Razionalità scientifiche e pseudoscienze eretiche

di Paolo Aldo Rossi

Tratto dall’esperienza: l’assurdità di una cosa non è ragione contro la sua esistenza, ne è piuttosto una condizione
(F. Nietzsche, Umano, troppo umano).

È il solito destino delle verità nuove, cominciare come eresie e finire come superstizioni
(Thomas H. Huxley, Saggi).

…Lo scienziato non è l’uomo che fornisce le vere risposte; è quello che pone le vere domande…
(Claude Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto).

Esistono uomini che di fronte ad eventi inspiegabili, o meglio non traducibili in una proposizione suscettibile di essere ricavata deduttivamente, all’interno di teorie da loro stessi accettate come vere, non si limitano a dichiarare falso l’asserto che li descrive, ma si spingono ad affermare che quegli eventi non sono mai accaduti poiché sarebbe stato impossibile che accadessero. In tutto questo si dimenticano di far precedere al termine impossibile l’avverbio logicamente. Sfortunatamente il mondo in cui viviamo è di frequente intessuto di quello che noi diciamo logicamente impossibile o, più semplicemente, assurdo. Spesse volte la storia della scienza ci ha insegnato come gli sforzi per ridurre una tesi “all’assurdo” si sia risolta nella costruzione di una nuova teoria avente come principio quello stesso asserto che si voleva dimostrare assurdo. Si esaminino, ad esempio, due classici casi in cui il procedimento della reductio ad absurdum da origine, sia pur inconsapevolmente, a capitoli fondamentali della scienza. Se esistesse il vuoto – argomenta Aristotele – e un corpo è immerso nel vuoto, questo, non potendo tendere al proprio luogo naturale, manterrebbe indefinitamente lo stato di quiete o di moto uniforme[1]. Il che sembrava assurdo, ma è anche la prima, inconsapevole, formulazione del principio di inerzia. Analogamente, Girolamo Saccheri, nel 1733, tentando la dimostrazione per assurdo del V Postulato di Euclide costruisce, inconsapevolmente, la prima geometria non euclidea perfettamente coerente. Partendo dal quadrilatero del “Saccheri”, avente due lati uguali (AD=CD) ed entrambi perpendicolari alla base (AB), si chiedeva che angoli fossero gli altri due angoli superiori del quadrilatero. Le ipotesi avanzabili erano: 1) angolo ottuso, 2) angolo acuto, 3) angolo retto; egli dimostra che le prime due conducono a soluzioni assurde, ritenendo di aver dimostrato l’ipotesi 2 con un ragionamento indiretto come conseguenza necessaria dei postulati di Euclide diversi dal postulato delle parallele, ma avendo, in realtà costruito la prima delle geometrie non-euclidee.

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Se nelle scienze logico-formali (e nella loro applicazione ai processi dimostrativi delle scienze empiriche) la reductio ad absurdum è spesso un abile gioco di intelligenza che spesso si scontra con una Natura che pare divertirsi a rovesciare i nostri schemi mentali, nell’ambito delle scienze umane (medicina compresa) l’austero processo logico si trasforma in un processo ideologico che non tende a denunciare un asserto come falso, ma un assertore come folle. Si ravvisi il famosissimo caso del dott. I. Ph. Sommelweiss, il quale – dopo aver subito ogni sorta di angherie (dalla perdita del posto di lavoro fino all’internamento in manicomio) per aver sostenuto la “realtà della infezione batterica” – si procurò , a scopo macabramente dimostrativo, una setticemia mortale ferendosi con un bisturi affondato nelle carni di un cadavere. E anche dopo la morte si sostenne che da giovane avesse contratto la sifilide, e che questa lo avesse portato alla malattia mentale e al suicidio. Tuttavia, nel 1965 una ricognizione paleopatologica, a un secolo dalla morte, non trovò alcun segno della malattia. Oppure si vedano, perché non mi si dica che i nemici di Sommelweiss erano dei mediocri professori universitari, gli esempi di Robert Koch che quando poté dimostrare che dei topi infettati con dei bacilli sviluppassero il carbonchio non fu capito (quando dimostrò di aver scoperto il bacillo della tubercolosi il grande Rudolph Virchow si alzò dalla sedia e se ne andò, seguito dai presenti, trattandolo da pazzo) o Louis Pasteur, che venne attaccato pesantemente da Justus Liebig sul fatto che i microrganismi avessero un qualunque ruolo nei processi fermentativi e dalla intera comunità scientifica quando sostenne che i batteri erano la vera causa delle malattie infettive.

Nulla viene considerato dalla medicina ufficiale più assurdo delle conoscenze e delle tecniche delle medicine popolari: dall’ayurvedica alla medicina tradizionale cinese, dall’omeopatia alla pranoterapia, dall’etnofarmacologia alla zoo-fito-mineraloterapia …[2] L’interesse che oggi le scienze medico-biologiche mostrano verso teoresi e tecniche di “cura”[3] del fisico e del mentale diverse, se non addirittura “altre”, rispetto a quelle sviluppate dalla medicina ufficiale dell’Occidente, è testimoniata non solo dalla recente attenzione che discipline come l’etnomedicina e l’antropologia medica manifestano nei riguardi di medicine “aliene”, ma anche dal sempre maggior impegno profuso da numerosi ricercatori per comprendere i diversi aspetti teorici e pratici delle medicine tradizionali. Il termine “tradizionale” implica sempre il concetto di trasmissione di conoscenze teoriche e tecniche da una generazione all’altra, in termini di una vera e propria eredità culturale. Ciò comporta una civiltà fornita del senso della storia e, di conseguenza, con una precisa idea del concetto di “progresso”. Il concetto di progresso è una delle nozioni più dense di significato, di implicazioni profonde e di suggestioni che l’uomo abbia coniato. Esso comporta una precisa concezione della storia o meglio una chiara definizione del posto che l’uomo ha nel processo del divenire del mondo. Tale concezione deve essere sia descrittiva che normativa, comporta tanto una teorizzazione storica che filosofica. Essa implica che siano elaborate precise nozioni circa il progresso della conoscenza, i suoi usi, le sue possibilità, il suo valore e le sue fonti. Ma dato che la conoscenza, pur presentandosi con un incontestabile valore noetico, può avere esiti pratici (le tecniche) è automatico porsi le stesse domande anche per le tecniche, aggiungendo tutta una serie di problematiche conseguenti di genere etico e sociale che possono portare a questioni circa il progresso o il regresso della felicità, del benessere sociale, del potere politico e della virtù. Non va dimenticato che tale concetto implica che sia messo in chiaro qual è la direzione desiderabile per poter parlare di progresso e non di regresso, di stasi o di deviazioni. Sono, inoltre, richiesti giudizi di valore d’ordine deontologico e etico, su ciò che dovrebbe essere e su ciò che si deve fare in rapporto a se stessi, ai propri simili, alla natura e a Dio. In questa prospettiva le “medicine tradizionali”, sono parte di quella specifica eredità culturale caratteristica di civiltà fornite di memoria storica e di tecniche storiografiche. Con il termine “cura” intendiamo oggi non solo le terapie (intese come rimedio specifico o sintomatologico ad uno stato morboso) siano esse farmacologiche o/e chirurgiche, ma anche tutte quelle tecniche di conservazione e/o ricostituzione della salute che fanno riferimento all’equilibrio dinamico fra il corpo e la mente.

Fanno parte di questo ambito anche “cure” quali ad esempio le varie ginnastiche, i massaggi, le diete, le tecniche di rilassamento, differenti forme di psicoterapia e di fisioterapia … oltre, naturalmente, le diverse “medicine altre” tradizionali o di interesse etno-antropologico[4].

Ammesso questo se ne ricava che l’attuale quadro teorico di una determinata scienza è il risultato dello sviluppo storico di quella scienza e che di conseguenza farne la storia significa capire attraverso quali passi essa è pervenuta ad essere quello che attualmente è. Il che detto in altre parole significa affermare che il fare storia della scienza non è un che di puramente accessorio al fare scienza; basti pensare al fatto che le grandi svolte concettuali che hanno permesso il progresso del sapere non solo non possono essere comprese al di fuori della storia della cultura, ma sono proprio avvenute ogniqualvolta la scienza si è resa consapevole delle sue radici e delle proprie vicende storiche.

Questo rendersi conto della propria storia rappresenta per ogni scienza un momento insostituibile di autocomprensione e crescita. Inizialmente di autocomprensione perché quando si fa una scienza è essenziale conoscere che cosa essa è e questo essere attualmente è diretta conseguenza di quel che è stato: dalle motivazioni e strutture teoretiche e pratiche che ne hanno retto la genesi, attraverso i suoi declini e crescite, errori e scoperte, congetture, ipotesi, lezioni, confutazioni, spiegazioni, verifiche ecc… fino allo stato attuale il quale però non è stato finale, definitiva conclusione della ricerca, ma momento sincronico in cui ancora esistono questioni aperte, problemi metodologici ed epistemologici irrisolti, conflitti interpretativi, ecc… i quali rimandano ad ulteriori sviluppi diacronici. In vista di questo divenire la prospezione storica diventa uno strumento insostituibile oltre che di autocomprensione anche di crescita della scienza. Il riconoscimento della contingenza delle categorie scientifiche induce lo scienziato ad una costante vigilanza epistemologica nei confronti della propria disciplina e lo costringe ad assumere un atteggiamento mentale di feconda critica e quindi ad inserirsi in quella tipica dimensione di equilibrio dinamico nei confronti dell’informazione (condizione essenziale della sopravvivenza stessa della cultura).

In questa prospettiva la storia della medicina si trova di fronte a tradizioni medico-terapeutiche, costituite non da una pura e semplice collezione di notizie bensì da un complesso universo, omogeneo e coerente, di conoscenze sull’universo della cura della salute e delle malattie, estrinsecate solitamente in raccolte di ricette e prescrizioni operative. Tutto ciò costituisce un corpus (o anche più d’uno per una stessa cultura) in cui sono raccolte diverse “storie mediche” presentate nel loro intero sviluppo, la classificazione degli eventi morbosi, i sintomi, il decorso, la risoluzione del morbo, l’escogitazione di ipotesi per dar ragione dei vari accadimenti, l’individuazione e l’attuazione di tecniche e di rimedi … o in buona sostanza di una teoria e di una pratica di cura della salute e della malattia. Molto frequentemente l’empirismo dei praticoni si è confuso con la scienza e i rituali magici e stregonici si sono mescolati con le tecniche chirurgiche e/o farmacologiche creando un intrico di sovrapposizioni che, anche dopo i salutari riordini epistemologici, ha lasciato parecchi indesiderabili sedimenti. Il continuo proliferare di medicine “esoteriche” o “mistiche”, con le conseguenti pratiche terapeutiche “singolari”, ha nella maggior parte dei casi generato disordine, ma ha anche avuto l’inconsapevole merito di evidenziare guarigioni inspiegabili o meglio, degli esiti dell’evento morboso palesemente assurdi. È proprio a partire da queste assurdità che nascono le “discipline di frontiera”:

Lo scienziato non è l’uomo – scrive Claude Lévi-Strauss ne Il crudo e il cotto – che fornisce le vere risposte; è quello che pone le vere domande.

Le discipline di “confine” o di “frontiera” stanno facendo passi da gigante sulla strada della spiegazione delle tecniche di cura e di guarigione, nelle medicine sia popolari che tradizionali. Si vanno aprendo interessanti spazi di ricerca anche in quei campi che da sempre sono stati rifiutati o quantomeno guardati con sospetto dalla medicina ufficiale, primo fra tutte la pranoterapia[5] che è stata la prima ad essere messa sul banco degli accusati, e per quanto abbia mutato il nome in bioterapia, è professata da una tal quantità di occultisti, maghi, veggenti, cartomanti, astrologi, senza un titolo di studio apprezzabile o laureati in università inesistenti, con una serie di strumenti di lavoro come il pendolino, le carte, l’oroscopo, le piramidi, la magia simpatetica, la rabdomanzia medica, la chirurgia psichica … che, ora come ora, hanno completamente intossicato l’ambiente, per quanto alcuni seri studiosi (veramente pochi per la verità). Questa è stata seguita dalla omeopatia, e comunque, a ruota da altre discipline, più o meno fortemente indiziate di “paranormale”[6].

Diversamente il “miracolo” religioso, accettato dalla scienza ufficiale per mera convenienza, diviene, fuor dall’ideologia religiosa dominante, “evento paranormale”, e del terrore del “paranormale” si è subito fatto accanita persecuzione.[7]

2. A proposito del “paranormale”

Nell’ultimo quarto di secolo due grandi dibattiti, apparentemente del tutto scollegati fra loro, hanno avuto un peso non indifferente nella vita culturale del nostro tempo: il primo riguarda il problema del mutamento nella scienza ossia i caratteri e la struttura delle “rivoluzioni scientifiche” ed il secondo concerne l’ammissibilità o meno, nell’ambito della razionalità scientifica, delle cosiddette “scienze umane” (psicologia, sociologia, storiografia, etno-antropologia…).

In questa prospettiva le cosiddette discipline “del paranormale” si sono trovate ad intersecare i percorsi di ambedue i dibattiti. Da un lato, il costante e continuo ampliamento delle frontiere delle scienze empiriche (in particolare lo “sconvolgimento” teorico-concettuale conseguente la nascita della “nuova fisica”) ha consentito di sostenere che un certo novero di “fenomeni”[8] (solitamente detti “paranormali”) avrebbero potuto trovare cittadinanza in opportuni nuovi ambiti teorici (così com’era accaduto a quei fenomeni che, inspiegabili in termini di meccanica classica, risultavano perfettamente modellizzabili nella teoria della relatività e nella meccanica quantistica), dall’altro lato la rivendicazione della “scientificità” da parte di discipline quali la psicologia e la sociologia ha permesso di estendere la richiesta anche a “scienze di frontiera” quale è appunto la cosiddetta “parapsicologia”.

In definitiva, l’interpretazione “soggettivistica” della fisica contemporanea dove l’osservatore è parte essenziale ed inseparabile del “fenomeno”, l’abbandono del meccanicismo deterministico in favore di una “visione del mondo” olistica ed organicistica e i sempre più frequenti conferimenti di senso (nei termini delle mistiche orientali), alla fisica subatomica, non potevano non fornire ai cultori del “paranormale” forti suggestioni in merito all’apertura di nuove teoresi per le loro discipline. Inoltre, il tradizionale aggancio di queste discipline all’universo magico-esoterico e/o a quello spiritualistico-religioso era, in gran parte, già stato abbandonato verso la fine del XIX secolo, allorché alcuni scienziati e filosofi positivisti o ma­terialisti – espunto l’imbroglio e il superstizioso – avevano intrapreso la strada della “razionalizzazione” di un universo fenomenico che, nelle loro intenzioni, avrebbe dovuto essere spiegato senza ricorrere né al divino miracolante né al prodigio dei maghi.

In primo luogo supponiamo di considerare lealmente il paranormale, sia pur da avversari, come un’insieme di fantasticherie e di errori, ma certamente non come una immane frode perpetrata da astuti profittatori ai danni di sprovveduti creduloni[9].

Il più tipico dei procedimenti che l’avversario leale delle discipline del paranormale mette in atto contro di essa è quello di mostrare l’insignificanza delle sue proposizioni. L’idea non è certo nuova e ripercorre pedissequamente la strada introdotta dal positivismo logico contro la metafisica. Una proposizione è detta priva di senso o quando contiene termini che non fanno parte di una lingua, ma sono semplici sequenze di suoni o di segni (es. il sarchiapone si ciba di pere) oppure quando i suoi termini – pur essendo singolarmente dotati di significato in una certa lingua – violano le norme linguistiche di questa (es. Socrate è un numero primo). In altre parole l’insignificanza della proposizione è stabilita dal fatto che non è possibile ricondurre all’esperienza il suo contenuto semantico (cfr. nel nostro caso specifico espressioni quali “l’energia pranica ha effetti salutari”, “Tizio conosce un evento prima che questo accada” ecc…).

La critica popperiana al “principio di verificazione” (criterio di discriminazione fra il significante e l’insignificante in quanto consente di riscontrare nell’esperienza il contenuto di un asserto) spunta definitivamente quest’arma rendendola non solo innocua, ma la ridicolizza facendo vedere che il principio di verificazione è esso pure non verificabile (non può essere oggetto di verifica empirica). Nato come strumento principe dello scientismo, il principio di verificazione non solo non riesce ad espungere dall’ambito della “razionalità” le “razionalità altre”, ma condanna la stessa “razionalità scientifica” a privarsi di tutte quelle sue importantissime proposizioni che vanno sotto il nome di “leggi”. La proposta popperiana di adottare il principio di falsificazione (l’esperienza non può verificare una proposizione universale per quanti esempi adduca a suo sostegno, mentre basta un solo esempio contrario per falsificarla) comporta come conseguenza il fatto che la falsificabilità possa rappresentare il criterio di demarcazione fra le teorie scientifiche (le sole falsificabili dall’osservazione empirica) e le “teorie non scientifiche (le razionalità altre) sicché tale demarcazione:

… deve essere tracciata attraverso il cuore stesso della regione del senso, con teorie dotate di significato da ambo i lati della linea divisoria, piuttosto che fra la regione del senso e quella del non-senso[10].

Inoltre, parlando del “terzo mondo popperiano”, J. Cohen afferma:

La dottrina di Popper non pone limiti al livello di conoscenza minima che un uomo deve avere nel campo di indagine di cui si occupano le sue congetture o al livello minimo di pubblicità che egli deve dare a tali congetture o al livello minimo di serietà con cui esse devono essere considerate da altri perché queste possano entrare nel mondo della conoscenza oggettiva … e non richiede neppure che le congetture di un individuo che devono entrare in questo mondo debbano avere un particolare livello o tipo di rapporto con problemi che già esistono nel mondo della conoscenza oggettiva…[11]

Il che significa dare asilo e diritto di cittadinanza nel mondo della conoscenza oggettiva non solo allo straordinario, all’insolito, all’inconsueto, ma anche al “paranormale”. Che poi l’atteggiamento corretto non stia nella cautela nell’evitare “errori”, ma nella spietatezza nell’eliminarli è un qualcosa di irrinunciabile ed essenziale, ma successivo.

In secondo luogo prendiamo la definizione di parapsicologia data da J.B. Rhine, docente alla Duke University, noto come uno dei padri fondatori della disciplina:

Parapsychology deals with experiences and behavior that fail to show regular relationships with time-space-mass and other criteria of physical lawfulnes.[12]

In altre parole, la parapsicologia tratta con eventi (esperienze e comportamenti) che non possono essere inquadrati nell’attuale stadio della scienza “normale” (“che falliscono nel mostrare dei regolari rapporti con spazio-tempo-massa e altri criteri di legittimità fisica”), ma che potrebbero, qualora si escogitasse un diverso quadro concettuale, entrare in un nuovo e differente ambito teorico.

Secondo Popper un problema dà avvio ad una teoria provvisoria e l’analisi critica di questa genera un’altra serie di problemi ossia il fluire storico della conoscenza è, da un lato (aspetto diacronico), il continuo passaggio da un problema ad un altro, mentre dall’altro (aspetto sincronico) è una “situazione di fatto” che, per usare le stesse parole di Karl Popper,

…contiene teorie oggettive, vere o false, utili o inutili[13].

Questo “terzo mondo di conoscenza oggettiva” (il quale non si identifica né con lo spirito né con la materia) è un prodotto dell’animale umano al cui sviluppo tutti noi contribuiamo, esso contiene congetture, ipotesi, teorie, problemi, discussioni, argomenti critici, esperimenti, valutazioni di esperimenti, ma anche teorie erronee, ragionamenti sbagliati, imbrogli intenzionali e illusioni. Tutto ciò, il vero, il falso, l’illusorio, l’erroneo, il dimostrato, il confutato, il congetturato ecc.., contribuisce allo sviluppo della conoscenza. La questione diventa, quindi, quella del rapporto fra le norme di valutazione razionali che vengono applicate ad una teoria scientifica ed il proteiforme e metamorfico processo di cambiamento entro cui si generano problemi, criteri, dati costantemente mutevoli nel reale sviluppo della scienza. In altre parole la costruzione di una teoria del progresso scientifico in cui cooperano da un lato il processo diacronico del mutamento (compresa la contingenza delle categorie critiche) e dall’altro quello sincronico delle norme oggettive di valutazione razionale di una teoria scientifica.

Il “dibattito” fra Popper e Kuhn, nel quale si inserirono anche Feyerebend e Lakatos, è così sintetizzato da quest’ultimo:

…mentre per Popper la scienza è rivoluzione permanente e l’atteggiamento critico è il cuore dell’impresa scientifica, per Kuhn la rivoluzione è eccezionale e, anzi, extrascientifica, e la critica, in tempi normali è anatema … Per Popper il mutamento scientifico è razionale o per lo meno razionalmente ricostruibile e ricade nell’ambito della logica della scoperta. Per Kuhn il mutamento scientifico – da un paradigma ad un altro – è una conversione mistica che non è, e non può essere governata da regole razionali e che ricade totalmente nell’ambito della psicologia sociale della scoperta.[14]

Per secoli la scienza ha significato conoscenza dimostrata, o mediante ragione o mediante l’evidenza sensibile, tanto che la comunità “scientifica” si è sempre astenuta dal for­mulare asserti “non dimostrati” e si è anche minimizzata la lacuna fra speculazione e conoscenza stabilita. Seppur le facoltà probanti della ragione e dei sensi erano sempre state messe in questione dagli scettici, i filosofi prima e gli scienziati poi hanno costantemente costruito delle “immagini del mondo” considerate come “vere”. La rivoluzione galileana era sfociata nella nascita della scienza moderna e la fisica newtoniana, ampiamente confermata dalle osservazioni empiriche, si era imposta come descrizione “vera” della realtà fisica. Ma i risultati di Einstein ribaltarono nuovamente la situazione tanto che lo stesso Popper s’era trovato, dopo aver analizzato le rivoluzioni scientifiche, a dover affermare che:

…nemmeno una teoria controllata con il massimo successo, come è quella di Newton, può essere considerata più che una ipotesi, una approssimazione alla verità[15].

Le rivoluzioni scientifiche sono per Kuhn:

…quegli episodi di sviluppo non cumulativi, nei quali un vecchio paradigma è sostituito completamente o in parte da uno nuovo e incompatibile con quello … [ed allora] … gli scienziati non possono non vedere in maniera diversa il mondo in cui sono impegnate le loro ricerche. Nei limiti in cui i loro rapporti con quel mondo hanno luogo attraverso ciò che essi vedono e fanno, possiamo dire che, dopo una rivoluzione gli scienziati reagiscono ad un mondo differente[16].

In altre parole fra il paradigma di partenza e quello di arrivo (il prima e il dopo l’evento rivoluzionario) esiste una vera e propria incompatibilità per cui il sistema metrico per “comprendere” razionalmente il processo della crescita e dello sviluppo della conoscenza scientifica” sembra essere quello della “incommensurabilità”. Nonostante questo sconsolante punto d’arrivo anche Kuhn, come Popper e Lakatos, riconosce lo sviluppo storico della scienza è, in quanto percorso razionale, descrivibile razionalmente e che il sapere scientifico segua una “ratio” ossia è costruito su di un preciso impianto epistemologico e segue regole metodologiche ben determinate.

Ben diverso è il cosiddetto “anarchismo metodologico” di Feyerabend per cui:

L’idea di un metodo che contenga principi fermi, immutabili ed assolutamente vincolanti come guida nell’attività scientifica si imbatte in difficoltà considerevoli quando vien messa a confronto con i risultati della ricerca storica. Troviamo infatti che non c’è una singola norma, per quanto plausibile e per quanto saldamente radicata nell’epistemologia, che non sia stata violata in qualche circostanza … [e quindi] … l’unico principio che non inibisce il progresso è il seguente: qualsiasi cosa può andar bene[17].

E ancora:

In Contro il metodo ho tentato di dimostrare che i procedimenti della scienza non si conformano ad alcuno schema comune, che non sono razionali in riferimento a nessun schema del genere. Gli uomini intelligenti … sono opportunisti, ossia utilizzano quei mezzi mentali e materiali che, all’interno di una determinata situazione, si rivelano i più idonei al raggiungimento del proprio fine[18].

In apertura al suo notissimo Viaggio nel mondo del paranormale, il giornalista televisivo Piero Angela scrive:

Non è infatti sugli errori, le illusioni o gli imbrogli che si può costruire una nuova dimensione, qualunque essa sia: e neppure una nuova scienza.

Egli ha ragione dato che si pone in prospettiva sincronica e interpreta quel “può” in termini di finalità, ma si tratta del più tipico dei ragionamenti di chi vive in un eterno presente e non osa riflettere sulla storia. Se ci si pone in prospettiva solo sincronica il ragionamento è lapalissiano, ma la cosa si complessifica nel momento in cui si inserisce la questione in una prospettiva diacronica, ossia se la si tratta in termini storici.

La consapevolezza della contingenza delle categorie scientifiche non ha significato soltanto l’abbandono di schemi un tempo ritenuti intoccabili e definitivi, successivamente considerati accidentali e passibili di modifica, ma ha prodotto novità che hanno cambiato radicalmente il volto della scienza in quanto la presa di coscienza della storicità della conoscenza scientifica ha comportato affinamenti epistemologici capaci di agire da fattori di costruzione e di crescita di quest’ultima, tanto che la storiografia della scienza si candida come componente necessaria dell’epistemologia e, di conseguenza, della pratica della scienza. L’universo storico è il luogo privilegiato per riconoscere la contingenza di struttura delle diverse scienze e per rendersi conto che le varie scelte effettuate (o abbandono di ciò che non s’è scelto) sono esse pure fatti storicamente contingenti. In questo senso

… il cammino della scienza è – come giustamente recita un noto aforisma popperiano – lastricato di prospettive abbandonate che, un tempo, si consideravano adeguate,

ma nulla vieta che si possa tornare a recuperarle in quanto, per varie ragioni, si potrebbero di nuovo rivelare feconde oppure potrebbero indicare le condizioni di ripercorribilità di strade desuete. Il vero problema diventa allora quello del reperimento di criteri di demarcazione fra ciò che è razionale e ciò che non lo è. In altre parole un conto è muoversi sul piano delle “razionalità” (che ovviamente comprende anche tutte le “razionalità altre da …”) ed un altro è uscire da tale piano. Allora gli “errori” e le “illusioni” (è evidente che non si prendono in considerazione gli imbrogli intenzionali) potrebbero giocare un ruolo dialettico nell’evoluzione della conoscenza scientifica. La storia della scienza è costellata di errori, illusioni, imbrogli, verità in anticipo e anticipi di verità, gli scienziati sono esseri umani che hanno sbagliato, barato e si sono illusi, hanno sacrificato la verità ad ideologie e ad interessi personali, ma spesse volta hanno anche pagato di persona e si sono sacrificati per testimoniare le loro idee contro la violenza della scienza “normale” e contro la prepotenza dei “signori della verità”, alcuni hanno perso la vita, altri son finiti in manicomio, molti più semplicemente sono stati estromessi dalle “accademie”.

Il cammino della conoscenza può aver avuto, quindi, momenti progressivi e momenti regressivi, flussi, riflussi e ristagni, luci ed ombre, ma neppure la terribile intolleranza che spesso ha avuto origine all’interno della comunità scientifica è mai riuscita ad arrestarne la crescita. È sempre stato lo scienziato “normale”, di cui Popper dice che ce ne dobbiamo rincrescere perché male istruito, vittima dell’indottrinamento e imbevuto di spirito dogmatico, l’inossidabile assertore del “ragionamento sperimentale”, il fanatico adoratore dei fatti (ignaro che la scienza ha a che fare con i dati), l’amante dei rigidi schemi esplicativi (che vorrebbe costringere l’intenzionalità dell’agire umano entro un rigido determinismo), l’avido collezionista di certezze e il pavido posseduto dal panico dell’errore. “Il panico dell’errore – scriveva Alfred North Whitehead nei Dialoghi – è la morte del progresso).

Ne valga un solo esempio: Glanvill, filosofo ufficiale della Royal Society, considerava la scoperta delle streghe e dei loro malefici poteri, il paradigma del ragionamento sperimentale in quanto, in quello specifico caso, i fatti sostenevano in modo ineccepibile la teoria (la congiura demoniaca)[19].

Nello stesso periodo Isaac Newton dichiarava, in perfetta buon a fede, il suo Hypotesis non fingo:

In verità non sono ancora riuscito a dedurre dai fenomeni la ragione di queste proprietà della gravità, e non invento ipotesi. Qualunque cosa, infatti non deducibile dai fenomeni va chiamata ipotesi; e nella filosofia sperimentale non trovano posto le ipotesi sia metafisiche, che fisiche, sia delle qualità occulte, sia meccaniche[20].

Qualunque scienziato ben sa che ogni teoria scientifica si rifà necessariamente ad ipotesi o, per meglio dire, sa che le teorie sono costrutti logici attraverso i quali si cerca di dedurre da certi asserti generali (le ipotesi) l’insieme delle proposizioni che descrivono l’universo dei dati. In una nota lettera al Carcavy, Galileo aveva già chiarito perfettamente tale procedimento dicendo “io argomento ex suppositione” che le cose stiano in un certo modo e, a partire da questa ipotesi “dimostro concludentemente molti accidenti”, se l’esperienza poi mi mostra che tali accidenti si verificano in natura dico che “le mie dimostrazioni fabbricate sopra la mia suppositione” non solo sono matematicamente corrette, ma anche fisicamente vere[21]. Sia come sia, Isaac Newton viola il proprio credo epistemologico allorché ha bisogno di un punto di partenza:

Mi sembra probabile che Dio al principio abbia creato la materia sotto forma di particelle solide, compatte, dure, impermeabili e mobili … da non poter mai consumarsi o infrangersi: nes­suna forza comune essendo in grado di dividere ciò che Dio, al momento della creazione, ha fatto uno[22].

In ogni caso, ad uno scienziato onesto non era permesso fare congetture ed ogni frase che pronunciava doveva essere dimostrata dai fatti, pena il cadere nella pseudoscienza e nell’eresia, tanto che Laplace portò il meccanicismo newtoniano alle sue conseguenze estreme: la dimostrazione matematica che l’universo è una gigantesca macchina regolata da un rigoroso determinismo interno. Si narra, al riguardo, che Napoleone, domandatogli perché mai nel gigantesco Traité de la méchanique céleste non si facesse alcun accenno al Creatore, si sentì rispondere dal grande matematico:

Non ho avuto bisogno di quest’ipotesi.

Quasi al sorgere del nuovo secolo, quando ormai l’elettromagnetismo e la meccanica statistica, già stavano mostrando l’inadeguatezza del “credo meccanicistico”, Lord Kelvin, il massimo esponente della scienza ufficiale ortodossa, sosteneva che senza un modello meccanico dell’oggetto di studio [la teoria elettromagnetica della luce] non vi sarebbe stata alcuna possibilità di com­prensione, data la palese assurdità[23] di un ambito fenomenico resistente alla spiegazione meccanicista.

Certo la paura dell’assurdo si fece via via più corposa nel corso dei primi decenni del nostro secolo, tanto che W. Heisemberg ricorda come dopo il lavoro con N. Bohr (che già in una lezione del 1913 aveva espresso la speranza che forse un giorno, accentuandosi il distacco dalla fisica classica, sarebbe stato possibile stabilire una certa coerenza nelle nuove idee) si ritirava in solitudine a chiedersi continuamente:

…è possibile che la natura sia così assurda come ci apparsa durante questi esperimenti atomici[24].

Allo stesso modo Albert Einstein si disperava dicendo:

Tutti i miei tentativi di adattare i fondamenti teorici della fisica a queste acquisizioni fallirono completamente. Era come se non ci fosse mancata la terra sotto i piedi, e non si vedesse da nessuna parte un punto fermo su cui costruire[25],

mentre Bohr era amareggiato del fatto che:

…la rinuncia all’intuitività e alla connessione causale, cui siamo costretti dalla descrizione dei fenomeni atomici, può ben essere considerata come il fallimento delle speranze che avevano costituito il nostro punto di partenza[26];

e ancora R. Oppenheimer:

…alla domanda se la posizione dell’elettrone resti sempre la stessa dobbiamo rispondere “no”; alla domanda se la posizione dell’elettrone cambi con il passare del tempo, dobbiamo rispondere “no”; alla domanda se esso sia fermo dobbiamo rispondere “no”; alla domanda se esso sia in movimento dobbiamo rispondere “no”[27].

Ma ai seguaci del “ragionamento sperimentale”[28] l’esperienza (storica in questo caso) non ha insegnato nulla e, ancora una volta, continuano ad attaccare le pseudoscienze eretiche non in nome del fatto che esse non afferiscono, né de facto né de jure, al modello della razionalità scientifica, ma solo in ragione di una ostinata resistenza alla logica elementare che fa loro rifiutare tutto ciò che risulterebbe assurdo all’interno del paradigma della scienza ufficiale. A costoro ben s’adatterebbe un noto motto di spirito di Prudhomme.

Per fortuna gli spinaci non mi piacciono, perché se mi piacessero li mangerei e se li mangiassi starei male, dato che proprio non li posso soffrire.

3. Impostazione epistemologica della questione

Vediamo allora di cambiare prospettiva ed ad iniziare a ragionare in termini epistemologicamente adeguati. Solo così potremo sperare di prendere in esame, in modo non emozionale e isterico, le cosiddette “discipline del paranormale”. Quale può mai essere la vera domanda, che secondo Claude Levy Strauss, qualifica lo scienziato?

Prima di disquisire a livello di logo apofantico (sulla verità o la falsità di quel che si af­ferma) è buona regola, o per meglio dire, è la conditio sine qua non per poter iniziare qualunque discorso, quella di trovare l’accordo a livello di logo semantico (sul significato dei termini che si utilizzano). Se questo vale a livello di una qualsiasi disciplina a maggior ragione deve valere in un ambito, quello parapsicologico, che la comunità scientifica nel migliore dei casi reputa “sub judice” vuoi per commistioni di linguaggi “magico-esoterici” vuoi per proliferazione di lessici pseudo-scientifici, spesso costruiti solo per riduzionismo terminologico dal dizionario della fisica, della biologia o della psicologia.

Nella prospettiva dell’accordo semantico una qualunque teoria che volesse prima trattare e, quindi, fungere, per così dire, da “ombrello epistemologico” al campo della conoscenza dei “fenomeni paranormali” deve innanzittutto chiarire il significato dei termini che utilizza all’interno del proprio linguaggio ossia entro le formulazioni del proprio sapere.

È noto che, almeno in prima e minimale istanza, una teoria può essere definita come “un linguaggio che parla di un universo di oggetti”, non solo nominandoli come tali, ma trattandoli in rapporto al fascio di loro proprietà e relazioni che ne costituiscono il portato conoscitivo. Non è necessario, anzi è scorretto, che ci si impegni subito circa la “natura” o “il tipo di esistenza” di questi oggetti quanto piuttosto che ci si preoccupi di esibire linguisticamente il sussistere di un sistema di oggetti forniti di loro proprietà e relazioni specifiche. L’ottica, ad esempio, è stata costruita senza minimamente preoccuparsi di definire che cosa è la luce, così come la teoria elettromagnetica o l’elettrologia non hanno dovuto necessariamente risolvere il problema del tipo di esistenza del “campo” o dell’ “elettrone”. Al contrario che per la fisica dove nessuno si chiede quale tipo di esistenza abbia l’atomo in se, ma quale modello dell’atomo sia il più adeguato a dar ragione del campo dei fenomeni osservati, nella disputa circa il paranormale succede esattamente il contrario: in primo luogo viene richiesto di dichia­rare la “natura” del fenomeno, che cosa esattamente sia e che tipo di esistenza abbia, in seguito (come se fosse possibile un seguito ) si chiede di darne una spiegazione. Questo è anche adombrato a livello di discorso corrente quando ci si chiede se si crede o meno ai fenomeni paranormali, mentre si attestano o non si attestano i fenomeni “normali”. È evidente che il “credere” comporta un atto di fede circa l’esistere di una realtà ontologicamente definita e non una semplice rilevazione empirica la quale attesta il puro sussistere del fenomeno. L’atto di fede implica già l’essere andati oltre la teoria, prima ancora di averla costruita, avendo presupposto il fenomeno come il portatore di una particolare realtà.

Questo è il primo e preliminare tranello teso ad una disciplina cui viene richiesto di suicidarsi ancor prima di essere nata. Sarebbe come se fosse impedito ad un matematico di continuare il suo discorso qualora non avesse dichiarato preliminarmente e in modo esplicito la “natura” di entità quali i numeri naturali, complessi o irrazionali o a un fisico che non affermasse una sua fede circa ciò veramente che sta dietro ad una traccia rilevata in una camera a bolle.

Ma anche qualora si concedesse che la parapsicologia fosse in grado di costruire una teoria dei “fenomeni paranormali” senza doversi subito impegnare a dichiarare a quale tipo di realtà essi corrispondono, le si permetterebbe solo di stilare un elenco visto che risulterebbe estremamente complicato consentirle di andare oltre all’uso dei termini soggettivi. Dato che la parapsicologia si occupa espressamente di oggetti non inquadrati ne inquadrabili entro la “scienza ortodossa” in ragione del fatto che esibiscono proprietà e relazioni “fuori dal normale”, questo fa si che mentre noi tutti siamo d’accordo ad ammettere che esistono molti più oggetti di quelli che conosciamo, non siamo assolutamente disposti a cedere sul fatto che le proprietà e le relazioni siano quelle e solo quelle che usualmente utilizziamo. Ad esempio: “fondere”, “liquefare”, “incenerire”, “solidificare”, “passare allo stato gassoso”, e così via, sono tutti predicati usuali per indicare gli stati della materia, mentre “smaterializzare” viene usato in senso denotativo dalla parapsicologia e solo in senso metaforico a livello di linguaggio ordinario. Analogamente “conoscere un evento prima del suo accadere” è un predicato “non-normale”, mentre” prevedere sulle basi di quanto è già accaduto” è “normale”. Più in generale sono fuori dalla norma linguistica espressioni quali: “acquisire informazione prescindendo dai sensi”, “influire sulla statica o dinamica di un oggetto senza l’applicazione di una forza”, “ottenere un effetto prima della realizzazione della sua causa” Tutti questi predicati (proprietà o relazioni) fuoriescono dalla normalità della lingua e quindi se utilizzati danno adito a proposizioni esprimenti “questioni devianti”. Il problema è quello di vedere se queste deviano dalla regolarità semantica del linguaggio naturale oppure sono soltanto attualmente devianti, ma in futuro potrebbero divenire regolari. Per esempio la domanda “Come possono le macchine sapere di avere un dolore?” è permanentemente deviante (dato che lo è anche per gli esseri umani), mentre “Possono le macchine pensare?” è deviante all’attuale fase del linguaggio, ma se lo stato delle conoscenze sugli automi mutasse in modo che tale asserto acquistasse un uso standard nel linguaggio comune, allora il predicato “macchina pensante” potrebbe divenire regolare. La questione non è quella, quindi, di vedere quale significato hanno i termini “prevedere”, “trasferire”, “percepire” ecc.. nell’attuale utilizzo linguistico ed inferirne che l’uso del termine in un contesto “parapsicologico” da adito ad espressioni devianti, ma semmai vedere se quel significato è univoco e non potrà mai essere cambiato. O per meglio dire si tratta di vedere se è costruibile un modello in cui ha senso usare termini quali “preveggenza”, “telepatia”, “psicocinesi” quali analoghi (non omonimi ne equivoci) di “prevedere”, “percepire”, “trasferire” in modo tale che le proposizioni che le contengono possano essere dette vere o false in relazione al modello.

Una certa sequenza di segni diventa una proposizione se e solo se riusciamo a fornirle un adeguato modello di interpretazione, ossia un opportuno universo di oggetti su cui interpretarla. Il problema primario diventa quello della costruzione dell’universo di oggetti della teoria, solo in seguito si porrà quello della spiegazione. In altre parole prima di “dar ragione” degli eventi, o per meglio dire prima di ricavare i dati dalle ipotesi, è necessario aver fissato l’universo d’oggetti circa i quali vengono formulate le espressioni che ne parlano.

Ora nel nostro caso la costruzione dell’universo d’oggetti della teoria passa attraverso la trasformazione in dati dei cosiddetti fenomeni paranormali. È evidente, quindi, che prima di vedere se e come sia possibile garantire l’oggettività e il rigore scientifico a tale disciplina, è necessario chiarire la nozione stessa di “paranormale”.

Quando si afferma che un oggetto, una situazione, una persona, un comportamento non sono normali si allude, più o meno inconsapevolmente, al fatto che non sono come dovrebbero essere (norma prescrittiva) e non al come debbono essere (norma costitutiva). Nella prima prospettiva il dover essere comporta l’adeguazione ad una prescrizione che violata porta alla a-normalità ipso facto, mentre nella seconda la rottura di leggi o norme costitutive comporta l’insorgenza di una diversità., o se si vuole di una “normalità diversa” In altre parole un sistema di regole prescrittive non deve essere violato anche se può esserlo, mentre il sistema delle regole costitutive non può essere derogato. Nel primo caso la deroga dalla norma produce l’anormalità in quanto il prescrittivo coincide con il costitutivo dato che l’unico scopo e ragion d’essere del sistema è l’osservanza delle prescrizioni, nel secondo caso, in cui il prescrittivo è il prodotto del costitutivo, il non rispetto della norma comporta o l’assoluta impossibilità ad operare verso l’obiettivo oppure la costruzione di un nuovo e diverso insieme di regole atte a raggiungere un diverso scopo. Le leggi naturali sono tipiche regole costitutive e quindi non possono essere violate (cosa che i Greci sapevano benissimo per aver elaborato la dialettica “ybris-ftonos “) in quanto, all’interno del contesto per cui valgono, sono inderogabili, pena il paradosso di voler utilizzare le stesse norme che costituiscono il sistema per costruirne uno contrario.

È evidente che all’interno di un altro contesto si avrà un sistema differente costituito da norme diverse. Usando una terminologia a noi più consueta diremo che su due differenti modelli della realtà le proposizioni che descrivono gli eventi hanno diversa interpretazione e quindi non sono più o meno vere, sono semplicemente diverse. Le leggi della meccanica razionale non sono contraddette da quelle della meccanica quantistica così come la geometria di Riemann non contraddice quella euclidea o quella iperbolica. I fenomeni che hanno provocato e consentito la nascita della meccanica quantistica non sono “anormali”, ma semplicemente non assimilabili all’universo teorico della meccanica razionale. Allo stesso modo esistono tutta una serie di fenomeni astrofisici “non-normali” per l’astronomia newtoniana, che invece stanno perfettamente a loro agio nella metereologia cosmica.

Si tratta ora di chiedersi se “il mondo del paranormale” vada escluso dalla normalità “scientifica” in nome di preclusioni “ideologiche” quali sono quelle legate alle convenzioni meramente prescrittive oppure debba essere ricusato in nome di una “anormalità” epistemologica che lo porterebbe di diritto e di fatto fuori da qualunque sistema di norme costitutive adatto alla costruzione di una teoria scientifica. In altre parole è la “scienza ortodossa” che bolla come eretico tutto ciò che non opera secondo le prescrizioni di uno statuto convenzionato oppure si è nel caso di una disciplina che non può costituire un proprio universo di oggetti perché, appunto, non ha oggetti da esibire in quanto non è in grado di mostrare operativamente i suoi specifici strumenti di oggettivazione? In definitiva la nostra domanda è la seguente: la disciplina del paranormale può co­struirsi sul paradigma della razionalità scientifica oppure esso fa parte di un ambito di “razionalità altra”?

Questa è la “vera domanda” che gli avversari e i difensori della parapsicologia dovranno esigere che sia soddisfatta. In caso contrario l’attuale disputa continuerà ad essere condotta per anatemi e scomuniche, strumenti propri più alle ideologie inquisitorie che alle metodologie scientifiche, oppure siamo all’insulsa posizione stigmatizzata da Karl Kraus:

Nei casi dubbi si decida per il giusto.


Note

[1] Ma non è solo nell’antichità che si pensa in tal modo, quando R. Goddart propose la propulsione a razzo per i viaggi spaziali, si sentì rispondere ch’era assurdo perché un motore a razzo non avrebbe avuto nulla contro cui esercitare una spinta.

[2] Il terrore di trovarsi a dover cambiare modo di ragionare la dice lunga sul panico dell’assurdo: “Dietro l’omeopatia – scrive Silvio Garattini – si nasconde semplicemente il nulla. I farmaci omeopatici non contengono alcunché e, quindi, non possono esercitare una azione terapeutica, infatti, se ammettessimo che il nulla fa qualcosa, dovremo cambiare il nostro modo di ragionare” (cit. in M. Baldini, Medicina. La borsa e la vita, Mondadori, Milano 1993). A parte il fatto che l’omeopatia debba essere certamente discutibile in quanto si reputa teoria scientifica, non è esatto dire che il farmaco omeopatico equivalga al nulla. La sua stessa assunzione comporta una serie di gesti terapeutici e una serie di convinzioni e credenze nel paziente, oltre naturalmente al fatto che il composto contiene diversi elementi in dosi “omeopatiche” ossia di un dodicesimo di centesimo, 10 alla ventiquattresima, o 10 alla sessantesima o 10 alla duecentomillesima, che per quanto basse, non sono certo niente. Oppure il fatto che il naso sia sensibile ai mercaptani in ragione di 1/23.000.000-esimo di milligrammo per ogni litro d’aria oppure che l’occhio è sensibile a 5/1.000.000.000.000 di erg, dovremmo dire che sono valori così bassi da essere assimilati al nulla. Si vedano anche le ragioni di P. Skrabanek e J. Mc Cormick (in Follie e inganni della medicina, Marsilio, Venezia 1992) contro tutte le medicine: le medicine “alternative” non funzionano in toto e invece le medicine ufficiali funzionano solo per il 10% dei malati. Peccato che il rimanente 90% è addebitabile all’effetto placebe e alla vis medicatrix naturae, due fenomeni ben lontani dall’essere oggettivati e spiegati.

[3] Il termine cura, nella lingua italiana è andato sempre più perdendo il suo originario significato di “vigile e attenta preoccupazione verso…” [nel caso della medicina: “… verso la salute”], ed ha acquisito quello più ristretto di “terapia” (farmaco, medicamento, rimedio). Nel francese soin e nell’inglese care, il termine ha invece mantenuto la primigenia accezione in cui il prevenire la malattia e il mantenere lo stato di sanità, hanno la stessa importanza del guarire.

[4] Consideriamo l’ambito delle conoscenze etnomediche ed etnofarmacologiche alla stessa stregua di quello delle medicine tradizionali, ipotizzando che il complesso di notizie raccolto dal ricercatore sia equiparabile all’insieme delle informazioni trasmesse “storicamente” dalle civiltà del passato.

[5] Vorrei, però, al di là di qualsivoglia presa di posizione preconcetta, richiamare l’attenzione sugli studi del prof. Fritz Albert Popp, direttore dell’Istituto Internazionale di Biofisica di Kaiserslauten sulle bioenergie.e del prof. F. Grasso, fisico dell’Università di Catania, con tutta la sua equipe di fisici, ingegneri, biologi, medici … sull’emissione ultradebole di fotoni. Cfr. il volume di F.A. Popp, Recent Advances in Biophotons. Research and its applications, Word Scientific, Singapore, New Jersey, London e, anche un’opera più divulgativa in trad. it., Nuovi Orizzonti in medicina, IPSOE; F. Grasso ed altri, Esperienze sperimentali dei legami esistenti fra l’emissione ultradebole di fotoni e lo stato funzionale dei sistemi viventi, riportato di recente su “Antropos & Iatria”.

[6] Quali la nosodoterapia, l’iso-allergenoterapia dinamizzata, l’iso-autoterapia, l’iso-tossicoterapia, l’antroposofoterapia, l’omotossicologia, la gemmoterapia, la meristemoterapia, la micro-mineralterapia dinamizzata, la celluloterapia, la tissuloterapia, l’aromaterapia, la bio-metalloterapia (oligo-metalloterapia e metallo-antroposofoterapia), la fitoterapia, la floriterapia, la micro-micoterapia dinamizzata, la litoterapia dechelatrice, l’organoterapia dinamizzata, la serocitoterapia, la bioterapia gassosa, l’agopuntura (cinese tradizionale e giapponese), la neuralterapia, la medicina fisica (chinesi terapia, elettroterapia, balneoterapia), l’idroclimatologia, le manipolazioni cranio vertebrali (l’osteopatia, la cinortesi), la psicoterapia di rilassamento, l’elettro-agopuntura e l’organometria di Voll, chinesiologia applicata, l’auricolopuntura e l’auricolomedicina di Mogier, la sofrologia, la musicoterapia, la nutrizione ortomolecolare.

[7] È fin troppo evidente che lo stesso percorso storico della pranoterapia (per non parlare dello stato attuale di una “disciplina” notevolmente inquinata da legioni di ciarlatani) genera forti sospetti. Le guarigioni per imposizione delle mani hanno, però, una storia antichissima. Per quanto non sia mai detto esplicitamente il fatto che Gesù Cristo dia la facoltà ai suoi discepoli di imporre le mani per guarire (“Questi sono i segni che accompagneranno quelli che hanno creduto nel nome mio: scacceranno i demoni, parleranno nuove lingue, prenderanno in mano i serpenti e se avranno bevuto qualcosa di velenoso non nuocerà loro, porranno le mani sopra i malati e saranno guariti” [Vangelo secondo Marco, c. 16, § 17-18]) e che tale facoltà sia passata ai re taumaturghi e ai santi guaritori (eventi attestati da numerosi cronisti), fa parte della sfera del “miracoloso”, quindi dell’assurdo. Se il “rispetto” per la religione (ma di solito solo per quella cattolica) ha sempre fatto sì che si sorvolasse sull’argomento (come di solito si fa con le eccezioni e con le anomalie), allorché dei “laici” o dei “membri di altre religioni” si son voluti arrogare capacità “terapeutiche” immediatamente si sono visti qualificare come “stregoni, ciarlatani, fattucchiere…”.

[8] Salva diversa indicazione, userò – nel corso di questo paragrafo – il temine “fenomeno” nel suo significato più generale ossia nel senso di apparenze (dal greco tà fainómena). In questa prospettiva “fenomeno” sta per apparenza sensibile, concetto correlativo a quello di realtà di cui il fenomeno è manifestazione (nel senso della filosofia classica) o a quello di noumeno o cosa in sé dove il fenomeno “è ciò che non appartiene all’oggetto in se stesso, ma si trova sempre nel rapporto di esso col soggetto ed è inseparabile dalla rappresentazione che esso ne ha” (nel senso della filosofia moderna, cfr. E. Kant, Critica della Ragion Pura, Estetica trascendentale, § 8). In ogni caso il termine “fenomeno” nella sua accezione più generale, ossia a livello di linguaggio ordinario, sta per l’apparire o il manifestarsi sia del solito che dell’insolito (ad es. eventi strani, assurdi, mostruosi…).

[9] Mi rifiuto, naturalmente, di prendere in seria considerazione la tesi che l’intero l’universo del “paranormale” sia costituito intenzionalmente da imbrogli, da effetti illusionistici o da giochi di prestigio. Se così fosse sarebbe quantomeno ridicolo implicare nel dibattito scienziati e filosofi dato che se si accetta la seguente argomentazione: “I trucchi di un prestigiatore possono essere scoperti solo da un altro prestigiatore, esperto e abile quanto o più del primo” ne consegue che alcuni “premi Nobel” per la fisica o per le scienze medico-biologiche, impegnati nella questione, debbano essere sostanzialmente degli esperti prestigiatori, dato che la loro competenza scientifica non andrebbe assolutamente essere chiamata in causa, pena il riconoscere all’avversario un minimo di onestà intellettuale (dato che si presume che costui sostenga teorie errate per ignoranza ed imperizia). Se al contrario è richiesto l’intervento di fisici, filosofi, epistemologi, biologi, psicologi … in una questione perfettamente risolvibile da illusionisti, allora si umilia e si ridicolizza la scienza, riducendola a comprimaria in una recita da baraccone. Ben diverso (e chiunque lo può capire) se si tratta di teorie erronee, ragionamenti sbagliati, sofismi o trucchi logici, imbrogli nei procedimenti teorici.

[10] K. Popper, Poscritto alla Logica della scoperta scientifica, Il Saggiatore, Milano, 1984, vol. I, pag. 192.

[11] J. Cohen, Il progresso nella scienza, in E. Agazzi (ed.) Il concetto di progresso nella scienza, Milano, 1976, p. 110.

[12] J.B. Rhine, On Parapsychology and the Nature of Man, in S. Hook (ed.), Dimensions of Mind, Collier Books & New York University, 1960, p.74. Si tenga conto che l’articolo di Rhine appare accanto a contributi firmati da Köler, Wiener, Feigl, Skin­ner, Nagel, Bridgman, ecc…, e nel 1960, a testimonianza del fatto che alcuni dei massimi scienziati e filosofi americani non disdegnavano di comparire accanto ad uno “parapsicologo”, segno evidente che quando si è veramente “grandi” non si è affetti dal “superiority complex”.

[13] Karl Popper, Objective Knowledge, Clarendon Press, Oxford 1972, p. 115.

[14] I. Lakatos, La falsificazione e la metodologia dei programmi di ricerca scientifici, in AA.VV., Critica e crescita della conoscenza, trad. it. di G. Giorello, Feltrinelli, Milano 1980, p. 165.

[15] K. Popper, La ricerca non ha fine, trad. it. di D. Antiseri, Armando, Roma 1976, p. 85.

[16] Th. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, trad. it. di A. Carugo, Einaudi, Torino 1978, p. 139.

[17] P.K. Feyerabend, Contro il metodo, trad. it. di Libero Sosio, Feltrinelli, Milano 1981, p. 21.

[18] P.K. Feyerabend, La scienza in una società libera, Feltrinelli, Milano, 1982.

[19] Tra questi “fatti” si possono annoverare le confessioni spontanee circa l’essersi recati al Sabba in volo, le numerose testimonianze di persone degne di fede che hanno assistito a prodigi stregonici, le diagnosi di serissimi medici in merito ai malefici ecc… Referti o rilevamenti di “fatti” che se fossero stati trasformati in dati della fisica o della biologia non avrebbero potuto reggere un solo istante non si dice al procedimento richiesto dalla transizione: dati ipotesi esplicative-verifica, ma addirittura non si sarebbe potuto neppure oggettivarli (o per meglio dire costituirli come dati).

[20] I. Newton, Principi matematici della filosofia naturale, UTET, Torino 1965, pp. 795-796.

[21] Galileo Galilei, Lettera a Carcavy, in Le Opere di Galileo Galilei, Firenze 1890-1909, XVIII, 12-13.

[22] Isaac Newton, Scritti di ottica, libro 3, parte I, q. 31, UTET, Torino 1978, p. 600.

[23] Il “panico dell’assurdo” ha da sempre turbato i sonni della scienza normale, pur essendo l’assurdo uno dei più fruttuosi cammini euristici. Ma Lord Kelvin, nel 1896, dichiarò assurdo il volo aereo.

[24] W. Heisemberg, Fisica e filosofia, il Saggiatore, Milano 1961, p. 47.

[25] Paul A. Schlipp, Albert Einstein scienziato e filosofo, Boringhieri, Torino 1958, p. 25.

[26] N. Bohr, I quanti e la vita, Boringhieri, Torino 1965, p.21.

[27] R. Oppenheimer, Scienza e pensiero comune, Boringhieri, Torino 1965, p. 146.

[28] Si veda al riguardo il ragionamento: “Le medicine alternative non sono e non potranno mai essere teorie e pratiche scientifiche. Se qualcuno, non convinto, si ostinasse a ritenere possibile che in futuro potranno esistere medicine alternative scientifiche, gli si potrebbe soltanto ricordare che, per quanto si sia cercato, a nessuno è finora accaduto di incontrare un scapolo sposato” (G. Federspil e C. Scandellari, cit. in M. Baldini, Medicina. La borsa e la vita, Mondadori, Milano 1993, p. 110).
Il termine alternativo – si legge sul Dizionario Italiano Sabatini-Coletti (Giunti, Firenze 1997): 1. Che procede in maniera alterna, alternante (moto alternativo…); 2. Che si presenta alla scelta, alla decisione come opposto, diverso da qlco. di dato: progetto a. 3. Di chi o di ciò che non appartiene alla cultura predominante e non è integrato in un’istituzione: giovane a.; artisti a.; medicina, cucina a.; cinema, teatro a. È posposto al nome per marcare l’alterità (2) oppure la diversità (3).
Le medicine scientifiche “alternative” (aggettivo) sono quelle che hanno sostituito le prospettive abbandonate che, un tempo, si consideravano adeguate, mentre le “medicine alternative” (pronome) scientifiche non ci sono come non c’è il circolo quadrato. (È chiaro che ciò non vale per lo scapolo-sposato, che difatti ce ne sono per errori giudiziari).


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