L’aquila II

di Franco Cardini

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L’inizio del Vangelo secondo Giovanni, dal Libro di Lindisfarne. L’aquila sovrasta l’immagine reggendo tra gli artigli il libro chiuso del Vangelo

Dopo aver esaminato nell’articolo precedente le caratteristiche attribuite all’aquila nelle culture antiche, in questo secondo e conclusivo intervento l’autore risale al nucleo simbolico della figura: L’aquila è simbolo di potere regale, e al tempo stesso di divinizzazione; la regalità sacra ne esce completamente rappresentata. Il grande volatile sottolinea non solo l’ascensione, bensì il rinnovamento della vita simboleggiato dall’esperienza eterna e divina: ascendere al cielo e rinnovarsi.

L’aquila imperiale romana, l’aquila trionfale messaggera di Zeus, da dove proviene? La risposta a questa domanda è complessa, e forse la storia di questo simbolo divino e regale non è stata ancora scritta del tutto. Certo è che esso proviene dall’Asia, probabilmente – in origine – dalla parte centrale di quel continente: ma si è diffuso ben presto nel vicino oriente, dove lo troviamo presso i popoli semiti non meno che fra quelli indoeuropei. È simbolo di potere babilonese, persiano, microasiatico; dalla fine del II millennio a.C. si diffonde soprattutto in Asia minore in seguito all’arrivo degli Ittiti, che inalberano specialmente quell’aquila bicipide che più tardi gli imperatori bizantini faranno propria; gli eserciti di Alessandro lo incontrano in Asia e lo importano nel Mediterraneo, dove i Tolomei lo sostituiranno al più tradizionale falco nel loro impero greco-egizio. Il mito più celebre riguardante le funzioni dell’aquila quale messaggero di Giove – o metamorfosi scelta da quello stesso dio – è d’origine prima che greca, frigia o comunque appartenente all’area degli Indoeuropei che popolavano la penisola anatolica. È la medesima area dalla quale ci pervengono tante figure aquiliformi sul piano iconologico e alla quale (si pensi al Monte Ida, la montagna sacra di Zeus) è per molti versi connesso lo stesso culto uranico del “padre degli dei”.

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Ratto di Ganimede, tela (1610-12) di Pieter Paul Rubens. Figlio di Troo, fondatore di Troia, Ganimede è descritto nel mito come un giovane bellissimo; rapito in cielo come un’aquila inviata da Zeus, divenne coppiere degli dei.

Ganimede, figlio del re Troo fondatore di Troia, era il più bel ragazzo della terra: Zeus, invaghitosene, lo rapì assumendo la forma dell’aquila per farne il suo amante e il suo coppiere donandogli l’immortalità e la giovinezza eterna. Al padre Troo, per risarcirlo della perdita del figlio, furono donati un tralcio di vite in oro, opera d’Efeso, e due bellissimi cavalli. In seguito Ganimede, avendo eccitato l’ira gelosa di Hera e di sua figlia Ebe, la divina coppiera che si trovava esautorata dal bel giovane, fu da Zeus posto fra le costellazioni (è l’Acquario).

Come tutti i miti, questo conosce molteplici varianti. Nelle Troiane di Euripide il padre di Ganimede è non già Troo, bensì Laomedonte. Un parallelo celtico, il mito di Lugh (Llew Llaw nei Mabinogion) l’anima del quale ascende al cielo sotto forma di aquila dopo che il suo “doppio” l’ha ucciso in estate per sostituirsi a lui, precisa la realtà sacrale sottostante al mito : siamo di fronte a una sorta di figura del rex unius dei, il “re d’un giorno” che viene poi sacrificato, e quindi al ciclo regalità-apoteosi. L’aquila è qui simbolo di potere regale e al tempo stesso di divinazione : la regalità sacra ne esce completamente rappresentata. Il grande volatile sottolinea non solo l’ascensione, bensì il rinnovamento della vita simboleggiato dall’esperienza eterna e divina. Ascendere al cielo e rinnovarsi. Queste le caratteristiche mitico-simboliche dell’aquila.

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Giove munito dei suoi attributi specifici, la folgore e l’aquila (incisione rinascimentale).

Ma, prima di affrontare questa che è il nucleo simbolico della figura dell’aquila, volgiamoci un istante a Plinio e facciamo il “punto” sulle conoscenze scientifiche dell’antichità, che passeranno ai bestiari medievali.

Secondo il grande naturalista, dunque, esistono sei specie d’aquila: e la rassegna di esse inizia dal melanaetos, “aquila nera”, che è forse identificabile con l’aristotelico lagophònos, “aquila delle lepri”; del resto, anche riguardo all’aquila Plinio segue abbastanza fedelmente Aristotele, ma è abbastanza difficile riconoscere le specie citate dal naturalista latino, che forse considera aquile anche alcuni tipi di avvoltoi. Tra questi volatili, è citato come particolarmente degno di nota l’haliaetos, l'”aquila di mare”, che cattura i pesci buttandosi in mare con un volo in picchiata e poi li solleva in alto (i bestiari medievali la raffigureranno spesso come simbolo del Cristo che sottrae l’anima del fedele dal mare dei peccati). Dello haliaetos si dice che obblighi i figli implumi a guardare fisso il sole e che caccia come bastardi quelli che non ne sostengono la vista.

Plinio raccoglie anche la leggenda secondo la quale alcune aquile ingloberebbero nel proprio nido la pietra aetites, che sarebbe utile per molti farmaci e non perderebbe il suo potere neppure se fosse posta sul fuoco; si tratta di una pietra che al suo interno ne racchiude un’altra, a mo’di utero che sia gravido; forse per questo, con un consueto procedimento analogico, si considerava l’aetite un rimedio utile contro i pericoli di aborto. Altre leggende raccolte da Plinio indicano che l’aquila non muore mai di vecchiaia bensì di fame, perchè il becco le diviene adunco tanto da impedirne di assumere il cibo; e che nessuna aquila è stata uccisa dal fulmine.

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L’aquila nel ruolo di salvatrice di un naufrago nell’illustrazione di un racconto arabo. Le meraviglie della creazione (XIII sec.).

La storia dell’aquila come insegna militare necessiterebbe un capitolo a parte.

È incerto se essa abbia origine etrusca, com’è possibile (e allora la si dovrebbe collegare al quadro della divinazione mediante volo degli uccelli, l’augurium, o mediante l’interpretazione dei fulmini) oppure persiana. Sono stati Vegezio e Festo a farci la storia delle insegne militari romane, e sappiamo del resto che gli stessi persiani usavano l’aquila in un simile contesto. Sallustio ci informa, ad ogni modo, che Caio Mario usò per la prima volta l’aquila come insegna nella guerra contro i Cimbri: e Plinio, che di cose militari se ne intendeva, assicura che fu appunto lui, al tempo del suo secondo consolato (nel 103 a.C.) a servirsi dell’aquila come insegna delle legioni, favorendone l’ascesa rispetto ad altri quattro animali che fino ad allora, con essa, erano stati utilizzati quali insegne: il lupo, il minotauro, il cavallo, il cinghiale. L’inimicizia con il serpente e la forza, la generosità, la benevolenza rispetto agli uomini, sono altre caratteristiche aquiline che si colgono nelle pagine di Plinio.

Che l’aquila sia uccello di Zeus e insegna delle legioni, e che da ciò abbia tratto il suo statuto di simbolo primario dell’impero romano (e quindi anche di quello bizantino, czarista e romano-germanico, che in un modo o nell’altro si riallacciano a tale tradizione), è cosa che quanto abbiamo fin qui detto sarà sufficiente, ci sembra, a illustrare. Il sacro volatile diviene con ciò simbolo di potenza, di sapienza (la vista acutissima, fino a guardare il sole), di giustizia; il suo collegamento con la divinità uranica e il “fuoco celeste” del fulmine le dà un’aura sovrannaturale.

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L’aquila simbolo di San Giovanni in una miniatura da copia ispano-sassone dei Vangeli.

Ma ciò non basta ancora a spiegare come il suo statuto sia passato a connotare tanto positivamente la stessa simbologia cristiana, che usa l’aquila nel Tetramorfo e attribuisce ali aquiline agli angeli (cosa questa, trattandosi di messaggeri, più facile a intendersi in connessione con la stessa mitologia greca). C’è evidentemente qualcosa di più, passato dal mondo vicinorientale alla Bibbia e da lì diffuso al nostro medioevo.

“Si rinnoverà la tua giovinezza, come quella dell’aquila”, dice il salmo 102. Già in Ganimede abbiamo veduto il rapporto tra giovinezza (e bellezza) e aquila, in un contesto che può intendersi come di morte e di resurrezione : dalla terra al cielo. Così commenta il Physiologus, padre dei bestiari medievali : l’aquila “quando invecchia le si appesantiscono gli occhi e le ali, e la vista le si offusca. Che cosa fa allora? Cerca una fonte d’acqua pura, e vola su nel cielo del sole, e brucia le sue vecchie ali e la caligine dei suoi occhi, e scende nella fonte, e vi si immerge tre volte, e così si rinnova e ridiventa giovane”.

Prosegue il commento: allo stesso modo dell’aquila deve agire l’uomo, che individuata la Parola di Dio quale “fonte d’acqua viva” – come dice il profeta Geremia (2,13) – deve ascendere fino al “Sole di Giustizia” ch’è Gesù Cristo, e lì spogliarsi dell’uomo vecchio (le penne usurate, gli occhi offuscati dalla caligine: penne e occhi, volo e vista, come simbolo di anima e intelletto) e quindi immergersi nella fonte della parola divina tre volte, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Anche in questo come in qualunque altro caso, i bestiari hanno suggerito una quantità di variabili nel commento del simbolo: ma, come ad esempio vediamo nel Libellus de natura animalium, l’interpretazione che prevale è quella che indica nella penitenza e nel battesimo i caratteri del simbolo adombrato dal rogo delle vecchie penne e dal triplice lavacro: insomma, il recupero della giovinezza aquilina come conversio.

Altri bestiari, come quello di Cambridge o quello di Gubbio preferiscono sottolineare il mito della “prova del sole” al quale l’aquila secondo Plinio sottopone i piccoli, per indicare come l’uomo, se davvero vuol essere figlio di Dio, debba costantemente figger lo sguardo nel Cristo Sole di Giustizia. Il rapporto fra il Cristo, il Sole, l’aquila e l’angelo è stato ben circostanziato da Marcello Fagiolo nel suo commento, magistrale, al mausoleo di Teodorico a Ravenna: dove la finestra orientale cruciforme indica il Christus-Sol-Lux mentre le decorazioni stilizzate a forma di ankh egizia, la crux ansata, rinviano a figure angeliche, cioè esseri dall’aspetto umano ma forniti di ali d’aquila. Il rapporto fra ankh, sole ed aquila, già presente nella simbologia culturale proposta dal faraone Akenathon, torna nel mondo medievale: lo si può verificare nell’affresco paleocristiano, forse del V secolo d.C., a Bouit in Francia, dove un’aquila che stringe nel becco una crux ansata è stata interpretata come possibile simbolo cristologico.

Se l’aquila è attributo divino, ma d’altro canto può essere interpretata anche come messaggero di Dio e come uomo stesso che ascende verso il Sole di Giustizia, non ci si può sottrarre dal vedere in essa anche un possibile simbolo dell’Uomo-Dio. Tale simbolo, per la verità, è preferibilmente adombrato in una creatura mitica, ibrida di aquila e leone, i due animali nei quali si ama riconoscere il principio divino e quello umano: in tal senso il grifone è simbolo del Cristo nel Purgatorio dantesco.

Tale simbolo è peraltro introdotto da Dante in un contesto simbolico molto denso, che rinvia all’Apocalisse e per suo tramite alla visione del profeta Ezechiele. Dei quattro “Viventi” che stanno ai piedi del trono dell’Altissimo in figura di esseri alati (il Tetramorfo, appunto), accanto all’aquila troviamo il toro, il leone e l’uomo : ed è stato notato più volte non solo che si tratta appunto dei quattro animali le forme dei quali, variamente combinate, offrono di frequente i loro corpi ai demoni alati assiri e babilonesi (il che costituisce se non altro un punto fermo d’ordine simbolico-iconologico), ma anche che si tratta dei quattro animali-emblema sotto i quali sono raggruppati le dodici tribù di Israele.

Nei successivi ricchissimi commenti che il Tetramorfo ha suscitato, a partire da quello di sant’Ireneo tra II e III secolo, si è visto nei quattro Viventi i simboli dei quattro evangelisti (a Giovanni spetta l’aquila), ma anche dei quattro punti cardinali, dei quattro elementi e via dicendo. Infine, nel XII secolo, Ildeberto di Lavardin ha veduto nel Tetramorfo quattro attributi del Cristo e della sua esperienza nella Rivelazione: Uomo in quanto vive, Toro in quanto viene sacrificato, Leone in quanto risorge vittorioso, Aquila in quanto ascende al cielo.

Nella tradizione araldica, l’aquila è – insieme con l’orso di ascendenza celtico-germanica e il leone di tradizione romano-mediterranea – un “re degli animali”. Divenuta arme imperiale romano-germanica stabilmente a partire dal XII secolo, essa è diffusa nelle insegne araldiche nobiliari soprattutto in Austria, Svizzera e Italia Settentrionale.

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Legionari dell’antica Roma. L’aquila compare nelle insegne romane relativamente tardi; sembra infatti che sia stato Caio Mario, al tempo del suo secondo consolato (103 a. C.) a servirsi per primo dell’aquila come insegna delle legioni.


La serie di Franco Cardini dedicata alla tradizione del simbolismo animale e dei bestiari, originariamente pubblicata sulla rivista Abstracta tra il 1986 ed il 1989 col titolo di Mostri, Belve, Animali nell’immaginario medievale, è integralmente ospitata su Airesis nella sezione Il giardino dei Magi.

Il sito personale di Franco Cardini: www.francocardini.net

Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Abstracta n. 13 – marzo 1987, pp. 38-43, riprodotto per gentile concessione dell’autore che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

Airesis è un progetto ideato e fondato da Paolo Aldo Rossi, Ida Li Vigni e Massimo Marra

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