I tempi negati alla speranza

di Paolo Aldo Rossi

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Streghe Basche. Nelle regioni basche, su entrambi i lati dei Pirenei, sopravvissero a lungo pratiche pagane, che gli inquisitori interpretavano come prove di eresia e stregoneria.

Alla domanda “Donde proviene la strega?” Jules Michelet risponde: “Essa proviene dai tempi negati alla speranza” alludendo la disperazione dovuta alla miseria spirituale e materiale che stigmatizza l’Europa del XIV secolo. Ma i tempi negati alla speranza sono soprattutto quelli in cui gli ebrei e i moriscos verranno forzatamente battezzati per essere trasformati da infedeli in eretici, quando, senza più misericordia verso l’errore, verrà coniata una nuova definizione di eresia tanto ampia da poter servire per colpire sia la superstizione delle streghe che il dissenso degli eterodossi.

Più volte abbiamo avuto modo di ricordare, nel corso degli articoli precedenti, la localizzazione montanara della stregoneria, il che può anche, molto verosimilmente, voler dire che essa ha avuto le sue origini proprio nelle regioni alpine. Ad un sia pur sommari individuazione geografica dei centri in cui avvennero le grandi persecuzioni, ci si accorge che sono tutti situati attorno alle Alpi, o quantomeno in regioni montuose di analoga geografia umana. Valtellina, Friuli, Trentino, i vescovadi di Milano, Bergamo, Brescia, l’Appennino reggiano-modenese, la Savoia, la Franca – Contea, l’Alsazia, la Lorena, la Svizzera, il Tirolo, la Baviera, il Bearnese, la Navarra, l’Aragona, l’Alta Provenza e la Catalogna sono le tradizionali sacche della stregoneria europea.

Ciò deve necessariamente voler dire qualcosa.

Fernand Braudel, all’inizio di quel suo capolavoro che è Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, si domanda come sia possibile definire la configurazione che s’innalza a confine (non solo geologico, ma geografico) delle terre che circondano il mare che fu la culla e la matrice della nostra civiltà. Egli si chiede:

Le montagne sono le zone povere del mediterraneo, le sue riserve di proletari?

E subito risponde:

Ciò è vero solo grosso modo…. numerose sono infatti in Mediterraneo le montagne che fanno eccezione alla regola di povertà.

Nessuna di queste aree fa però eccezione ad altre caratteristiche specifiche che qualificano al montagna come habitat umano del tutto particolare.

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Il diavolo come caprone, da un’incisione del Compendium Maleficarum di F. M. Guaccio.

“La montagna, per solito, è un mondo chiuso – scrive il Braudel – Un mondo a parte delle civiltà, creazioni delle città e dei paesi di pianura. La sua storia sta nel non averne, nel restare abbastanza regolarmente ai margini delle grandi correnti incivilitrici, anche quando scorrono con lentezza: queste, quantunque capaci di allargarsi notevolmente i superficie, in senso orizzontale, si rivelano impotenti in quello verticale. Anche la lingua latina non ha trionfato affatto… e la casa latina resta una casa di pianura. Più tardi succeduta alla Roma dei Cesari la Roma di S. Pietro, il problema permane. solo dove la sua azione poté rinnovarsi, ripetersi con insistenza pedagogica, la Chiesa riuscì ad ammansire ed ad evangelizzare quei pastori, quei contadini indipendenti. E per questo vi impiegò un tempo inaudito… Così la vita nelle zone basse e delle città penetra poco a poco in quel mondo primitivo. vis si infiltra lentamente, col contagocce. ciò non è accaduto soltanto al Cristianesimo Il regime feudale, sistema politico, sociale, economico e giuridico non ha forse lasciato fuori dalle sue maglie le zone montane? Quando le raggiunse lo fece molto imperfettamente la montagna è un ostacolo Ma è in pari tempo anche un rifugio, un paese per uomini liberi. Lì infatti non pesano sull’uomo tutte le costrizioni e le soggezioni che la civiltà impone altrove.
Così la montagna respinge la grande storia, gli oneri come i benefici e i prodotti più perfetti della civiltà…

Sotto questa luce diventa ragionevole ipotizzare che la stregoneria sia stata una forma di ribellione (non importa se realmente organizzata o solo supposta tale dal potere). In questo caso, però, la rivolta che va presa in considerazione non è quella tipica del povero contro il ricco ( che in fin dei conti non è né la più trainante delle energie ribelli, né tantomeno l’unica possibile), ma più precisamente quella della civiltà autoctona che s’oppone alla violenza dell’acculturazione esogena, della libertà contro l’oppressione, della nazione contro lo straniero, della fierezza autonomista contro il conformismo.

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Uno stregone cavalca verso il Sabba (da De Lamiis et phytonicis mulieribus, di U. Molitor, 1489).

La civiltà vincente delle pianure non poteva comprendere (e di conseguenza tollerare) una forma di cultura che, figlia di uno spazio storico diverso, era necessariamente dissimile dalla propria e quindi ripugnante. La storia della civilizzazione delle montagne è una storia di continue riconquiste, di equilibri instabili con il potere centrale, di strenue resistenze, di improvvise rivolte e, di conseguenza, di feroci repressioni.

L’ordito sul quale è intessuta la cultura spirituale dei montanari ha nelle sue trame religiose, come s’è visto, le superstizioni pagane e demoniache, non meno di quanto, nelle sue trame civili, presenti forme di interazione sociale, economica e giuridica del tutto particolari.

Attorno al nucleo di queste forme della religiosità arcaica si sedimenta il mito del Cristianesimo, ma non certo l’etica e la teologia, che rimangono patrimonio esclusivo della cultura esogena. Lo stesso clero, che svolge attività pastorale nelle terre escluse o appena toccate dalle correnti incivilitrici, rimane contagiato dalla mentalità superstiziosa, per cui non è infrequente che il parroco di montagna, fattosi portavoce della cultura dei suoi fedeli, sia il primo ad essere inquisito (la famosa indagine di Pierre de L’ Ancre nel Labourd fa testo al riguardo).

Se si pensa a quante pratiche magiche e superstiziose sopravvivono ancor oggi nelle nostre cattolicissime campagne, allora diventa ragionevole cercare di comprendere i meccanismi di omogeneizzazione fra i culti precristiani e gli affascinanti miti del Cristianesimo. Esse spesso fan parte di quel bagaglio etnico che individuano, tra le genti che abitano una regione, un popolo o una razza.

Allo stesso modo in cui la montagna accetta, ma in un senso del tutto proprio, la religione cristiana, così anche le istituzioni politiche della civiltà delle pianure vengono stravolte al punto da non essere che il pallido spettro del dettato giuridico originale.

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Due streghe mettono in atto un sortilegio per provocare una tempesta di grandine (dal frontespizio di De Lamiis et phytonici mulieribus di U. Molitor, colonia 1489).

È del tutto inevitabile che in simili condizioni sociali si provochi lo scontro, non certo una battaglia in campo aperto, ma una lunga, continua e sorda lotta di posizione. Quando la Chiesa diventa un organismo sociale sufficientemente sistematizzato da pretendere l’ortodossia più completa e lo Stato risulta sufficientemente omogeneo per esigere il lealismo politico, allora non è più possibile tollerare le sacche di non conformismo, le quali sono anche serbatoi di eresia, di resistenza politica e ribellione sociale, ricovero dei perseguitati, baluardo dell’individualismo e fattori di scomposizione e dissoluzione dell’edificio politico-istituzionale. Già s’è visto come nel Medioevo l’accusa fondamentale contro la stregoneria era, assieme a quella di superstizione pagana, quella di “fellonia” nei confronti di Nostro Signore, ossia di denuncia e tradimento del patto vassallatico in favore di una nuova alleanza con il tradizionale Nemico della Chiesa di Cristo.

È questa, in definitiva, la stessa accusa che alle terre di montagna viene mossa sul piano politico ogni qualvolta si è mancato l’obiettivo della loro completa conquista e inderogabile infeudamento.

La Chiesa e lo Stato dell’epoca post-feudale ribadiranno le stesse imputazioni cambiando loro soltanto il nome: la superstizione diverrà eresia degli stregoni e la fellonia mancanza di lealismo politico e conformismo sociale.

Gli ebrei, i moriscos e gli eretici catari e valdesi, rifugiati nelle valli alpine e pirenaiche,non solo aggiungono motivi in più alla sorda ribellione montanara, ma costringeranno in seguito il potere a catalogarli in un’unica secta et haeresis: la stregoneria, e quindi a perseguitarli assieme a quelle genti portatrici di riti superstiziosi che per secoli avevano bene o male tollerato.

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I ruderi del castello di Montségur, centro dell’eresia catara, per vincere la quale fu indetta una vera e propria crociata. Gli eretici rifugiatisi nelle valli alpine e pirenaiche aggiunsero probabilmente ulteriori motivi alla ribellione verso al chiesa e lo stato messa in atto dalle popolazioni montanare, fra le quali, tra l’altro, sopravvivevano pratiche superstiziose e pagane.

Il tema del rapporto sociale o della disperazione

Jules Michelet, l’autore della monumentale Histoire de France, apre quel suo piccolo capolavoro che è “La Sorciere” chiedendosi: “Donde proviene la strega?” Notissima è la sua tesi:

Io rispondo senza esitazioni. Essa proviene dai tempi negati alla speranza
(J. Michelet, La strega, Milano 1972).

Ma cosa è esattamente questa “disperazione”? o, in altre parole, quali sono i segni che configurano tale negazione della speranza?

Per Michelet, tale disperazione è quella della miseria spirituale e materiale che stigmatizza l’Europa del XIV secolo: l’epoca della grande peste, dei lutti e delle carestie della Guerra dei Cento Anni, delle Crociate contro gli eretici e gli infedeli, delle insopportabili gabelle (ecclesiastiche e civili) che trasformano la fame in inedia, del clero rapace e litigioso e dei signori disumanamente prepotenti.

Certo la campana che scandisce la vita di quest’epoca suona costantemente i tre lugubri rintocchi dell’usata litania: “A malo, a fame, a bello libera nos Domine”, ma se tutto questo ha certamente contribuito alla nascita della stregoneria, non ha da solo la forza per spiegare il fenomeno in tutta la sua complessità.

Michelet insiste nel dire che la miseria chiama vendetta e che quando all’ oppresso non resta neppure l’ardire di provarci di persona, allora egli deve evocare lo spirito che può accollarsi il compito di far giustizia per lui.

Sono splendide pagine poetiche quelle in cui lo storico francese traccia il volto della miseria e la maschera della disperazione, ma purtroppo non sempre la letteratura di valore è anche storiografia di qualità.

Già abbiamo avuto modo di notare come proprio il XIV fosse un secolo di relativa calma persecutoria, anche se è in questo periodo che compare (ma solo a livello di prassi penale e non ancora di dottrina giuridica) la prima consapevole condanna dell’eresia degli stregoni ( essa, però, fu in realtà più un’ arma contro gli albigesi e i valdesi che un vero e proprio bando di caccia alle streghe).

Ma anche a voler credere alla tesi della miseria che evoca lo spirito della vendetta restano alcuni fatti non agevolmente inseribili nel quadro d’insieme.

In primo luogo deve essere spiegato perché l’ossessione diabolica prende forma di fenomeno sociale dagli ultimi decenni del XV secolo, mentre la tesi in esame situa l’asse portante del fenomeno nel XIV secolo. Secondariamente il fatto incontestabile della localizzazione montanara della stregoneria ci porta a riconsiderare alcune questioni: primo, l’esclusione della montagna dalle grandi correnti storiche ci deve quantomeno far dubitare del fatto che queste regioni siano state toccate profondamente dalla miseria del XIV secolo, inoltre va chiarito che la povertà delle regioni alpine non è disperata ( sui monti si esercitava una economia di sussistenza che, se non vinceva la fame, almeno garantiva la sopravvivenza) e quindi non è facile credere che proprio questa povertà possa aver indotto l’odio e la rabbia sociale, infine il Michelet individua nell’oppressione feudale (fatta di tremendi arbitri dei potenti contro i deboli) la molla principale della supposta rivolta, ma non spiega perché proprio sui monti, che oltretutto erano le zone di minor infiltrazione dell’istituto feudale, sia suonato il tempo “negato alla speranza” .

Da ultimo vorremmo riuscire a capire come la vendetta non sia quasi mai indirizzata verso i veri responsabili dell’oppressione, della fame e delle miserie, ma colpisca, a boomerang, la parte dei disperati, dei diseredati, degli affamati e dei miseri.

Chi abbia letto con attenzione i verbali dei processi non può non essersi accorto, con meraviglia, che è quasi sempre la mucca di un povero a rifiutare il latte o la moglie di un bifolco a diventare sterile, che la tempesta cade sempre sui campi di chi non ha di che sfamarsi e che il sortilegio dell’impotenza colpisce molto di frequente il villano, che, infine, al Sabba, a cui partecipano gli abitanti di uno stesso paese, danzano in girotondo (come sarà poi al processo) gli accusatori, lesi nella salute e nella proprietà dagli accusati i quali a loro volta, scambiate le parti, avranno gli stessi identici motivi per ritorcere contro di quelli le stesse imputazioni e i medesimi sospetti.

L’onnipotente Satana non vendica i torti subiti dai deboli, risparmia i potenti ed evita di colpire gli oppressori, ma in compenso soffia sul fuoco di una rissa colossale fra miserabili in cui tutti s’azzuffano accanitamente contro tutti. Lungimirante è la miopia del “povero”, il quale ha maggior soddisfazione nella disgrazia di un invidiato vicino che nella morte del tiranno.

È anche per questo che ci è difficile credere in uno spirito della vendetta evocato in difesa dei diritti dell’oppresso, mentre ci è più facile accettare che la “disperazione” possa richiamare dai recessi dell’istinto le Erinni cieche dell’odio. Ma è un odio individuale, la sorda rabbia del vinto, l’astio che non sa dove sia il suo “telos” e non può placarsi nello sfogo. L’odio collettivo scoppierà più tardi quando l’ortodossia, il conformismo sociale e il lealismo politico non lasceranno più alcuno spazio al “diverso” (il quale nel frattempo ha imparato a sentirsi tale). Sono questi i “tempi negati alla speranza”, ossia quando gli ebrei e i moriscos verranno forzatamente battezzati per trasformarli da infedeli in eretici (e di conseguenza per poterli sottoporre alla giurisdizione inquisitoriale), quando gli “eretici” saranno inseguiti dovunque troveranno rifugio, quando senza più misericordia verso l’errore, verrà coniata una nuova definizione di eresia tanto ampia da poter servire anche (e fondamentalmente) per colpire sia la superstizione delle streghe che il dissenso degli eterodossi.

Ogni rapporto sociale sarà, allora, avvelenato dal sospetto, ogni momento della vita segnato dal timore di una probabile denuncia; si ingenera, quindi, un diffuso senso di insicurezza e sulle macerie di una società frantumata dall’intolleranza sorgerà lo spazio storico della disperazione. Il Satana che è dentro di noi, il demone che abita in ogni uomo, si risveglia ogni qualvolta: ci si sente braccati, impossibilitati a chiamare in causa il diritto, incapaci di tollerare il sopruso e l’arbitrio.

Non è facile evocare un tale demone dalla coscienza collettiva di un’intera società, bisogna aver sostituito i valori con la confusione, aver proliferato le norme fino al vuoto formalismo, aver fatto del politico lo spazio dell’abuso e della sopraffazione, svuotato la fede dell’emozione d’amore, mortificata e derisa l’intelligenza.

Se questo riuscì al potere fu anche perché l’inquisizione religiosa e i tribunali civili, da questo tragicamente emanati, seppero trasformare in disperazione l’inquietudine sociale e in cieco odio la coartazione dei desideri.


Articolo pubblicato sulla rivista Abstracta n. 25 – aprile 1988, pp. 36-41, riprodotto per gentile concessione dell’autore, che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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