Il morso del diavolo e il morso della taranta

Il tarantismo nell’opera di Giovan Battista Della Porta

di Donato Verardi

D177_BTra i protagonisti del panorama scientifico europeo del secolo XVI, un posto di primo piano è occupato da Giovan Battista Della Porta (1535-1615)[1], filosofo napoletano assai fecondo, autore di fortunati scritti di magia naturale, di ottica, di fisiognomica, di idraulica, di matematica, di mnemotecnica, di scrittura segreta e di teatro.

In questa sede, mi soffermerò su un aspetto specifico del suo pensiero, quello relativo alla spiegazione “naturale” dei “mirabili” effetti del morso della tarantola[2], argomento affrontato da Della Porta in diversi luoghi della sua opera.

Pertanto, una volta individuati i passi nei quali il filosofo fa riferimento al fenomeno del tarantismo, mostrerò come il suo discorso si inserisca nell’ambito di un progetto più ampio, che egli conduce nel corso della sua lunga vicenda intellettuale intorno alla razionalizzazione dei cosiddetti fenomeni “occulti”, che egli intende strappare al “dominio” diabolico.

Un primo riferimento al tarantismo è presente in un breve capitolo della prima edizione della Magia naturalis, dedicato ai veleni[3]. La tarantola – scrive Della Porta – vive soprattutto a Tatanto, in Puglia. Coloro che sono morsicati da questo insidioso animaletto «multi enim perpetuo canunt, illachrimant, delirant: sed omnes ferè saltant». Della tarantola sono vittime soprattutto gli ignari mietitori, i quali guariscono dagli effetti del morso espellendo il veleno con canti e danze, al suono di strumenti musicali capaci di lenire l’animo.

Se si procede con una rapida comparazione tra questa sintetica trattazione del tarantismo ed altre interpretazioni rinascimentali del fenomeno, possiamo notare che, a differenza di Cardano[4], e come già per Ficino[5], il morso della tarantola, per Della Porta, non produce sonnolenza, ma movimento. La musica non ha la funzione che aveva in Cardano di tenere sveglio il morsicato, ma è un modo per incitare a saltare, alla danza. Certo, come già per Ficino e Cardano, anche per Della Porta la danza è un modo naturale di espellere il veleno, attraverso la fatica del corpo. A questa stessa interpretazione si richiamerà più tardi anche Tommaso Campanella[6] nel suo Del senso delle cose e della magia, opera scritta, come è noto, dopo un confronto con Della Porta sui temi della magia naturale[7].

Contrariamente a quanto si è ritenuto[8], il fenomeno del tarantismo trova una trattazione assai simile a quella presente nella prima Magia anche nella seconda edizione dell’opera, precisamente nel capitolo VII del libro ventesimo[9], dedicato ai poteri della musica. Il suono della musica, scrive in questo luogo Della Porta, incita alla danza coloro che, in Puglia, sono morsicati da questa specie particolarmente velenosa di ragni, che in quelle terre chiamano tarante. Quando il tarantolato ode il suono della viola, subito comincia a danzare. Se il suonatore smette di suonare, egli subitamente cade a terra tramortito. Ma se il suono ricomincia, immediatamente il tarantolato ritorna a danzare e a cantare.

Un breve riferimento alla tarantola è presente poi nel De humana physiognomonia[10], dove troviamo una curiosa descrizione psicologica dell’animale, ritenuto, per natura, “timido” e “invidioso”. Tuttavia, è in Criptologia che Della Porta torna a trattare in maniera più estesa del tarantismo, in un contesto però assai più insidioso dei precedenti: quello concernente i poteri e gli inganni dei demoni nelle guarigioni degli uomini avvelenati.

In questo testo, Della Porta dichiara di aver guarito molti uomini avvelenati (anche dal morso della taranta) e di averlo fatto a distanza, somministrando il rimedio a dei messaggeri.

Ecco il “segreto della natura” riferitoci dal napoletano.

In un primo momento, con un coltello, si circoscrive l’orma del piede dell’uomo avvelenato e, tolto il piede, dopo aver scritto nell’orma alcune formule magiche, con una scopetta si raccoglie velocemente la terra in essa contenuta e, versatala in un bicchiere pieno d’acqua, la si fa bere all’avvelenato (o ad un suo messaggero)[11].

Della Porta riferisce l’utilizzo di tale “segreto” come un “errore di gioventù”. In età adulta, convinto dal parere di un teologo timorato di Dio, egli avrebbe ricondotto il significato di quelle formule nell’ambito della religiosità cristiana. Le oscure parole, infatti, secondo il teologo, ad altro non si riferirebbero che alle capacità di Cristo di guarire gli ammalati, così come riportate nei Vangeli. Gli uomini avvelenati sarebbero così guariti miracolosamente, per una sorta di intercessione divina. Questa spiegazione, tuttavia, non soddisferà a lungo Della Porta, il quale continuerà con prudenza ad astenersi dal praticare questo “segreto”. La conferma – scrive – che non di intercessione divina si tratta, ma di inganno del demonio, gli verrà dopo l’incontro con un amico sperimentatore, il quale, a dire di Della Porta, praticava questo “segreto” utilizzando delle formule assai diverse da quelle che egli stesso usava in gioventù. Della Porta, pertanto, avrebbe provato ad attuare nuovamente il rimedio, evitando, però, di pronunciare qualsiasi tipo di formula. Così facendo, si sarebbe reso conto – a suo dire – che non al potere delle parole sarebbe da attribuire la guarigione degli ammalati, ma ad una causa naturale, anche se non comprensibile dall’intelletto dell’uomo.

Ciò che è interessante notare in questo racconto (prescindendo dal fatto se esso sia vero o se, invece, sia un semplice espediente letterario), è che, per Della Porta, nelle guarigioni dei tarantolati, che egli dice di aver compiuto in Puglia, non agirebbe né il potere “miracoloso” suggeritogli dal teologo (secondo il quale le formule sarebbero un richiamo ai miracoli di Cristo), né il potere dei demoni, i quali, per Della Porta, ingannano l’uomo, portandolo alla perdizione. Il fenomeno del tarantismo viene spiegato, invece, in un’ottica completamente naturale. Le formule, sia quelle a sfondo religioso, sia quelle contenenti “demoniache bestemmie”, sono considerate da Della Porta del tutto inutili. È la natura che fa in modo che il “segreto” agisca sul veleno.

Ma cosa intende Della Porta con il termine «natura»[12]? E cosa con quello di «segreto»?

Per comprendere in che senso il filosofo stia utilizzando ora queste due nozioni, è utile soffermarsi un istante sulla sua concezione della natura in generale, così come esposta nel primo libro della Magia naturalis[13].

Gli elementi, scrive Della Porta, sono i «primi genitori», la «semenza» di tutte le cose. Essi sono il «principio materiale del corpo naturale», risiedono nel mondo sublunare e sono alterabili «di una perpetua permutazione». La terra è l’unico elemento fisso, ed è posta al centro del mondo. Gli altri, invece, sono mossi circolarmente dal moto del cielo. Questi quattro «corpi» hanno quattro qualità elementari corrispondenti: caldo, freddo, umido e secco. Di queste qualità due sono attive, il caldo e il freddo, e due sono «passive», l’umido e il secco. Vi sono, poi, le qualità «secondarie»: esse “servono” alle prime, e operano secondariamente. Non sempre le virtù delle cose provengono dalla mescolanza delle «qualità» degli elementi. D’altronde, le «cause efficienti» di una sostanza naturale sono tre: materia, forma e qualità degli elementi. Tutte è tre agiscono nella formazione della sostanza naturale, fermo restando il ruolo decisivo della forma nel far sì che gli influssi del cielo siano recepiti. Tutti gli effetti che noi vediamo nascono principalmente dalla forma, che è provocata dal cielo stellato. Senza la sua azione, infatti, non sarebbe possibile recepire il favore dei cieli. I corpi celesti, pertanto, agiscono sul mondo sublunare per il moto ed il calore. Affinché tale azione si verifichi, è importante lo «stato del cielo» e il «luogo proprio», in quanto, spesso, alcune cose operano proprio in virtù del sito, nonché dell’inclinazione del Cielo[14]. In ogni fenomeno della natura ad agire sono sempre materia, forma e qualità degli elementi; e il ruolo della forma (che è provocata dall’azione del cielo) è essenziale affinché le virtù fisiche degli astri siano recepite.

Tuttavia, secondo Della Porta, l’azione della forma non è completamente conoscibile dal filosofo. In tal senso essa è “occulta”. Pertanto, come si può essere certi che in un determinato “segreto” (compreso quello della guarigione dei morsicati dalla tarantola) non siano i demoni ad agire, se l’azione della forma che produce l’effetto resta strutturalmente sconosciuta?

Prima di vedere quale sia la soluzione prospettata da Della Porta, giova richiamare brevemente la sua demonologia. Il tema, come si è accennato, è affrontato compiutamente in Criptologia, quinti libro dell’inedita Taumatologia. In questo testo, riprendendo alcune posizioni che furono già di Guglielmo d’Alvernia[15] e inscrivibili nell’alveo della tradizione platonico-agostiniana dominante nel cattolicesimo del suo tempo[16], Della Porta non nega esplicitamente che i demoni possano agire nel mondo. Sia per Giovan Battista, che per Guglielmo, tale azione avrebbe sempre come scopo la perdizione dell’essere umano. A differenza dell’ecclesiastico, però, Della Porta, da filosofo, ripone maggiore fiducia nelle capacità conoscitive dell’uomo, tanto da dichiarare, nell’Indice al libro V, di gloriarsi di aver speso tutta la propria vita a svelare gli inganni dei demôni, attraverso l’indagine della natura. Ed è a questo scopo che, come ribadisce nel proemio del Criptologiae liber primus, Della Porta ha composto la sua opera[17]. I demoni, scrive il napoletano, per confondere gli uomini aggiungono ai processi naturali parole e formule magiche del tutto inefficaci, che altro non sono se non bestemmie e maledizioni. Infatti, gli effetti di quei presunti incantesimi non derivano che da cause naturali.

I demoni, seppur dotati di particolari conoscenze, sono, per Della Porta, esseri creaturali. In questo, la posizione del napoletano sembra in parte assimilabile a quella di Vitellione[18], per il quale, seppur raramente, i demoni possono compiere azioni apparentemente miracolose, ma che, il più delle volte, sono riconducibili a illusioni ottiche o a fenomeni allucinatori di menti malate. D’altronde, giova ricordarlo, Della Porta è un attento studioso di prospettiva[19], attraverso la quale, già nella prima Magia, spiega razionalmente alcune illusioni della vista. La posizione di Della Porta sembra così il frutto di un sottile, difficile compromesso che egli attua tra ragioni filosofiche, che gli vengono dalla sua professione di scienziato, e ragioni religiose, delle quali egli non può non tener conto, visto il particolare contesto in cui egli opera, l’Italia della Controriforma[20].

Interessanti indicazioni circa la sua filosofia ci vengono proprio dalla particolare trattazione che egli svolge intorno alla possessione demoniaca.

Per quanto concerne la cura degli indemoniati, Della Porta, in virtù della sua attitudine di naturalista versato nella pratica di erborista, fa riferimento soprattutto alle proprietà curative delle piante, elencando una serie di semplici attraverso i quali curare la possessione demoniaca. È il caso del «Rhamnus», citato da Dioscoride, che il popolo denomina «spinam sanctam» e che Marcello chiama, invece, «herbam salutarem». Anche la «ruta», spiega Della Porta, è avversa agli spiriti e gli indemoniati temono il suo odore. Stesso effetto produce la clemantide, descritta da Dioscoride e che il popolo denomina «morso del diavolo».

Secondo Della Porta, pur non essendo conoscibile l’azione della forma presente in un determinato rimedio naturale, dall’effetto è sempre possibile individuare la “peculiare proprietà” che quell’effetto produce. La proprietà dipende, a sua volta, dalla complessione delle qualità degli elementi che compongono la sostanza naturale, nonché dall’azione “occulta” della forma. Pur essendo “occulta”, cioè sconosciuta, l’azione della forma proviene dal cielo stellato: interpretato da Della Porta in senso fisico (‘peripatetico’) e non come popolato da demoni celesti come nelle cosmologie neoplatonico-ermetiche. I corpi celesti, infatti, agiscono sulle cose del mondo per il moto ed il calore. La forma fa in modo che gli influssi celesti siano recepiti (anche sulla base del luogo e dell’aspetto del cielo), dando al rimedio la sua specifica, “peculiare proprietà”. Come questo avvenga – scrive Della Porta – non ci è dato sapere, almeno non secondo i canoni della razionalità aristotelica (ovvero con dimostrazioni probabili o evidenti). L’azione della forma, anche se “occulta”, è comunque un’azione di natura fisica, così come fisica è la sua sede: il primo cielo. Questo non contrasta con il fatto che la forma abbia, in ultima istanza, una origine divina.

In un universo strutturato «secondo i gradi», dal primo cielo è possibile risalire alle intelligenze (che Della Porta, seguendo Avicenna e l’Autore del Liber de causis,  identifica, seppur con qualche tentennamento, con gli angeli[21]), fino a Dio stesso, che è l’artefice della forma, nonché causa universale di ogni ente naturale.

Accanto a questa spiegazione dell’occulto, in Criptologia Della Porta affianca un’altra dottrina, quella relativa alla simpatia e antipatia tra le cose, tipica nella tradizione magica naturale del Rinascimento e fondata su una visione vitalistica della natura che – detto per inciso – nel Cinquecento è un elemento assai presente anche nelle filosofie aristoteliche[22]. Attraverso questo importante principio, il napoletano spiega una serie di “segreti” anche in Criptologia, non ultimo quello relativo all’azione a distanza di un medicamento. L’azione a distanza, infatti, non avviene per la forza dell’immaginazione, che secondo Avicenna e seguaci era in grado di agire in corpore alieno sicut in proprio[23]. Di questa facoltà dell’anima, Della Porta ha una concezione strettamente aristotelica, che esclude l’azione a distanza sine medio. Pertanto, nella spiegazione delle guarigioni a distanza, Della Porta propende per la teoria della simpatia naturale tra le cose. Medicando un piede di un messaggero, si curerà il piede di un uomo lontano morsicato dalla tarantola; e così via, per simpatia naturale.

Come già nella prima Magia, nella spiegazione dei “segreti” della natura nessuno spazio è concesso all’azione di forze preternaturali. Gli stessi demoni, la cui esistenza è accettata per fede, qualora operassero non lo farebbero che seguendo le inviolabili “leggi fisiche” dell’ordo naturae.

Pertanto, il rimedio per il quale si guarisce da una particolare affezione del corpo o dell’anima (sia essa la possessione diabolica, che il morso della tarantola) è uno degli infiniti segreti che compongono “la grande macchina del mondo”. Compito del filosofo è di scoprirli e di divulgarli.

Il rimedio agisce sempre in corrispondenza di un principio fisico-naturale. I “segreti”, pur non essendo spiegabili attraverso i criteri della razionalità aristotelica (ovvero sencondo i canoni della scienza necessaria degli Analitici secondi, fatta propria da Tommaso d’Aquino e allora ampiamente dominante nella cultura ufficiale), sono ricondotti da Della Porta nell’ambito del conosciuto, in quanto essi non sono altro che gli effetti delle “peculiari proprietà” delle cose, “sepolti” da Dio nel “grembo della natura”.

Della Porta spiega il fenomeno del tarantismo alla luce di questa teoria della natura. In essa nessuno spazio è concesso all’azione di forze sovrannaturali. Il rimedio per il quale si guarisce dal morso della tarantola è un rimedio completamente naturale; così come naturale è il “male” dal quale si viene guariti. Scoprire questi segreti (anche attraverso la verifica di quelli tramandati dagli antichi) equivale per Della Porta a svelare gli inganni dei demoni, in quanto ciò che è naturale è sempre – per il napoletano – riconducibile, in ultima istanza, alla prima causa universale, Dio. È a questo compito di “cacciatore di segreti” che Della Porta dedica una vita di ricerca.

Il presente saggio doveva essere, in un primo momento, una semplice traduzione di un mio contributo sul tarantismo in Della Porta, già edito in inglese con il titolo The occult in the Natural Magic of Giovan Battista Della Porta and the phenomena of tarantism, in Magie, Tarantismus und Vampirismus. Eine interdisziplinäre Annäherung, M. Genesin & L. Rizzo (Hrsg.), Verlag, Hamburg, 2013, pp. 147-154. Dopo varie aggiunte, chiarimenti e correzioni, ne è venuto fuori – io credo – uno studio “quasi nuovo”. Ringrazio Sergio Torsello per averlo, in un primo tempo, favorito e promosso. Ringrazio inoltre Paolo Aldo Rossi per averlo accolto in questa sede.


Note

[1] Sulla magia naturale di Della Porta cfr. G. BELLONI, Conoscenza magica e ricerca scientifica in G. B. Della Porta, in G. B. DELLA PORTA, Criptologia, Centro Internazionale di Studi Umanistici, Roma, 1982, pp. 45-101; ma anche L. BALBIANI, La Magia Naturalis di Giovan Battista Della Porta. Lingua, cultura e scienza in Europa all’inizio dell’età moderna, Peter Lang, Bern, 2001. Sulla magia di Della Porta mi sia concesso di rinviare anche a D. VERARDI, Le radici medievali della demonologia di Giovan Battista Della Porta e Giulio Cesare Vanini, «Bruniana & Campanelliana», XIX, 2013/1, pp. 249-258.Sulla fisiognomica di Della Porta cfr. l’introduzione di O. Trabucco all’edizione da lui curata del De ea naturalis physiognomoniae parte quae ad manuum lineas spectat libri duo a cura di O. Trabucco, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2003, pp. XI-C, nonché l’introduzione di A. Paolella all’edizione da lui curata del De humana physiognomonia, a cura di A. Paolella, vol. 1, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2011, pp. XI-LXXXVIII. Di Trabucco cfr. anche Il corpus fisiognomico dellaportiano tra censura ed autocensura, «Rinascimento», XLIII, 2003, pp. 569-99. Su Della Porta si veda anche Giovan Battista Della Porta nell’Europa del suo tempo, Atti del Covegno, Vico Equense, 29 settembre – 3 ottobre 1986, a cura di M. Torrini, Napoli, Guida, 1990. Sui rapporti di Della Porta con l’Inquisizione cfr. M. VALENTE, Della Porta e l’Inquisizione, «Bruniana & Campanelliana», V, 1999, pp. 415-435.

[2] Sul tarantismo cfr. E. DE MARTINO, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Il Saggiatore, Milano, 1961; G. MINA – S. TORSELLO, La tela infinita. Bibliografia degli studi sul tarantismo mediterraneo, 1945-2004, Besa, Nardò, 2005.

[3] Cfr. I. B. PORTAE Magiae Naturalis, sive de Miraculis rerum naturalium libri IV, M. Cancer, Napoli,1558, p. 88.

[4] Cfr. G. CARDANO, De subtilitate rerum libri XII, L. Lucium, Baileae, 1554, p. 277.

[5] Cfr. M. FICINO, De vita libri tres, M. Tramezzino, Venetiis, 1548, p. 91.

[6] Cfr. T. CAMPANELLA, De sensu rerum et magia, E. Emmelium, Francofurti, 1620, p. 177.

[7] Su Tommaso Campanella cfr. G. ERNST, Tommaso Campanella, Laterza, Roma-Bari, 2002.

[8] Cfr. G. MINA, Il morso della differenza. Il dibattito sul tarantismo dal XIV al XVI secolo, Besa, Nardò, 2000.

[9] Cfr. G. B. DELLA PORTA, Magiae naturalis libri XX, Aubrii & Schleichius, Hannoviae, 1619, pp. 610-615.

[10] Cfr. G. B. DELLA PORTA, De humana physiognomonia libri sex, a. c. di A. Paolella, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2011, p. 47.

[11] G. B. DELLA PORTA, Criptologia, a c. di G. Belloni, cit., pp.192-193. Cfr. ora anche Taumatologia e Criptologia, a c. di R. Sirri, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2013.

[12] Sulla storia e le metamorfosi del concetto di natura cfr. P. A. ROSSI, Metamorfosi dell’idea di natura e rivoluzione scientifica, Virtuosa  Mente, 2014.

[13] Cfr. G. B. DELLA PORTA, Magiae Naturalis libri XX, cit., pp.  6-41.

[14] Su questo punto è evidente il richiamo di Della Porta alle dottrine fisico-astrologiche di Alberto Magno esposte nel De natura locorum. Cfr. ALBERTO MAGNO, De natura locorum, in Opera omnia, V, Jammy, Lyon, 1651.

[15] Cfr. GUILLAUME D’AUVERGNE, De legibus, De universo, in Opera omnia, Venice, 1591.

[16] Cfr. D. VERARDI, “Gli astri, gl’angeli e li vescovi”. Le fonti patristiche e medievali del pensiero astrologico di Sisto V, «Rivista di storia e letteratura religiosa», 46/4, 2011, pp. 147-156.

[17]  Cfr. G. B. DELLA PORTA, Criptologia, cit., p. 158.

[18] Cfr. G. FEDERICI VESCOVINI, Medioevo magico. La magia tra religione e scienza nei secoli XIII e XIV, Utet, Torino, 2008, p. 49.

[19]Cfr. G. FEDERICI VESCOVINI, L’ottica italiana nel XVI secolo: Francesco Maurolico e Giambattista Della Porta, in Storia della scienza. La civiltà islamica, v. III, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 2002, pp. 700-701.

[20] Sul tema del compromesso in Della Porta in relazione ai suoi rapporti con l’Inquisizione cfr. O. TRABUCCO, Il corpus fisiognomico, cit.

[21] Secondo questa prospettiva neoplatonica, gli angeli hanno una causalità propria, ossia per influenza. Contro questa angelologia avrebbe reagito Bonaventura con la sua angelologia ministeriale, secondo la quale gli angeli sono mandati da Dio per una lex caritatis e devono soccorrere l’intelletto e la volontà degli uomini. Su questo: G. FEDERICI VESCOVINI, Medioevo magico, cit., pp. 130-132.

[22] Cfr. B. NARDI, Naturalismo e Alessandrismo nel Rinascimento, a cura di M. Sgarbi, Edizioni Torre d’Ercole, Travagliato-Brescia, 2012, pp. 112-113.

[23] Cfr. V. PERRONE COMPAGNI, «Artificiose operari». L’immaginazione di Avicenna nel dibattito medievale sulla magia, in Immaginario e immaginazione nel Medioevo, a cura di M. Bettetini e F. Paparella, con la collaborazione di R. Furlan, Louvain-La-Neuve, 2009, pp. 271-296; N. WEILL-PAROT, Pouvoirs lointains de l’âme et des corps: éléments de réflexion sur l’action à distance entre philosophie et magie, entre Moyen Âge et Renaissance, «Lo Sguardo. Rivista di Filosofia», 10, 2012, pp. 85-98.


Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Anthropos & Iatria n. 2, Luglio 2014 , pp. 45-49, riprodotto per gentile concessione dell’autore che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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