All’alba dell’anno mille

di Raniero Orioli

Nell’Europa medievale il secolo XI segna l’inizio di profonde trasformazioni, che investono i più diversi campi della vita sociale, e quindi anche quello religioso. La storia dell’eresia subisce una svolta: nascono nuovi gruppi all’interno dei quali diviene sempre più rilevante la partecipazione dei laici, della gente del popolo.

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Cristo raffigurato come guerriero trionfa sul Serpente (miniatura della fine del X secolo).

E già voci correvano tra la gente di nascite mostruose, di grandi battaglie combattute nel cielo da guerrieri ignoti a cavalcione di draghi. Per ciò tutto niun secolo al mondo fu torpido, sciaurato, codardo siccome il decimo … E che stupore di gioia e che grido salì al cielo dalle turbe raccolte in gruppi silenziosi intorno à manieri feudali accosciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri, sparse con pallidi volti e sommessi mormorii per le piazze e alla campagna, quando il sole, eterna fonte di luce e di vita, si levò trionfale la mattina dell’anno mille … Il sole! Il sole! V’è dunque ancora una patria? v’è il mondo? E l’Italia distendeva le membra raggricciate dal gelo della notte e toglieasi d’intorno al capo il velo dell’ascetismo per guardare all’oriente” .

Queste le ancor suggestive immagini con cui Giosue Carducci descriveva l’alba dell’anno Mille. L’uomo, che fino al giorno prima viveva immerso nella psicosi di una tragedia, dell’annunciata fine dei tempi, all’insperato risveglio, al vedere che nulla è cambiato e che tutto continua come prima, si rianima, riprende nuovo vigore e guarda con fiducia al proprio futuro.

Ma è risaputo che quest’immagine carducciana, così plasticamente evocativa, non ha alcun riscontro nelle fonti dell’epoca e che l’attesa escatologica era presente allora ne più ne meno di quanto lo fosse stata nei secoli precedenti e di quanto lo sarà nei secoli a venire. Ciononostante è indubbio che il secolo XI segni l’inizio di una profonda trasformazione. Quali ne siano le cause è difficile dirlo, o perlomeno resta arduo dare la prevalenza a una più che a un’altra. Tra X e XII secolo sembrano scomparire le grandi epidemie che continuamente falcidiavano la popolazione; il clima si addolcisce favorendo lo sviluppo dell’agricoltura, i che in questi tempi si avvale anche di nuovi strumenti tecnici (aratro di ferro, ferratura degli zoccoli ai cavalli, rotazione triennale anziché biennale, ecc.); e cessa anche la paura delle invasioni, la paura dell’orco ( = Ungaro). I più larghi spazi resi disponibili dai disboscamenti, un potere centrale pressoché inesistente e comunque non in grado di impedire le tendenze centrifughe e la ricerca di autonomia locale, la ripresa di un commercio che si era quasi inaridito durante il precedente periodo dominato da un sistema economico chiuso, autarchico, sono alcuni degli aspetti che preludono alla rinascita del basso Medioevo, al sorgere dei Comuni in Italia, degli Stati nazionali in Europa. E come nel campo socioeconomico, anche in quello religioso registriamo novità di rilievo. I laici, destinatari passivi dell’azione congiunta dei due ordini predominanti – i clerici e i milites, il clero cioè e l’alta nobiltà terriera – tenderanno sempre più ad acquisire non tanto un’autonomia quanto un diverso ruolo di coprotagonisti e li vedremo alleati al papa nello sforzo di riforma e di affrancamento dal potere imperiale, dall’invadenza di un potere che tanto ricorda il cesaropapismo costantiniano.

Le eresie e il popolo

Se ciò vale per la storia della Chiesa, vale anche – vista la stretta correlazione – per la storia delle eresie, dove assistiamo ad una partecipazione sempre più qualitativamente e quantitativamente rilevante dei laici, del popolo; una partecipazione che spesso contiene in se i germi di un possibile scardinamento dell’ordine costituito.

“Verso la fine dell’anno Mille viveva in Gallia, nel villaggio di Vertus, nel territorio di Chàlons, un popolano chiamato Leutardo, senz’altro da ritenere un inviato del demonio, come dimostrò la conclusione della sua vicenda”.

Chi parla è Rodolfo il Glabro, un monaco che, anche se non viveva in forma parossistica la supposta catarsi dell’anno Mille, tuttavia sentiva il tempo suo pervaso da presenze demoniache.

Questo Leutardo, sentendosi improvvisamente ispirato da Dio, caccia la propria moglie, entra in chiesa e spezza il crocefisso e al popolo, che inizialmente lo crede pazzo, predica di non pagare le decime.

Purtroppo non abbiamo altre fonti che ci consentano di valutare appieno la portata ereticale di siffatta predicazione. Certo è che l’accenno alle decime è tema di immediata accessibilità per il suo pubblico che sembra costituito da gente umile ed illetterata. Forse la cacciata della moglie gioca in favore di un ascetismo spinto; difficile resta tuttavia dire quale valore assegnare al gesto iconoclastico nei confronti della croce: rifiuto dell’ordinamento sacerdotale e di ogni simbologia da questi strumentalmente usata o addirittura la negazione della redenzione. Ben pochi sono gli elementi in nostro possesso e Leutardo sconcerta se è vero che questo popolano, “bomo plebeius“, aveva una sorprendente conoscenza del Vecchio e del Nuovo Testamento. Una conoscenza, tuttavia, non bastevole a resistere alla dialettica del vescovo di Chàlons, Geboino † 1004), il quale lo umilia a tal punto che Leutardo per la vergogna pone fine ai suoi giorni gettandosi in un pozzo.

Ma ecco che nel 1018 un altro cronista, Ademaro di Chabannes (988-1034), parla di una massiccia presenza di eretici nell’ Aquitania. Costoro – egli afferma – negano il battesimo; digiunano come monaci votati all’astinenza; proclamano la superiorità della castità ma di nascosto si concedono le più ampie libertà. Ademaro li dice “manichei” ma ignoriamo su quali basi attribuisca loro questa etichetta. Forse l’astensione da alcuni cibi o la condanna del matrimonio, così come si evincerebbe dall’ esaltazione della castità. Qui basti sottolineare due aspetti: da una parte il richiamo al Manicheismo, che ha, come abbiamo avuto modo di ricordare a proposito di Isidoro di Siviglia, l’indubbia valenza di “auctoritas“, di precedente atto a contrassegnare di eresia chi si comporta in modo difforme e deviante; dall’altro il “topos” delle dissolutezze sessuali, già presente tra le accuse contro gli eretici dei primi secoli, e che ritroveremo tanto più frequentemente quanto più arduo sarà per l’autorità costituita connotare i diversi gruppi dissenzienti e devianti.

E per questi eretici di Aquitania non conosciamo ne l’estrazione sociale ne la consistenza proprio perché estremamente stringata è la notizia che ce ne dà Ademaro: “…poco dopo sono apparsi in Aquitania dei Manichei che seducevano il popolo. Costoro negavano il battesimo e la croce e ogni sano fondamento religioso.

Astenendosi dai cibi, si mostravano come monaci e fingevano di essere casti; in realtà, tra di loro si davano alla più sfrenata lussuria; erano messaggeri dell’ anticristo e traviarono molti dalla retta fede…”.

Gli eretici di Orleans

“In quel tempo (1022) Si scoprì che dieci canonici di Santa Croce d’Orleans, che pur sembravano più pii degli altri, erano eretici. Poiché non intendevano convertirsi, il re Roberto dapprima li degradò, poi li fece scomunicare, infine ordinò di metterli al rogo. Costoro erano stati traviati da un contadino che affermava di saper fare prodigi e portava con sé polvere di bambini morti, che se uno l’assumeva quale eucarestia, si trasformava in Manicheo; adoravano il diavolo che appariva loro sotto forma di etiope o di angelo di luce il quale li provvedeva quotidianamente di denaro. Ed obbedendo a lui rifiutavano di nascosto Cristo e sempre di nascosto compivano azioni ignominiose a tal punto che è scabroso ripeterle; ma all’esterno apparentemente si mostravano fedeli cristiani….Costoro furono condannati al rogo….furono ridotti in cenere furono ridotti in cenere perché non rimanesse reliquia alcuna di loro”.

Ma fenomeno di ben diversa portata è quello che si registra – sempre in Francia – ad Orleans nel 1022. A parlarcene sono diverse fonti, tra cui i già citati Ademaro e Rodolfo. Un Certo Arefasto sospetta che il chierico Eriberto, da lui inviato ad Orleans presso i canonici Stefano e Fulcherio perché si perfezioni negli studi, abbia tratto ben poco giovamento da tale scuola, anzi sembra aver assunto posizioni dottrinali quanto mai sospette. Per fugare ogni dubbio egli si reca senza indugio presso i canonici, finge di voler divenire loro discepolo e nel contempo li denuncia al duca Riccardo II di Normandia e al re Roberto II il Pio. Questi si porta ad Orleans il 24 dicembre, fa arrestare i canonici e li fa giudicare da un concilio appositamente convocato dove Arefasto assume il ruolo di pubblico accusatore.

Sin dalle prime battute si ha la netta sensazione di trovarsi di fronte ad una religione diversa, alternativa, a cui si accede attraverso l’imposizione delle mani, un rito che conferendo il dono dello Spirito Santo, libera da ogni peccato e infonde nell’anima la conoscenza delle Sacre Scritture.

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Il Pontefice a colloquio con un Re in un disegno ottocentesco che ricostruisce l’abbigliamento dell’XI secolo.

I canonici negano la redenzione operata da Cristo e la maternità divina della Madonna, da loro reputata una creatura non diversa dalle altre. Non credono all’eucarestia e al battesimo; rifiutano di riconoscere ai vescovi il potere di ordinare sacerdoti e conseguentemente pongono una pesante ipoteca sulla validità della confessione come strumento di remissione dei peccati.

A queste accuse, che ci rivelano un fondamento culturale di particolare valenza, si aggiunge tutta una serie di dicerie indubbiamente fomentate e dal linguaggio iniziatico proprio dei canonici orleanesi e dalla morbosità popolare, in tal senso sollecitata dalla segretezza di cui si ammantavano le riunioni degli eretici. Essi vengono pertanto accusati di orge sessuali, i cui frutti, nati da connubi incestuosi e sacrileghi, sarebbero sacrificati, arsi e la polvere delle loro ossa assunta a mo’ di eucarestia, al fine di far nuovi proseliti.

La diversità e la divergenza tra le fonti impediscono di tracciare in maniera chiara i reali contorni di questa eresia; in essa sembrano confluire elementi molteplici e diversi. Al rifiuto dell’autorità religiosa costituita fa da contrattare una liturgia quale quella dell’imposizione delle mani che sembra a sua volta implicare l’esistenza di una gerarchia, sia pur diversa da quella ortodossa. Ademaro parla addirittura di latria demoniaca, di un diavolo che apparirebbe agli adepti sotto forma di etiope o di angelo della luce e che fornirebbe loro denaro in gran quantità. Certo la segretezza, o meglio il segreto di tipo iniziatico che sembra caratterizzare gli eretici orleanesi, non dovette favorire una larga diffusione a livello dei ceti più modesti. Anzi, in contrapposizione all’esperienza di Leutardo, che aveva visto aderire a se molti popolani, per i canonici di Orleans dovrà intervenire la stessa regina, Costanza di Arles, onde impedire alla folla di entrare in chiesa a fare giustizia sommaria degli eretici, anche se poi, accertata la colpevolezza dei canonici, sarà la prima ad infierire contro il proprio confessore, cavandogli un occhio con un bastone.

Dei circa quattordici inquisiti solo una suora ed un chierico ritrattano; gli altri, dopo essere stati degradati, il 28 dicembre 1022 vengono messi al rogo e il vescovo Odolrico riesuma le ossa del canonico Deodato, morto tre anni prima e dai compagni di fede venerato come santo.

Ma a dispetto di quanto affermerà San Gerardo Sagredo († 1046), vescovo di Csanà in Ungheria, che lamenterà la presenza di eresie nei paesi greci, in Italia e negli altri paesi occidentali, magnificando l’eccezione della Gallia, ecco che a tre anni dal rogo di Orleans troviamo un’ulteriore presenza ereticale proprio in Francia: ad Arras.

Gerardo, vescovo di Cambrai e Arras (1013-1048), convoca una sinodo diocesana al fine di smascherare e por termine all’azione di un gruppo di eretici provenienti dall’Italia e seguaci di un certo Gandolfo.

Leutardo di Vertus

“Verso la fine dell’anno Mille viveva in Gallia, nel villaggio di Vertus, nel territorio di Chàlons, un popolano chiamato Leutardo, senz’altro da ritenere un inviato dal demonio, come dimostrò la conclusione della sua vicenda. La storia della sua temeraria follia ebbe questo inizio. Una volta si trovava da solo nei campi intento ad alcuni lavori agricoli. Vinto dal sonno per la stanchezza, gli parve in sogno che un grande sciame di api penetrasse nel suo corpo per la nascosta apertura naturale e che, uscito dalla bocca con un forte ronzio, lo trafiggesse con innumerevoli punture. Dopo esser stato a lungo tormentato, gli sembrò che le api gli parlassero, ordinandogli di fare molte cose che erano impossibili agli uomini .

Alla fine di svegliò, esausto, e tornato a casa scacciò la moglie, affermando di voler divorziare in virtù degli insegnamenti evangelici. Uscì poi di casa ed entrò in chiesa come se volesse pregare: afferrò invece la croce e fece a pezzi l’immagine del Salvatore.

I presenti che lo videro rimasero atterriti e lo ritennero, come era in realtà, pazzo.

Ma Leutardo riuscì a persuaderli – poiché i contadini sono di mente debole – di aver compiuto queste azioni per una straordinaria rivelazione di Dio.

Andava facendo in continuazione gran discorsi privi di utilità e di ogni fondamento di verità; voleva apparire un dottore, ma faceva dimenticare la dottrina dei maestri.

Sosteneva infatti che pagare le decime era inutile e senza senso. E come gli altri eretici si ammantano con quelle sacre scritture che invece avversano per ingannare in modo più subdolo, così anche costui andava affermando che i racconti dei profeti erano in parte utili, ma in parte non degni di fede.

In poco tempo la sua fama, quasi fosse quella di un uomo savio e pio gli attirò il consenso di gran parte del popolo…”.

Già a proposito del gruppo orleanese Rodolfo il Glabro aveva formulato l’ipotesi di un’introduzione delle eresie da parte di una donna italiana, mentre Ademaro indicava un nativo del perigord. D’altra parte l’Italia non era immune da simpatie ereticali e già all’inizio del secolo si era segnalata in Ravenna la presenza di un’ eresia decisamente anomala rispetto a quelle finora ricordate. Un certo Vilgardo, cultore e studioso di autori classici, s’era talmente invaghito dei propri studi da preferire gli autori latini a Cristo e alla Scrittura. Racconta Rodolfo: “Un tale chiamato Vilgardo si dedicava con grande passione ed assiduità allo studio delle discipline linguistiche, come da sempre usano gli italici, che per applicarsi a questi studi tralasciano tutti gli altri. Gonfio di superbia per il suo sapere e quando ormai manifestava nei suoi atteggiamenti una sempre maggiore stoltezza, una notte gli apparvero dei diavoli sotto le sembianze dei poeti Virgilio, Orazio e Giovenale. Essi finsero di ringraziarlo per la passione con cui si dedicava alle loro opere e per essere un così felice divulgatore della loro fama presso i posteri, promettendogli inoltre di farlo in futuro partecipe della loro gloria. Corrotto da questi diabolici inganni, Vilgardo iniziò in modo tronfio ad impartire insegnamenti contrari alla santa fede e ad affermare che le parole dei poeti dovevano essere in tutto ritenute vere”.

Ben poco seguito ebbe questa posizione, decisamente colta e destinata a rimanere chiusa in un ambito quanto mai ristretto, anche perché il vescovo Pietro provvide subito a condannare Vilgardo come eretico.

Gli eretici di Arras

“… Il vescovo interrogando costoro dice: Come potete essere consequenziali se affermate di tenere per fermo gli insegnamenti evangelici e poi predicate il contrario? … Essi risposero: la nostra legge e regola, così come l’abbiamo ricevuta dal nostro maestro, non ci sembra essere in contrasto con i decreti evangelici né con quanto stabilito dagli apostoli. Essa consiste in ciò: abbandonare il mondo, frenare la concupiscenza, vivere del proprio lavoro, non cercare il male di alcuno, amare chiunque aderisca al nostro modo di vivere. Se tenuta per ferma questa verità, il battesimo non serve; se disattesa, ben poco potrà essere di aiuto. Questa è la nostra suprema convinzione, a cui nulla può aggiungere il battesimo, poiché ci basta quanto istituito dagli apostoli e contenuto nel Vangelo. Se qualcuno afferma che nel battesimo è contenuto un qualche sacramento sia disincantato da queste tre ragioni. Innanzitutto che la vita reproba dei ministri non può recare alcun vantaggio ai battezzandi. La seconda ragione è che nella vita ci si riappropria di tutti quei vizi cui si è rinunciato al fonte battesimale. Infine, a nulla servono la fede e la professione di altri ad un bambino che non è in grado di volere, che nulla sa della fede e che non può avvertire la necessità di professarla…”.

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Il Concilio di Toledo (manoscritto del X secolo).

Ma ritorniamo ad Arras e alla confutazione che Gerardo fa degli errori predicati dagli eretici locali, eretici che egli afferma di aver sapientemente smascherato nonostante la loro reticenza, la quale spesso traeva in inganno i presuli che avrebbero dovuto sorvegliare sulla salute del loro gregge – come Gerardo rimprovera al vescovo Ruggero I nella lettera con cui gli trasmette gli atti sinodali. Chi sono questi eretici provenienti dall’Italia? Qual è la loro estrazione sociale?

Si tratta di gente semplice, illetterata che a malapena si firma con una croce e fatica a capire il latino. Eppure la loro fede, tutta condensata nel richiamo ai canoni evangelici e alla via apostolica, comporta implicazioni tali da costringere Gerardo ad una strenua difesa e ad una vera e propria analogia della fede cattolica. Questi eretici – afferma – si dichiarano soddisfatti di seguire gli apostoli, di abbandonare il mondo, vincere le passioni carnali, guadagnarsi da vivere con il lavoro senza necessitare dell’aiuto di chicchessia ma contando esclusivamente sulle proprie opere al fine di ottenere la salvezza.

È facile intravedere la portata rivoluzionaria di tali affermazioni, solo apparentemente ingenue e pacifiche, certo di facile accesso per chiunque e soprattutto per i ceti meno abbienti e per quelli culturalmente emarginati. In sostanza gli eretici di Arras rifiutano la validità di tutti i sacramenti, in quanto – sostengono – se manca l’impegno individuale di vita apostolica a nulla posson servire il battesimo o l’eucarestia o la confessione; come pure i suffragi per i defunti, da cui consegue la negazione dell’esistenza del Purgatorio. Ma a questo punto perde la propria ragion d’essere la stessa Chiesa con tutta la sua struttura gerarchica, fatta di sacerdoti e vescovi, con al vertice il papa; le chiese non sono più rispettabili di un’alcova e l’altare altro non è che un mucchio di sassi.

Questi eretici possono effettivamente apparire di gran lunga più pericolosi di tutti i gruppi finora esaminati. I loro sono temi di facile approccio per le masse, forieri, con il rifiuto della gerarchia, di possibili sconvolgimenti dell’ordine costituito. Eppure Gerardo crede immediatamente alla loro conversione, accetta il loro pentimento e li manda liberi con tanto di benedizione vescovile. E così se ne perdon le tracce.

Non come questo l’esito di un altro focolaio d’eresia, stavolta di chiara origine italiana.

Siamo nel 1028. L’arcivescovo di Milano, Ariberto d’Intimiano, passando da Torino, decide di interrogare un certo Gerardo, esponente di un gruppo ereticale asserragliato – ed invano attaccato – nel castello di Monforte. La deposizione di Gerardo, così come ci viene riportata dal cronista milanese Landolfo Seniore, ci rivela un’ideologia di gran lunga diversa e diversificata rispetto al pensiero ortodosso. Innanzitutto troviamo l’esaltazione della pratica della verginità, o, in mancanza di essa, di una vita coniugale basata sulla castità.

Il che lascia ovviamente trasparire una concezione negativa della vita materiale e della realtà. L ‘applicazione rigorosa di siffatta pratica comporterebbe infatti la scomparsa del genere umano, se non fosse che Gerardo crede nell’avvento di un’epoca in cui gli uomini nasceranno come le api, senza che si sia concesso alcunché ai piaceri della carne.

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Ricostruzione ottocentesca dell’abbigliamento ecclesiastico nel XII secolo.

La condanna di ogni forma di rapporto sessuale sembra implicita in un’altra pratica di Gerardo e dei suoi e precisamente nella totale astensione dai cibi carnei, nati cioè in seguito ad un rapporto. Appartengono sempre all’ambito comportamentale ed etico l’uso ininterrotto della preghiera, in cui i maiores della setta si alternano giorno e notte, e l’assoluta comunione dei beni intesa quale forma di rinuncia al possesso privato.

Gerardo inoltre afferma che nessuno può terminare la propria vita senza tormenti, nel senso che o sono i nemici a dare la morte oppure qualcuno dei fedeli o provvederà, a scopo espiatorio, ad abbreviare gli ultimi istanti del moribondo.

Dal punto di vista teologico a Monforte si professa la fede in una Trinità che non ha nulla a che vedere con il simbolo Niceno. Il Padre è il Creatore del mondo; ma il Figlio rappresenta l’animo umano che, grazie a Maria, può direttamente attingere dalle Sacre Scritture i mezzi per la propria redenzione; e lo Spirito Santo altro non è che la comprensione della Scrittura stessa.

Gli abitanti di Monforte leggono continuamente il Vecchio e il Nuovo Testamento; ma che tipo di lettura questa sia e a quali esiti conduca non ci è dato sapere, quasi che dietro questa indeterminatezza si celi in realtà una concezione metafisica, probabile appannaggio di pochi eletti. Inoltre l’accenno all’esistenza di maiores, che pregano notte e giorno e fanno proseliti, lascia intendere chiaramente l’esistenza di una gerarchia, che non ha tuttavia né i poteri né le funzioni propri della gerarchia ortodossa. La diversità gerarchica è chiaramente e strettamente connessa con la qualità della fede e non discende da una consacrazione o da una funzione acquisita magari simoniacamente. Lo stesso pontefice, che dicono essere a capo della loro setta, e che è sempre in visita pastorale presso gli adepti sparsi per il mondo, non appartiene ad un qualsivoglia ordine clericale ne deriva il proprio potere da una consacrazione rituale. Ariberto si rende conto solo fino a un certo punto della gravità e del pericolo sottesi alle affermazioni del gruppo monfortiano. Decide infatti di dar corso ad una spedizione che si conclude con la cattura di un discreto numero di eretici, tra i quali la stessa contessa del luogo, e li conduce con se a Milano ove, tuttavia, essi sembreranno godere di una discreta libertà dal momento che verrà loro permesso di continuare a predicare a quei “rustici” che dal contado si recano in città appositamente per ascoltarli. Ma se Ariberto sembra non prendere troppo sul serio questo sparuto gruppo di persone e non pare dar peso eccessivo all’affermazione di Gerardo a proposito di numerosissimi seguaci della sua setta in tutto il mondo, di diverso avviso è la nobiltà laica, che sembra cogliere maggiormente la gravità e la portata sociale di certe affermazioni. La comunanza dei beni e l’esaltazione della castità e della verginità sono altrettante frecce contro una società e soprattutto contro una gerarchia, laica e religiosa, che ormai fonda il proprio potere sulle ricchezze personali, sulla simonia, sul nicolaismo. Le pressioni esercitate dalla nobiltà finiscono col costringere Ariberto a dichiarare eretici i compagni di Gerardo e ad offrir loro la scelta tra la conversione e la morte sul rogo; alcuni abiurano, ma sono tanti quelli che, copertosi il volto con le mani, si gettano spontaneamente nel fuoco.

Con questo rogo si esaurisce l’esperienza di Monforte. Ma non se ne perde l’eco.

Tematiche quali l’astinenza dai cibi carnei o la morte violenta ci avvicinano ai Catari, altri eretici che ebbero una vicenda ben più complessa e tragica di questo sparuto gruppo piemontese e dei quali avremo modo di parlare ampiamente. Ma se è difficile poter stabilire apoditticamente un rapporto tra questi ultimi e Monforte, anche perché la presenza di elementi diversi non consente un facile parallelismo, è indubbio che la gente di Monforte abbia creato col proprio credo le premesse per un altro movimento destinato ad avere ripercussioni non solo per la zona lombarda ma per la storia della Chiesa; un movimento riformatore, che farà della lotta alla simonia, all’intromissione del potere civile nelle cariche religiose, alla diffusione di un clero concubinario, la propria ragion d’essere.

I laici, inizialmente favoriti da una parte della stessa gerarchia ecclesiastica, rivendicheranno un loro ruolo attivo, si faranno giudici di un clero corrotto, invocheranno il ritorno alla purezza della Chiesa primitiva, e daranno corso ad un’azione moralizzatrice che con toni drammatici e talvolta corruschi sarà conosciuta sotto il nome di Pataria. Ma questa è un’altra storia.

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Un diacono canta l’Exultet, in una miniatura dell’XI secolo.


Cenni bibliografici

Per la letteratura storiografica concernente l’eresia in questo periodo rimandiamo a: Ilarino da Milano, Le eresie popolari del secolo XI nell’Europa occidentale, in “Studi Gregoriani”, II, Roma 1947, pp. 43-89; E. Dupré Theseider, Introduzione alle eresie medievali, Patròn, Bologna 1954, pp.51-69; R, Manselli, L’eresia del Male, Morano, Napoli 1963, pp.118 e ss.; G. Duby, L’anno mille, storia religiosa e psicologia collettiva, Einaudi, Torino 1967; Rodolfo il Glabro, Storie dell’anno Mille… a cura di G. Andenna e D. Tuniz, Jaca Book – Europìa, Milano 1981.


 

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