La pataria milanese

di Raniero Orioli

Nell’XI secolo un peso particolare ha l’esperienza patarinica, movimento riformatore sostenuto dal popolo e durato circa un ventennio, che trova nella curia romana un totale appoggio. In esso il Papato vede, infatti, una forma di difesa del proprio potere su quello temporale.

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L’imperatore Ottone III in trono (da miniatura tedesca della fine del X sec.). Sotto gli Ottoni il mercimonio di cariche religiose divenne più diffuso.

La collocazione della Pataria milanese nell’ambito di una storia dell’eresia può suscitare qualche perplessità, anche perché tra gli stessi storici non esiste un accordo in proposito.

Tuttavia le anomalie che la caratterizzano, il diverso schieramento e le diverse motivazioni delle forze in gioco, gli esiti alla media e lunga distanza forse possono gettare non poca luce sulle vicende religiose dei secoli successivi.

Ignoriamo il significato del termine Pataria; le ipotesi formulate dai contemporanei ai fatti e dagli storici dei giorni nostri spesso appaiono tutt’altro che illuminate e illuminanti. La più probabile è forse quella che la ricollega al paté del dialetto milanese, in cui il termine equivale a straccivendolo e, per traslato, a straccione; ma quale che sia la vera etimologia, è indubbio che tale denominazione venne applicata, in accezione dispregiativa, dalla parte avversa, nei confronti di un movimento ad alta partecipazione popolare (popolo che non era tanto, in realtà, la miserrima accozzaglia di straccioni, così come fu designata dagli avversari, quanto piuttosto il nuovo ceto emergente di artigiani e lavoratori, in netta rivalità economica con le forze signorili; e appartenenti a classi elevate furono, per di più, gli iniziatori e vessilliferi del movimento); un movimento che si inserisce in un processo di riforma della cristianità iniziato ad opera della parte “laica”, ma che avrà come esito naturale e inevitabile l’aperto scontro tra Chiesa e Impero, quello che si è soliti indicare sotto il nome di “Lotta per le investiture”.

Nel gennaio del 1045 muore Ariberto da Intiminano, l’arcivescovo milanese che aveva catturato e poi giustiziato gli eretici di Monforte. Forte di una tradizione da tempo affermatasi, l’assemblea cittadina formula una rosa di quattro candidati alla successione, che sottopone all’attenzione dell’imperatore Enrico III: Anselmo da Baggio, Landolfo Cotta, Arialdo da Carimate e Attone.

Ma Enrico alle segnalazione dell’alto clero e della nobiltà cittadina preferisce un esponente della nobiltà feudale: Guido da Velate, la cui elezione dapprima duramente contestata dal clero locale, viene poi riconosciuto e più o meno pacificamente accolta.

Enrico III, favorendo Guido, altro non fa che seguire un uso invalso già da diverso tempo: assicurarsi che a capo delle singole diocesi, vi siano persone legate all’imperatore, di sua fiducia, che assicurino cioè quel raccordo con il potere centrale necessario a garantire un minimo di compattezza all’interno dell’impero.

In ciò egli si richiama ad una tradizione iniziata, o meglio istituzionalizzata nella seconda metà del secolo X da Ottone I, il quale aveva conferito benefici e poteri comitali ai vescovi, garantendosi così la presenza di funzionari a lui legati e soprattutto alieni da ubbie ereditarie che potevano produrre una frammentazione e parcellizzazione amministrativa e politica del territorio. Una soluzione, questa, che ha il chiaro sapore di un cesaropapismo di tipo costantiniano, ancor più reso palese dal fatto che Ottone era intervenuto addirittura nella elezione del pontefice, deponendo il corrotto Giovanni XII, nominando al suo posto Leone VIII e facendo giurare al popolo romano di mai più eleggere al successore di Pietro persona non gradita all’imperatore o al suo rappresentante.

Questa indebita – agli occhi di noi moderni – intromissione era, d’altra parte, giustificata dalla corruzione imperante in Roma, dove l’elezione del pontefice era in balia delle beghe familiari locali.

Enrico III, dunque, non inventa nulla di nuovo né a Milano né nei suoi interventi nelle nomine dei pontefici: solo garantendosi un papato libero dalle panie locali e proiettato in una dimensione veramente cattolica ed universale può sperare di frenare quella spinta centrifuga che contraddistingue il comportamento della classe signorile e delle forze sociali cittadine emergenti.

Ma questa politica è un’arma a doppio taglio. Da una parte favorisce un processo di trasformazione e di riforma che porterà la Chiesa a rivendicare il diritto alla propria autonomia, con un crescendo che sfocerà inevitabilmente nello scontro aperto con l’Impero e con ogni potestà laica tesa a condizionarne la libertà; dall’altra, il sistema introdotto dai Carolingi, potenziato dagli Ottoni ed ereditato da Enrico, aveva prodotto degenerazioni tali da rendere quotidiano e usuale, al punto da non destare quasi più scandalo, il mercimonio di cariche religiose. San Pier Damiani ci informa che a Milano esisteva un vero e proprio tariffario per l’accesso agli ordini religiosi, persino a quello episcopale, e alle relative prebende: occorrevano 12 denari per ottenere il suddiaconato, 18 per il diaconato, 24 per il presbiterato.

È in siffatto contesto, dunque, che si colloca l’azione moralizzatrice di due degli sconfitti nelle mire alla cattedra milanese: Arialdo, “magister artium liberalium“, di buona famiglia brianzola, di Carimate o Cucciago, vicino a quella Cantù in cui ancor oggi, mediante gli affreschi di San Vincenzo di Galliano, si perpetua il ricordo di Ariberto d’Intimiano; e Landolfo, fattoci conoscere come “Cotta”, ma assai probabilmente imparentato con i nobili capitanei di Besana. Azione, la loro, che è forse facilitata dai germi ereticali introdotti in Milano dagli eretici di Monforte, come vuole un altro Landolfo, Landolfo Seniore, un cronista contemporaneo nettamente avverso alla Pataria.

Arialdo e Landolfo sono inizialmente favoriti dalla prematura scomparsa dell’imperatore Enrico; scomparsa che non può che mettere in difficoltà Guido da Velate.

Un primo scontro tra i Patarini – Landolfo, Arialdo e parte del popolo milanese, infiammato dalle parole di quest’ultimo – e i loro avversari si registra in occasione della processione in onore di san Nazario, il 10 maggio del 1057. Guido da Velate sembra non dare importanza al fatto, tutto preso com’è dalla tutela dei propri interessi presso la curia imperiale; ma quando i Patarini pretendono dal clero milanese un formale giuramento di osservare la castità, ecco allora che questo si appella a Roma.

Ma al papa si rivolgono anche i Patarini e Stefano IX non vede altra soluzione, al fine di calmare gli animi, che imporre a tutti di riunirsi in una sinodo per discutere e sanare una situazione che rischia di farsi sempre più scabrosa, dal momento che Arialdo e i suoi rifiutano di far rientrare in città l’arcivescovo Guido. A loro volta, in una sinodo tenutasi a Fontanetto, i vescovi suffraganei propongono al presule di dimettersi.

Richiedere a Roma di ergersi a giudice di quanto stava accadendo in Milano significava riconoscere alla città di Pietro un ruolo egemone e un primato che il capoluogo lombardo si era ben guardato, nel passato, di ammettere. Fu forse un errore, l’errore tattico di un clero che sperava nell’aiuto di un pontefice che era pur sempre, se non una creatura imperiale, persona che comunque la corte aveva riconosciuto e confermato. Ma lo spirito di riforma, promosso dallo stesso imperatore, permeava ormai tutta la curia pontificia ed uomini come Pier Damiani, il cardinale Umberto da Silvacandida, Anselmo da Baggio e Ildebrando di Soana, il futuro Gregorio VII, vedevano nella rigenerazione morale della Chiesa e nella lotta alla simonia gli strumenti più idonei a garantirne l’emancipazione dal potere laico e dalle intromissioni imperiali.

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Un avvenimento chiave sul finire dell’XI secolo: Papa Urbano II indice la crociata (miniatura del XV sec.).

La chiamata in causa di Roma e la risposta di questa, se inorgoglirono e rafforzarono gli intenti di Arialdo e di quella parte del popolo che era con lui, esasperarono però gli avversari, che cercarono di uccidere

Landolfo. Le reazione dei Patarini fu altrettanto repentina ma soprattutto si arricchì di tematiche nuove e di più facile presa presso la popolazione. Alla lotta contro un clero incontinente e corrotto si affianca ora l’accusa di simonia e si mette in atto quello che è stato definito lo sciopero liturgico, il boicottaggio cioè delle funzioni celebrate da preti che dovevano la loro consacrazione sacerdotale all’acquisto della stessa o al fatto che il loro ordinante fosse stato a sua volta colpevole di simonia. Questo colpo d’ala della Pataria sortisce un effetto clamoroso a livello popolare: le chiese diventano deserte e disertate sono le funzioni celebrate dai chierici simoniaci e/o nicolaitici.

Ci troviamo ad un passo dall’eresia; il movimento sembra muoversi in bilico tra ortodosso allineamento alle direttive riformistiche provenienti da Roma ed eretica negazione della validità oggettiva dei sacramenti, indipendente cioè dalla dignità del ministro. Ma l’intento di Arialdo e dei suoi è decisamente avulso da motivazioni di stretta pertinenza teologica. Ed è forse proprio per questa ragione che Roma, anziché sconfessare il movimento patarinico, come parte del clero e della stessa popolazione avrebbe auspicato, lo aiuta.

Simonia: indica l’illecito commercio, con lucro e per lucro, di beni sacri e spirituali. Si vuole far derivare il termine dal simon Mago – probabilmente lo stesso Simone di Gitta, iniziatore di uno Gnosticismo a livello magico-popolare – che in At 8, 9-24 avrebbe voluto acquistare da Pietro i doni concessi agli Apostoli dallo Spirito Santo.

Nicolaismo: nella Bibbia le indicazioni al proposito sono assai generiche; in Ap 2, 6 e 14-15 si può tutt’al più opinare che i “Nicolaiti” osservassero dottrine simili a quelle dei seguaci dell’indovino mesopotamico Balaam, i quali, tra l’altro, erano dediti alla fornicazione. sant’Ireneo, dal canto suo, identificò come iniziatore il diacono antiocheno Nicola, ricordato in At 6, 5. Tuttavia, anche se lo stesso Pier Damiani parlerà ripetutamente di nicolaitica haeresis, il celibato del clero non era, in età patarinica, una norma canonica rigida. Anzi, nel mondo orientale bizantino esso valeva soltanto per i gradi più elevati e la chiesa ambrosiana si sentiva, forse -almeno nelle tradizioni autonomistiche e negli usi – più vicina a Bisanzio che a Roma. E non è un caso se il definitivo distacco della chiesa bizantina si consuma nel 1054 con lo Scisma di Oriente, sotto il pontificato di Leone IX, un papa riformatore che non poco aveva premuto a favore di un celibato assoluto per il clero.

Nel 1059 la missione annunciata da Stefano IX giunge a Milano. Di essa fanno parte lo stesso Pier Damiani ed Anselmo da Baggio, proprio quell’Anselmo che era tra i designati alla possibile successione di Ariberto e che il cronista Landolfo Seniore accuserà di essere uno dei promotori della Pataria. La scelta romana di queste due personalità la dice lunga sulla reale volontà di addivenire ad un compromesso: Pier Damiani, infatti, perdona coloro che si erano resi colpevoli di simonia ma non sembra volerli reintegrare; di fatto criminalizza un comportamento ed un uso invalsi e mai formalmente condannati, proprio per le gravi conseguenze sociopolitiche che da siffatta condanna sarebbero potute derivare. E che la soluzione proposta dal Damiani non sia un compromesso ma una scelta di parte si esalta alla luce del fatto che nel 1061 viene eletto papa col nome di Alessandro II lo stesso Anselmo da Baggio,

Tra il ’61 e il ’62 muore il compagno di Arialdo, Landolfo “Cotta”, e gli succede, sia pur riluttante, il di lui fratello Erlembaldo. Strano destino il suo: miles e pellegrino in Terrasanta, misogino e anticlericale – se vogliamo prestar fede alle maligne illazioni di Landolfo Seniore – perché tradito dalla moglie proprio con un prete; uomo d’aspetto autorevole, “quasi dux, in vestiibus pretiosis“, e d’indole profondamente religiosa, che lo aveva portato a desiderare la vita eremitica e che gli farà compiere gesti d’umiltà quale quello dell’abluzione dei piedi ai poveri – stando ad Andrea da Strumi, esaltatore di Arialdo e della Pataria – Erlembaldo si trova sulle spalle, quale eredità lasciatagli dal fratello Landolfo, un fardello che non è affatto sicuro di volersi assumere, tanto che decide di recarsi a Roma per trovare – dicono le fonti patariniche – conforto e approvazione alla decisione che Arialdo lo sollecita a prendere.

Alessandro II non solo lo spinge ad accollarsi il compito che già era stato di Landolfo, ma gli consegna, a suggello della propria approvazione, il vessillo della Croce o di San Pietro, che sempre, da questo momento, sarà presente nelle vicende e nelle azioni della Pataria.

Investito dal pontefice di questa sorta di “spirituale cavalleria”, Erlembaldo della Pataria diverrà così il miles e il dux, votando tutto se stesso, senza più esitazioni di sorta, al compito affidatogli, giungendo a combattere in campo aperto contro gli avversari, arrivando, egli, un laico, ad imporre l’elezione del nuovo arcivescovo e a sostituire il crisma battesimale dei vescovi ambrosiani con uno fornito da lui stesso. E, alla fine, cadrà massacrato dalla folla, avvinghiato al suo gonfalone di San Pietro, a quel gonfalone, che, una volta consegnatogli, era divenuto per lui la ragion stessa dell’essere.

Papa Alessandro, dunque, incoraggia Erlembaldo. Confortato da ciò Arialdo accentua la lotta antisimoniaca, anche se il pontefice lo invita ad una maggiore tolleranza. Un richiamo blando, che non sortisce effetti, dal momento che da una parte Arialdo diviene capo militare e combatte nel contado Guido da Velate, mentre Erlembaldo, nel ’66, recatosi nuovamente a Roma, ne ritorna portando seco due bolle: una con la quale si scomunica l’arcivescovo e l’altra con la quale si chiede al clero milanese di sottomettersi a Roma.

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Un capolavoro dell’oreficeria lombarda dell’XI secolo. Tesoro del duomo, Milano.

Il papato si sta servendo della Pataria come di una quinta colonna, al fine di affermare il proprio primato.

Roma è in lotta su due fronti: da una parte auspica e caldeggia una riforma morale del clero, che faccia cessare rasservimento di esso ai potentati i locali, dall’altra s’indirizza ad acquisire non solo la “libertas ecclesiae” ma addirittura l’affermazione della superiorità del religioso sul laico, del Sacerdotium sul Regnum. E per far questo non esita ad avvalersi, in maniera forse spregiudicata, di qualsiasi forza possa risultarle utile.

Ma la situazione politica sta cambiando: Enrico IV è uscito dalla minore età e nel 1065 diventa imperatore. Guido da Velate ora conta sul suo appoggio e si sente forte, tanto forte da convocare, nel giugno dell’anno successivo, un’assemblea cui partecipano gli stessi Arialdo ed Erlembaldo e nella quale il presule irride alla bolla di scomunica e fa leva con successo sullo spirito autonomistico cittadino che accusa la Pataria di aver asservito la chiesa ambrosiana a quella romana.

Arialdo ed Erlembaldo si salvano a stento dal linciaggio, come pure a stento si salva lo stesso arcivescovo dalla repentina reazione dei Patarini. Ma ormai le sorti del movimento sono segnate. Arialdo è costretto a lasciare Milano e, catturato dalla nobiltà feudale, il 28 giugno del 1066 viene ucciso. Guido è considerato colpevole della sua morte e viene scomunicato, mentre il ritrovamento del corpo del martire, alcuni mesi dopo, è occasione per un riaccendersi degli entusiasmi popolari. Tuttavia Alessandro II non intende legittimare uno stato di tensione molto prossimo alla guerra civile ed invia pertanto a Milano una legazione volta a riportare la pace. L ‘esito è perlomeno strano e fa legittimamente sospettare che Roma voglia condurre un’azione doppiogiochista, anche se, probabilmente, l’equivocità dell’atteggiamento è dovuta al fatto che il pontefice intravede già i futuri sviluppi di uno scontro che si preannuncia duro e traumatico; Per questo la beatificazione di Arialdo, che Erlembaldo porta con sé rientrando da Roma nel ’68, ben poco compensa la sentenza emessa l’anno prima dalla legazione pontificia, con la quale Guido da Velate veniva ricollocato sulla cattedra milanese .

Tuttavia l’abile e prudente politica condotta da Alessandro II non consente comunque di abbassare la guardia ne dj lasciare al loro destino i Patarini. E che l’esperienza patarinica esorbiti i limiti territoriali che le sono proprI e stia ad indicare la crisi di un sistema – quello feudale – che non vuole rassegnarsi tanto facilmente, lo si avverte quando Guido da Velate, riconciliatosi con Roma, esce di scena, rinunciando all’arcivescovado in favore del suo segretario, Gotofredo da Castiglione. Enrico IV, infatti, accetta la designazione, ma in barba alle vicende degli ultimi dieci anni, pretende dal candidato una congrua somma in danaro e l’impegno di estirpare la Pataria dalla città.

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Martirio di San Giacomo Maggiore, affresco lombardo dell’inizio del XI secolo.

La reazione di Alessandro II è fulminea: scomunica Gotofredo e incarica Erlembaldo di impedirgli l’accesso in città.

Nel frattempo Guido muore ed Erlembaldo si affretta a far eleggere Attone. L’iniziativa non è però gradita ai milanesi tradizionalisti e gli aliena non poche simpatie: l’elezione non nasce infatti da un’assemblea cittadina e, poiché avviene alla presenza e col consenso del legato pontificio Bernardo, sembra risentire del pesante condizionamento della curia romana. Ora, però, con la morte di Guido, lo scontro tra Impero e Chiesa di Roma si fa aperto e diretto. Attone e Gotofredo sono i simboli di due mondi che hanno cessato di coesistere pacificamente e questo perché uno dei due non intende più svolgere un ruolo subalterno. Per Milano e per la Pataria gli eventi precipitano. Erlembaldo non sarà mai abbandonato dal neo pontefice Gregorio VII – l’anima pervicace e informante del neppur lungo processo di emancipazione della Chiesa -; tuttavia la scena si sposterà su fronti più vasti e troverà in Canossa il simbolo di un successo papale che avrà però in se tutti i limiti di un equivoco sostanziale: l’impossibilità di realizzare una pacifica convivenza tra Regnum e Sacerdotium se non a discapito di uno dei due.

Siamo ormai giunti al 1075, quando un incendio scoppiato in città rivela quanto affievolitisi siano la forza e il potere di Erlembaldo. Egli e i suoi ne sono infatti ritenuti responsabili e quando, durante la Settimana Santa, Erlembaldo, esasperando forme forse già presenti in Arialdo, non solo si ergerà a giudice del clero ma addirittura rifiuterà il crisma consacrato da mani simoniache, si scatenerà una serie di tumulti, in uno dei quali troverà la morte lo stesso portatore del vessillo di San Pietro.

Dire che con Erlembaldo finisce completamente la Pataria sarebbe eccessivo; essa infatti continuerà ad esistere, ma sostanzialmente sopravvivendo a se stessa. Ed esiti patarinici li troviamo testimoniati, in quegli stessi anni, non solo a Milano, ma anche in altre città, pur se non con la stessa irruenza, fatta eccezione per Firenze dove l’azione dei monaci vallombrosani, fondati da Giovanni Gualberto, si raccorda strettamente agli avvenimenti milanesi. Quest’ultimo infatti profonde non pochi mezzi personali a favore di Erlembaldo e invia i propri monaci – quale milizia immacolata e non tocca da simonia o da nicolaismo – a Milano.

Certe tematiche esasperate, proprie dell’Erlembaldo dell’ultima ora, a Firenze sembrano presenti da prima e con toni ben più marcati: basti pensare che si pone in dubbio non solo la validità del sacramento, ma addirittura si battezza senza crisma, onde evitare l’uso di un olio consacrato da mani simoniache. Siamo, a Firenze ancor più che a Milano, vicini a posizioni ereticali, ma nel 1O73, alla morte di san Giovanni Gualberto, anche nella città toscana ormai gli entusiasmi si sono spenti e le fazioni avverse abbandonano le beghe locali per assistere e partecipare al ben più vasto e pregnante scontro che si annuncia tra Enrico IV e Gregorio VII. Questi, sia pur sommariamente, i fatti e le tematiche che contraddistinsero l’esperienza patarinica. Le perplessità sull’opportunità di inserire tali vicende nell’ambito della storia dell’eresia sembrerebbero più che giustificate. In fondo si tratta di un movimento riformatore, cui aderisce una larga parte di popolo, tutto teso a combattere simonia e concubinato dei preti e che trova nella curia romana, e nei vari pontefici che si succedono nel corso dei vent’anni in cui si esaurisce tale esperienza, un pieno ed aperto appoggio.

Tutto questo però vale soltanto in una visione della realtà della seconda metà dell’XI secolo semplicistica e riduttiva, che individua i buoni tra i riformatori e i cattivi nei loro avversari. Ma le cose non stavano in questi termini. Esisteva infatti una terza componente, costituita da coloro che pur auspicando una riforma del clero, pur condannando il malcostume dei preti concubinari, non accettarono mai e non perdonarono mai alla Chiesa di aver demandato tale ruolo ai laici. È il partito di coloro che legati ad una tradizione che voleva la società ripartita in tre ordines (clerici, milites e layci), significativamente speculare della Trinità divina – dove i primi detengono il potere sacrale e fungono da tramite tra Dio e gli uomini, i secondi difendono i primi e i terzi e questi ultimi devono vivere in funzione subordinata e di mantenimento dei primi due – non possono accettare che siano proprio i laici, coloro che il disegno divino ha relegato ad un ruolo puramente passivo, ad ergersi giudici del clero. Ma soprattutto non accettano che il pontefice non solo tolleri ma addirittura favorisca un siffatto stato di cose.

Il partito – tutt’altro che esiguo – dei “non allineati” seppe forse intravedere i rischi insiti nell’abitudine dei laici di fare a meno delle cerimonie liturgiche e di discutere liberamente di cose sacre. E quando nel XII secolo sorgeranno movimenti ereticali che del rifiuto dei sacramenti e della gerarchia ecclesiastica faranno i temi precipui delle loro predicazioni, ecco allora che l’assimilazione di costoro alla Pataria, la “ricerca del precedente”, dell’auctoritas, inevitabilmente sortirà l’effetto di farli assimilare ai Patari. E quando il Catarismo a sua volta sarà diventato la peste ereticale per eccellenza, l’equazione si completerà e già nei documenti della seconda metà del XII secolo, ad appena cento anni dalla morte di Erlembaldo, l’equazione sarà perfetta ed un termine pur nato come espressione di disprezzo, si colorerà di un contenuto che forse non gli era mai stato proprio e “Pataro” passerà ad indicare, tout court, l’eretico. L’episodio patarinico, nella sua esasperata ricerca di una riforma morale del clero e della Chiesa tutta, è stato giustamente considerato – insieme con il dualismo e l’evangelismo, dei quali avremo occasione di parlare – una delle componenti informative della spiritualità medievale, ma è anche la prima e ultima vera occasione concessa ai laici per esprimere da protagonisti le proprie istanze religiose.

A partire dal XII secolo, infatti, la Chiesa romana sarà sempre attenta e pronta ad inibire le iniziative autonome del laicato e sarà portata ad individuare in esse i germi di una prava baeresis.

I protagonisti

I protagonisti della Pataria sono diversamente raffìgurati a seconda delle fonti; di Erlembaldo ad esempio, abbiamo uno splendido ritratto.

Arialdo

“A Cucciago, paese tra Milano e Como … vivevano Bezo e Beza, sua sposa, entrambi di nobile origine ma ancor più nobili per l’onestà della loro vita … Una notte a Beza, ch’era incinta, apparve in sogno una luce sfolgorante, come lo splendore del sole”, E quando, arrivato il momento. nacque il figlio, lo chiamarono Arialdo e lo avviarono alla carriera ecclesiastica … Egli proseguì indefessamente gli studi in diversi paesi per conseguire una perfetta conoscenza sia delle arti liberali sia delle Sacre Scritture …”
(Andrea di Strumi, Vita sancti Arialdi)

“… il sacerdote… Arialdo, originario di una famiglia di cavalieri, era assai esperto nelle arti liberali…”
(Bonizone, Liber ad amicum)

“Arialdo, diacono del clero decumano, vissuto tra lussi e onori presso il vescovo Guido, quando ancora non aveva finito gli studi letterari, incominciò a proferire giudizi durissimi contro il clero…”
(Arnolfo, Gesta archiepiscoporum Mediolanensium)

“… un levita di nome Arialdo, consacrato dallo stesso Guido, nato a Cucciago, vicino a Cantù, maestro d’arti liberali … dominato dalla superbia … che, ricambiando col male il bene ricevuto, agiva non certo per divina ispirazione ma terrena…”
(Landolfo Seniore, Historia Mediolanensis)

Landolfo

“… un chierico di nome Landolfo, tra i migliori della città, sia per grado che per nascita, oratore possente e facondo…”
(Andrea di Strumi)

“… il sacerdote Landolfo, uomo elegante e raffinato parlatore, proveniente da una famiglia dell’alta nobiltà …”
(Bonizone)

“… Arialdo … essendo di umili origini, pensò di associarsi Landolfo, più nobile di lui e di maggiore autorevolezza, e lo fece divenire il suo schiavo fedele. E Landolfo, oratore dotato di una, voce possente e più abile di Arialdo, amante del plauso, si mise a predicare, pur non avendo il diritto, secondo gli usi ecclesiastici alla facultas praedicandi. Non aveva, infatti, alcun grado ecclesiastico…”
(Arnolfo)

“In quel tempo il chierico Landolfo, di nobilissima famiglia; assiduo frequentatore della canonica della Vergine, poiché apparteneva, quale notaio, al clero maggiore della chiesa Metropolitana, lacerato dall’ambizione e soprattutto dalla bramosia dell’episcopato per il quale sbavava apertamente come un cane, incominciò ad istigare tutti gli ordines… ”
(Landolfo Seniore)

Erlembaldo

“…Landolfo, morendo, lasciò un fratello, Erlembaldo. uomo prudente e religioso, pur se laico. Appena rientrato da Gerusalemme, desiderava abbandonare il secolo e votarsi alla vita monastica … Il nobile Erlembaldo era, agli occhi degli uomini, come un condottiero, adorno di vesti preziose, di armi e di cavalli, ma, agli occhi di Dio, nel suo intimo, era, come un eremita dei campi, vestito di ruvida lana. Ricordo, cosa che non vidi mai compiere da altri, d’averlo visto lavare i piedi ai poveri…”
(Andrea di Strumi)

“… Erlembaldo … fortissimo soldato di Dio, come Giuda Maccabeo, resistette imperterrito…”
(Bonizone)

“… Erlembaldo, per amore del fratello, si accollò, benché laico, un onere che non gli spettava e si fidò così tanto delle parole di Arialdo che si mise a percuotere con flagelli chiodati coloro che suo fratello s’era limitato a sferzare … Si gloriava d’aver ricevuto dalle mani del papa il vessillo di San Pietro … e lo aveva issato in cima a una lancia, così che sembrava, piuttosto, la bandiera degli assassini… ”
(Arnolfo)

“… Erlembaldo, fratello di Landolfo, discendente da una nobile famiglia capitaneale, era appena tornato da Gerusalemme, ove se n’era fuggito quando, sposatosi nel fiore della gioventù e avendo appurato che sua moglie se la faceva con un prete, aveva posto fine definitivamente al matrimonio. E gli era rimasto l’odio nei confronti del clero. Era un cavaliere fortissimo per natura; con una barba rossiccia che portava lunga, all’uso antico; di volto sottile, con occhi da aquila, con un coraggio da leone che suscitava l’ammirazione; prudente nell’accondiscendere alle richieste del popolo, durissimo in battaglia come un Cesare, fin troppo tenero nei confronti dei poveri; assai generoso d’animo, di corpo snello e proporzionato, con membra slanciate e piedi sottili; abituato a star sveglio tutta la notte per non farsi sorprendere dai nemici; era assai prudente nel prender decisioni…”
(Landolfo Seniore)

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Re David attorniato dai suoi musici (miniatura da un salterio dell’VII sec.).

I sacerdoti coniugati

Tratto dalla Lettera contro le offese dei laici verso i sacerdoti coniugati del monaco Sigeberto di Gembloux, da questo brano traspare lo sgomento di coloro che, pur riconoscendo la necessità di una riforma morale del clero, non accettarono che essa fosse demandata ai laici proprio da chi ricopriva le più alte cariche in seno alla gerarchia ecclesiastica.

“… Nessuno, uomo o donna che sia, qualunque condizione o stato o ordine religioso appartenga, può ignorare quale sconvolgimento sia in corso. Ormai dovunque, tra le donne che tessono e nelle botteghe artigiane, non si parla d’altro, non c’è più certezza del diritto nella società, le regole di santità cristiana sono sconvolte, l’ordine sociale ha subito un improvviso mutamento, l’onore del clero è stato ripetutamente conculcato, i servi usano perfidie inusitate verso i padroni, e questi diffidano completamente di loro, gli amici tradiscono fraudolentemente, si trama contro l’autorità riconosciuta da Dio, l’amicizia è offesa, la fedeltà negletta, la più oscena malizia impera, si introducono dogmi contrari alla fede cristiane – cosa quanto mai miseranda – tutte queste assurdità avvengono col permesso di coloro che sono a capo della cristianità, sono sostenute dal loro consenso e rafforzate dalla loro autorità…

Se ci si richiama ai principi, che c’è di più bello, di più vantaggioso per la cristianità, che vincolare i sacri ordini alle leggi della castità; valutare e preferire le promozioni ecclesiastiche non sulla base di un accordo venale ma secondo il merito; correggere la vita e i costumi del giovane re nell’interesse suo e dei suoi sudditi; liberare la dignità episcopale dall’onere di espletare funzioni secolari? Tutto ciò sempre che venga proposto con il dovuto rispetto, nella forma consentita dalla legge… Ma il volgo ignorante, che sempre cerca il proprio tornaconto onde dar sfogo alla propria follia, ha atrocemente convertito lo spirito d’obbedienza che dovrebbe informalo in offese contro i sacerdoti.

Ingannato da false idee, dovunque vada lancia insulti, alza il dito accusatore, usa i pugni… Se poi ti chiedi quale sia la radice di tal frutto, bene! sappi che questo bel ornamento della nostra società lo dobbiamo ad una legge destinata ai laici, grazie alla quale gente del tutto inesperta si è convinta che si debbano assolutamente disertare le messe e tutte le altre funzioni liturgiche officiate da sacerdoti coniugati…”.

La morte di Arialdo

Riportiano due brani tratti da scrittori contemporanei e relativi alla morte di Arialdo. Il primo si trova nella Passione di Sant’Arialdo di Andrea di Strumi, che dell’iniziatore della Pataria fu l’agiografo; il secondo, invece, è del cronista più ostile al movimento patarinico, colui che lo vide quale naturale conseguenza dell’eresia di Monforte: Landolfo Seniore.

“…Sguainate le spade, gli prendono da ambo le parti le orecchie dicendogli – Allora, furfante, il nostro vero signore è l’arcivescovo? –
Egli rispose: – Non lo fu mai perché non si è mai comportato, né lo fa ora, da arcivescovo –
Senza pietà gli tagliano entrambe le orecchie ed egli, alzati gli occhi al cielo: – Ti sono grato Cristo, per avermi voluto includere oggi tra i tuoi martiri –
Interrogato nuovamente se Guido sia o no il vero arcivescovo, egli, conservando la solita fermezza, risponde: – Non lo è –
Ecco allora che gli amputano il naso e il labbro superiore, pi gli strappano gli occhi, infine gli mozzano la mano destra dicendogli: – Questa è la mano che scriveva lettere a Roma! –
Gli amputano poi alla radice il membro e: – Hai sempre predicato la castità, ora sarai casto anche tu -.
Gli strappano la lingua dicendogli: – Taccia finalmente chi ha posto in subbuglio e sconvolto le famiglie dei chierici. Così quella santa anima fu liberata dal corpo, che fu lì sepolto in qualche modo…”.

Ma Arialdo, nonostante la nipote di Guido da Velate, Oliva, signora della rocca di Angera, lo abbia fatto buttare nel Lago Maggiore, appare a più persone ed Erlembaldo organizza una spedizione che recupera il cadavere e lo porta a Sant’Ambrogio per esporlo alla venerazione popolare, prima della solenne tumulazione in San Celso.

Naturalmente il corpo sembra presentare le caratteristiche tipologiche dell’incorruttibilità proprie della santità.

Nonostante la prolungata immersione nel lago, è intatto e

“…le sue interiora erano candide come la neve…e il fegato del colore del bronzo…e sentii emanare un tale profumo che mai ebbi occasione di sentire…”.

Diversa la versione di Landolfo Seniore: scarni cenni al crudele martirio e giustificazione naturale delle presunte mutilazioni:

“…Interrogato se riconosceva come arcivescovo Guido, che la Chiesa di Roma aveva confermato dandogli il pallio e col voto dei cardinali, rispose: – Finché avrò lingua in bocca e avrò spirito e la mia mente sarà libera, non lo avrò per vero né lo accetterò come arcivescovo – . Detto questo gli uomini di Oliva gli si gettano contro e gli strappano la lingua, lasciandolo sull’isola mezzo morto. Il giorno seguente, per ordine di Oliva, che non voleva che il corpo fosse rinvenuto dai Patarini e che a cagione di ciò Erlembaldo la cingesse d’assedio, seppellirono il cadavere nella cella di Sant’ambrogio della rocca di Valtravaglia. Ma trascorsi pochi giorni il castello fu i vaso dal fetore insopportabile del cadavere tanto che tutti nauseati se ne fuggivano”.

La cella viene riempita d’acqua con lo scopo di attutire il cattivo odore. A sua volta Erlembaldo, venuto a conoscenza del luogo del martirio, organizza una spedizione di recupero cingendo d’assedio Oliva. Nell’accampamento sembra di avvertire una voce che indica dove si trova il corpo, per cui tutti si recano sul luogo e trovano

 “…il corpo mutilato dalla donna pressoché putrefatto, che non puzzava grazie al fatto che era stato immerso nell’acqua, ma gli mancavano del tutto le membra e l’organo sessuale perché marciti, e in tali condizioni, orribile a vedersi, fu loro consegnato…”


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