La cosmologia

di Paolo Lucarelli

Nella prosecuzione della sua esposizione dei principi teorici dell’alchimia, Paolo Lucarelli dedica il suo terzo intervento alla cosmologia. L’opera alchemica, infatti, pretendendo di ripetere sul piano microcosmico la Creazione Macrocosmica, presuppone, o piuttosto genera, un insegnamento cosmogonico. L’autore, allievo di Eugéne Canseliet, inquadra la teorizzazione alchemica della Creazione e dei principi che regolano l’universo.

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L’uomo (al centro) e le corrispondenze con i quattro elementi (G. Welling, Opus).

I Filosofi hanno troppo insistito sull’importanza del regno minerale e metallico per gli scopi della Grande Opera, perché possano sussistere ragionevoli dubbi su dove ci si debba volgere per la preparazione della Pietra Filosofale. Sappiamo bene che molti preferiscono leggere allegoricamente, certe affermazioni, interpretando le parole degli Adepti secondo una supposta Alchimia spirituale o adattandole a certe teorie di origine esotica o altro ancora. Non discuteremo queste convinzioni, seguendo in questo il Cosmopolita che ricorda:

…ma se qualcuno non presta fede (agli antichissimi Filosofi) allora abbiamo imparato che non si deve parlare con chi nega i princìpi…[1]

Per non appesantire troppo il nostro discorso, e per economia di spazio rinunceremo ora a fornire l’originale dei brani citati, sperando tuttavia che qualcuno si senta sollecitato a leggere i testi. In Alchimia la traduzione è spesso fallace: ci si dimentica che si ha a che fare con trattati tecnici, e che un’inversione o una modifica, un abbellimento, possono stravolgere il senso o gettare lo studioso nella più angosciosa perplessità.

…Ecco dunque perché – scriveva Canseliet – non ci si deve sorprendere né spazientire se per lo più abbiamo fornito il latino delle citazioni prese dai numerosi trattati che non furono mai tradotti…o che lo furono in maniera imperfetta…[2]

Per tornare al nostro argomento incominceremo col notare una interessante scoperta di un egittologo che, studiando i resti del tempio di Luxor, trovò una cosmogonia rappresentata nella pietra. Ne trasse informazioni preziose, tra cui la seguente:

…Contrariamente a ciò che si potrebbe logicamente credere non è il regno minerale a situarsi sul fondo della scala sui registri delle pareti del tempio che spiegano le fasi del divenire. In quanto prima forma corporale il regno minerale o metallico è il più prossimo all’origine, il più prossimo allo spirito che anima tutto. È situato sul più alto registro delle tavole, perché è ciò che è creato e non procreato. I personaggi di questo registro più alto che simboleggiano i principi non procreati, sono rappresentati senza ombelico. Sarà il registro più basso a mostrare l’Uomo Regale, colui che è il simbolo dello scopo finale della creazione. Tra i due si pone il registro dei numeri puri, corrispondente al regno vegetale, poi quello delle combinazioni e della geometria dei Numeri, cioè l’animale…[3]

Millenni più tardi, un dotto farmacologo di scuola paracelsica insegnava:

…Le Energie sono più forti e più radicali nei minerali che nei restanti (corpi) … perché sono più vicini alla prima origine, perciò (le) sono anche più uniti e per conseguenza più forti … Così sono i Sali, i Metalli e simili…[4]

Se dunque, come insegnava Geber, il fine è quello di “corporificare gli spiriti”, sarà corretto rivolgersi a quei corpi che per la loro semplicità, sono più vicini all’origine delle cose. Può stupire, certo, che lo Spirito richieda per un’azione efficace un corpo che lo accolga e lo specifichi; ma che la materia sia il sostegno necessario di qualunque manifestazione spirituale nel nostro Universo dovrebbe essere ovvio per il cattolico che ha visto confluire nella sua liturgia i brandelli dell’antica Filosofia. Ricorda, un teologo contemporaneo:

Nei sette sacramenti … degli elementi materiali sono utilizzati a veicoli privilegiati della grazia: per mezzo di essi quindi la virtù santificante di Cristo si estende a tutta la Natura … È evidente l’importanza che il corpo ha nella dottrina biblica. La salvezza cristiana è sempre presentata come una salvezza che si attua attraverso il corpo (Tertulliano: caro salutis est cardo).[5]

Va chiarito ora che in Ermetismo il confine che separa spirito e materia si sfuma sino alla più totale impercettibilità. Il serpente che si mangia la coda, l’Uroboros, è simbolo di questa sostanziale indistinzione, e non di una banale unità della materia che nessuno ha mai posto in discussione.

Ci rendiamo conto che stiamo ragionando su fondamenta equivoche. L’uomo contemporaneo legge nella famosa equazione di Einstein un’equivalenza tra massa ed energia, e traduce massa con materia, quando non vede nella parola “energia” un non so che di intangibile e quindi di spirituale che sembrerebbe ricondursi a quanto stiamo esponendo.

In realtà la scienza contemporanea non ha, per definizione, alcuna idea di “materia” tra i suoi strumenti concettuali, né, evidentemente, di “spirito”.

Diciamo questo perché sia ben chiaro che la materia di cui si parla in Alchimia è quella che possiamo definire classica, ed anche perché non si confondano superficialmente due mondi, due “paradigmi”, come direbbe Kuhn, che sono del tutto “incommensurabili”.[6]

Se è vero che l’Alchimia è anche, come ricorda Fulcanelli, una scienza nel senso moderno della parola, i suoi princìpi, i suoi strumenti concettuali e sperimentali, i suoi obiettivi, sono profondamente diversi da quelli della chimica e fisica contemporanee.

Tra queste due strade parallele, di cui una non ha altro fine se non l’asservimento brutale e violento della Natura, non esiste alcun punto d’incontro, alcun sistema comune di riferimento. Sostenere come si fa normalmente, che l’alchimia abbia generato, sia pure parzialmente, la scienza moderna, vuol dire accusare l’Arte Sacra di una procreazione mostruosa di cui essa è affatto innocente ed irresponsabile.

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L’Ouroboros che si mangia la coda, con alcuni dei principali animali del bestiario simbolico dell’alchimia.

Un’opera che si vuole ripeta in piccolo la Creazione Macrocosmica, presuppone, o piuttosto genera, un insegnamento cosmogonico.

In realtà, proprio per questo motivo di stretta analogia, i Filosofi furono a lungo restii a mettere per iscritto una teoria completa e coerente. Dall’antichità solo la Kòrh kòsmou, nel Corpus Hermeticum, ci resta con una descrizione dettagliata, seppure parziale, della Genesi Universale, che si restringe volontariamente alla creazione delle anime individuali. Il rapporto è così evidente con quella che fu poi chiamata Seconda Opera per la produzione del cosiddetto Mercurio Filosofico, che persino studiosi profani l’hanno constatato.[7]

Si deve dunque arrivare al XVII secolo perché Cosmopolita prima e Sendivogio poi, divulghino una teorizzazione più soddisfacente che riassume gli insegnamenti sparpagliati qua e là nei trattati più antichi. Sendivogio vede[8] la Creazione distinta in due grandi processi successivi che corrispondono a fasi alternanti di soluzione e coagulazione.

La prima parte dall’acqua primordiale generata dal nulla. Di questo primo movimento tuttavia non può essere detto alcunché, ed è ignoto al Filosofo che lo dà per avvenuto fuori da ogni categoria. Di più, solo dopo quest’atto primigenio esiste il tempo, e guida l’avvenimento, anch’esso sorto nello stesso atto. Quest’acqua di cui si parla, comprende in se tutte le qualità universali, e quindi il calore, la freddezza, la secchezza e l’umidità. Si distingue in corpo, anima “e medio tra i due”. Li chiama hyle, archeo ed azoth.

Per un atto di separazione, che è detto più propriamente distillazione, sorgono da quest’acqua i quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Questi, quintessenziati, danno origine ai cieli ed agli astri che li adornano.

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L’Ouroboros in un manoscritto di alchimia araba.

Si conclude così il primo movimento, espansivo e separativo, e incomincia quello compositivo che da coppie di elementi produce i tre principi. Terra ed acqua danno mercurio; acqua ed aria, sale, aria e fuoco, solfo. Poi questi, ancora accoppiati, generano lo sperma coagulativo, solfo vivo, ed il menstruo digestivo, mercurio vivo.

Infine, dall’ultima congiunzione di questi, ancora per generazione, nasce l’ultimo principio principiato, Materia Prossima del Cosmo. Questa, che è Spirito Universale, Ermafrodito, vera Madre di tutte le cose, genera, senza altri accoppiamenti, i “diecimila esseri” .

I Filosofi Ermetici osano contare Platone tra gli Adepti, e chiamano Solfo il “medesimo”, e Mercurio l'”altro”, leggere anche nel Timeo l’alchemica generazione dell’anima del mondo:

…Dell’essere indivisibile e che è sempre nello stesso modo, e di quello divisibile che si genera nei corpi, di tutte e due forò mescolandole insieme, una terza specie di essenza intermedia, che partecipa della natura del medesimo e di quella dell’altro, e così le stabilì nel mezzo di quella indivisibile e di quella divisibile per i corpi. E presele tutte e tre, le mescolò in una sola specie, congiungendo a forza col medesimo la natura dell’altro che ricusava di mescolarsi. E mescolando queste due nature coll’essenza e di tre fatto di nuovo un solo intero, divise questo in quante parti conveniva, ciascuna delle quali era mescolata del medesimo, dell’altro e dell’essenza…[9]

Queste cose deve ripetere l’Artista, scimmia di Dio, nel suo laboratorio. Riassume tutta l’Opera nella Turba francese il Vicario:

Di più cose fate due, tre, e tre uno…[10]

Appare dunque che il Sale non è un principio autonomo, ma il risultato di una mediazione tra gli altri due. Lo insegna Fulcanelli in una chiarissima pagina[11], lo diceva quel “gentiluomo di Chartres” che lo precedette nell’esegesi ermetica della Chiesa Cattedrale di Parigi, immaginata “ìl mercoledì 20 maggio 1640, vigilia della gloriosa Ascensione dì Nostro Salvatore Gesù Cristo, dopo aver pregato Dìo e la sua Santissima Madre Vergine”:

Il sale (legame di Anima e Spirito) è l’effetto della loro unione e del loro mutuo amore, ed è un corpo spirituale che ce li cela e li avvolge nel suo seno come non facendo più che una sola cosa dei tre, ciò che le persone impregnate dì pregiudizi non intenderanno e non capiranno…[12]

In effetti, proprio per questo, i Filosofi più antichi non pongono il Sale tra i principi alchemici, pur non trascurandone l’importanza.

&Egrave soltanto con Paracelso, o con Basilio Valentino se si preferisce considerarlo antecedente, che esso compare come terzo attore a pari diritto nell’Opera. Il che può in generare una terribile confusione quando si voglia passare ad una fase operativa.

Solfo e Mercurio dunque, non quelli comuni e volgari, ma i due grandi archetipi, sono alla base di tutta la Manifestazione Universale, e quindi anche di quell’opera microcosmica di cui l’Alchimista operativo è Demiurgo. Dal penetrarli dipende innanzitutto la comprensione dei testi ermetici.

Ricorda Ippolito che il caldeo Zarata disse a Pitagora come

due siano fin dal principio le cause delle cose che sono, il padre e la madre: e che il padre è la luce, la madre le tenebre, e che della luce son parti il caldo, il secco, il leggero, il veloce; della tenebra il freddo, l’umido, il pesante, il lento; e che da questi, femmina e maschio, è composto tutto il cosmo.[13]

Del Solfo dunque diremo che è calore e secchezza. Nutrimento del calore nativo di tutte le cose, di queste contiene e riceve “odori e tinture”.

Sede dell’umido, invece, il Mercurio, nutre in tutte le cose l’umido radicale.

Il primo riceve e distribuisce impressioni ed influenze calde ed ignee, il secondo è soggetto a quelle umide e fredde e le rinvia alle altre parti dei corpi.

Gli antichi chiamavano anche “limite” (péras) il primo, illimitato (apeiron) il secondo. Limite è ciò che dà la forma e quindi, alchemicamente, fissa, cosicché nell’evolversi degli eventi li ordina escludendo il cieco e folle caso.

L’illimitato, dissolvente, riconduce alla materia prima, informe e disorganizzata, premessa di qualunque opera di perfezionamento ed evoluzione.[14]

Dei numeri saranno il dispari e il pari, 3 e 2 innanzitutto, che danno per congiunzione 5, per moltiplicazione 6; qui però non si deve eccedere in rigidezza, perché 5 è vitriolico e mercuriale, 6 segna la stessa Pietra ed è quindi sulfureo.

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La cosmologia alchemica di ispirazione rosicruciana. Illustrazione tratta da Janitor Pansophus, Musaeum Hermeticum, 1677.

Di entrambi, a coppie, un trattato ancora attribuito a Sendivogio[15] dà una lista di sinonimi, utili per lo studioso. A questi premettiamo i simboli grafici ormai consacrati dall’uso in Occidente:

il volatile
l’argento vivo
il superiore
l’acqua
la donna
la Regina
la donna bianca
la sorella
Beya
il solfo volatile
l’avvoltoio
il vivo
l’acqua di vita
il freddo umido
l’anima o spirito
la coda del drago
il Cielo
l’aceto asperrimo
il fumo bianco
le nubi nere

il fisso
il solfo
l’inferiore
la terra
l’uomo
il Re
il servitore
Il fratello
Gabrico
il solfo fisso
il rospo
il morto
il nero più nero del nero
il caldo secco
il corpo
il drago che si divora la coda
la Terra il suo sudore, la sua cenere
il rame o il solfo
il fumo nero
I corpi che escono da queste nubi

Il Mercurio, tuttavia, da cui il nome stesso dell’arte Ermetica, resta l’Enigma più difficile da risolvere, ed il primo da affrontare. Senza che ci si immagini vanamente, lo abbiamo già detto e lo ripetiamo, che si possa tradurre mai in alchimia un termine in un altro univoco comune.

In realtà diversi enti hanno diritto ad essere chiamati ‘Mercurio’ in ermetismo, seppure per vari motivi.

Un anonimo e prestigioso Adepto ne indica Quattro.

Il primo, e il più importante, è il Mercurio dei corpi. Sullo studio di questo si fonda tutta l’Alchimia.

Il secondo è il Mercurio di natura, bagno dei sapienti, vaso dei Filosofi, vera acqua filosofica.

Il terzo è il Mercurio dei Filosofi, così detto perché solo sapienti Artisti lo posseggono, e non si vende né si compra, ma si trova solo nei laboratori ermetici: sfera di Saturno, vera Diana, sale dei metalli. Dall’acquisizione di questo, nei trattati più antichi, si dava l’inizio dell’Opera.

Ultimo è detto il Mercurio comune, non certo il metallo volgare, ma l’aria filosofica, fuoco occulto e segreto, quello in cui consiste la vera sostanza metallifera.

Dice l’Adepto:

Se, o lettore, avrai compreso questi quattro Mercuri, allora ti si spalancherà la porta…[16]

Del terzo diremo, per una miglior comprensione, che dai moderni, Fulcanelli in particolare, è detto Mercurio Filosofico. Di questo parla l’apoftegma famoso, che lo dà sottoposto a cottura, come solo necessario per concludere l’Opera, e che qui ripetiamo a buon auspicio dell’eventuale, fortunato lettore:

Ignis et Azoth tibi sufficiunt.


Note

[1] Novum Lumen, op. cit., tractatus XII.

[2] Eugène Canseliet, F.C.H., L’Alchimia spiegata sui suoi testi classici, Ed. Mediterranee, Roma 1985.

[3] R.A. Schwaller De Lubicz, op. cit.

[4] Pharmacopoeia Medico – Chymica sive Thesaurus Pharmacologicus… atque insuper Principia Phisicae Hermetico-Hippocraticae… Autore Joanne Schrôdero, emendatum… notisque auctum à Joanne Ludovico Witzelio… Francofurti 1677.

[5] Gabriele Panteghini, Il mondo materiale nel piano della salvezza, Ed. Paoline, Roma 1968.

[6] Vedi Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 1978.

[7] Vedi ad es. A.J. Festugiére, Hermetisme et Mystique païenne, Paris 1967, pag. 230 e segg. La Kórhs kósmon, o “pupilla del mondo” si trova nel IV volume del Corpus Hermeticum edito da Les Belles Lettres, Paris 1972.

[8] Apographum Epistolarum hactenus ineditarum M. Sendivogli, seu I.I.D.I. Cosmopolitae vulgo dicti, in Bilbl. Chem. Curiosa, op. cit., lib. III sect. II subsect. XI. Non metteremo qui in discussione l’attribuzione di queste lettere. Per parte nostra abbiamo buoni motivi per ritenerle autentica opera dell’allievo di Cosmopolita.

[9] Timeo, VIII in Platone, Opera Omnia, vol. 2, Laterza, Bari 1967. Per un’informazione più ampia su Platoine filosofo ermetico vedi Alchemical texts bearing the name of Plato, by D.W. Singer, in “Ambix, The journal of the Society for the study of Alchemy and Early Chemistry”, December 1946, vol. II, n. 3, 4. Per un esempio vedi Platonis libri Quartorum, seu stellici, cum commento Hebuhabes Hamed, explicati ab Hestole: è manu exaratis codicibus desumpti nunc primum typis donati. Si trova in Theatrumm Chemicum, Praecipuos selectorum auctorum tractatus de chemiae et lapidis philosophici antiquitate, veritate, jure, prestantia & operationibus continens… Volumen Quintum, Argentorati, Sumptibus Heredum Zetneri, M.DC.LX.

[10] La Tourbe des Philosophes ou l’assemblée des disciples de Pytagoras appellée le code de verité, in Divers Traitéz de la Philosphie Naturelle… A Paris, chez Jean d’Houry … M.DC.LXXII.

[11] Demeures Philosphales, op. cit., I volume, pag. 262.

[12] Expication trés curieuse des enigmes et figures Hiérogliphiques Physiques, qui sont au grand portail de l’Eglise Cathedrale et Métropolitaine de Notre-Dame de Paris, par le Sieur Esprit Gobineau de Montluisant, Gentilhomme Chartrain, Ami de la Philosophie Naturelle et Alchimique, in Trois Ancien Traitées d’Alchimie, calligraphie et pròlegomènes d’Eugène Canseliet, F.C.H., J.J. Pauvert, Paris 1975.

[13] Citato da P. Zellini, Breve storia dell’infinito, Adelphi, Milano 1980.

[14] Vedi in P. Zellini, op. cit., per un primo approfondimento.

[15] Traité du Sel. Troisième Principe des choses monérales. De noveau mis en lumière. Texte de l’edition francaise de 1691. Introduction et notes par Bernard Roger, Paris 1976

[16] Lux obnubilata suaptè Natura refulgens, vera de Lapide Philosophico Theorica, metro italico descripta et ab Auctore Innominato Commenti Gratia ampliata, Venetiis, MDCLXVI, Apud Aexandrum Zatta, Superiorum Permissu & Privil.


Nel giugno 2001, alla nascita di Airesis, chiedemmo a Paolo Lucarelli l’autorizzazione a ripubblicare e diffondere nuovamente, questa volta per mezzo del web, la serie di scritti sull’alchimia pubblicati negli anni ’80 su Abstracta. Lucarelli, dopo aver valutato il progetto, acconsentì senz’altro, ed aderì anche al comitato scientifico promotore dell’iniziativa. Gli sarebbe piaciuto inoltre, ci disse, col tempo, rivedere quegli scritti, aggiornarli in base alle sue nuove conoscenze e alle sensibilità maturate nel corso degli anni. Quattro anni dopo, nel luglio 2005, Paolo Lucarelli ci ha lasciato. Nell’ospitare la serie completa dei suoi scritti apparsi su Abstracta, Airesis offre l’estremo omaggio alla memoria dello studioso e discepolo della Filosofia Ermetica.


Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Abstracta n. 19 – ottobre 1987, pp. 20-25, riprodotto per gentile concessione dell’autore. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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