Gli eretici di Princeton

di Giovanni Monastra

La progressiva crisi dei paradigmi positivisti e materialisti, sembra spingere alcuni settori della scienza verso una riconsiderazione del rapporto profondo tra legge scientifica e metafisica. È il caso del gruppo di scienziati raccolti tra Princeton e Pasadena, che sembrano recuperare, nelle loro teorie, la eco di antiche forme di conoscenza religiosa e l’afflato mistico di sistemi metafisici lontani e dimenticati, nella prefigurazione di un nuovo modo di concepire la scienza e la realtà.

monastra_ereticiprinceton_01

Mandala tibetano che raffigura simbolicamente la pratica e le dottrine della Ruota del Tempo. Per gli scienziati neognostici della scuola di Princeton, anche la filosofia e la matafisica orientali costituiscono fonte di ispirazione nella ricerca di una conoscenza più profonda.

A una domanda postagli da C. H Roquet circa il rapporto tra “l’universalità del simbolo al di là della diversità dei simboleggiamenti” e l’acquisizione di una “verità trans-storica”, il grande studioso delle religioni, Mircea Eliade, scomparso nel 1986, dopo aver rifiutato le posizioni relativiste e nichiliste, aggiungeva:

Mi sento più portato verso la gnosi di Princeton, ad esempio. Colpisce il vedere i più grandi matematici e astronomi di oggi, tutte persone cresciute in una società del tutto desacralizzata, giungere a conclusioni scientifiche o filosofiche molto vicine a talune filosofie religiose. Colpisce il vedere dei fisici, soprattutto degli astrofisici e degli specialisti di fisica teorica ricostruire un universo in cui Dio ha il suo posto e anche l’idea di cosmogonia, di Creazione. Assomiglia al monoteismo mosaico, però senza antropomorfismo; fa anche pensare a certe filosofie indiane che essi ignoravano. È qualcosa di molto importante[X].

Eliade, autore attento ai fermenti culturali del nostro tempo, di cui coglieva subito gli aspetti innovativi, era stato giustamente colpito da un fenomeno singolare e al contempo significativo, il cui nucleo è costituito dalla elaborazione di un sapere unitario non più in contrasto con la dimensione religiosa.

Se oggi gli scienziati – ha scritto R. Oth – non si sentono più a disagio di fronte a Dio, tanto più che il concetto stesso di Dio sta riguadagnando terreno, lo si deve a un nuovo movimento filosofico-scientifico, ai neo-gnostici di Princeton e Pasadena, vere e proprie Disneyland dell’erudizione in cui lavorano fianco a fianco fisici, astronomi, biochimici e matematici[2].

L’affermazione di Oth è corretta, anche se ci sembra del tutto improprio e fuorviante l’uso di un termine come “Disneyland”, con le sue implicite connotazioni da baraccone dei divertimenti e della superficialità, per definire la comunità di scienziati che negli scorsi decenni hanno dato vita al movimento, tutt’altro che banale, di cui vogliamo parlare. Vediamo di cosa si tratta.

La definizione di Gnosi di Princeton risale al 1969: è stata coniata da osservatori esterni colpiti da alcune analogie fra le idee degli studiosi di Princeton (e Pasadena) e quelle dell’antica setta gnostica, sorta tra il primo e il secondo secolo dell’era cristiana, nell’area medio-orientale, ad opera di Valentino, Menandro e Marcione. Essa si caratterizzava per un particolare sincretismo di idee, miti e simboli propri all’antichità religiosa, dal cristianesimo al neoplatonismo, all’Orfismo, reinterpretati alla luce di un cupo pessimismo. Infatti il Cosmo veniva visto come la creazione di un Dio malvagio, posto al di sotto, però, del Dio supremo contraddistinto da valenze positive, mentre la condizione umana era assimilata ad una prigionia (il corpo come carcere) dell’anima incatenata suo malgrado alla materia. Solo la conoscenza, appunto la gnosi, attraverso il ricordo della propria origine spirituale, poteva salvare, facendo conseguire la liberazione, il ritorno al Dio supremo.

L’anamnesi gnostica rivestiva, quindi, un ruolo centrale per poter percorrere efficacemente la via verso la trascendenza. Si potrebbe dire: senza memoria non c’è conoscenza, né, di conseguenza, salvezza, traguardo ambito che, però, secondo gli gnostici, poteva essere conseguito da pochi, da una élite. Per la maggioranza degli uomini, invece, non c’era possibilità di liberazione dalla materia. La loro concezione élitista li portava a disinteressarsi di tutto ciò che riguardava il mondo, la vita terrena. Gli antichi gnostici vivevano separati dalla società.

Da parte loro i neo gnostici di Princeton presentano indubbiamente alcune analogie con i discepoli di Valentino e Menandro. Ad esempio questi scienziati sono spesso affascinati dalla filosofia e dalla metafisica orientali, ma non disdegnano nemmeno il Cristianesimo, pur non essendo cristiani: di fronte a questo enorme patrimonio spirituale essi operano un sincretismo, prendendo dalle varie dottrine ciò che più li soddisfa (il che, certo, risulta assai discutibile), talora nella prospettiva di una conoscenza in chiave metaforica. Anche i neognostici attribuiscono un rilevante valore alla memoria, come elemento della “coscienza cosmica” però, e non in chiave antimondana e soteriologica, essendo esenti dal pessimismo degli antichi gnostici. Potremmo ricordare ancora la convinzione, comune ai due movimenti, secondo la quale esiste un quid spirituale racchiuso negli elementi del mondo fisico. Quindi, solo conoscendo sul piano metafisico, e non attraverso la fede, si raggiunge veramente Dio. Ancora: è indubbio che l’atteggiamento elitista sia presente anche tra i neognostici come tra i loro antenati dell’antichità, così pure il disinteresse per la dimensione politico-sociale dell’esistenza.

L’origine di questa corrente filosofico- scientifica moderna, è antecedente al 1969, anno appunto in cui fu coniata la definizione di “gnosi di Princeton”. Risale addirittura agli anni Cinquanta, con le formulazioni di cosmologi e fisici quali Milne, Stromberg, Whittaker, Sciama, Weizsäcker e, in parte, Hoyle. Se vogliamo poi indicare dei precursori, potremmo citare tre grandi scienziati: Eddington, Whitehead e Jeans, di cui è noto anche l’impegno speculativo in campo filosofico[3]. Anche se i centri propulsori iniziali furono le università di Princeton e Pasadena, successivamente troviamo neognostici in molti altri centri accademici e di ricerca, anche al di fuori degli USA[4]. Alla prima pattuglia di fisici e cosmologi si aggiungono biologi, neurologi, antropologi, psichiatri, psicologi . Attualmente sembra che il movimento sia scomparso come realtà unitaria, ma di sicuro molte sue idee hanno lasciato una forte impronta in scienziati appartenenti a varie discipline. Uno di questi è certo il fisico austro-americano Fritjof Capra. Probabilmente anche anche altri suoi colleghi ancora più noti, come David Bohm e Paul Davies hanno risentito delle idee “neognostiche”.

Ma quali sono, nei particolari, i capisaldi scientifico-filosofici? Il loro pensiero è stato giustamente definito “cosmocentrico”. Alcuni hanno detto anche “teocentrico”. Infatti, contro il riduzionismo e il nichilismo di una certa scienza, ancora legata ai “paradigmi. culturali ottocenteschi (meccanicismo), i nuovi gnostici cercano di conoscere e delineare l’Ordine che regge l’Universo, il nucleo pulsante. unitario. che lo anima come una sorgente vitale.

Spirito e materia si intrecciano in modo inscindibile l’uno all’altro, cosicché alla fine non c’è più una realtà puramente materiale e neppure una realtà puramente spirituale[5].

Come scrisse Charles Peguy:

Lo spirito stesso è carne”.

Gli gnostici di Princeton e Pasadena rifiutano di cadere nel dualismo spirito-materia, cosi come in quello soggetto-oggetto o coscienza-cosa. Spirito e materia vengono posti agli estremi di una retta, e quindi in continuità seppur agli antipodi: si parla rispettivamente dell’uno o dell’altro a seconda che prevalga l’organizzazione o il caos.

La materia è l’effetto di una molteplicità disordinata: non costituisce una realtà autonoma. Se lo spirito in quanto ordine rappresenta la trama del mondo fisico, in quest’ultimo, secondo i neognostici, esiste anche una coscienza diffusa, elemento che è inscindibile dalla dimensione spirituale. Il cosmo è cosciente di se stesso, come al suo livello lo è l’uomo.

Tutto ciò può apparire assurdo a chi vuole vedere solo l’aspetto esteriore delle cose, quello che gli gnostici di Princeton definiscono il “rovescio” della realtà fisica, ma non lo è più se si opera un capovolgimento di visuale, di approccio al mondo, pur rimanendo ancorati a un rigoroso metodo scientifico. Infatti questo movimento ha accettato quasi tutte le conoscenze fornite dalla fisica, dalla cosmologia, dalla biologia, dalla medicina e dalla psicologia del nostro tempo, operando, però, un profondo rivolgimento della gestalt conoscitiva, della filosofia di fondo che organizza il sapere moderno, e fornendogli una sua intima coerenza. I neognostici hanno dimostrato, cosi, che gli stessi dati possono essere “letti” in modi diversi, da angolazioni differenti, in prospettive anche opposte. Ad esempio, essi ammettono l’evoluzione dei viventi, dalle prime forme cellulari all’uomo, riconoscendo l’importanza del fattore caso. in tale processo, ma ritengono antiscientifico affermare dogmaticamente che il mondo animale e vegetale si sia formato unicamente in base a un gioco meccanico e cieco tra forze fisiche. Il disordine risulta incapace di generare l’ordine, se già non contiene in se le potenzialità della “forma”. Bisogna quindi guardare dietro i fenomeni, passando dalla apparenza alla trasparenza, cosi come, quando leggiamo una lettera, la interpretiamo “tra le righe”, cercando di afferrarne il significato profondo tramite la percezione di vari segnali che non sono evidenti a un’analisi puramente esteriore e superficiale.

Nella conoscenza della natura i neognostici procedono con questa lettura “significante”, antiriduzionista perché rifiuta il monodimensionalismo degli scientisti: ciò costituisce un approccio alla realtà fisica differenziato, a vari livelli, complesso, alieno cioè dal semplicismo, ma al contempo olista, in quanto riconosce la struttura profondamente integrata e unitaria del cosmo. Tutto risulta permeato, per i neognostici, da una Intelligenza immanente: ogni tipo di esistenza nella dimensione fisica deriva dall’ordinamento posto nello spazio-tempo ad opera di una realtà superiore, di carattere informazionale, cosciente. Si potrebbe dire, operando un classico rovesciamento gnostico, che non è la coscienza ad essere un epifenomeno della dimensione fisica, al pari quasi di una secrezione ghiandolare, ma è la realtà sensibile ad esserlo rispetto alla coscienza, presenza assoluta, non scomponibile o riducibile a una somma di parti, né esplicabile in un orizzonte “meccanico”, solo materiale. Il nucleo di ogni esistenza è sempre un fattore “semantico”: il significato costituisce la base di ogni essere. A tale proposito ci sembra degno di rilievo che un biologo italiano, Marcello Barbieri, attualmente docente di Embriologia presso l’Università di Ferrara, abbia potuto proporre circa quindici anni fa una “teoria semantica dell’evoluzione”[6], anche in seguito ai suggerimenti fornitigli da un insigne scienziato neognostico, Walter Elsasser.

Se si considera questo contesto informazionale, possiamo asserire che il pensiero dei teorici di Princeton e Pasadena rappresenta una formulazione moderna e raffinata dell’animismo: l’Universo costituisce una sequenza gerarchica di enti, intimamente animati, dai singoli animali e vegetali alle specie, all’insieme delle specie, all’albero della Vita. Non sono aggregati di parti, ma totalità coscienti all’interno della superiore totalità cosmica: nulla è cieco. Un noto fisico francese, J.E. Charon, che aderisce a tale ordine di idee, ha scritto che

i neognostici rifiutano in partenza di porre l’uomo al centro del fenomeno pensante: quando l’uomo afferma “io penso”, essi sottolineano, dovrebbe più correttamente dire “egli pensa”, oppure “esiste un pensiero nello spazio”, nello stesso modo in cui il fisico dice “esiste un campo magnetico nello spazio”, o in cui l’uomo della strada dice “piove”. In altri termini, esiste una realtà profonda, presente ovunque nell’Universo, in grado di far nascere il pensiero nello spazio, nello stesso senso in cui l’elettrone è in grado di far nascere attorno a sè un campo elettrico nello spazio. Il pensiero è presente dovunque, nel minerale, nel vegetale e nell’animale nello stesso modo che nell’Uomo. È esso che traspare dietro il comportamento degli organismi viventi anche se si tratta semplicemente di batteri[7].

La coscienza viene definita dai neognostici il “dritto” del cosmo, aspetto che sfugge completamente all’analisi superficiale degli scientisti, che percepiscono solo il “rovescio”, che, preso in sé, sembra esprimere una pura e semplice fenomenologia meccanicista. Il rapporto esistente tra i vari livelli dell’Universo, nella concezione dei teorici di Princeton, è stato ben esemplificato dal biologo francese Raymond Ruyer, aderente a questo movimento, a cui una ventina di anni fa ha dedicato un libro:

L’universo è come un palazzo a molti piani nel quale gli abitanti si conoscono bene tra loro sullo stesso pianerottolo, ma si conoscono male tra un piano e l’altro[8].

Dai piani superiori arrivano comandi, da quelli inferiori impulsi. Ma ciascuno, troppo assorbito dall’ambiente che lo circonda, ignora o vede confusamente i domini sottostanti e sovrastanti. Ciò non significa che essi siano inesistenti o privi di una integrazione reciproca, bidirezionale. Al di sotto della Coscienza Cosmica, nelle intime maglie del mondo sensibile i neognostici pongono degli intermediari, gli oloni, termine coniato da Arthur Koestler, studioso molto vicino agli scienziati di Princeton e Pasadena. Egli scriveva anni addietro:

Che cosa intendiamo esattamente con le parole familiari parte e tutto? La parola parte ci fa pensare a qualcosa di frammentario e di incompleto, che di per sè non ha alcun diritto a un’esistenza autonoma. Un tutto, o una totalità, è considerato invece come qualcosa di completo in sè, che non ha bisogno di altre spiegazioni. Contrariamente a queste abitudini di pensiero profondamente radicate e al loro riflesso in talune scuole filosofiche, parti e totalità in assoluto non esistono però né nel campo degli organismi viventi, né nelle organizzazioni sociali, né nell’universo in generale. Un organismo vivente non è un aggregato di parti elementari, e le sue attività non possono essere ridotte ad atomi di comportamento elementari formanti una catena di risposte condizionate. Nei suoi aspetti corporei, l’organismo è un tutto formato da subtotalità, come l’apparato circolatorio, l’apparato digerente, ecc., che a loro volta si ramificano in subtotalità di ordine inferiore, come organi e tessuti, e così via sino alle singole cellule e agli organelli all’interno delle cellule. In altri termini, la struttura e il comportamento di un organismo non possono essere spiegati da, o ridotti a, processi elementari fisico-chimici; un organismo è una gerarchia pluristratificata di subtotalità a molti livelli … ciascun membro di questa gerarchia, a qualsiasi livello, è una subtotalità o un olone di proprio diritto … in quanto parti sono subordinati ai centri superiori nella gerarchia, ma al tempo stesso funzionano come totalità quasi autonome. Sono bifronti come Giano. La faccia rivolta verso l’alto, verso i livelli superiori, è quella di una parte dipendente; quella rivolta verso il basso, verso le parti che la compongono, è quella di un tutto in possesso di una notevole autosufficienza[9].

Una simile concezione vale, oltre che per gli organismi viventi, anche per le altre strutture che popolano la realtà fisica, fino a livello cosmico, in una sequenza simile al gioco delle scatole cinesi. Risulta così superata la visione atomistica, puntualista, che cerca di separare la realtà in tanti “qui-ora”: invece tutte le realtà esistenti hanno senso solo se sono correlate mutualmente (sia in fisica che in biologia e in psicologia), se vengono comprese in un “dominio”, il quale, ad un livello massimo, equivale all’intero universo. Tutto è collegato, nulla è separato: le forze fisiche sono quindi “dominiali”, ossia appartengono a un dominio, a un olone. Per gli scientisti, invece, l’Universo è un grande caos, privo di luce, di significato, di gerarchia, coerentemente con la loro visione meccanicomorfica.

monastra_ereticiprinceton_02

Concordanza dell’astronomia con la teologia in una xilografia francese del 1490. La ricerca di un sapere scientifico che non sia in contrasto con la dimensione religiosa è l’obiettivo dei neognostici di Princeton.

I neognostici riaccendono una simpatia, o empatia, per il Cosmo, da parte dell’uomo, che ricorda il sentimento goethiano per la natura. Il Dio immanente, in cui essi credono (certo teologicamente assai discutibile!), viene simbolizzato come un campo gravitazionale semantico, che regola la nostra condotta, lasciandoci la libertà di esecuzione e di adattamento: l’uomo “partecipa”. al suo disegno generale, senza determinismo.

Tutto diviene partecipazione come in una melodia. Secondo Charon, attraverso la nostra struttura elettronica noi partecipiamo, a livello subcosciente, alla vita dell’universo, immergendoci nel suo psichismo che ne costituisce il “dritto”.

Il filo che unisce, dalle origini (big bang) a oggi, il divenire cosmico è la memoria, attributo di ogni coscienza che, solo mediante essa, può mantenere la sua struttura unitaria attraverso il tempo. I neognostici parlano di “temi mnemonici” e di “legami di senso” agenti sulla e nella materia differenziandola e guidando il processo evolutivo. D’altra parte esiste anche una memoria microfisica, propria alle particelle “elementari”, tanto che il neutrino è stato ribattezzato mnemino. In questa visione olista memoria e partecipazione divengono due aspetti di una stessa realtà. Ma trattandosi di elementi non spaziali sono stati trascurati dalla scienza “moderna”, rigorosamente materialista e positivista, anche se negli ultimi anni tra gli stessi ricercatori “ortodossi” è riemersa l’idea, corroborata da nuove evidenze, che la materia, cosiddetta “inanimata”, possa avere una “memoria”[10].

Si potrebbe anche parlare di nuovi “paradigmi” esplicativi della realtà, applicabili a vari settori, dalla biologia dello sviluppo alla struttura delle lingue, dalla psicologia del sogno alla genetica. Ad esempio gli gnostici di Princeton e Pasadena rifiutano la teoria che fonda l’istinto solo sul gene (tesi riduzionista): infatti, a loro parere, il DNA svolge un ruolo ausiliario, mnemotecnico. Non si può ridurre tutto alla lettura del gene: l’informazione avviene per partecipazione a seguito della induzione chimica. La loro posizione, quindi, si discosta dall’ereditarismo unilaterale, senza cadere nel suo opposto, l’ambientalismo aprioristico, seguendo così un strada che oggi sembra sempre più convincente. In generale possiamo dire che i segnali chimici agiscono al pari di orientatori di senso. Sarebbe erroneo attribuire loro il ruolo di cause meccaniche. Ogni nascita e dispiegamento di forme si presenta come una attività posseduta, partecipata, sottolinea più volte Ruyer. Ciò non significa abolire le procedure analitiche, ma piuttosto inserirle in un contesto più ampio.

L’embriologia, scendendo nel concreto, non sarebbe nemmeno esistita se fosse stata rifiutata una metodica olista, l’unica che ha permesso le acquisizioni di cui disponiamo in questo settore. L’embrione si sviluppa partecipando alla memoria biologica, come il bambino cresce partecipando alla memoria socio-culturale. L’embriogenesi costituisce un esempio di creazione tematizzata: da domini più generali, superiori, si va verso domini più specializzati, posti al di sotto, che diffondono e capillarizzano i comandi ricevuti. È il fenomeno che con terminologia scientifica viene definito “induzione dei territori”. Così ogni morfogenesi diviene una psicogenesi.

L’evoluzione, secondo gli gnostici di Princeton, potrebbe essersi svolta, e svolgersi tuttora, con una procedura in cui la Coscienza Cosmica, senza sapere in anticipo quello che sarà il mondo in dettaglio, ponga delle regole al divenire creativo, lasciando in larghi settori la libertà di azione al caso e intervenendo eventualmente con la selezione. Siamo molto lontani dal darwinismo, anche se non si può certo parlare di concezioni platoniche del tipo di quelle sostenute da W. Troll, A. Portmann, J. von Uexküll e altri.

monastra_ereticiprinceton_03

Le corrispondenze microcosmo-macrocosmo in un’immagine astrologica del XIV secolo.

Date tali premesse, i neognostici naturalmente sono tutt’altro che panselezionisti, cioè non credono che la selezione naturale possa spiegare l’esistenza di ogni realtà biologica. Per loro

la natura è selettiva di seconda mano. La direzione della scelta dipende dalle iniziative della specie[11].

Parlando per via di metafora, potremmo dire che esiste un Selezionatore cosciente che aspetta il manifestarsi di novità favorevoli nel patrimonio genetico (mutazioni) e poi le fissa, in modo che l’organismo possa consolidare il proprio indirizzo di sviluppo specifico all’interno del processo evolutivo. Cosi la coscienza coordina gli automatismi subordinati, strutturandoli secondo i suoi voleri e i suoi desideri, usandoli come mezzi per conseguire i “fini”, sia pur generici e limitati nel tempo, da lei stabiliti. In altri termini si può dire che una specie, acquisendo nuovi comportamenti, frutto di una “volizione” e non di una alterazione del DNA, elabora per ciò stesso un programma selezionatore delle mutazioni utili.

Le tesi neognostiche sono state sviluppate molto anche in psicologia e neurologia. In quest’ultimo campo John Eccles, studioso notissimo, vicino ai teorici di Princeton e Pasadena, ha spiegato i fenomeni comportamentali, senza ridurli al substrato atomico. Egli ha fatto riferimento a un “conduttore del gioco”, a un “maestro del dominio”, unificatore, in una prospettiva volta a cogliere le realtà sovraordinate.

Da parte sua lo psicologo gnostico Abraham H. Maslow, opponendosi al comportamentismo e al freudismo, ha proposto una terza via, tesa a comprendere l’uomo nella sua globalità, senza ridurlo a un fascio di riflessi condizionati e sapendo ben distinguere la sua parte malata da quella sana. Nel comportamento umano, secondo Maslow, desideri, sentimenti e speranze rivestono una grande importanza, non inferiore a quella delle influenze esterne. Per conoscere l’uomo integrale bisogna studiare individui sani, in tutte le loro manifestazioni, compresi gli stati estatici, avendo come filo conduttore il concetto di “crescita personale”. Da notare che nel pensiero di Maslow viene ridimesionata (ma non certo ignorata) la componente utilitaristica nella determinazione del comportamento umano[12].

Nello stesso campo Charles Tart si è dedicato a indagare gli stati di coscienza alterati (SCA), arrivando a contestare la pretesa positivista di considerare normale solo la condizione psicologica che è diventata comune nell’uomo moderno, occidentalizzato. Gli stati alterati non possono essere semplicisticamente definiti come “patologici”, secondo la versione fornita dalla psicologia “politicamente corretta”. Piuttosto bisogna ampliare il concetto di coscienza ordinaria, comprendendovi condizioni psicologiche diverse da quelle più comuni, ma non per questo di per sè stesse morbose. La psiche umana risulta essere molto più complessa di quanto hanno voluto credere (e far credere) molti “ingenui” ricercatori, preoccupati di esorcizzare ogni realtà inquietante[13].

Anche in questo settore, quindi, gli studiosi neognostici hanno dimostrato di saper battere sentieri ignoti ai più, rivelando un altro aspetto, affascinante, della realtà in cui siamo immersi. In definitiva, anche se certe idee sopra esposte possono legittimamente lasciare molto perplessi, per quell’alone di “seconda religiosità” spengleriana, di ambiguità e talora anche di ingenuità filosofica che conduce a gravi errori, come nel caso Charon (vedi riquadro), non ci sembra corretto liquidare il movimento di Princeton con supponenza, magari definendolo nel suo complesso pericoloso, come hanno fatto alcuni commentatori, sia appartenenti al campo della scienza “ultraortodossa”, sia a quello del cattolicesimo. Non è stato certo un merito da poco l’aver aperto certe “finestre” su orizzonti prima rifiutati a priori in ambito scientifico, creando un varco nella plumbea cappa dello scientismo. Potremmo dire che, forse, l’aspetto più valido della Gnosi di Princeton è proprio l’aver messo in discussione certi dogmi prima intoccabili, quasi come dei tabù, e l’aver affermato che possono esistere vie alternative per la spiegazione dei fenomeni naturali, a qualsiasi livello essi si pongano. Il grande fisico Max Plank affermava che “una nuova teoria non trionfa mai. Sono i suoi avversari che finiscono per morire”. Il prossimo futuro, forse, ci dirà quanto di valido ha in sé il pensiero dei neognostici.

La coscienza alterata: una via per altri mondi

Lo psicologo Charles Tart, esponente della Gnosi di Princeton, ha dedicato numerosissime ricerche alle particolari condizioni durante le quali gli esseri umani percepiscono la realtà in modo qualitativamente diverso da quello usuale, in genere definito come “normale”. Egli segue un approccio sistemico. Infatti anche se la coscienza può essere analizzata dopo averla scomposta in molteplici parti, queste funzionano come un insieme strutturale: costituiscono un sistema. Solo passando da una visione settoriale ad una concezione unitaria, cioè quando le parti vengono studiate nell’interezza del sistema, nella totalità che dà senso e valore, si raggiunge una reale conoscenza del nostro mondo interiore, della nostra psiche. L’indirizzo è chiaramente olista. Per definire le condizioni non consuete di sensazione e percezione del mondo, Tart parla di stati di coscienza alterati (SCA), determinati da vari fattori che interagiscono con la particolare costituzione psichica dell’individuo che li vive. Tra questi fattori troviamo le droghe, come l’LSD o la marijuana. Ma anche i sogni, il cui vero significato rimane ancora misconosciuto, rappresentano esempi di SCA insieme agli incubi, le estasi mistiche, le visioni, ecc.

La nostra società positivista tende a irridere come puro parto di fantasia, magari malata, ogni condizione in cui la coscienza dell’uomo si apre ad “altro”, ad una realtà “diversa” da quella consueta. Secondo il pregiudizio corrente, infatti, nulla può esistere al di fuori della realtà definita convenzionalmente come “normale”, oggetto dei sensi dell’uomo “medio” occidentale. Tart, invece, senza abbandonare il rigore del metodo scientifico, si è ben guardato dal negare valore agli SCA: essi, nella sua concezione, vanno considerati in sé, e non in base ai parametri della cosiddetta coscienza “comune”. Così ha studiato le differenti percezioni del tempo, il senso della atemporalità, la perdita dell’Io, la comunione con il cosmo, l’insorgere di nuovi modelli di pensiero, associativi e metaforici, tutti elementi presenti ora in un tipo, ora in un altro di SCA. Tart ha potuto illuminare uno dei settori più affascinanti della dimensione umana, da una posizione inconsueta e troppo a lungo ignorata.

Per un approfondimento vedi: C.T. Tart, Stati di coscienza, Astrolabio Ubaldini, Roma 1977.

monastra_ereticiprinceton_04

Monaco zen in meditazione. gli gnostici di Princeton rifiutano il dualismo spirito-materia, sostenendo la continuità e l’incessante intrecciarsi delle due cose “cosicché alla fine non c’è più una realtà puramente materiale e neppure una realtà puramente spirituale.

Siamo immortali?

Secondo il fisico gnostico Jean Charon gli esseri umani sono immortali, in quanto lo spirito, inteso come autocoscienza, sarebbe strettamente legato agli elettroni che compongono la materia. A suo parere queste particelle possiedono, oltre le loro ben note proprietà fisiche, anche dei caratteri “psichici”, essendo capaci di riflettere e di acquisire come bagaglio proprio le esperienze vissute. Gli elettroni sarebbero le fondamentali entità “pensanti”, che costituiscono così la base degli Io individuali. Charon afferma che tali conclusioni derivano dagli sviluppi raggiunti dalla fisica contemporanea e non dalla fede religiosa. Noi siamo parte indistruttibile del Tutto cosmico: l’universo è la nostra dimora eterna, in cui viviamo e ci evolviamo fin dal suo apparire. “Ho vissuto – egli scrive – 15 milioni di anni. Questo perché sono nato con i primi elettroni creati a partire dalla luce originale, al principio del mondo”. La fisica ormai non considera più solo una realtà costituita da oggetti inanimati ed “esterni”: nei suoi interessi e nel suo campo di indagine è entrato anche lo spirito, o meglio la dimensione psichica. Quindi studiando le leggi della natura studiamo anche noi stessi, scopriamo ciò che gli gnostici definiscono il “dritto” dell’universo. Forse tali idee sono tra quelle più “indigeste” per chi è credente e vede così sminuita e “psichicizzata” la dimensione spirituale. È indubbio che qui si avverte il pericolo di una banalizzazione di ciò che è per sua essenza “metafisico” e che non può essere ridotto alla sfera energetica della natura e del cosmo. E certo una frase di Charon come questa lascia fortemente perplessi: “Il compito più importante del XXI secolo sarà proprio quello di sviluppare lo studio dello Spirito, quale proprietà essenziale della materia, e dei suoi poteri”. Le teorie di Charon hanno rappresentato una “eresia” per i nostri tempi, dando vita a dibattiti e polemiche molto accese in campo scientifico, filosofico ed epistemologico. Egli era convinto di aver introdotto nella cittadella della scienza la “metafisica”, e per questo amava dire che “la vecchia fisica resta diffidente verso chi le porta a casa la metafisica”, anche se, in questo caso, si tratta, a nostro parere, di una falsa “metafisica”.

monastra_ereticiprinceton_05

Astronomi-astrologi in una miniatura del XIII secolo. Nell’antichità astronomia e astrologia coincidevano. I neognostici ricercano appunto un nuovo modo di conciliare fisica e metafisica.


Note

[1] M. Eliade, La prova del labirinto, intervista a cura di C.H. Rocquet, Jaca Book, Milano 1979, pp. 121-2.

[2] R. Oth, La scienza a caccia di Dio, Rusconi, Milano 1984, p. 241.

[3] In particolare di Alfred N. Whitehead ricordiamo testi quali La scienza e il mondo moderno, Boringhieri, Torino 1979, I modi del pensiero, Il Saggiatore, Milano 1972, e Il concetto della natura, Einaudi, Torino 1975.

[4] Ne citiamo solo alcuni, in parte noti anche al pubblico italiano: J. Marquand, W. Elsasser, W.S. Beck, E. Wigner, B.L. Whorf, E. Berne, A.H. Maslow, C.H. Tart.

[5] R. Oth, op. cit., p.243.

[6] Marcello Barbieri, La teoria semantica dell’evoluzione, Boringhieri, Torino 1985. Dello stesso autore vedi anche I codici organici. La nascita della biologia semantica, Pequod, Ancona 2000.

[7] J.E. Charon, Lo spirito, questo sconosciuto, Armenia, Milano 1987, p. 9.

[8] R. Ruyer, La Gnosi di Princeton, Nardini, Firenze 1980, p. 58.

[9] A. Koestler, Il principio di Giano, Comunità, Milano 1980, pp. 43-5.

[10] J. Maddox, Is there inanimate memory?, “Nature”, 321, 1986, p. 11.

[11] R. Ruyer, op. cit., p. 111.

[12] cfr. A. Maslow, Verso una psicologia dell’essere, Astrolabio Ubaldini, Roma 1971, e Motivazione e personalità, Armando, Roma 1997.

[13] cfr. C.T. Tart, Stati di coscienza, Astrolabio Ubaldini, Roma 1977.


Annunci