie, endemiche o sovrannaturali quali esse siano, appaiono però quasi sempre castighi divini, che vanno scongiurati se possibile con sacrifici ed offerte. Sottolineiamo però che non tutte le malattie provocate dalle divinità hanno esclusivo intento punitivo. Dal momento che le i loa o i vodun sono mediatori, nei loro interventi vogliono spesso anche manifestare la predilezione che la divinità ha dato ad un certo individuo. Perciò la malattia quale “avvertimento di predilezione” è un’autentica iniziazione, che termina quando il candidato, compreso l’invito, diventerà prete, ed officerà al culto di Sakpata, dio del vaiolo, Assohoum dio della sifilide e delle emorragie, Adan, Tagni, Kahagne, della lebbra, solo alcune delle moltissime divinità in stretto rapporto con medicina.

Una convinzione fissa nel pensiero caraibico è ritenere i loa spiriti più passionali che giusti; in tal modo i castighi soprannaturali possono colpire un individuo in maniera diversa, anche se la punizione divina, o meglio le malattie e la sfortuna, non sono spesso proporzionate alla reale entità dell’offesa. In senso lato, una sfortuna più o meno persistente può esser causa sicuramente di una mancanza (anche involontaria) che provoca il risentimento e lo sdegno del loa.

Si incomincia quasi sempre con una patologia leggera, fastidiosa, ma ancora tollerabile, quasi fosse un monito in caso di mancato ascolto al loa, diventerà sicuramente più grave, forse anche letale.

La malattia vista invece come violazione di tabu e regole sacrali è un autentico attentato all’integrità fisica, con ripercussioni conseguenti che sfociano in una diminuita integrità spirituale della singola persona. L’esempio, ancora una volta offertoci dalla religione vodu, di fronte a tali costanti preoccupazioni, calza perfettamente: non si chiede mai ai loa fortuna o felicità, ma solamente di tenere lontane le disgrazie, “malattie” incluse, che minacciano potenzialmente ogni singolo individuo.

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Scena rituale.

La pazzia è considerata patologia sovrannaturale, di competenza dell’hungan, il sacerdote-guaritore, a cui si arriva quando un individuo ha trascurato il culto dei propri loa ancestrali o ha resistito alla volontà dei misteri, fattori che in quanto agenti sulla psiche e sul soma, funzionano per l’etnomedicina come autentici “shock stressanti”. La proiezione psicosomatica dei propri timori e delle proprie mancanze giunge quindi a creare spesso gravi disturbi di natura fisica, ovvero per dirla con una terminologia usata da M. Deren, l’atto psicosomatico di trasferimento di una difficoltà dal sistema psichico a quello fisico è considerato come “male”.[4]

Interessante è notare l’atteggiamento tenuto nei confronti del malato, una volta diagnosticata la radice sovrannaturale causa di pazzia. Generalmente per un malato mentale che non da segni di turbe aggressive, l’innocuo ritardato mentale o l’idiota che si manifesta tale, fin dalla prima infanzia, c’è la totale integrazione sociale. Saranno i parenti più prossimi e l’intera comunità locale a prendersene cura. La stessa attenzione verrà mostrata per l’epilettico, seguito pedissequamente durante le proprie crisi, perché non si produca ferite o lesioni gravi.[5]

La diagnosi invece di patologie psichiche sovrannaturali quali terribili punizioni divine, cambia i rapporti col malato: l’estrema pericolosità della situazione, porta, nella quasi assoluta totalità dei casi, al suo forzato abbandono. Ma la malattia mentale che non conduca ad atteggiamenti di aggressività di per sé non è causa di allarmismi: sarà il “medico-sacerdote” a diagnosticarne la matrice sovrannaturale e creare semmai paure che conducono all’allontanamento coatto.

Situazioni analoghe si rivelano in realtà anche per le malattie congenite, ritenute pericolose per la famiglia e la società, perché conseguenza di maledizioni sovrannaturali e punizioni divine. Per una nascita deforme, o per un parto che conduce la madre alla morte, futuro oscurò graverà sempre sul bimbo appena nato. Si preferisce così non mantenere in vita una “simile creatura”, per non offendere la divinità già profondamente risentita.

Premettendo che non sempre e solo la divinità guarisce, ma come già accennato può provocare la malattia, il primo placebo è proprio la religione, causa di guarigioni mistiche e “miracolose”. È il fattore psicologico, (concausa di disfunzioni e malattie somatiche) che si esplica attraverso una complessa rete di interventi neuro-ormonali in parte ancora oggi oscuri e di difficile spiegazione che entrano in azione e portano il più delle volte alla guarigione insperata.[6]

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Scena rituale.

L’effetto placebo della pratica religiosa, a gettare un ponte tra psiche e soma, entrerebbe così a far parte della pratica medica, che tra le varie teorie tenute in considerazione, per spiegarlo, sembra privilegiare quelle più semplici: la suggestione e l’emotività del soggetto. La proiezione psicosomatica diventa perciò un mezzo per rendere il problema pratico, accessibile su di un piano pratico, rinnova la speranza di soluzioni e determina la guarigione dal “trauma psichico”.

In tal senso la metodologia terapeutica richiede che l’azione (guidata ma non effettuata dal guaritore) veda come protagonista assoluto il paziente stesso. Porre rimedio in prima persona, significa esercizio di auto-disciplina, oltre che “pratica psicomedica”: azione e disciplina sono perciò i tempi di riscatto oltre che del proprio fisico e della propria psiche anche della propria morale. Incluso, come detto, è l’aspetto morale, la cui valenza spesso sconfina nella socialità. La malattia mentale è quindi conseguenza di una serie di fattori concomitanti, che vanno da quello fisico a quello ambientale, per cui è possibile parlare distintamente, come nei casi sopra citati, di psichiatria africana e americana. Un esempio su tutti: la “bouffée délirante”, (scuola pasichiatrica di Dakar) è per definizione un attacco improvviso di schizofrenia acuta in soggetti sani, che cadrebbero così in crisi di delirio intenso. Più in generale, determina però una espressione tipica degli individui che nascono, crescono, vivono e maturano nella società dell’Africa nera, all’interno di coordinate psico-sociali che sono peculiari.[7] Ecco la ragione per la quale anche nell’area caraibica, dove parte di queste caratteristiche si sono mantenute, e dove lo stile di vita per molti aspetti non è affatto dissimile, pratiche quali i riti di possessione o il vodu stesso sarebbero, a tutti gli effetti, le più efficaci terapie psicoterapiche tradizionali.[8]

Il fattore psicologico che subentra nelle terapie, quella vodu compresa, ossia vedere la mente concausa di disfunzioni e malattie somatiche, è ormai una regola ben collaudata che trova riscontro fin dalla originaria medicina classica.[9]

Per stessi stretti rapporti intercorrenti tra suggestione e condizionamento, per cui anche il diencefalo sarebbe interessato,[10] causa ed effetto si manifesterebbero bene, indifferentemente sia sotto forme psichiche che somatiche. Le conseguenze favorevoli dal punto di vista biologico non solo portano alla risoluzione di patologie leggere, ma anche gravi, come il cancro e la tubercolosi, (l’efficacia media si aggira intorno al 30%, per poi raddoppiare nelle patologie psicosomatiche e funzionali), superate con un benefico aumento ponderale e di motilità dell’intestino del paziente. La malattia psichiatrica è senza dubbio una realtà medica che anche l’etnomedicina moderna non può non tenere decisamente in considerazione.

L’etnopsichiatria moderna in tal senso pone l’attenzione sulle cosiddette manifestazioni “isteriche”, che si manifestano assai spesso durante rituali e cerimoniali, all’interno dei santuari o a luoghi di culto locali. Non è sicuramente agevole in campo medico tracciare un quadro clinico che definisca con assoluta precisione l’isteria, differenziandola dalle nevrosi, psicosi o dalle molteplici altre patologie schizofreniche. La realtà però evidenzia che non solo i malati richiedenti le cure possono cadere in fenomeni di “eccitazione”, ma anche soggetti sani che ad un rito prendono parte solo per pura devozione, possono denunciare comportamenti parossistici. Crisi isteriche, invasamenti, agitazioni motorie, convulsioni, trance, fino alla perdita della coscienza, e poi “caso straordinario” … la guarigione.

Ipotesi avvalorate in proposito, delineano un tipo di pratica psicoterapica fondata sul potere della parola, efficacia delle formule magiche, dell’attività fisica in danze e massaggi ed infine nella reintegrazione del malato nella società da cui era stato espulso. È il rito a sancire tale “riaccettazione sociale”, il modo con cui si ripara all’offesa perpetrata ai danni degli esseri soprannaturali, agli spiriti degli antenati, alla famiglia o al proprio lignaggio. L’ipotesi che accettiamo è quella riportata da A. Scarpa, sulle conseguenze biochimiche a cui sono soggetti gli organi di senso durante le pratiche negli humfò.[11]

Nel nostro caso, i riti vodu dal punto di vista medico, inducono il fedele a cadere in preda a fenomeni che manifestano chiara eccitazione del sistema nervoso centrale, con stimoli estesi all’ipotalamo, tiroide, ghiandole surrenali, con conseguente produzione endocrina di neurormoni, endorfine o catecolamine, le principali cause dell’etologia rituale.

Al momento della pratica, il fedele più o meno sensibile, è soggetto ad una attesa spasmodica; accanto alla tensione psichica va poi tenuta in considerazione l’influenza ambientale e stagionale. Per tale ultima situazione il livello di elettricità atmosferica, la pressione barometrica e l’igroscopicità sono in psichiatria fattori che producono stress, mentre in campo medico a tale stato detto di “sindrome generale di adattamento”, si accompagna una produzione di catecolamine e neurormoni. Questo tipo di risposta generale ed integrativa a cui è soggetto l’organismo, è a tutti gli effetti una situazione anomala dell’organismo stesso; se di breve durata porta, come si è visto, a condizioni biochimiche ottimali che determinano azioni terapeutiche, ma se protratta a lungo nel tempo, può causare l’indebolimento delle difese organiche, con conseguente patologia psicofisica. Non a caso il rito “per definizione” è manifestazione a più o meno breve durata, lunga scadenza, per lo più ciclica.

Il fenomeno della contagiosità durante i riti è quindi spiegabile, ed anche facilmente attribuibile, in chiave medica, ad individui che presentano squilibri biochimici comuni, sui quali agiscono gli stessi stimoli ambientali. In generale non si tratta solamente di voduisti, myalisti o shango-men dell’area caraibica, ma anche di tutti quei popoli che officiano certi tipi di pratiche medico-religiose, esclusive delle aree geografiche a basso tenore di vita.

Riscontrabile come costante comune è soprattutto la carenza di calcio, conseguenza di diete povere o poco varie, secondo gli ultimi dati FAO e della Organizzazione Mondiale della Sanità. Il calcio disimpegna importanti funzioni nella coagulazione del sangue, nella eccitabilità dei muscoli e dei nervi, nella permeabilità delle membrane cellulari. Lo ione calcio ha essenzialmente una funzione equilibratrice sull’attività cellulare, cioé eccita e modera nello stesso tempo le funzioni cellulari.

Rituali e contro-pratiche magiche costituiscono i principali meccanismi di difesa dalle avversità; l’interpretazione di tipo mistico della malattia non esclude tuttavia che in presenza di quadri patologici si operi anche con procedimenti terapeutici di tipo medico, cure che si riferiscono a categorie empiriche e mostrano una approfondita conoscenza dell’erboristeria, nonché nozioni approssimate di anatomia e fisiologia umana. Ma c’è anche una novità, una metodologia terapeutica singolare, che ho rilevato, tutta quanta caraibica, che non ha nulla a che fare con i tradizionali culti di possessione e trance.

Prendiamo atto che le patologie psichiche nell’area antillana sono una condizione molto frequente e non solo sotto forma di iniziazione naturale per gli stessi sacerdoti, maghi e stregoni. Anche la gente comune è spesso affetta da queste patologie e per quanto difficile possa essere una cura risolutiva, non si impone, per remore morali proprie, di esporsi alla vergogna di dichiarare la propria infermità e di intraprendere successivamente la terapia appropriata. Una serie di iniziative patrocinate dai vari sistemi radiofonici in FM locale, soprattutto per l’area antillana francofona, hanno posto il problema sulla psichiatria in chiave sociale, proponendo una sorta di terapia psicoanalitica “via radio”. In proposito alludiamo ad una stazione FM della Martinica, Radio Mango, nota come l’emittente che programma sul problema dell’emigrazione antillana.

Potrei sull’argomento radioascolto sicuramente aggiungerne una lista cospicua ed interminabile di antillane (Radio Caribes- St Lucia 1090 Khz, Radio Antilles- St Vincent & the Granadinas 1450 Khz, Radio One Guadalupe 640Khz, da Point à Pitre sui 104,1Mhz 0,25 Kw in FM) dopo anni di monitoraggio tutt’ora piuttosto attivo in onda media e banda tropicale. Se non altro mi sembra doveroso sottolineare che il fenomeno della “radioterapia” è una tendenza che ho certamente sempre riscontrato soprattutto nelle programmazioni destinate ad una audience locale, nazionale o ancor di più regionale,, anche se assai spesso i programmi indirizzati all’intera area americana, o quelli internazionali a carattere culturale (in tal ultimo caso c’è il supporto delle compagnie radiofoniche europee, per la Martinica e le Guadalupe ad esempio si tratta di programmi preparati con la Radiodiiffusion Française d’outre-mer) trattano diffusamente questa realtà, ma senza remore.

In particolare sono gli stimoli psicosociali che provocherebbero il maggior numero di stress: quelli da “minaccia”, che interessano cioè la sopravvivenza dell’individuo o la conseguente propria ottimale integrità fisica e morale, sono di capitale importanza e servono a giustificare le particolari reazioni di sfogo di un organismo così sollecitato.[12]

È logico che non tutte le problematiche psicologico-sociali possono venir trasmesse dalle emittenti locali senza trovarsi strette nel problema dell’esigenza della veridicità dell’informazione libera, non manipolata dai regimi di governo, né tantomeno da brusche censure. La tendenza mira comunque ad un tipo di informazione il più possibile reale, terapeutica per tutta quanta la popolazione antillana soggetta ormai da tempo ad una continua diaspora. Le emittenti in FM oltre ad essere un riferimento di sfogo, sono anche l’unico modo per mantenere vivo il contatto con il paese d’origine da cui sono emigrati: non è certamente poco per mantenere la propria integrità culturale e psicologica. Accanto alle storie tradizionali di vita quotidiana e di povertà, sembra che gli appelli di matrimonio o le richieste di guarigioni siano le domande più frequenti, via etere.

In tal senso si è voluto incoraggiare le persone a discutere liberamente dei propri problemi psicologici, per altro, diversamente da come ci si poteva aspettare vista la diffidenza a manifestarsi, con notevole successo.

La radio-terapia appare ai fini medici come un’esperienza di abreazione, perché procedimento psicanalitico di verbalizzazione. Nel caso particolare si facilita il paziente a “rimuovere”, o meglio, a “scaricare le emozioni” che altrimenti, restando introiettate, lo indurrebbero ad una perpetua condizione di patologia psico-somatica. Si vuole perciò proporre uno spazio d’ascolto e di dialogo per tutte le persone che si dibattono con problemi e difficoltà di ordine psicologico, ma che non hanno il coraggio di intraprendere una terapia privata. Il fine che si vuole raggiungere è duplice: da una parte far uscire la psicanalisi dal suo ghetto sociale, dall’altra dimostrare come ogni singolo antillano “sia in grado” di assimilare, a proprio buon fine, gli strumenti della pratica psicoanalitica, superando quella “abitudine tradizionale” di pensare i propri conflitti psichici nei soli termini di possessione, persecuzione o intervento magico, spesso complicati ulteriormente dalla confusione dei vari dialetti locali in cui si esprimono.[13]

Gli studi delle piccole e colorate emittenti, invece, si sono improvvisate per l’occasione, fin già dai primi anni Ottanta, autentiche cliniche, dove si svolgevano “sedute medico-terapeutiche di massa”. Ogni giorno rigorosamente in diretta, intervallate dall’immancabile musica reggae e raga, una sequenza di pianti, e drammi disperati motivati dalla solitudine e dall’esilio.

Eppure necessita un’ultima constatazione determinante: la familiarità degli antillani con il proprio idioma locale, il creolo, che funziona come la lingua del sogno, grazie all’utilizzo di metafore e di associazioni libere di idee e di sensi: induce, come si suol dire, in un certo senso a “giocare con le emozioni”, come se fossero semplici simboli. Un argomento fonte sicura ed inesauribile di significati e spunti di ricerca.


Note

[1] V. Maconi, Il concetto di malattia nella cultura tradizionale africana, Padova 1982.

[2] Nella concezione tradizionale africana, l’anima spirito è l’oggetto della creazione di un Essere supremo, destinata perciò a sopravvivere nel regno dei morti o degli antenati diventando oggetto di culto. L’anima-ombra è invece frutto di trasmissione ereditaria (generalmente dai nonni ai nipoti) che garantisce il riconoscimento e l’identità perpetua al gruppo di appartenenza.

[3] Ibidem, cfr. pag. 9.

[4] M. Deren, I cavalieri divini del vodu, cfr. pagg. 202-204.

[5] Presso alcune etnie africane c’è la convinzione, nonostante tutti gli accorgimenti e la conoscenze etiologiche della malattia, che la bava dell’ammalato sia un pericoloso veicolo per contrarre l’epilessia.

[6] A. Scarpa, Pratiche di Etnomedicina, I fattori psicosomatici nei sistemi medici tradizionali, Como 1988. Cfr. pagg. 52-58.

[7] Si tratta di un rito (N’Doep) che ha largo uso tra i Lebu del Senegal. È tenuto in grande considerazione, in virtù dei numerosi successi di cui la stessa medicina ha potuto testimoniare, nel trattamento di alcune manifestazioni di schizofrenia con l’utilizzo di pratiche terapeutiche tradizionali

[8] A. Scarpa, Etnomedicina, Lucisano ed., Milano 1982, cfr. pagg. 505-514.

[9] D.A. Bakal, Psicologia e medicina, Armando, Roma 1984. E. Bourguignon, Antropologia psicologica, Laterza, Bari 1983, pagg. 367-78.

[10] G.A. Alberton, Sulla suggestione in generale, in “Rassegna Neuropsichiatrica”, n. 6, 1952.

[11] A. Scarpa, Etnomedicina, Lucisano ed., Milano 1982, cfr. pagg. 508-512.

[12] A. Metraux, Il Vodu haitiano, Torino, 1987. cfr. pag 96. L’autore riporta il caso di un paziente soggetto a crisi di demenza durante le quali dopo aver perso il controllo della razionalità, si strappava di dosso le vesti, si autopercuoteva, e si accusava di aver gettato il malocchio sui parenti, in particolare sulla povera sorella.

[13] S.H. Valmore, Dieux en exil, Gallimard, Parigi 1988, pag 193.


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