Dion Fortune

Dalla psicanalisi all’occultismo

di Luciano Pirrotta

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Una celebre fotografia di Dion Fortune.

In Dion Fortune sono sempre esistite in coesistenza due facce: la colloquiale scrittrice di pubblicazioni divulgative piena di prudenza nel guidare i suoi lettori nei primi passi sulla via dell’occulto, la sciava il posto, nella vita interiore, alla ricercatrice inquieta sulle tracce di oscure tradizioni stregoniche immerse nella notte dei tempi. Uno dei suoi principi fondamentali fu: il sapere occulto non è terreno riservato solo ai grandi ingegni o ad individui eccezionali cui è destinato per elezione divina. tutti ne possono godere, ed è giusto che ne godano, nella misura in cui lo sviluppo spirituale e la maturità intellettiva di ciascuno lo consentano.

Se poche donne hanno occupato con autorevolezza qualche spazio nella storia della ricerca esoterica, ancor meno sono rimaste in auge presso i posteri all’indomani della loro scomparsa. Vi sono però due eccezioni significative: Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), la dinamica animatrice della Società Teosofica, e Dion Fortune (pseudonimo di Violet Mary Firth, 1891-1946) l’eclettica studiosa di Misteri fondatrice anch’essa di una scuola mistico-magica, la meno nota “Fraternity (poi Society) of the Inner Light”. In realtà ciò che lega queste due donne dalla spiccata personalità, non è soltanto la sorprendente continuità cronologica delle loro vite terrene ma una profonda consonanza di idee scaturite da interessi comuni. La Fortune fu per qualche tempo affiliata alla Società Teosofica e questo può spiegare certe enunciazioni di lei perfettamente in sintonia con la teorica di tale scuola; ma paiono esservi anche motivazioni più profonde che, pur nella diversità delle vicende biografiche, portano la seconda a ripercorrere e spesso a delineare meglio quanto già sperimentato dalla prima.

Violet Mary Firth nasce a Llandudno, una località dello Yorkshire già teatro di insediamenti nordici. Nelle sue stesse vene scorre sangue norvegese riconoscibile nel fisico atletico caratterizzato da quella tipica bellezza che contraddistingue le stirpi scandinave. Rimasta presto orfana, viene accolta presso una famiglia rigidamente osservante della Scienza Cristiana i cui principi lasceranno un segno indelebile sul suo carattere. Durante l’adolescenza si manifestano intanto doti medianiche e di sensitiva che fanno di lei una piccola celebrità del contado inducendola ad approfondire con lo studio quanto SI andava evidenziando come predisposizione naturale. All’età di vent’anni circa, mentre lavora in un istituto privato d’istruzione, vive l’esperienza traumatica che segna una vera e propria svolta nella sua vita: la datrice di lavoro, una certa signora Warden, manipola le personalità dei suoi dipendenti mediante tecniche orientali oscillanti fra l’ipnosi e la magia nera. Anche

la giovane Violet viene obbligata dalla odiosa direttrice a compiere atti che le aborrono finche un giorno, espressa la volontà di andarsene, si trova a subire da parte della donna un autentico attacco psichico che la ridurrà in penose condizioni psico-fisiche per ben tre anni. Sarà proprio questo evento ad indurre l’inesperta ragazza di provincia a studiare sistematicamente l’origine di certi disturbi nervosi uniti a stati di prostrazione, ambedue piuttosto diffusi nella casistica clinica delle malattie mentali.

Inizia così a frequentare i corsi di psicologia e psicoanalisi all’università di Londra fino a divenire, nel 1912, psicoterapeuta alla East London Clinic. L’influsso di Freud, Jung e Adler si sposa durante questi anni ad un effettivo contatto con sodalizi occulti: l’iscrizione alla Società Teosofica coincide con l’incontro dei primi “maestri” d’iniziazione, i misteriosi “Jesus” e “Radoczi”, mentre una filosofia sincretistica in cui confluiscono dà una parte le teorie freudiane sul sesso e quelle junghiane sull’inconscio collettivo, dall’ altra gli assiomi reincarnazionistici della Blavatsky e le formule meditative orientali, comincia a prendere forma, aggregando un primo nucleo della più vasta concezione che costituirà la base d’insegnamento della futura Inner Light.

In realtà la vivace intelligenza della Firth, dietro l’apparente oscillazione fra polo psicoanalitico e polarità magica, mostra l’insofferenza per gli angusti limiti delle due scuole: si rende conto che la spiegazione freud-junghiana con il suo ibrido naturalismo positivistico da cui emerge qua e là uno spiritualismo che fa di Dio stesso un archetipo, non è sufficiente a dare conto di certi fenomeni più profondi esperiti dall’uomo.

Si accorge ugualmente altresì, pur accettando la visione teleologica della teosofia condita dalla zuccherosa immagine di un mondo in perpetua evoluzione verso un traguardo finale raggiungibile indistintamente da tutti, delle incrostazioni che affliggono l’universo esoterico, popolato da una folla sterminata di imbroglioni, di mitomani, di falsi sapienti.

Ella sente vivamente l’esigenza di unificare in una superiore sintesi ciò che di valido è stato raggiunto nei rispettivi campi, ma soprattutto anela ad una nuova collocazione della donna nell’ambito esoterico, cristallizzato nella concezione occidentale che vede in essa il ricettacolo di forze passivo-caotiche se non infero-demoniache.

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Emblema recante il motto “Deo non fortuna”; fu questo il “nome magico” attribuito alla giovane Violet Mary Firth e che poi, semplificato in Dion Fortune, divenne lo pseudonimo che rese celebre l’occultista inglese.

La chiave di volta di tale ricerca sembra giungere nel 1919 dall’incontro con la filiazione diretta della famosa società “Golden Dawn”: accolta nella sezione dell ‘ “Alpha et Omega” presieduta dall’occultista J. W. Brodie Innes, la Firth riceve il suo nome magico “Deo Non Fortuna” che, semplificato, diverrà il suo costante pseudonimo. L’anno seguente passa direttamente sotto la direzione della vedova di Mac Gregor Mathers[1] che dopo la morte del marito rappresentava la più alta autorità in ordine agli insegnamenti iniziatici impartiti dall'”Alba d’Oro”. Il rapporto, rivelatosi tempestoso anche se estremamente fecondo, culminerà nell’espulsione della Fortune dal gruppo e in un autentico duello magico fra le due donne (conclusosi peraltro con esiti incerti)[2].

Uscita dalla gloriosa scuola ormai avviata ad un lento declino la tenace fanciulla, che aveva dato vita nel 1922 (prima dello scontro con la rivale) alla “Fraternità della Luce Interiore” dedicherà al potenziamento della propria creatura, alternando alla collaborazione con riviste specializzate (fra cui la Occult Review) l’attività di scrittrice a tempo pieno. Dalla sua penna uscirà così nel corso degli anni seguenti, fino alla morte, una serie saggi, racconti, romanzi (in cui la casistica magica funge da denominatore comune) di valore diverso.

Due opere soprattutto si sollevano però al di sopra della restante produzione, assicurandole un posto di tutto riguardo nella storia della tradizione occulta occidentale: il volume Psychic Self-Defence, uscito nel 1930, in cui l’autrice con ampie indicazioni pratiche riporta una serie di esperienze occorsele nell’area dell’hinterland occultistico, e lo studio teorico The Mystical Qabalah (del 1935), che pur essendo lontano dall’interpretazione ortodossa della filosofia esoterica dell’ebraismo, costituisce una più lucide introduzioni all’impiego del sistema cabalistico adottato dalla “Golden Dawn”.

Leggendo i libri della Fortune, sia il lettore ferrato in materia, che l’esordiente ai primi passi, hanno sensazione curiosa: eccetto per “La Cabala Mistica”, la facilità della scrittura, il tono discorsivo, la banalità sensazionalistica con la quale certi fatti vengono riportati, danno l’impressione di avere a che fare una delle tante espressioni di ciarpame magico pullulanti nel settore. Tale sensazione però si scontra continuamente (specie in chi conosce bene i domini di certe discipline) con la constatazione della quantità di informazioni esatte fornite dalla studiosa in merito alle questioni trattate.

È piuttosto difficile ad esempio, nonostante le conclamate affermazioni di aver detto molto più del consentito, trovare in un qualunque testo di magia ragguagli completi circa l’operatività dei rituali. Al massimo si concedono accenni, frammenti spesso interpolati da volute falsificazioni, senza peraltro menzionare le debite salvaguardie da prendere prima di iniziare un cerimoniale occulto.

Nella maggior parte dei casi occorre notevole tempo e disponibilità di opere, uniti ad una congrua dimestichezza con la materia, per riuscire ad orientarsi in una congerie tanto caotica di dati. La Fortune invece conduce il discorso su toni colloquiali, quasi una massaia un po’ svanita che spieghi ad un’amica come confezionare il dolce domenicale divagando poi intorno ai problemi della famiglia o sull’ultima furfanteria compiuta dal gatto di casa; ma ecco poi, improvvisamente, condensarsi in poche, semplici frasi, la spiegazione di un argomento complesso. Ciò che altri hanno esposto con termini altisonanti, fra mille oscurità atte ad accrescere l’atmosfera di segreto, viene messo, per quanto sia possibile, alla portata di tutti; soprattutto mediante consigli pratici: cosa fare in caso di attacco psichico, quali sono i segni attraverso cui riconoscerlo e i metodi di difesa, quale la condotta migliore da adottare di fronte a episodi di infestazione, stregoneria, vampirismo[3]. “Gli esercizi che vengono compiuti da un ginnasta allenato, sono interamente al di là delle finalità dell’uomo comune; nondimeno gli stessi esercizi con i quali il ginnasta si allena, non portati però allo stesso estremo livello, rendono l’uomo comune forte e in forma quando li pratica regolarmente”[4].

Con questa esemplificazione quasi puerile la Fortune esprime uno dei suoi principi fondamentali: il sapere occulto non è terreno riservato solo a grandi ingegni o ad individui eccezionali cui è destinato per elezione divina. Tutti ne possono godere, ed è giusto che ne godano, nella misura in cui lo sviluppo spirituale e la maturità intellettiva di ciascuno lo consentano.

Con altrettanta franchezza scevra da orpelli moralistici, che pur affliggono tanta produzione del genere, ella affronterà il tema della “magia nera”: “La tecnica della magia nera non differisce in nulla da quella della magia bianca; applica gli stessi principi, usa i medesimi metodi; lo stesso addestramento è necessario nella concentrazione; la differenza sta nell’atteggiamento dell’operatore, nel simbolismo impiegato, e nei poteri contattati per tali motivi”.

Certamente alcune sue affermazioni appaiono troppo rozze ai palati raffinati e il suo pensiero non è esente da contraddizioni. Così quando afferma che l’uomo non viene cambiato dalla morte o che la personalità del singolo rimane inalterata allorché il corpo si disfa; o quando riaffiora il sostrato teosofico, che la rende certa di un processo evolutivo spiritualizzante, alla fine del quale l’anima, libera dal ciclo delle reincarnazioni continuerebbe la sua esistenza come essenza disincarnata con una mente umana.

In realtà è opportuno scindere le istruzioni operative che costellano i suoi testi, la cui efficacia è quasi sempre ottimale, dalle elucubrazioni teoriche infarcite di considerazioni personali che spesso fanno loro da cornice.

Tali antinomie derivano per lo più dagli influssi discordanti subiti dalla scrittrice nel corso della vita: le massime rigoristiche della Scienza Cristiana, alla luce delle quali l’adolescente Violet crebbe nella famiglia adottiva, potevano convivere solo a prezzo di gravi compromessi con il misticismo orientaleggiante della Società Teosofica, ed ancora più difficile diventava conciliare l’ammirazione che la Fortune nutrì durante tutta la vita per Madame Blavatsky, con l’attrazione irresistibile, mista a riverente rispetto, per la figura sulfurea di Aleister Crowley, anche lui transfuga dalla Golden Dawen[5].

Può accadere così che mentre in Psychic Self-Defence ella sostenga essere il sistema di Abramelin l’unico metodo valido “per invocare i demoni senza rimanerne invasati”[6], si trovi poi a chiedere delucidazioni alla “Grande Bestia” (con cui tenne una fitta corrispondenza) circa le procedure evocative in un sacrificio cerimoniale di sangue.

La spiegazione più plausibile di certi aspetti antitetici, è che di questa donna straordinaria siano sempre esistite, in coesistenza, due facce. La colloquiale scrittrice di pubblicazioni divulgative piena di prudenza nel guidare i suoi lettori nei primi passi sulla via dell’occulto, lasciava il posto, nella vita interiore, alla ricercatrice inquieta sulle tracce di oscure tradizioni stregoniche immerse nella notte dei tempi.

La profonda conoscenza delle tecniche di proiezione del “corpo astrale” (che ella chiamava “viaggio nella visione dello spirito”), l’uso di simboli specifici quali tattwa e sub-tattwa per indurre una sorta di autoipnosi[7], l’impiego del sesso magicamente controllato volto al risveglio della polarità femminile sotto l’ aspetto distruttivo dell’eros sabbatico, la avvicinano del resto alle più torbide propaggini del buddismo tantrico e ai pericolosi esperimenti di Crowley.

D’altra parte, alcune teorie sulla funzionalità degli stati di shock conseguenti profonde delusioni al fine di provocare vortici di energia attingenti al terreno dei territori inconsci, assomigliano troppo alle ipotesi di Austin Osman Spare in merito ai cosiddetti “atavismi risorgenti”, per non gettare una luce ancora più sinistra sul percorso di ricerca battuto da questa studiosa sui generis[8].

Forse proprio durante un itinerario lungo tali sentieri liminali, si generò la causa della sua immatura scomparsa, avvenuta, in circostanze poco chiare, e ancora più sorprendente per una donna sana e forte come lei, all’età di cinquantacinque anni.


Note

[1] Un rapido profilo di quest’ultimo è tracciato nell’articolo di J. Sabellicus in Abstracta, n. 4, aprile 1986, contenente anche degli utili ragguagli sulla “Golden Dawn”.

[2] Un resoconto dei motivi del disaccordo e delle modalità di combattimento fra le due magiste, unitamente ad altre notizie curiose, è contenuto nel saggio di F. king, Magia rituale, Mediterranee, 1979, pp. 175-187; 195-198.

[3] Con quest’ultimo termine la Fortune non intende la suzione di sangue della vittima da parte dei vari epigoni del conte Dracula, bensì l’assorbimento di energia psichico-vitale compiuta da alcuni individui dotati di forte personalità consciamente o inconsciamente malevola, a spese di altri più fragili emotivamente, che cadrebbero cosi preda di stati di spossamento fisico, prostrazione morale, esaurimento nervoso, fino a stadi irreversibili di patologia mentale.

[4] Il presente brano e il successivo sulla “magia nera” sono entrambi tratti da Applied Magic, una raccolta di saggi inedita in Italia, pubblicata da The Aquarian Press, Wellingborough, Northamptonshire, 1981, pp. 5 e 50. La traduzione è di chi scrive.

[5] È nota la particolare avversione dimostrata sempre da Crowley per la Blavatsky, che in più di un’occasione egli additò come la vera artefice dei delitti attribuiti al fantomatico “Jack lo Squartatore”. Per un esame sistematico della vita e l’opera del mago si rimanda alla biografia stesa dal suo esecutore letterario: J. Symmonds, La Grande Bestia, Mediterranee, 1972. Un efficace compendio è fornito da J. Sabellicus in Abstracta n. 1, gennaio 1986.

[6] Cfr. pag. 153 dell’edizione italiana. Del grimoire di Abramelin, uno dei manuali operativi più affidabili ben conosciuto da tutti i cultori di scienze occulte, sono disponibili in italiano due edizioni: la prima, de1 1980, basata sulla collazione delle tre copie manoscritte ancora esistenti, introdotta e annotata da chi scrive per l’Ed. Atanor, col titolo La Magia Sacra di Abramelin il Mago; la seconda, de1 1981, riproducente la trascrizione inglese effettuata da Mac Gregor Mathers dell’unica copia a sua conoscenza (Biblioteca dell’Arsenale di Parigi), pubblicata dalle Ed. Mediterranee nel secondo volume di Magia della Cabala.

[7] Sull’impiego dei tattwa e sub-tattwa quali supporti per la concentrazione, si vedano S.L. Mac Gregor Mathers, Proiezione Astrale, Magia e Alchimia, Mediterranee, 1980, il nostro La Scienza Alchemica “attraverso” la Porta Ermetica di Roma in Atti e Memorie dell’Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria, Roma, 1982, n. 3, pp. 145-152.

[8] Per la figura di A.O. Spare si rimanda al nostro articolo su Abstracta n. 6, giugno-luglio 1986.


Nota bibliografica

Le due maggiori opere di Dion Fortune sono state entrambe edite in italiano: La Cabala Mistica, Astrolabio, 1973; Difesa Psichica, Siad, 1978. Un’antologia contenente un suo racconto è stata pubblicata dalle Ed. Mediterranee: P. Haining, Maghi e Magia, 1977. In lingua inglese la maggior parte dei saggi sono stati ripubblicati da The Aquarian Press. La stessa casa editrice ha annunciato la prossima uscita di una sua biografia contenente notizie inedite, dal titolo Priestess, The Life and Magic of Dion Fortune di Alan Richardson, che sulla scorta di nuovi dati ha anticipato la data di nascita della magista al 6 dicembre 1890. Per quanto riguarda la saggistica in lingua italiana su di lei, a parte brevi cenni nelle varie Storie della Magia e nel citato testo di F. King, l’unico contributo interessante è stato fornito da K. Grant, che le ha dedicato il decimo capitolo de Il Risveglio della Magia, Astrolabio, 1973.


Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Abstracta n. 15 – maggio 1987, pp. 24-33, riprodotto per gentile concessione dell’autore. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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