Biancaneve e i sette nani, una fiaba d’argento

di Giuseppe Sermonti

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Rovine dell’Eremo dei Sette Fratelli, sotto il massiccio omonimo (foto dell’autore).

Nella favola di Biancaneve è possibile riconoscere i procedimenti d’estrazione e purificazione dell’argento. E in essa le varie operazioni metallurgiche emergono come metafore. La bambina è figlia della neve e vive un’esistenza ultraterrena, lunare, lontana. La sua bellezza incomparabile si può guardare solo nello specchio, come quella di una Gorgone.

L’estrazione e la lavorazione dei minerali è stata un’attività umana non meno importante della caccia e dell’agricoltura, Presso le miniere sono nate città e civiltà e le grandi ere della storia umana hanno preso il nome dai minerali: età dell’oro, dell’argento, del bronzo, del ferro (Daniele, 2, 37-45). I metalli hanno resi ricchi, cupidi e potenti i popoli, hanno improntato religioni e filosofie, hanno promosso scienze, guerre e commerci. Fabbri, metallurgi e alchimisti hanno recato le loro esperienze e il loro vocabolario nell’incantato crogiolo delle fiabe, e ve ne troviamo i segni abbondanti. In questo saggio mostreremo che la fiaba di Biancaneve contiene in sé i procedimenti di estrazione e purificazione dell’argento e adotta le varie operazioni metallurgiche come metafore. In saggi successivi mostreremo il rapporto di Cenerentola con lo zolfo, e di Cappuccetto Rosso con il mercurio. L’argento rappresenta la purezza assoluta e la sua estrazione, nei forni a coppella, simboleggia la rivelazione della parola divina[1]. Esso è conosciuto e lavorato da almeno cinquemila anni. Si trova in natura in estesi giacimenti, incluso in formazioni rocciose entro cui mantiene spesso la sua condizione nativa, come vergine casta in poco raccomandabile compagnia.

La ganga che raccoglie l’argento è formata soprattutto di galena (solfuro di piombo). Sarà il piombo fuso a includere, scomporre, disciogliere e disvelare l’argento.

Antichità della coppellazione

Il procedimento di estrazione dell’argento si svolge in forni a riverbero entro una conca di marna o d’argilla, chiamata coppella. L’operazione si chiama coppellazione ed è antica di migliaia di anni[2] e per migliaia d’anni è stata ripetuta quasi identica, sino al principio del nostro secolo. Nella ricostruzione storica la coppellazione è rivelata dalla comparsa contemporanea di argento e piombo negli scavi archeologici. In Egitto argento e piombo si trovano insieme tra reperti di oltre 5.000 anni fa, precedenti al periodo dinastico: in Mesopotamia appaiono nella stessa epoca nel periodo di Uruk III, e magnifici lavori in argento sono stati rinvenuti ad Ur e Lagash. Da tavolette cappadociane risulta che Gudea, principe di Lagash, inviò spedizioni per acquistare piombo ed argento nelle “montagne dell’argento” dell’Armenia (Anatolia). Mercanti mesopotamici avevano stabilito nel terzo millennio avanti Cristo colonie permanenti nella terra degli Ittiti ove acquistavano argento greggio e affinato, piombo puro e in pani.

Il procedimento

La coppellazione è preceduta da una fusione delle pietre, soprattutto galene, contenenti l’argento nativo e i suoi metalli. Il piombo fuso ha la proprietà di decomporre l’argentite (solfuro d’argento) e di sciogliere l’argento. Il piombo contenente l’argento (piombo d’opera) si carica poi entro la coppella, collocata in un forno a riverbero.

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La regina interroga lo specchio (illustrazione alla fiaba di Biancaneve di L. Richter e di M. von Schwind).

La massa plumbea fonde formando un tetro minestrone, alla superficie del quale galleggiano oscure impurità, che sono asportate con ampie cucchiaie di ferro. Nel magma fuso viene insufflata aria con appositi mantici. Ed ecco che il vile piombo si lascia coinvolgere dall’ossigeno gorgogliante e si trasforma in ossido di piombo o litargirio. Questo assume l’aspetto di una massa schiumosa e verdastra che tende a tracimare dalla coppella, aiutata dal maestro metallurgo che la trascina con un palo a T. Il nobile argento schiva l’ossigeno e rimane incontaminato, decantando lievemente sul fondo dove forma un deposito bianco, sepolto e compresso sotto la schiuma del litargirio. Intanto il maestro ha praticato, sull’orlo della coppella, un incavo per facilitare il deflusso del piombo ossidato. Mentre parte del litargirio tracima, altra è assorbita dalla cenere e dal fango battuti che coprono il fondo della coppella. Man mano che il bagno si abbassa il litargirio, che prima era verde, assume il suo colore naturale giallo (o rosso). Ridotto a uno strato sottile esso si apre in anelli colorati detti gli occhi dell’argento (“argento in fiore”).

Quando l’ultima pellicola di litargirio scivola via, il bianco metallo appare con un improvviso splendore, che viene chiamato il lampo dell’argento.

La descrizione di Agricola

Al principio del ‘500, la coppellazione è così descritta da Giorgio Agricola[3], che usa il termine “catino” in luogo di coppella.

Agricola comincia col descrivere la preparazione della fornace:

La cui fabbrica è stata di sassi quadri e di due mura di dentro, l’uno dei quali taglia l’altro per traverso: e è anco fatta di un cerchio tondo, e d’un coperchio. Il catino (coppella) si fa di polvere di terra e di cenere. Il cerchio dalla parte dinnanzi si farà pendente, a fin che far si possa il canaletto per lo quale andrà giù la schiuma dell’argento.

Dopo altre preparazioni, il maestro pesa il piombo argentifero; dispone il coperchio sul catino, poi vi monta sopra e, attraverso l’apertura del coperchio, dispone nel catino i pani di piombo che un garzone gli porge. Poi getta sul piombo un cesto pieno di carboni.

La mattina primieramente l’artefice, pigliando due pale di carboni accesi gli getta nel catino … Fatto questo, apre e alza le portelle de la machina che abbassa i travicelli dei mantici, perchi ella si possa voltare: e così in spazio d’un’hora, il mescolato piombo si disfà. Hor, quando il piombo per lo spazio di due ore così scaldato sia) a l’hora col palo uncinato il maestro lo va movendo, perché si scaldi meglio … A l’hora col rastrel senza denti per lo canaletto tira fuori una certa scorsa del piombo mescolato con carboni, la qual genera il piombo nello scaldarsi … Dipoi col palo cava fuori la schiuma dell’argento, la quale si fa del piombo … perciò più rettamente chiamerasi schiuma di Piombo che d’argento.

Ed ecco l’operazione giungere al termine. Liberato dalla schiuma di piombo, l’argento appare nella sua bianchezza.

Hor, quando l’argento haverà lo suo natural colore, a l’hora appariscono alcune lucenti macchie bianche, e quasi che alcuni colori. In un batter d’occhio poi diviene candido[4], incontanente il garzone manda giù le particciuole, a ciò serrato il canale, la ruota non giri, e i mantici si fermino.

Ma il maestro sopra l’argento getta alcuni vasi d’acqua perché si raffreddi[5] … Cavato fuor del catino il pan dè l’argento lo mette sopra una pietra … a l’hora con una spazzola fatta di fila d’ottone, e bagnata ne l’acqua, lo va nettando.

Il pane d’argento, estratto dal forno e lavato, viene successivamente purgato entro un altro focolare. L’operazione si compie entro una teglia di terracotta, o “testo”, che si riempie di ossa polverizzate e cenere.

ll purgator governa il fuoco e muove l’argento liquefatto con un istromento di ferro lungo nove piedi, e grosso un dito … Hor quando al maestro pare che l’argento purgato sia, allora con una pala toglie via i carboni del testo: e poco dopo piglia dè l’acqua con un cucchiaio di rame (e) … versandolo sopra l’argento, a poco a poco lo va spengendo … A l’h ora, tolto il testo fuori del focolare, con una pala o con una forca lo volta sottosopra, e in questo modo l’argento, in forma di una mezza palla cade in terra … e levatolo su di nuovo con una pala, lo mette nel vaso de l’acqua, dove ancora fa grande strepito, e suono.

…Raffreddato che è, con il martello lo batte, a fin che se la polvere gettata nel testo vi si fosse attaccata, ch’ella caschi giù. … Purga eziandio l’argento, con una spazzola fatta di file d’ottone legate insieme, e bagnata sovente nell’acqua, nettandolo.; la qual fatica di battere e nettare va rinnovando, finché sia purificato affatto.

Di poi: mettelo sopra un trepiede, o una grata di ferro … A la fine il sovrastante, e governator delle cose del re, o del principe, o de signori, pone l’argento sopra il tronco, e con lo scalpello ne taglia due pezzuoli, uno dalla parte di sotto, l’altro da quella di sopra, e al fuoco le pruova, per saper se benissimo purgato sia l’argento, ‘o no, e a che pregio si debba vendere a mercatanti: fatto questo incontanente vi mette su il sigillo del re, o del principe, o de signori, e appresso di sé tiene il conto del peso.

La Fiaba

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La strega offre doni a Biancaneve (illustrazione di L. Richter e di M. von Schwind).

L’estrazione dell’argento dalla galena è di per se una trama fiabesca. Un sepolto biancore giace sotterra in lunghe vene pietrose. Raggiunte dai minatori, le vene sono picconate, abbattute, trascinate faticosamente alla superficie nelle gerle dei portatori. Le pietre spezzate sono deposte entro rozze scodelle che ricordano pentole di streghe.

A lungo la massa plumbea bolle, e sotto la schiuma gorgogliante l’argentea materia si distende come bella addormentata nel suo letto. La massa scura che la sovrasta, come masso che copra una bambina sepolta, come cumulo che copra la luna, si sposta pian piano. E improvvisamente, dopo aver aperto gli occhi, la bellezza velata si svela con un lampo abbagliante. Raccolta e lavata, è disposta su un cataletto, in attesa di appartenere ad un re.

La fiaba di Biancaneve è popolarmente nota nella versione dei fratelli Grimm[6]. La versione cinematografica di Disney è una divagazione macchiettistica, e non coglie alcun motivo importante della fiaba originale, che è tutta giocata sulla bianchezza e la sua occultazione, ciò che m’ha permesso di includerla fra le Fiabe di Luna[7].

Il destino della dolce bianchezza è quello di essere ripetutamente occultata, ritrascinata nella nerezza, nel buio del sonno stregato.

Il compito è svolto nella fiaba da una matrigna “superba e prepotente”: ella non sopporta che la si superi in bellezza. Unita alla bambina dalla consuetudine domestica, le è tuttavia estranea e non partecipe della sua natura.

È lei la operatrice delle trasmutazioni dell’argento. Benché sia perfida, è attraverso le sue manipolazioni che Biancaneve raggiunge la purezza e le nozze.

La regina-matrigna dei Grimm è una cercatrice di affioramenti d’argento, e li ricerca in se stessa, guardandosi in uno specchio.

Quando la regina vede l’argento, quando scopre nel suo palazzo la bellezza di Biancaneve, subito le prepara la fine dell’argento nativo, che è quella d’essere incluso e dissolto nella galena che lo contiene.

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La matrigna (litargirio) cade al suolo di fronte a Biancaneve (illustrazione di L. Richter e di M. von Schwind).

Il divoramento

Il pietrame argentifero è fatto a pezzi, gettato in una grande coppa d’argilla, la coppella, e scaldato in un forno a riverbero. Nella poltiglia nerastra e bollente l’argento scompare disciolto, digerito, divorato dal piombo fuso.

Il divoramento dell’eroina da parte della matrigna si incontra nella fiaba di Biancaneve e nelle sue varianti. Esso identifica l’argento della fase iniziale del processo di estrazione e si presenta come uno strano cerimoniale cannibalesco, come una ouverture macabra della fiaba del candore. In genere l’eroina viene risparmiata e il pranzo antropofago è riservato a un suo sostituto. Nella favola Il Ginepro, dove Biancaneve è rappresentata da un fanciullino, il piccolo è fatto a pezzi, servito in tavola e divorato,

Nella favola dei Grimm, il cacciatore mandato a uccidere la bambina nel bosco si lascia prendere da pietà, risparmia la creatura, e uccide al suo posto un cinghialetto[8]. Quand’egli porta il fegato e i polmoni dell’animale alla regina, ella celebra un inopinato banchetto e divora gli organi che crede della reginetta, cucinati e salati.

E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova. Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve.

Troviamo la stessa macabra scena in una fiaba sorella di Biancaneve, La Bella addormentata nel bosco di Perrault. Qui la suocera della reginetta vuol divorare la bambina Aurora e il bambino Sole, che la bella aveva messi al mondo, e poi la reginetta stessa.

Quando il capocuoco va a uccidere Aurora,

ella aveva quattro anni … ridendo e saltando gli gettò le braccia al collo e gli chiese uno zuccherino. Lui si mise a piangere, il coltello gli cadde di mano, e corse giù nel cortile a sgozzare un agnellino, accompagnandolo con una salsa così buona, che la sua padrona gli dichiarò di non aver mangiato mai nulla di tanto squisito. (In luogo del bambino e della mamma, le vengono poi serviti un caprettino e un cervo) che la Regina si mangiò per cena, e con lo stesso appetito che se fosse stata sua nuora.

Ne Il Ginepro, è il vero bambino che viene cannibalescamente divorato dalla matrigna:

Prese il bimbo e lo fece a pezzi, lo mise nella pentola e lo fece bollire nell’aceto. Marilena (la sorella), lì vicino, piangeva e piangeva e le lacrime te cadevano tutte nella pentola e non c’era bisogno di sale. (Il figlio viene servito come) un piatto grande grande pieno di carne in salsa agra

precisa immagine della coppella ove la ganga argentifera fonde nella massa verdastra della galena.

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Il Forno

Biancaneve va a addormentarsi in una modesta casina. Intorno a questa si stende un gran bosco selvaggio, pietroso e spinoso. La bimba l’attraversa come una piccola Diana cacciatrice e ne rimane intatta.

Il forno per la purificazione dell’argento in coppella è una casetta piccina, circolare, con finestre minute e un tetto conico di ferro. Il muro attorno non è più alto di un metro e il diametro dell’impianto è circa un metro e mezzo. A volerla popolare di inquilini si debbono immaginare piccoli nani ed una ragazza vi entrerebbe, distesa, appena appena.

Per Biancaneve è una soglia, al di là della quale sono sonni sempre più profondi, sino all’estremo sonno della morte. La coppella, entro il forno, è un vero giaciglio per l’argento, il luogo in cui esso si distende e si riposa.

La fanciulla è avviata agli Inferi, dove giungono tutte le belle-addormentate, in un al-di-là desolato che le conserva intatte nel lungo riposo. Possono starvi mesi, anni, secoli, finche un Orfeo fortunato non le riporti allo splendore del giorno.

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La schiumatura

Nella casetta dove giunge Biancaneve ci sono, su un tavolo, sette scodelle colme di verdura, dalle quali Biancaneve si serve, portando via solo un po’ di contenuto con un cucchiaino, come fanno i minatori che con un cucchiaio di ferro tolgono la scoria galleggiante dalle coppelle ardenti. Quest’operazione si trova in altri racconti, Nella fiaba sarda di Melagranata, Maria compie pedantemente il procedimento del maestro metallurgo, quella “schiumatura” che costituisce l’atto peculiare della preparazione dell’argento:

C’erano le pentole con la carne pronte per essere schiumate; ha schiumato il brodo…[9]

Il metallo

Il cuore della fiaba di Biancaneve è nell’idea di castità: una castità bianca, intoccabile, che è assenza di passioni, di colori, di vita. La bambina è figlia della neve, di un paesaggio senza odore; senza colore e senza rumore, e vive un’esistenza ultraterrena, lunare, lontana. Non conosce congiunzioni, se, non quella con la morte o con il sole. E collocata nell’assoluto e la sua bellezza incomparabile si può guardare solo nello specchio, come quella di una Gorgone. Colore d’alba, virginale e infantile, colore del nulla antecedente all’inizio.

A Biancaneve si addice il sonno, l’escludersi dalla realtà per andare ad esistere in un mondo inaccessibile, segreto, mentre il corpo immobile, fresco, incorruttibile è serbato intatto per le lacrime degli abbandonati. Un dolore lungo, inconsolabile, senza speranza commenta il suo mantenersi immota sulla soglia della morte, senza mai attraversarla. La sua bara di vetro la separa dalla vita, ma la conserva presente, come la reliquia di una santa.

Tutte queste qualità della fanciulla bianca-come-la-neve sono proprietà dell’argento, il bianco tra i metalli. Di natura nobilissima, l’argento è alieno alle combinazioni e alle ossidazioni, e si conserva casto e nativo tra rocce vili, tra metalli più bassi, nei gorgoglii dell’aria nel forno.

Esso emerge puro dalla coppella in virtù della sua verginità. Tra le pietre e nel forno è l’occultato, il nascosto, il profondo, il pudico. Solo dopo che è stato liberato da cento veli, scopre a sua bianchezza e lo fa con tale fulgore da far girare lo sguardo di chi gli è attorno. L’argento è la bella-addormentata, la bianca giacente.

Il risveglio

Assistiamo ora al suo risveglio. Nella fucina del metallurgo, lo voglio ricordare, si succedono questi procedimenti. La schiuma di piombo tracima e la poltiglia del piombo si va a solidificare sul pavimento, tra fiamme e fumo. Quando l’operazione è ormai completa, si solleva fragorosamente il coperchio del forno, con i suoi tre cerchi di ferro. Nella coppella il litargirio, ridotto in uno strato sottile, si squarcia e si aprono “gli occhi dell’argento”. Improvvisamente l’ultimo velo scorre via e l’argento risplende con un biancore abbagliante. È il “lampo dell’argento”.

La trasformazione è narrata, con verismo impressionante, nella fiaba Il Ginepro[10].

La madre, che ha ammazzato il fanciullo, siede a tavola con il padre e la sorella. Arriva uno stranissimo uccellino, che canta la morte del piccino.

Al suo arrivo la mamma assassina grida e, come il litargirio scorre via dal bagno ardente e cade infuocato sul pavimento, così scorrono via gli abiti di dosso alla donna che brucia e poi esce lei stessa di scena.

“No – disse la donna – io ho tanta paura: mi battono i denti e mi par d’avere del fuoco nelle vene” E si strappò il corpetto e il resto … Si tappò le orecchie e chiuse gli occhi per non vedere e non sentire, ma nelle orecchie aveva il fragore della tempesta e i suoi occhi[11] bruciavano e vedevano lampi[12] … “Mi par che tremi tutta la casa e che sia in fiamme” … Ma la donna ebbe una gran paura e piombò lunga distesa nella stanza, e la cuffia le cadde di testa … La donna stramazzò, come fosse morta … saltò in piedi e i capelli le si rizzarono come fiamme: “Mi sembra che debba crollare il mondo, uscirò anch’io: chissà che non stia meglio!”. E quando oltrepassò la soglia, pac! l’uccello le buttò in testa la macina, che ne fece poltiglia … fumo e fiamme si sprigionarono dal suolo e, quando tutto svanì, ecco il fratellino…

Il litargirio arde, tracima e piomba al suolo come poltiglia, l’argento, con un lampo, si risveglia.

Il risveglio di Biancaneve è dolce e sereno:

Ella aprì gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò sulla bara. Era tornata in vita.

La strega non è presente, ma quando la vede andare a nozze

riconobbe Biancaneve e impietrì dallo spavento e dall’orrore…

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Particolare degli affreschi del santuario parmense della Madonna della Steccata. Le vergini sono raffigurate con un’anfora sul capo.

La purgatura e il sigillo reale

Prima d’essere esposta nella bara di vetro dove un principe si offrirà di acquistarla, Biancaneve è sottoposta alle ultime purificazioni da parte dei piccoli minatori. Essi cercano dapprima di liberarla dal veleno che la tiene addormentata e poi la preparano per l’estrema deposizione sul letto di morte.

La preparazione della salma di Biancaneve segue una procedura curiosa. La bambina è lavata con acqua e vino, pettinata e poi disposta su un cataletto. Quindi è collocata in una bara di cristallo e esposta sul monte. Sulla bara,

misero sopra il suo nome, a lettere d’oro, e scrissero che era figlia di re.

Ricordiamo quel che abbiamo letto in Agricola: appena l’argento appare nella sua bianchezza, il maestro

sopra l’argento getta alcuni vasi d’acqua perché si raffreddi … Altri sono che ci versano sopra della cervosa perché diventi più bianco.

Dopo ulteriori purificazioni, un operaio noto come purgatore depone l’argento a terra, poi lo solleva con una pala e lo sfrega ripetutamente con una spazzola bagnata di acqua. Lo dispone poi in vista sopra un trepiede. Arriva il sovrastante e pone il blocco d’argento sopra un tronco, lo esamina,

stabilisce a che pregio si debba vendere ai mercatanti: fatto questo incontanente vi mette il sigilli del re…

Pronta per il regale acquisto, la bianca fanciulla giace, come lingotto argenteo, in attesa delle uniche nozze che le si confanno, lo sposalizio con l’oro.

Il luogo della fiaba

Benché le fiabe non abbiano, come la storia, un’epoca e un luogo, esse si depositano, come i miti, in alcune regioni propizie, donde traggono alimento e vigore, in cui stabiliscono il loro paesaggio ideale.

Biancaneve ha il suo territorio d’elezione nel sud-est della Sardegna. In quella regione, nota come il Sarrabus, esistono giacimenti d’argento e fino all’inizio di questo secolo hanno funzionato numerose miniere.

Dalla zona mineraria, guardando verso il sud, appare un massiccio montuoso chiamato il Sette Fratelli[13]. Sono sette picchi, di cui uno emerge sugli altri, col nome femminile di Sa Ceraxa (la cerussa?). Essi sembrano assistere da lassù al sonno della bella addormentata. Una leggenda locale[14] ricorda sei cavalieri che protessero una fanciulla, di una spanna più alta di loro, prima d’esser trasformati in picchi montuosi.

Ai piedi del massiccio esistono ancora i ruderi di un piccolo eremo, chiamati il Convento dei Sette Fratelli {si tramanda che sia stato costruito nel sec. XIV da sette cavalieri).

L’eremo si trova in una piccola radura circondata da un vasto bosco, che in epoche passate era frequentato da animali selvaggi. In quel bosco immaginiamo una fanciulla bianca come neve (la “cerussa” è la biacca) correre impaurita verso la lontana casetta dei sette nani[15].

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Il massiccio dei Sette Fratelli visto da Ovest (foto dell’autore).


Note

[1] Recitano i Salmi (147): “Le parole di Jahvé sono parole pure / argento colato in coppella / della ganga purgato sette volte”.

[2] J. Forbes, Estrazione, fusione e leghe (3, Argento e Piombo), in Storia della Tecnologia, vol. 1, pagg. 592-4.

[3] Giorgio Agricola (George Bauer) L’arte de’ metalli (De re metallica, 1557) tradotto in lingua toscana (1563), Bottega d’Erasmo, Torino 1969, pp. 400 e sgg.

[4] Queste sono le fasi chiamate dai metallurgi “argento in fiore” (“occhi dell’argento”) e “lampo dell’argento”.

[5] “Altri sono che vi gettan sopra della cervosa (birra, altrove presumibilmente vino) perché divenga più bianco” (Agricola, ibidem).

[6] Grimm (1812-1822), Fiabe del focolare, Einaudi, Torino 1956, n. 52, Biancaneve, p. 228. E. Boklen riporta 82 varianti della fiaba riconducibili a 30 motivi (Schneewittchen Studien, Leipzig 1910-1915).

[7] G. Sermonti, Fiabe di Luna, Simboli lunari nella fiaba, nel mito e nella scienza, Rusconi, Milano 1986.

[8] Nella “Biancaneve” russa (Lo specchio fatato in Afanasiev, Antiche fiabe russe, Einaudi, Torino 1953, pag. 54) è il fratello che ha il compito di uccidere la ragazza: “…mi manda il babbino con l’ordine di fare a pezzi il tuo bianco corpo, d’estrarre il cuore e di portarglielo…”.

[9] Il termine sardo è <ispummare/span>, vedi E. Delitala, Fiabe e leggende nelle tradizioni popolari della Sardegna. La fiaba di Melagranata, DueD Editrice Mediterranea, Sassari 1985, p. 48.

[10] Grimm, cit. n. 47, p. 199.

[11] È la fase degli “occhi d’argento”.

[12] È la fase del “lampo dell’argento”.

[13] È riportato con la dizione Li sete Frateli nella più antica rappresentazione cartografica della Sardegna, di Rocco Cappellino (1577).

[14] A. Anedda, La ballata dei “Sette Fratelli”, Tip. Editrice Artigiana, Cagliari 1983.

[15] Il Motivo di Biancaneve è frequente nella favolistica sarda, ed è svolto come una storia di una fanciulla serbata come intatta sorellina nella rude compagnia di uomini alla macchia.

L’ermeneutica alchemica delle fiabe di Giuseppe Sermonti venne esposta per la prima volta in tre successive pubblicazioni da tempo esaurite: Fiabe di luna. Simboli lunari nella favola, nel mito, nella scienza (Rusconi, 1986), Fiabe del sottosuolo. Analisi chimica delle fiabe di Cappuccetto Rosso, Biancaneve, Cenerentola (Rusconi, 1989), Fiabe dei fiori (Rusconi, 1992). Il contenuto di queste tre pubblicazioni, ulteriormente rivisto ed accresciuto dall’autore, è ora raccolto in Fiabe dei tre regni, per i tipi dell’editore La Finestra di Trento.


Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Abstracta n. 25 – aprile 1988, pp. 70-77, riprodotto per gentile concessione dell’autore. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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