Le “Ruote della Medicina”. Archeoastronomia amerinda

di Vincenzo Croce

Una cerimonia a 3000 metri di altezza

croce_ruotemedicina_01Lungo la solitaria erta serpeggiante sui fianchi della Catena del Big Horn lo stregone, avvolto nel suo mantello a riparo dei rigori notturni, saliva con il passo reso spedito dalla consuetudine dei luoghi e dei compiti che l’attendevano. Lassù, sul breve pianoro sommitale ergentesi a 2940 metri d’altitudine, che il vento delle alte quote avvolgeva con la sua ruvida carezza perenne, l’uomo sapeva che, libero ormai dall’interminabile abbraccio del crudo gelo invernale, avrebbe ritrovato il complesso apparato di pietre che gli antenati del suo popolo da tempo immemorabile avevano faticosamente disposto in quel luogo tanto selvaggio ed isolato. Il solstizio estivo era prossimo, certamente, poiché molti erano già i segni del cielo e della terra che concorrevano ad annunziarlo, ma il popolo dei Cheyenne attendeva laggiù, nei villaggi dispersi per le vaste pianure verdeggianti ove tutto era pronto e predisposto per le rituali cerimonie solari, che l’uomo incaricato di comunicare con gli spiriti del cosmo ne comunicasse l’epoca precisa; il momento atteso ed importante che dava inizio al nuovo ciclo delle attività agricole e venatorie sulle quali riposava la sopravvivenza di alcune migliaia di individui. Lo stregone già vedeva con gli occhi anticipatori della mente il noto cumulo di bianche pietre che, sul pianoro aperto all’immenso giro dell’orizzonte, gli avrebbe indicato il luogo ove prendere posto. Sarebbe giunto lassù prima del tramonto del Sole, ormai prossimo a declinare in un vivo bagliore di fuoco; avrebbe ritrovato il fido riparo fra le rocce onde attendere lo scorrere della breve notte tardo-primaverile fino al momento in cui le prime avvisaglie dell’alba non gli avrebbero imposto di cominciare a disporsi all’osservazione, ricercando con attenzione fra le tenui brume dell’est. Nella direzione ove, infisso su un monticello di pietre distante una decina di metri, un aguzzo monolite proiettava sul cielo la sua silhouette, una stella dal fulgore vivissimo, reso vacillante dalla torbidità dei bassi strati atmosferici, ad un certo momento avrebbe dovuto brillare all’ orizzonte per breve tempo, poco prima che il soverchiante disco del Sole avesse cominciato ad emergere. Era l’astro di Aldebaran l’atteso ospite celeste, la stella di prima grandezza che, nella costellazione del Toro, a guisa di corteggio regale è accompagnata dal caratteristico asterisma a V del gruppo delle Jadi. Nei giorni precedenti, essa sarebbe stata del tutto invisibile poiché sarebbe sorta immersa nell’abbagliante luce solare; nei giorni successivi, l’anticipo progressivo della levata l’avrebbe mantenuta nel cielo abbastanza. a lungo prima dell’apparizione dell’astro del giorno. Il preciso sorgere eliaco[1] della stella avrebbe invece avvertito, con il suo effimero bagliore, il momento in cui il Sole, al termine della digressione invernale verso le regioni meridionali del cielo, avrebbe raggiunto la sua posizione boreale più spinta: il solstizio estivo, appunto, e l’inizio del nuovo ciclo annuale.

Testimonianze di culti amerindi

Usualmente si ritiene che la contemplazione del cielo e dei suoi fenomeni ciclici abbia ricoperto un carattere strettamente utilitaristico per i popoli che avevano cominciato a preferire gli insediamenti stabili, l’agricoltura e l’allevamento del bestiame, piuttosto che per quelli dediti al nomadismo e alla caccia, Gli amerindi che, suddivisi in diverse stirpi e tribù, popolarono le grandi pianure poste ad oriente delle Montagne Rocciose, spargendosi nel bacino del Mississipi, dal Colarado, il Texas, lo Wyoming, il Montana, fin verso le regioni settentrionali dell’ Alberta, Regina, Saskatchewan, non sempre, e non tutti, acquistarono consuetudini sedentarie, ma comuni furono per essi molte cerimonie di impetrazione, di esorcismo e di ringraziamento, fra le quali primeggiarono indubbiamente le “danze solari”.

I Cheyenne erano usi di costruire per tali cerimonie – effettuate di solito nelle epoche a cavallo del solstizio estivo – alcune capanne magiche nelle quali un grande albero, privato dei rami, costituiva il sostegno centrale. Da esso s’irradiava una serie di tronchi inclinati che venivano appoggiati ad altrettanti pali confitti verticalmente in circolo, è che avevano il compito di sostenere una ricopertura di pelli. Relazioni magiche con la realtà cosmica erano suggerite in modo chiaro dal criterio tenuto nell’erigere cadeste costruzioni. Il tronco centrale rappresentava il cardine del mondo; la copertura del locale simboleggiava la volta del cielo e, in taluni casi, vi erano raffigurate costellazioni ed allineamenti celesti; determinati pali laterali, a seconda dell’opinione espressa da Van De Chamberlain, studioso di archeoastranomia amerinda al National Air and Space Museum, fissavano le posizioni apparenti estreme {azimuth orizzontali) raggiunte stagionalmente dalla Luna e dal Sole al momento della loro comparsa, o scomparsa, all’orizzonte. L’apertura d’ingresso alle capanne magiche era di norma rivolta alla direzione ove, al solstizio estivo, si scorgeva sorgere l’astro del giorno e il suo primo raggio benefico annunciava l’inizio delle danze rituali.

L’importanza di cadesti accorgimenti, profondamente radicati nella cultura degli antichi popoli d’America, andava oltre l’esigenza strettamente utilitaristica di stabilire sequenze cronologiche e computi di calendario. Essi rappresentavano anche, in un certo qual modo, la manifestazione pratica di un’esigenza di comunione e d’interpretazione delle forze della natura: uno sforzo collettivo e poetico di “colloquiare” con l’anima. cosmica onde realizzarsi, per tale via, nella coscienza di uomini fieri, ma anche giusti, e perciò degni della tutela e delle cure che gli spiriti della natura si compiacevano di loro concedere.

Un risvolto pratico delle capacità matematiche, astronomiche e tecnologjche sviluppate nei primitivi popoli delle pianure nordamericane; grazie all’interesse rivolto all’osservazione del cielo, viene di solito indicato da molti archeologi ed archeoastranomi nelle tracce abbandonate in epoche più o meno remote, riferentisi a costruzioni a carattere circolare. Waldo Wedel, a seguito di suoi studi sui villaggi degli indiani Wichita del Kansas, ha messo recentemente in luce alcuni criteri di disposizione rilevabili nei cosiddetti cerchi dei consigli. Si tratta di manufatti risalenti al XVI e XVII secolo, e ciascuno di essi consiste in un tumulo circondato da un fossato e da una serie di depressioni del terreno. Lo studioso ha notato peraltro che i tumuli centrali sono reciprocamente visibili anche trovandosi posti a distanze, l’uno dall’altro, eccedenti il miglio. Essi risultano allineati col sorgere del Sole al solstizio d’estate e con il suo tramonto a quello d’inverno. È probabile che nelle depressioni del suolo venissero alloggiati dei pali in funzione di traguardo, e che gli anziani del villaggio, in occasione di determinate congiunture astronomiche, fossero soliti radunarsi a consulto intorno al tumulo centrale.

Indicazioni più promettenti ad essere interpretate in chiave astronomica, o calendaristica, provengono dal cerchio con buche trovato a Cahokia, nell’lllinois, e studiato da Warren L. Wittry che l’ha battezzato “la Woodhenge americana”. Consiste in un anello gigantesco di 125 metri di diametro tracciato da una serie di 48 buche, nelle quali è verosimile supporre che gli antichi costruttori avessero infisso altrettanti pali di legno (Woodhenge = recinto in legno) di cui, però, non è rimasta traccia. Un quarantanovesimo palo, in posizione centrale, sarebbe servito, secondo il Wittry, come postazione dalla quale traguardare in corrispondenza dei pali periferici. L’ipotesi che la Woodhenge di Cahokia servisse per predire le eclissi di Sole e di Luna non ha trovato gran credito; mentre pare che l’opinione dei ricercatori sia concorde nell’attribuire un significato “solare” alle cosidette Ruote della Medicina.

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Danza rituale “Della Medicina” degli indiani Esquimalt, della Columbia Britannica.

La “Ruota Magica” del Big Horn

Il termine di Medicine Wheels si riferisce a quella parte di magico, di soprannaturale, di stregonesco, se vogliamo, che gli esploratori bianchi del nordovest americano credettero di attribuire a numerosi recinti di pietre, racchiudenti di solito una raggiera irradiantesi da un cumulo centrale. Dunque, più che “ruote della medicina” codeste testimonianze di culture remote dovrebbero esser definite “ruote magiche”. Ma, poi, in che consisterebbe la pretesa magia racchiusa in cotali manufatti?

Si conoscono all’incirca una cinquantina di reperti disseminati in gran parte nelle pianure che si estendono ad est delle Montagne Rocciose e, a nord, nelle fertili piane del Canada centro-occidentale. L’adorazione delle “Ruote della Medicina” come mezzo di colloquio con gli spiriti della natura, in particolare il Sole, ha costituito evidentemente una lunghissima consuetudine presso le tribù amerinde. Il Tumulo di Majorville, un recinto ritrovato purtroppo in assai cattive condizioni nell’ Alberta, ha dimostrato di possedere 45 secoli di età, e la sua erezione risale quantomeno all’epoca delle piramidi di Gizeh. Vi si riconosce ancora un cumulo centrale di pietre per un totale di 50 tonnellate; un bordo, sempre in grossi massi sovrapposti e alcuni del raggi originali di pietre dipartentisi dal pilone centrale.

Lo specialista di fisica solare John A. Eddy, dell’Osservatorio di Grande Altitudine di Boulder, Colorado, ha esaminato moltissime “Ruote della Medicina” dedicando particolare cura alla descrizione ed alla interpretazione di quella che si trova situata sul pianoro sommitale della Medicine Mountain, nella catena montuosa del Big Horn. Il recinto di pietre misura all’incirca 25 metri (esso non è perfettamente circolare) e risulta quindi un poco più angusto del recinto esterno di megaliti che si ammira a Stonehenge, in Inghilterra. Il tumulo centrale, di oltre un metro d’altezza, consiste in un ammucchiamento di massi del diametro di 3 metri e metto all’interno del quale c’è una cavità che era probabilmente occupata, in origine, da una pietra più grossa. Dal tumulo, come dal mozzo di una ruota, si diparte una raggiera di 28 segmenti lineari di pietre più piccole che va a raggiungere il recinto esterno. Un raggio di questa specie di ruota si spinge per 4 metri oltre il perimetro del recinto, terminando con un monticello di massi disposti ad U.

Altri quattro monticelli di forma analoga si innalzano in corrispondenza delle estremità di altrettanti raggi ma, in questo caso, essi risultano eretti sul ridosso esterno del recinto: un sesto cumulo compare invece sul ridosso interno. La datazione presumibile del manufatto, sulla base di analisi dendrologiche compiute su alcuni frammenti lignei ritrovati nel sito, farebbe risalire la Ruota del Big Horn attorno alla metà del XVIII secolo.

Si tratterebbe quindi di un manufatto piuttosto moderno che confermerebbe in pieno la persistenza di talune pratiche mistico-tecnologiche a partire dalle epoche più remote. Le prime notizie sui reperti del Big Horn risalgono a non oltre il 1880 e furono fornite da alcuni gruppi di cercatori di minerali. Esiste anche un rapporto del 1922 redatto dall’ etnologo R.H. Lowie che si avvale dell’affermazione di Cane Tranquillo, uno stregone della tribù dei Corvi, secondo il quale l’area era consacrata ai colloqui con gli spiriti ed alla loro visione soprannaturale. Oggi, la Ruota Magica è protetta dal Servizio Nazionale perle Foreste.

A che serve una Ruota della Medicina?

Le indagini espletate dall’Eddy per mettere in luce le probabili funzioni della Ruota del Big Horn si accentrarono dapprima sul cumulo di pietre eretto all’estremità del braccio che sporge oltre il recinto poiché, essendo unico con quella disposizione, lasciava intuire una sua funzione specifica. In effetti lo studioso non tardò a constatare che, da quella postazione, un osservatore che avesse usato del tumulo centrale come traguardo o, meglio, del monolite che probabilmente ne occupava la sommità, si sarebbe trovato di faccia il punto azimutale dal quale il Sole emergeva al di sopra dell’ orizzonte il giorno del solstizio estivo. Al giorno d’oggi, causa il lentissimo moto di precessione dell’equatore celeste intorno all’eclittica, alla data del solstizio (21 giugno) il punto di levata si trova spostato in realtà per un tratto maggiore della larghezza del disco stesso dell’astro.

Eddy rintracciò anche l’allineamento lungo il quale, in quel medesimo giorno, poteva osservarsi il tramonto del Sole: esso veniva a coincidere con una linea passante per il picco centrale e un secondo cumulo periferico di pietre. La bisecante fra codeste due linee indica chiaramente la direzione del meridiano locale.

Eddy si meravigliò, in un primo momento, di non riscontrare una disposizione di cumuli di riferimento in corrispondenza del solstizio invernale. Ma poi riflette che l’uso delle tribù indigene di salutare l’ingresso della stagione delle messi con cerimonie di sontuosità particolare poteva indurre, con ragione a ritenere che la “Ruota della Medicina” del Big Horn e, in generale, di tutte le altre consimili, avesse un significato prettamente connesso ai rituali che salutavano l’inizio dell’estate. Per di più, l’inaccessibilità al Medicine Mount nel corso della stagione invernale, allorché i ghiacci e la neve ne ricoprono le balze e la vetta con un manto compatto e pericoloso, costituiva un elemento di prova ulteriore alla tesi che gli antichi costruttori avessero trovato superfluo disporvi riferimenti da utilizzare durante l’inverno.

Tuttavia, era la domanda che Eddy si poneva, come potevano conoscere, gli stregoni-osservatori, il giorno del solstizio con precisione sufficiente, senza trascorrere un periodo più o meno lungo sulla vetta del Big-Horn, occupati ad osservazioni celesti, diciamo così, preparatorie e di contorno? La perspicacia dello studioso ottenne il giusto riconoscimento: il tumulo di pietre disposte sul ridosso interno del recinto ricopriva in effetti un ruolo specifico. Traguardando da esso attraverso altri tre tumuli prospicienti, e senza passare per il picco centrale si perveniva a fissare sull’orizzonte i punti ove sorgevano, rispettivamente, Aldebaran, Rigel e Sirioall’epoca nella quale la “Ruota” veniva usata.

Abbiamo già fatto notare, nelle parole introduttive, come il sorgere eliaco di Aldebaran precedesse di solo qualche giorno il solstizio estivo; ventotto giorni dopo seguiva la levata eliaca di Rigel e, dopo altri ventotto giorni, quella di Sirio. Il sorgere di queste stelle cospicue in concomitanza al Sole doveva racchiudere, nell’opinione dell’Eddy, un qualche significato pratico per le consuetudini delle tribù. Ma Quale?

È probabile che il numero 28, caratteristico di quelle cadenze temporali, abbia soltanto una casuale corrispondenza col numero dei raggi della “Ruota”. Dei quali, fra l’altro, a parte i sei contrassegnati con i monticoli di massi, non è affatto chiara la, funzione, È anche verosimile che la levata eliaca di Sirio, verificantesi circa due mesi dopo il solstizio, servisse di avvertimento affinché nei villaggi ci si cominciasse a predisporre all’autunno incipiente. E opportuno ricordare, a questo punto, che nel gruppo degli allineamenti riconosciuti, il sesto cumulo periferico sembra privo di significato. Ma, ecco, che uno studioso dell’Università della Florida, appassionatosi anch’egli all’enigma contenuto sul Big Hom, avrebbe trovato che dal cumulo in questione, 35 giorni avanti il solstizio, sarebbe stato possibile assistere al sorgere eliaco di Fomàlhaut, il luminosissimo astro di prima grandezza che risplende nella costellazione del Pesce Australe.

Tuttavia, misurazioni più accurate, hanno dimostrato che, sempre a causa del movimento di precessione, la corrispondenza esatta, a partire dal XV secolo, non si sarebbe potuta più verificare. Nella fattispecie, l’età della “Ruota ” risulterebbe allora accresciuta di diversi secoli rispetto a quanto si era finora supposto. Interrogativi, ai quali la Ruota Magica; ormai immobile nel tempo, soltanto con difficoltà è disposta a rispondere …

Ulteriori conferme

Alla ricerca di più ampie informazioni sul significato “solare” delle Ruote della Medicina, Eddy ha rivolto la propria attenzione a molti altri esemplari consimili; Taluni non mostrano alcuna relazione con allineamenti celesti di qualche significato: le loro raggiere si dispongono a caso, oppure mancano del tutto, dimostrando che le pietre (come appare in molte strutture circolari di dimensioni modeste abbandonate in territori una volta abitati dai pawnee) servivano solo per scopi utilitari, come quello di fissare le pelli di copertura negli attendamenti temporanei. In altri casi, i tumuli stanno a segnare, forse, le tombe dei capi o di altri personaggi eminenti delle comunità.

Nondimeno, le investigazioni portate avanti dall’Eddy nelle pianure occidentali del Canada con l’ausilio della prospezione aerea, hanno consentito di rintracciare significative affinità fra recinti risalenti a epoche molto diverse e, soprattutto, realizzati da popoli di radici eterogenee. Va ricordato, a tale riguardo, il Contributo notevole dato dalla coppia di archeologi canadesi Alice e Thomas Kehoe, del Museo Nazionale del Canada, i quali nel 1975 sono stati in grado di dimostrare che anche un altro recinto di pietre, situato sulla sommità del Monte delle Alci, nel Saskatchewan, mostrava degli allineamenti a raggiera accordantisi singolarmente con quelli del Big Horn, distante 700 km.

Anche in questo caso le linee di pietra si dipartono da un grosso cumulo centrale per finire in altrettanti monticelli periferici; ma le differenze di aspetto sono considerevoli. La larghezza del picco al centro è maggiore (9 metri) , anche la sua altezza è di una volta e mezza superiore, e la massa delle pietre raggiunge forse le 80 tonnellate. Il recinto è però molto più ristretto; è costituito da un modesto disegno eseguito con pietre piatte, secondo una figura ovoidale la cui massima larghezza non raggiunge i 20 metri. Vi compaiono soltanto cinque raggi destinati a portare le postazioni degli osservatori; le loro lunghezze sono ineguali, e quello che si riferisce al solstizio estivo (levata del Sole), con la misura di 37 metri, risulta essere il più lungo.

I coniugi Kehoe, grazie alle piccole divergenze di orientamento rilevate fra gli allineamenti del Big Horn e del Monte degli Alci, hanno concluso che, tenendo conto degli effetti dovuti alla precessione, la datazione del secondo va posta ad età molto anteriori. La tecnica del radio-carbonio ha, da parte sua, indicato il 450 a.C. e pertanto il recinto non deve possedere meno di 20 secoli di vita.

La connessione nel tempo e nello spazio fra codeste due “ruote magiche ” indica con chiarezza come vi sia stata un’ininterrotta continuità di tradizioni e di consuetudini fra gli amerindi delle prime età e i loro successori.

Numerosi altri esempi di “strumenti” litici di analoga fattura, potrebbero venir addotti. Assai curioso, per la forma singolare, è il recinto ritrovato a Minton Turtle, sempre nel Saskatchewan. Colà la disposizione delle pietre ricorda l’aspetto di una grande tartaruga, e i sei mucchi di massi destinati a far prendere posto all’osservatore, rappresentano testa, zampe e coda dell’animale.

Un enigma svelato?

croce_ruotemedicina_04Chi costruì le Ruote della Medicina? In realtà non è possibile dare una risposta precisa. Sicuramente la loro applicazione pratica risale ai precursori lontani degli Indiani delle Praterie, il cui scopo era quello di progettare pratiche rituali, alle epoche dovute, onde esorcizzare demoni o placare dei. Questa esigenza servì loro per sviluppare una certa abilità all’osservazione del cielo, e a tramandare alcune cognizioni astronomiche delle quali – in mancanza di ogni tradizione scritta – solo mute pietre oggi ci parlano. Nel luglio del 1975 i coniugi Kehoe, di cui abbiamo già detto, ebbero l’occasione di assistere alla dimostrazione di una “danza solare” organizzata dagli Indiani Corvi nella riserva di Sweetgrass Cree Saskatchewan. Al termine dello spettacolo, essi rilevarono, con un interesse che può facilmente essere immaginato, come i percorsi dei passi di danza che gli esecutori dovevano seguire fossero stati preventivamente segnati da una disposizione di pietre che ricordava, in tutto e per tutto, quella mostrata dalle Ruote Magiche! Uno spazio centrale, una direzione d’ingresso rivolta a mezzogiorno, un circuito anulare lungo il quale erano segnate le stazioni in cui il danzatore doveva temporaneamente arrestarsi.

Interrogati nei riguardi delle Ruote, i vecchi della comunità non seppero dire altro che “esse erano state abbanonate da un popolo che preesisteva a quello dei Corvi”. Quel popolo aveva le proprie cerimonie ed ebbe origine in un’altra creazione. Il suolo consacrato entro i recinti di pietra, dove ancor oggi molti Indiani pregano, appartenne a quella stirpe ormai estinta.


Note

[1] Eliaco: termine riferito ad astro che sorge e tramonta rispettivamente prima e dopo il sole, nell’istante in cui risulta appena percepibile nelle luci del crepuscolo.


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