Il diavolo bello. L’eccezione di uno stereotipo

di Marta Gianni

Nonostante appaia spesso come figura orrorifico-animalesca, il diavolo assume altrettanto spesso, a partire dalle configurazioni dei succubi meridiani via via, attraverso talune deposizioni di processi per stregoneria, un aspetto gradevole, per giungere, talvolta, a configurazioni onirico-fiabesche di vero e proprio “principe-azzurro”.

gianni_diavolobello_01“Brutto come il diavolo” si dice. Concetto assai antico, originato dall’idea platonica che assimila il buono al bello e il malvagio al brutto, ed arricchito, nei secoli, da innumerevoli stratificazioni etico-fantasioso-letterario-iconografiche, dal demonio dei mosaici di Firenze o Aquileia, il cui aspetto mostruoso accentua l’orrore della descrizione infernale e dello scempio dei dannati, al diavolo gigantesco dalle cento braccia delle visioni di santi e asceti; dalla figura emaciata, con gli occhi ardenti e il volto livido, di tante narrazioni agiografiche, ai mostriciattoli da incubo, eredità del medioevo fantastico, dell’iconografia diabolica di Brueghel; dal capro osceno delle acquaforti di Dürer, Callot o Gillot, al Lucifero dantesco dai tre volti, antitesi della Trinità, “lo imperador del doloroso regno”, gigantesco, villoso, con enormi ali di pipistrello, al movimento delle quali “Cocito tutto s’aggelava”[1]. Se, tuttavia, volessimo prestar fede al mito degli angeli ribelli – originato da due passi biblici ed enormemente dilatato dai vangeli apocrifi, dalla patristica e dalla stessa letteratura moderna[2], dovremmo immaginare Lucifero bello, all’origine, di una celeste venustà. È l’aspetto, ad esempio, sotto il quale lo vede, all’inizio del XV secolo, un vescovo di Foligno: un Satana “trionfante e glorioso… grande, bello”, con viso benigno e maestoso, gigantesco eppur splendido, adorno di luminosissime ali e degno d’ogni riverenza anche perché, come un pontefice, cinto dalla maestà del triregno. Aspetto solo mistificatore però: sotto la lucente visione si cela, secondo gli stereotipi più consueti, un orribil mostro[3]. Al di là della dibattutissima questione concernente la reale o illusoria entità corporea del demonio, un elemento comunemente accettato, sia a livello di speculazione teologica sia a quello di tradizione popolare, è infatti l’idea che il diavolo sia solito apparire sotto falsi aspetti ingannatori. In tal senso possono trovar spiegazione, ad esempio, le tante femmine bellissime e lascive use tentare gli anacoreti o l’apparizione del Tentatore sotto le spoglie di santi, della Madonna, di Cristo stesso.

Ma il demonio occidentale è anche la trasformazione diabolizzata delle antiche divinità, sia di quelle del mondo greco-romano, sia di quelle orientali, sia di quelle celtiche e germaniche. Ed ecco allora, bellissimo, il diavolo – Venere che seduce Tanhäuser; ecco, bellissimo, il demonio – Elena concubina di Simon Mago; bellissimo il diavolo – sposa di Baldovino di Fiandra; bellissimo il demoniaco simulacro di Afrodite che cingerà l’incauto sposo in un bronzeo e mortale amplesso[4].

Oppure ecco fate e signori elfici, luminosi, biondochiomati, bianco o verdevestiti ma il cui regno sotterraneo, una volta visto con occhi non più cosparsi dal magico unguento, si rivela spettrale dimora abitata da orride e larvali creature[5]. Oppure ecco la Signora del gioco che, prima di divenire, per mezzo dei cliches inquisitoriali, demoniaca megera, è splendida e regale, esperta conoscitrice di rimedi, benevola dispensatrice di consigli, generosa distributrice di aiuti, una grande Dea Madre assisa in trono, capace, con la sua verga magica, d’operare i miracoli d’una Era, d’una Cibele o di una Demetra, della qual ultima talora conserva la testa equina[6].

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Mefistofele, Faust e Margherita, litografia realizzata da E. Delacroix (1789-1863) per un’edizione parigina del Faust di Goethe.

Tra le antiche divinità, a livello di distinzione puramente nominale perché troppo intersecantisi sono gli elementi che collegano ed assimilano una divinità ad un’altra per poter operare drastiche differenziazioni, la più bistrattata dalla cultura cristiana, la più demonizzata, è Diana- Artemide. Già identificata col diavolo nella Passione di S. Ciliano († 689), dove appare venerata dai Franchi[7], sarà proprio Diana ad essere indicata – ed equiparata così a similari dee del mondo germanico – come la conduttrice della “caccia selvatica”, spettrale cavalcata notturna di demoni e larve, nel celebre Canon episcopi uno dei motivi conduttori della polemica sulla stregoneria[8]. E, sempre Diana, sarà pure identificata con il demone meridiano, entità diabolica di tipo quasi sempre femminile, che assale gli incauti nelle torpide ore del primo meriggio e che, come in genere gli Incubi e i Succubi, affonda le sue origini nella mitologia celtica[9].

Un demone meridiano famoso, e bellissimo, è Marianna (o, appunto, Meridiana), la compagna – diavolo di Gerberto d’Aurillac, papa Silvestro II[10]. Diavolo alquanto sui generis la bella Marianna: a parte la voluta impostazione denigratoria e infamante che, nell’ambito della polemica antigregoriana, assume, in tutte le sue molteplici diversificazioni, la leggenda di Gerberto[11], nel racconto dell’inglese Walter Map ella non tanto come perfida entità demoniaca si configura, quanto, piuttosto, come trepida amante. Marianna, infatti, aiuta Gerberto nella scalata al potere, lo segue e lo ammaestra, lo porta addirittura al soglio pontificale; e non impone patti o ricompense se non la, legittima, richiesta d’una reciproca devozione amorosa. Fedele compagna d’una vita, a differenza del suo amato che suscita in lei femminilissimi scatti di gelosia, aiuto prezioso, Marianna si autoemargina nell’ombra; e se suo è il funesto vaticinio della morte di Gerberto, esso non suona come monito diabolico ma come preoccupata attenzione per le sorti dell’amato; e se compare a Gerberto, nel momento fatale, il suo sorriso non è quello dei demoni che strazieranno il corpo del pontefice ma quello della donna innamorata che sta, finalmente, per congiungersi per sempre con l’uomo amato. Non “belle dame sans merci“, dunque, Marianna, ma generosa eroina di romanzo cortese, non crudele demonio ma fata benefica. Siamo, però, nella leggenda. Per comprendere quale possa essere la figura demoniaca nei suoi agganci più diretti con il quotidiano è necessario ripercorrere, se pur brevemente e assai sommariamente, il sorgere stesso della figura diabolica. Iconograficamente, si è detto, il Diavolo nasce dal mondo pagano. Esegeticamente, al principio, dopo il Verbo, era comparso Satana (l’Avversario), spirito celeste inviato da Dio come suo messaggero ad ammonire gli uomini. Nella versione dei Settanta Satana divenne o diaboloς, l’Oppositore, rosi come Diavoli divennero i daimoneς, le essenze divine. E, col passare del tempo, furon demonizzati tutti gli antichi dèi, da quelli assiro-babilonesi, sumeri ed egizi già ricordati nel Vecchio Testamento, a tutti gli altri sui quali avveniva il passaggio del cristianesimo. C’erano stati, una volta, antichi riti, alcuni dei quali traevano origine dai tempi più remoti, riti nel corso dei quali si offrivano oboli alle piante o alle fonti, o ci si riuniva per danzare in cerchio, pervasi dall’ebbrezza divina, o si sacrificavano vergini vittime, perché la natura rifiorisse e la vita continuasse. Vicino agli alberi magici e alle fonti sacre si alzarono gli altari cristiani, i convegni notturni vennero vietati, gli antichi sacrifici condannati.

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La tentazione di Sant’Antonio, dipinto di Joachim Patinir (1485-1524).

Ma rimanevano i ricordi, talora, o, tal’altra, tradizioni dure a morire, nascostamente tramandate e continuate anche se, ben presto, divenute prive dei pristini significati ormai persisi nell’oblio. E c’era, anche, tutto un mondo fantastico, novelle di vecchi, miti di contrade, proiezioni dell’onirico ed evasione dal quotidiano. Quando, sul finire del XV secolo, s’arrivò all’esplosione del fenomeno stregonico, si attuò anche la concretizzazione, paurosamente tangibile, minacciosamente invadente, della figura diabolica, mai, come in questo periodo, così fortemente presente. Colui che poteva esser stato Dioniso od Attis od Osiride fu ormai, definitivamente, il Demonio; e Demonio le Isidi, le Cibeli, le Diane, le Holde, le Frike; e Demonio tutto il Piccolo popolo, elfi, fate, folletti, gnomi.

Diavolo era ormai divenuto tutto ciò che cristiano non era, religioni, culti, leggende, miti, ricordi, tradizioni, fantasie. E poiché il Diavolo, summa d’ogni male e bruttura, degli antichi dèi non poteva aver ereditato che gli aspetti più deteriori, ecco il consolidarsi stereotipo della coda puntuta, dello zoccolo caprino, delle chiome serpentiformi, delle corna, dell’odore sulfureo, degli artigli laceranti, degli occhi di fuoco, della pelle nera, del fiato pestilenziale, del coito doloroso, del seme ustionante o glaciale.

Ma quando la strega non voleva – o non poteva più – accattivarsi la pietà inquisitoriale, quando il diavolo non era il prodotto di testi compilati ad hoc o di domande processuali appositamente formulate e schematizzanti; quando era, invece, primariamente, il frutto d’una mente semplice o proiezione di più o meno inconsci desideri, la realizzazione dei sogni più nascosti, l’emanazione di ricordi sopiti, il diavolo poteva, allora, essere il più affascinante degli amanti, il migliore dei Principi Azzurri. Era colui che apriva la strada a nuove dimensioni vitali, che introduceva in mondi incantati, che faceva balenare delizie mai nemmeno sperate.

Corteggiatore galante, amante appassionato, amico generoso, maestro di scienza e di forza. Colui che, in un mondo di miseria, offriva banchetti da re e cibo a sazietà; colui che, in un mondo di solitudine, dava consigli, ammaestramenti, aiuti e indirizzava alla conoscenza e alla conquista del potere; colui che, in un mondo di restrizioni, invitava alla danza, al riso, all’allegria; colui che, in un mondo di condizione femminile più che emarginata, risvegliava nella donna il sapore della libertà e il gusto del piacere; colui al quale, al termine del Sabba, si levava il grido di riconoscenza della fame placata e dei sensi appagati.

“Giovane et. ..vestito de turchino” è il diavolo che porta a ballare Caterina Ross. Pure giovane e anch’egli vestito di turchino, è il diavolo di Nogaredo che cerca di violentare Toscana – e la resistenza della donna è quella della lotta tra il subconscio, il bel Principe Azzurro, e i sensi di colpa -. E pur mantenendo piedi caprini è “uno bello zovene” in “abiti da homo polito” il diavolo della Valcamonica. E Giuliano si chiama il demonio innamorato di Benvenuta; innamorato al punto che, da tredici anni, “l’aveva sempre apresso de mi perché el me voleva ben”. È, questo Giuliano, un “bel zovene … con la barba rossa” e insegna a Benvenuta i segreti delle piante e dell’arte medica e la porta al Sabba dove ogni donna è gratificata di un compagno “zovene bello tanto quanto ti po’ imaginar” e che è presieduto da “un bel omo con una vesta di veludo negro fina in terra, et una beretta di veludo alla francese, negra, con una barba rossa”. Un ometto tutto vestito di bianco, di nome Giacomino, è il demonio-povero diavolo o gnomo favolistico – che cerca invano, suasivamente e compitamente, di sedurre la piemontese Antonia. Bei giovanotti intraprendenti e bei signori un po’ viziosi, ricchi ed eleganti, sono gli ospiti dei balli cui vengon condotte fanciullette in fiore friulane o tedesche. Ludovico si chiama il diavolo della strega mirandolana, alla quale non importa un accidente d’approfondire il problema se il corpo del suo amante demoniaco sia reale o fantastico, dal momento che con esso prova piacere più che con il marito[12]. Pochi, brevi esempi fra i tanti. Qualunque cosa essi possano rivelare – liberazione psicofantastica, tentativo d’evasione nell’onirico per sfuggire all’orrore del presente, fantasia spontanea o disperato ricorso ad un immaginario realistico sotto gli stimoli della tortura – ciò che colpisce è il comune anelito ad una concretizzazione del fantastico e, nel contempo, ad una sublimazione del quotidiano. Il Diavolo di queste deposizioni è l’elemento proibito – la seduzione dei sensi che s’identifica col peccato religioso – ma è anche la proiezione dei desideri repressi – il bel giovane, l’elegante signore, le feste, il buon cibo, l’allegria, la fedeltà amorosa -. È il disperato, insopprimibile bisogno di una figura potente e amica, di un essere superiore più tangibilmente accessibile al fruitore di quanto non possa essere la divinità teologicamente definita.

Nel 1519, a Modena, una brava donna era convinta d’aver visto la Madonna che, in bianche vesti, “pulcra et rubicunda et iuvenis” le appariva “post prandium” e, in cambio della sua divina protezione, chiedeva che Chiara Signorini e suo marito l’adorassero e le dedicassero i loro figli. Messa ripetutamente alla tortura, Chiara incomincia a trasformare la sua Madonna in un “diabolus… in forma adolescentis” e poi “in forma pueri“. La Signorini ha mutato la forma della sua apparizione ma non arriverà mai a negarla perché di essa ha un bisogno che travalica timori e sofferenze. Chiara, come le streghe, come tutti coloro che cercano all’esterno le soluzioni e gli aiuti per i propri problemi, come tutti coloro che hanno difficoltà esistenziali, come tutti coloro che hanno bisogno di credere in qualcosa, vuoi negli Dèi, vuoi nel Diavolo, vuoi nella Psicanalisi, vuoi nella Politica, sente vivissima l’esigenza di una presenza superiore amica e consolatrice, di – come nota Carlo Ginzburg -“Una divinità che intervenga a trarla dalle sue angustie … e non importa se si tratti di una divinità celeste o diabolica”[13].

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Mosaico del duomo dell’isola di Torcello (dettaglio). Il diavolo vi è rappresentato come un vecchio dalla barba bianca, privo di connotazioni bestiali.


Note

[1] Inferno, XXXIV, vv. 28 e sgg. Il Cocito, uno dei fiumi infernali, forma un lago ghiacciato in cui, nella parte più profonda dell’Inferno, sono immersi i traditori.

[2] Da Genesi, 6, 2 – in cui è un accenno ai figli di Dio, che secondo l’interpretazione ebraica erano gli dèi stranieri, che si innamorano delle figlie degli uomini – e da Isaia 14, 12 – dove ci si riferisce al crollo della potenza babilonese il cui sovrano è paragonato alla stella del mattino, Lucifero. L’apocrifo Libro di Enoch sostenne esegeticamente la tesi, diffusasi fin dai primi secoli del cristianesimo, dell’identificazione dei “Figli di Dio” con gli angeli caduti a causa della loro lussuria. A questo primo nucleo vennero man mano sovrapponendosi altri elementi tra i quali, ad esempio la ribellione a Dio di Lucifero, ormai equiparato a Satana-Diavolo. Dell’argomento hanno trattato, oltre ai teologi, non pochi letterati, da Moore con il The loves of the angels a Byron con il Cain a Milton col celebre Paradise lost.

[3] Così Federico Frezzi nel Quadriregio (ed. cur. E. Filippini, Bari 1914).

[4] Per la leggenda di Tanhäuser si veda A Graf, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del Medio Evo… Torino 1915; per gli altri esempi rimandiamo alla recente edizione di Il Diavolo di A. Graf, Roma 1980, cur. C. Perrone, con introduzione di L. Firpo e bibliografia aggiornata.

[5] Per la mitologia celtica rimandiamo qui soltanto, perché sufficiente per bibliografia, esempi e possibilità di raffronti, alla recentissima traduzione italiana dell’opera di K. Briggs, Fate, gnomi, folletti e altri esseri fatati, Roma 1985.

[6] Sviluppatosi soprattutto in Italia e particolarmente in area padana, il “Gioco della Signora”, poi identificato col Sabba, traeva le sue probabili origini dalle cerimonie in onore delle Dee Madri o da culti ancora più arcaici. Si vedano, per esso, E. Verga, Intorno a due inediti documenti di stregheria milanese del secolo XIV, “Reale Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. Rendiconti” n. ser., 32 (1899) 165-188 e L. Muraro, La Signora del gioco. Episodi della caccia alle streghe, Milano 1976.

[7] Passio S. Kiliani et sociorum, in Acta Sandorum quotquot toto orbe coluntur…, 8 Iui., Antverpiae 1721, p. 616.

[8] Il testo del Canon Episcopi appare per la prima volta, all’inizio del X secolo, nel De ecclesiasticis disciplinis di Reginone di Prüm; riportato da Burcardo nel X libro dei Decreta viene attribuito al Concilio di Ancyra del 314 e riceve il crisma dell’ufficialità entrando a far parte del Decretum Gratiani (v. A. Friedberg, Corpus Iuris Canonici I, Graz. 1955, coll. 1030-1031). Un canone, che è in realtà, assai probabilmente, ispirato ad un capitolare dell’867 di Ludovico II, ha visto gli schieramenti opposti di numerosi teologi e demonologi: chi sosteneva essere eretica superstizione il prestar fede al volo notturno delle streghe e dei demoni, chi, invece, soprattutto a partire dal XVI secolo, giudicava, al contrario, eresia il negare le parole del Canon.

[9] Nella demonologia Incubi sono i diavoli che, in un rapporto sessuale, svolgono funzioni maschili; Succubi quelli che svolgono funzioni femminili. Fin dai primi trattati sulla stregoneria è frequente il ricorso ai gallici Dusii per spiegare l’origine di questi demoni.

[10] Gerberto d’Aurillac, scienziato, musicologo, grande matematico, maestro dell’imperatore Ottone III, fu papa, col nome di Silvestro II, dal 999 al 1003.

[11] La leggenda di Gilberto incominciò a nascere e a svilupparsi sul finire dell’XI secolo ad opera della fazione contraria a papa Gregorio VII e alle riforme da questi avanzate nella Chiesa, accusando il pontefice d’esser dedito alla magia ed allievo di allievi di Gerberto. Ad opera di molteplici scrittori la leggenda si ampliò sempre più, trasformando Gerberto, da grandissimo erudito e buon papa quale fu, in necromante e mago, costruttore di automi, scopritore di tesori, padrone di diavoli al suo servizio, legato da patti indissolubili al Demonio. La storia narrata da Walter Mapes nel De Nugis curialum…, unico testo in cui si parli di Marianna, si può leggere nelledizione londinese del 1850 a cura di T. Wright o nei Monumenta Germaniae historica…, Scriptores, 27, Hannoverae 1885, cur. F.

[12] Esempi e citazioni sono tratti da: Io. Francisci Pici… Dialogus… Strix sive de Ludificatione Daemonum, s. loc. 1523; Malleus maleficarum, in Malleus maleficarum, maleficas et erarum haeresim framea conterens…, Lugduni 1669; T. Dandolo, La Signora di Monza e le streghe del titolo. Processi famosi del secolo decimosettimo …, Milano 1855. I Diarii di Marino Sanuto, Venezia 1879-1902; P. Vayra, Le streghe del Canavese, Torino 1972; C. Ginzburg, I Benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Torino 1972 (prima ed.: 1966); Muraro, La Signora del gioco, cit.

[13] C. Ginzburg, Stregoneria e pietà popolare. Note a proposito di un processo modenese del 1519, “Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Lettere, storia e filosofia”, il Ser., 30 (1961) 269-287.


Bibliografia

Per la demonologia:
H.A. Kelly, La morte di Satana. Sviluppo e declino della demonologia Cristiana, Milano 1969; A.M. Di Noia, Demonologia, in Enciclopedia delle religioni II, Firenze 1970, pp. 643-647. Per l’iconografia diabolica: R. Villeneuve, Il regno del diavolo. Il satanismo nell’arte e nel nondo, Firenze 1961.

Per la stregoneria:
G. Bonomo, Caccia alle streghe. La credenza nelle streghe dal sec. XIII al XIX con particolare riferimento all’Italia, Palermo 1971 (prima ed.: 1959); AA.VV., La stregoneria in Europa (1450-1650), Bologna 1975, cur. M. Romanello; F. Cardini, Magia, stregoneria, superstizioni nell’Occidente medievale, Firenze 1979; S. Abbiati, A. Agnoletto, M.R. Lazzati, La stregoneria. Diavoli, streghe, inquisitori dal Trecento al Settecento, Milano 1984.

Infine, per la stregoneria quale erede degli antichi culti pagani,
l’opera, pur se assai discussa e discutibile, di M. Murray, The witch-cult in Western Europe, Oxford 1921 (trad. ital.: Le streghe nell’Europa occidentale, Milano 1978).


Articolo pubblicato sulla rivista Abstracta n. 8 – 1986, riprodotto per gentile concessione dell’autrice, che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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