La bufotenina a fior di pelle. Il rospo nei rituali satanici

di Luciano Pirrotta

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“E vidi uscire dalla bocca del dragone e dalla bocca della bestia, e dalla bocca del falso profeta tre spiriti immondi simili alle rane”: così viene miniato questo brano dell’Apocalisse (XBI, 13-14) in un manoscritto del XII secolo.

È stato scoperto ormai da tempo che dalle ghiandole della pelle dei rospi è possibile ricavare un composto allucinogeno, chiamato comunemente bufotenina. Ma per comprendere i motivi per cui nella tradizione magica il rospo è anche Signore del Sabba, famiglio delle streghe, vittima e crogiuolo di veleni, occorre seguire le molteplici vie che si addentrano nella religione, nel mito, nel tessuto sociale delle civiltà e nella stessa psiche umana.

La presenza del rospo all’interno di cerimoniali diabolici eseguiti in epoche e civiltà molto distanti fra loro, rende quando mai stimolante un excursus sul tema, che ne individui i tratti salienti cogliendo poi, quando possibile, i nuclei della sua origine. È opportuno dire subito che il termine “rituale satanico” viene qui impiegato per includere tutte quelle liturgie le quali, con modalità differenti, siano volte nell’intenzione degli officianti ad ottenere la soddisfazione di interessi personali (siano essi del singolo o di un gruppo) anche quando il fine perseguito si traduca in danno effettivo per altri individui o per un’intera collettività. Rientrano quindi in tale ambito, viste sotto questa angolazione, tutte le tecniche della stregoneria, del satanismo, della “magia nera”, i cui confini peraltro non sono mai così ben definiti da consentire una netta distinzione dei rispettivi domini. La partecipazione del rospo è decisamente massiccia nelle varie fasi del culto stregonico come pure nel contesto socioculturale che l’inquadra. Nella vita quotidiana della strega esso è il suo “famiglio” intimo, accanto al gatto di cui condivide mansioni e appannaggi: avverte la padrona degli eventuali pericoli, le procaccia cibo e denaro, inviato da lei procura morte e disgrazie ai suoi nemici, spesso l’appaga sessualmente[1]. Ma è durante le riunioni orgiastiche fissate a scadenze precise che il grosso batrace assurge ad attore di primo piano: il Sabba infernale lo vede infatti protagonista e vittima al tempo stesso, secondo un cliché ampiamente codificato in numerosissime religioni, dove la divinità adorata costituisce parimenti l’oggetto del sacrificio.

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L’estrazione della bufonite, la “pietra” prodigiosa che si riteneva avesse sede nella testa del rospo (xilografia del XV secolo).

I registri degli inquisitori europei, come del resto i trattati, le narrazioni, i bestiari dell’arco di tempo che copre la fioritura del fenomeno demonopatico, sono contrassegnati di aneddotiche sul rospo.

Vestito di seta scarlatta, ricoperto di una graziosa cappa verde-nera, una coppia di sonagli fissati rispettivamente al collo e sulla zampa destra, il ripugnante anfibio si appresta ad accompagnare la strega in partenza per il Sabba. Quivi giunto, mentre l’atmosfera si va riscaldando, esso partecipa alle danze sfrenate, si frammischia ai corpi ignudi avvinghiati in copule contro natura, contempla, talvolta appollaiato sulla spalla del Demonio medesimo, la tregenda diabolica che ascende verso l’acme parossistico.

Nel frattempo altri suoi simili, debitamente scuoiati, vengono gettati dalle streghe, insieme con viveri, resti umani, lombrichi, ragni, lumache, dentro il gran calderone che è l’ emblema stesso della festa blasfema.

Le iconologie cinque-seicentesche pullulano di raffigurazioni del genere, cui fanno da congruo pendant le confessioni degli inquisiti, i quali sotto tortura, ma non di rado spontaneamente, ammettono di aver danzato tenendo due rospi sul palmo delle mani o di aver partecipato, alternati all’immondo animale, al girotondo “controsole” eseguito schiena contro schiena. Forse l’immagine più esaustiva della funzione espletata dal rospo durante l’orgia demoniaca, è data dall’incisione di A. Ziamko contenuta nel Tableau de l’lnconstance des mauvais Anges di De Lancre, in cui figura sia sulle spalliere dei seggi della Regina del Sabba e di un’altra favorita assise ai lati del trono di Lucifero, sia in procinto di essere gettato nel crogiuolo da due laide megere che lo tengono per le zampe anteriori, sia custodito da un gruppo di fanciulli che in un apposito spazio, novelli pastori, ne sorvegliano le mosse muniti di lunghe bacchette[2].

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Il rospo come simbolo di morte, in un manoscritto francese di stampo occultistico (XIX sec.).

Il passaggio dal territorio della stregoneria a quello della cosiddetta “magia nera” è breve (oltre a non essere, come dicemmo, nettamente individuabile) e anche qui il ruolo svolto dal rospo è di tutto rispetto. Già nelle operazioni malefiche svolte da alcune streghe inglesi del XVII secolo possono identificarsi gli estremi del procedimento di “goezia”: così la messinscena in cui una coppia di rospi, aggiogati ad un minuscolo aratro, viene impiegata nell’ Auldearne per arare simbolicamente il campo di un nemico al fine di provocare la sterilità del terreno; cosi la “tostatura” cerimoniale del batrace nel corso dei conviti stregonici e la successiva sminuzzatura, da cui si ricavano le temute .polveri”, atte a infettare – una volta portate dai vapori del fuoco e dal vento – tutto ciò che andassero a toccare[3]. Né altrimenti può annoverarsi, se non fra le cosiddette “fatture a morte”, il rito descritto da Agnes Sampson (dettato a suo dire da Satana in persona) per provocare la morte del re Giacomo VI: “Il Diavolo rispose che avrebbe fatto il possibile ma era cosa lunga e difficile e promise loro un’immagine di cera; ordinò di appendere un rospo, arrostirlo e farlo gocciare, mettendo tali gocce… dove Sua Maestà soleva entrare o uscire o dove queste potessero cadere in testa o sul corpo di Sua Maestà e ucciderlo perché altri comandasse al posto di Sua Maestà e il governo fosse assunto dal Diavolo”[4].

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Un’altra associazione diavolo-rospo: l’animale è tra le “pietanze” che i demoni imbandiscono ai dannati colpevoli del peccato di gola (XV sec.).

Del resto l’intera tradizione magica attesta nei suoi ricettari l’impiego di parti ed estratti di rospo nell’approntamento di pozioni venefiche e filtri incantatori. Basti ricordare per tutti, la preparazione della famosa “spugna avvelenata”, in cui un rospo, rimpinzato di sostanze tossiche, veniva utilizzato come un vero “atanòr” alchemico per distillare la quintessenza di potentissimi veleni. Tale segreto magistero sembra fosse una delle specialità della famiglia Borgia, la cui micidiale “tofana” sarebbe stata confezionata proprio servendosi di un rospo imbottito di amanita, digitale purpurea e cicuta. Se si passa ad esaminare le formule relative alla magia amatoria o propiziatoria in generale (i cui presupposti pur sempre riconducono nell’ambito della “magia nera”, in quanto comunque tesi a procacciare vantaggi personali forzando la volontà di un’altra persona o il corso naturale delle cose), il rospo viene ancora una volta a trovarsi al centro di oscure cerimonie.

Ne sono testimonianza due rituali di magia popolare, uno presente con lievi varianti (si tratta a volte di una rana, a volte di un rospo; il fine è ora l’estrazione della preziosa “bufonite”, ora l’ottenimento di due ossi miracolosi) in tutta l’area europea dal Medioevo al XVII secolo; l’altro, di origine ispano-portoghese, ritrovato addirittura in Amazzonia presso i Tupi Kawahib dall’antropologo Claude Levi-Strauss.

La versione più nota del primo è la seguente: “Recatevi in un prato prima che il sole si levi e con un panno bianchissimo acchiappate una rana. La metterete in una scatoletta, nella quale avrete fatto nove buchi: poi andrete ai piedi di un albero dove vi siano grosse formiche, scaverete una fossa, vi poserete la scatola e la ricoprirete con il piede sinistro, dicendo: “Che tu cada in confusione secondo i miei desideri”. Al termine di nove giorni, alla stessa ora, tornerete a cercare la scatola: vi troverete dentro due ossi, l’uno somigliante ad una forca, l’altro ad una piccola gamba. L’osso a foggia di gamba servirà per farvi amare, se toccherete con esso la persona, la forca invece a respingerla”[5]. Riportiamo, per il secondo, la descrizione fattane dal Levi-Strauss, che probabilmente assistette di persona alla cerimonia: “Ecco ora, ai confini della magia nera, la Oracão do sapo secco, orazione del rospo secco, che si trova in un libro in commercio, il Livro de São Cypriano. Ci si procura un grosso rospo cururu o sapo leiteiro, lo si sotterra fino al collo un venerdì, gli si fanno inghiottire delle braci accese. Otto giorni dopo si può andare a cercarlo, esso è scomparso. Ma nello stesso luogo nasce un “arbusto a tre rami”, di tre colori. Il ramo bianco è per l’amore, il rosso per la disperazione, il nero per il lutto. Il nome della preghiera deriva dal fatto che il rospo si dissecca e quindi neanche l’avvoltoio può mangiarlo. Si coglie il ramo che corrisponde all’intenzione dell’officiante e lo si tiene nascosto a tutti: e cousa muita occulta. La preghiera si pronuncia al seppellimento del rospo”[6].

Sul versante del satanismo inteso come vero e proprio culto contrapposto al Cristianesimo, ritroviamo il rospo impiegato in veste di vaso elettivo osceno, ricettacolo abominevole della divinità transustanziata. Trafugare l’ostia consacrata mediante il furto effettivo, o con l’inganno fingendo di inghiottirla durante la comunione; farla poi trangugiare all’animale previamente benedetto in una parodia sacrilega del battesimo; smembrarlo quindi fra maledizioni e bestemmie al culmine di una cerimonia che costituisce il capovolgimento puntuale delle fasi della messa – sono le tappe obbligate di tante rappresentazioni dei “Misteri. celebrate dagli adepti del Maligno. Pierre De Lancre, una delle massime autorità in materia stregonica, ci informa che “Satan faisoit manger les Hosties consacrées aux crapaux” (rospi) ,ma che il gesto assume la sua suprema significazione quando viene compiuto attraverso le mani di un prete, il quale con i poteri conferitigli dal crisma sacerdotale, sottopone il Sacramento alla profanazione peggiore[7]. Anche dei Luciferiani, una setta satanica diffusa nel meridione francese intorno all’XI secolo, i documenti riferiscono i rapporti intrattenuti col Demonio sotto forma di gatto o di rospo, e i loro confratelli del territorio renano sono fatti oggetto della condanna papale nella bolla di Gregorio IX, Vox in Rama, del giugno 1233; qui pure l’Antagonista apparirebbe ai suoi accoliti in sembianza di rospo, cui i proseliti, presi da un’ebbrezza oscena, tributano baci lubrichi: “Hanc quidam a posterioribus et quidam in ore damnabiliter osculantes, linguam bestiae infra ora sua recipiunt et salivam”[8].

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Ancora il rospo associato alla pena dei golosi.

Sono sufficienti questi accenni per dimostrare che una storia del rospo la quale voglia scandagliarne in profondo gli aspetti “satanici”, deve seguire una molteplicità di sentieri che si addentrano nella religione, nel mito, nel tessuto sociale delle civiltà e infine nella psiche medesima dell’uomo. Non basta interpretare il fenomeno quale segno emblematico della superstizione bigotta dei “secoli bui” o del “sonno della ragione”, liquidandolo con il sorriso indulgente (da cui trapela un certo disprezzo) del razionalista civilizzato. Per capire veramente, è necessario entrare nello spirito delle culture diverse che hanno elaborato attraverso i secoli una siffatta “mitologia” del rospo, vagliarne analogie e differenze, fissare le costanti, e infine cercare di spiegare i motivi sottesi. Perché le streghe di ogni epoca gettano il batrace nel nero caldaio, quasi fosse un elemento indispensabile della mistura. Perché gli stessi ingredienti animali, vegetali, umani, ricorrono più o meno invariati nelle miscelazioni degli adepti “neri” a latitudini disparate. Il mondo scientifico, un tempo scettico e irrisorio verso queste tematiche, ha cominciato da alcuni anni a mutare atteggiamento. Alcune scoperte effettuate nel campo della medicina, della chimica, della biologia, hanno registrato singolari integrazioni fra nozioni magiche e ultimi dati acquisiti dagli scienziati. Alcuni anni fa un ricercatore americano scopriva nel veleno contenuto in una ghiandola del pesce palla, la componente fondamentale del temibile intruglio apprestato dagli “houngan” voudu per indurre nei futuri zombies la ben nota condizione di morte apparente. È parimenti abbastanza recente (con qualche precursore negli Anni ’60) la presa in esame delle sostanze rappresentanti gli elementi costitutivi delle pozioni magico-stregoniche per volare, partecipare al Sabba, nuocere ai nemici. Si è scoperto in tal modo nei confronti del rospo un fatto significativo: il composto 5-OH-DMT chiamato comunemente bufotenina, perché isolato per la prima volta da Phisalix e Bertrand nel 1902 nelle ghiandole della pelle dei rospi, è un allucinogeno che ben si accorda, quanto a compatibilità, con le classiche erbe “diaboliche” di cui vien fatto largo uso durante le feste sabbatiche: belladonna (atropa belladonna), stramonio (datura stramonium), giusquiamo (hyoscyamus niger), mandragora (mandragora officinarum Linnaeus).

È sintomatico che in certe ricette occulte, l’intruglio stregonesco annoveri come ingrediente alternativo al rospo l’amanita muscaria, il fungo picchiettato di bianco che Molti studiosi ritengono la più antica, diffusa e utilizzata pianta nell’ambito delle droghe allucinogene. Oltre a produrre effetti analoghi per l’azione dei rispettivi principi attivi – bufotenina nell’uno, acido ibotenico, muscimolo, muscazone, muscarina nell’altro – esisterebbe un ulteriore punto di contatto fra il rospo “diabolico” e l’agarico-muscario: il primo infatti vive spesso in una sorta di simbiosi parassitistica col secondo, appostandosi all’ombra del fungo per divorare gli insetti che, incautamente avvicinatisi, rimangono storditi dalle sue proprietà tossico-inebrianti.

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Il rospo è tra gli spiriti diabolici assiepati al di fuori del cerchio tracciato dal mago per proteggersi durante un’evocazione (stampa del XVI secolo).

Alla luce di raffronti del genere comincia ad apparire evidente che tutta la questione è probabilmente molto più complessa di quanto l’alone irrazionalistico steso da occultisti pittoreschi da un lato, referti dei laboratori scientifici dall’altro (con relativo seguito di interpretazioni accademiche) possano far sospettare. Il fascio luminoso che a tratti sembra rischiarare aspetti oscuri di culti ritenuti primitivi o selvaggi è solo un piccolo lampo, ben lontano dall’inquadrare in una solarità senza ombre le molteplici sfaccettature del soggetto esaminato. Ciò che è difficile da far comprendere sia ai fanatici proseliti della dottrina magica, sia ai paludati rappresentanti della cultura ufficiale, sensibili solo al dato “oggettivo”, è la natura duplice, quantitativa e qualitativa al tempo stesso, dei fatti presi in considerazione. L’analisi farmacologica dei beveraggi stregonici, come del resto le sofisticate apparecchiature messe a punto per la registrazione dei fenomeni rientranti nel cosiddetto “paranormale”, proprio nel momento in cui fissano la formula o l’evento, si precludono ipso facto la facoltà di intenderlo dal “di dentro” quale flusso dinamico di sinergica continuità interattiva.

Se il rospo non è dunque soltanto bufotenina, ma anche Signore del Sabba, famiglia, vittima, crogiuolo di veleni[9], occorrerà chinarsi sulle testimonianze lasciateci da miti, filosofie, religioni, trattati di scienze naturali, elaborati in quelle civiltà e in quei tempi che non conobbero la moderna dicotomia fra scienze della materia e scienze dello spirito e le relative ulteriori segmentazioni. Letti in questa chiave, la maggior parte degli animali – e non soltanto il viscido compagno della strega – le piante, i minerali, gli astri, costituiranno altrettanti “frammenti di un insegnamento sconosciuto”[10], che l’odierna civiltà tecnologica ha smarrito, perduta dietro le chimere del positivismo materialistico[11].

Tappa nodale di una simile riscoperta, potrebbe essere la rinnovata meditazione sull’autore che la sensibilità antiaccadernica di Frances Yates ha individuato, al di là della genialità artistica, quale compiuta incarnazione della figura dell’iniziato. Lo riproponiamo qui in un brano pertinente il tema trattato:

First Witch: Round about the cauldron go;
In the poisoned entrails throw:
Toad that under cold stone
Days and nights has thirty-one,
Sweltered venom, sleeping got,
Boil thou first i’ the charmed pot.

Prima Strega: Girate intorno al calderone,
gettate dentro le viscere avvelenate:
Rospo, tu che sotto la fredda pietra hai,
per trentun giorni e notti, sudato veleno, preso nel sonno,
bolli per primo nella pentola magica.
(W. Shakespeare, Macbeth, IV, I, Le Tragedie, ed. bilingue a cura di G. Melchiori, Milano, 1978, p. 965).

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I rospi come “spiriti familiari” di alcune streghe impiccate (da un opuscolo inglese del 1589).


Note

[1] La rappresentazione di un rospo che sugge le parti intime della donna, è abbastanza frequente nell’iconologia inerente i vizi capitali e trova riscontro nelle confessioni di molte accusate per reato stregonesco; a tale ambito appartiene anche la controversa questione dei “capezzoli soprannumerari” delle streghe, adibiti, secondo la credenza popolare, al mutuo soddisfacimento sessuale nel rapporto strega-famiglio. Cfr. M. Murray, The witch-cult in western Europe, London, Oxford University Press, 1921-1967; trad. it.: Roma 1974. id., The God of the Witches, ibid., 1933; trad. it.: Roma 1972. Per tutta la problematica del rospo nelle sue molteplici relazioni col mito, la magia, le arti figurative, la religione, ecc., si rimanda al prezioso volumetto di G. Faggin, Diabolicità del rospo, Vicenza 1973, dotato di un ricco corredo di note, illustrazioni e riferimenti bibliografici.

[2] L’incisione suddetta fu inclusa nell’edizione del 1612 (la prima è del 1610) riveduta e ampliata dell’opera di De Lancre. Oggi si rintraccia più facilmente in G. De Givry, Le musée des sorciers, mages et alchimistes, Paris 1929; trad. it.: Milano, 1968, fig. 45.

[3] Per l’episodio dell’Auldearne si veda il resoconto dei protagonisti riportato da M. Murray, The witch-cult…, pp. 145, 215-216 trad. it. e The God of…, pp. 129-130 trad. it. Circa la “tostatura” e quanto segue ad essa, cfr. G. Faggin, op. cit., pp. 61-62.

[4] In M. Murray, The witch-cult…, p. 68 trad. it.

[5] In G. e E. Battisti, La civiltà delle streghe, Milano 1964, p. 185. Una variante del rituale, con il rospo al posto della rana, è riportata da G. Faggin, op. cit., p.26.

[6] Claude Levi-Strauss, Tristes Tropiques, Paris 1955; trad. it.: Milano 1960, p. 351. Segue, nel testo citato, l’orazione vera e propria che, curiosamente in un rito del genere, ad un certo punto si rivolge agli angeli del cielo perché difendano l’operatore dal potere di Satana.

[7] Cfr. G. Faggin, op. cit., p. 63.

[8] Cit. da G. Faggin, op. cit., p. 58.

[9] Non sono state qui prese in esame le proprietà benefico-terapeutiche ascrittegli dalla tradizione, in quanto esulanti dal presente articolo.

[10] Abbiamo volutamente adoperato l’espressione che è anche titolo del noto libro del filosofo P. D. Uspenskij (In Searcb of the Miraculous: Fragments of an Unknown Teaching, New York 1949, trad. it.: Roma 1976) dedicato all’insegnamento di G.I. Gurdjieff, in cui viene descritto l’impiego di un metodo conoscitivo alternativo rispetto alle modalità di indagine proprie dell’approccio scientifico-sperimentale. Secondo tale angolatura, l’uomo moderno occidentale, tanto fiero delle sue conquiste scientifiche, vivrebbe di fatto in uno stato di “sonno della coscienza”, cui sfuggirebbe l’essenza autentica e più profonda del reale.

[11] Per una posizione gnoseologica che cerchi di interpretare le acquisizioni moderne alla luce delle conoscenze “tradizionali”, si veda anche il nostro contributo “Il gallo, la medicina, la magia” pubblicato sul n. 5 (maggio ’86) di Abstracta.


Articolo pubblicato sulla rivista Abstracta n. 28 – luglio/agosto 1988, pp. 38-43, riprodotto per gentile concessione dell’autore, che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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