La rivoluzione antropica

di Giuliana Conforto

La rivoluzione antropica è quella dell’uomo contro gli “dei”, cioè le tante idee con le quali l’uomo si è identificato e per le quali è pronto a dibattere, combattere e persino a uccidere. Credendo agli “dei”, cioè alle idee che la cultura “ortodossa” trasmette, gli uomini danno credito al sistema che da millenni fa emergere solo chi garantisce la conservazione del sistema stesso; retto dai pochi che oggi possiedono media, finanze e risorse energetiche, il sistema coltiva il suo consenso coltivando le stesse idee false che inducono l’uomo a combattere il suo prossimo. Oggi c’è una nuova energia nel pianeta, un impetuoso torrente di Vita che rivela la verità: l’unità di infiniti mondi, quindi un’etica naturale che dona fiducia, gioia, libertà e rispetto per ogni essere, nessuno escluso… Una verità che travolge le idee, gli “dei” falsi che l’uomo ha venerato finora; è la rivoluzione antropica che investe tutta la “cultura” ortodossa, dalle religioni alle scienze. Questo mio vecchio articolo, pubblicato a suo tempo sulla splendida rivista Abstracta, riguarda la fisica, che ha compiuto in questo secolo scoperte straordinarie delle quali ha nascosto però le conseguenze umane, sociali e politiche…

conforto_rivoluzioneantropica_01

Armonia e simmetria sono alla base dell’arte e anche della scienza. In fisica rappresentano i principi primi che generano la ciclicità degli eventi, le coniche traiettorie degli astri, la cristallina ripetizione delle forme, la stupenda geometria frattale che disegna il cosmo nel piccolo come nel grande. Sono principi che evocano bellezza, ritmo e armonia, suscitano la stessa emozione che si prova nell’osservare un capolavoro dell’arte, il cielo stellato od i giochi di luce di un tramonto. Questi principi generano le leggi fondamentali della natura osservata, ma malgrado la loro semplicità e bellezza sono conosciuti da pochi; i pochi che hanno già percorso un lungo curriculum di studi, durante il quale hanno ripercorso il processo della conoscenza ufficiale, acquisito cioè una massa di nozioni, dettagli e definizioni slegate tra loro che impediscono di ricollegare i principi stessi al loro significato umano. Costretto da un apprendimento arduo e selettivo che lo isola e lo separa dalla comunicazione umana, lo studioso non è capace di cogliere l’essenza comune dei fenomeni, accetta le definizioni alla base delle varie discipline senza interrogarsi sulla loro reale validità. Lo studio così compiuto produce aridità e rigidità.

Il “ricercatore” persevera a perlustrare solo le conseguenze dell’edificio teorico conosciuto che difende con un attaccamento personale ed un’avversione verso qualsiasi altro “edificio” che non poggi sulle stesse basi; così la ricerca autentica, libera da pregiudizi e preconcetti precostituiti è scomparsa del tutto o quasi dall’accademia. In alcuni scienziati o divulgatori ben noti, l’avversione è diventata un accanimento quasi viscerale contro tutto ciò che rischia di intaccare il sistema di idee al quale finora ha creduto. Tutta la “cultura” umana è impregnata dalla divisione tra ortodossia e eresia. L’accademia e gli istituti di ricerca hanno esaltato la prima e condannato l’altra; hanno proposto un modo di interpretare il mondo che consente solo agli ortodossi di progredire e maturare privilegi e ascolto. La scienza accademica ha tracciato un “confine” invisibile ma reale che emargina in modo sistematico e automatico l’eretico che osa mettere in discussione i principi “ortodossi” che non sono affatto dimostrati, ma accettati e venerati come “veri” per convenienza.

Ciò malgrado la storia della scienza conta vari e illustri esempi di scienziati isolati e veramente innovatori, ignorati o esposti al pubblico ludibrio che non sono riusciti a trasmettere ai discenti le loro “nuove” teorie. Allorché la ricerca scientifica è invece costretta dall’evidenza sperimentale ad accettare la teoria “eretica”, ha inventato un altro tipo di ostilità: quella di renderla astratta, difficile relegata ad un eremo “teorico”, magari con ricadute tecnologiche ma senza conseguenze sul comportamento, le idee e la visione del mondo persino dei ricercatori stessi.

È il caso della meccanica quantistica, una teoria che, sin dagli anni 1920, è stata confermata ormai da infiniti esperimenti, ma che rimane estranea al modo di pensare e di agire consueto; si basa sul principio di indeterminazione di Heisenberg che viola il senso comune della realtà e ribalta la posizione dell’uomo nell’universo; spiega infatti che l’osservatore, cioè l’uomo, contribuisce a determinare la “realtà” osservata, non è spettatore passivo ed impotente di una “realtà” già data, ma è partecipe del suo divenire e non solo; è il co-autore oltre che attore protagonista della “realtà”. Quale “realtà”? Quella che l’uomo crede e interpreta come tale, è la risposta della fisica quantica.

La “realtà” è illusione; è una minuscola porzione di tutto ciò che l’uomo sente e vive e, cosa meno nota, anche di tutto ciò che la stessa fisica calcola e misura in diversi modi. Ignorare questa verità, detta e ridetta da millenni da tutti i grandi saggi della storia e oggi riscoperta dalla fisica quantica oltre che dall’astrofisica, fa parte della congiura dello stesso potere che ha definito la verità “eresia” e perseguitato tutti coloro che sospettano l’inganno del potere.

conforto_rivoluzioneantropica_02

Per chi “penetra le pieghe della natura sublime“, come dice Giordano Bruno, e non si limita a desiderare i tanti “beni” che questa produce che sono in buona parte nocivi, quali ad esempio armi “intelligenti”, farmaci e/o fitofarmaci. Questa “realtà” con tutte le sue strutture sociali, religiose, politiche, accademiche, i relativi mezzi di informazione, i tanti “confini” che convincono l’uomo di essere diviso dal suo prossimo, esiste solo perché l’uomo l’antropos la crede “reale”: è la fede dell’uomo, cioè dell’antropos che determina la “realtà”; se la fede cambia, la “realtà” cambia

La fede che l’antropos ha coltivato e alla quale ha ceduto intelligenza, risorse e abilità è che questo mondo sia l’unico possibile e per di più voluto da “dio”. Le religioni si sono appropriate di “dio” e lo hanno dipinto in modi tali da coltivare la paura della morte e dell’ignoto, cioè il bisogno delle religioni stesse per spiegare la “realtà” stessa. Viene chiamata “civiltà” questa “realtà” industriale che ha eretto la violenza, lo sfruttamento, la miseria, la corruzione, il “mistero” a regola sociale; la fede nella “realtà” come unica possibile è la convinzione alla base della vita quotidiana dell’individuo e di tutte le istituzioni politiche, sociali che si combattono tra loro; persino gli scienziati, che finalmente scoprono l’esistenza di infiniti universi invisibili[1], “dimenticano” le loro stesse scoperte e/o per lo meno non le divulgano in modo tale che siano comprese da tutti.

Perché e come è stato possibile coltivare per millenni un tale mostruoso inganno? Perché l’antropos è dotato di una percezione limitata a cinque sensi e crede soprattutto ad uno, la vista, che domina sugli altri quattro. Nelle scienze si ripete un dominio analogo: dei quattro messaggi o forze cosmiche che queste hanno scoperto, domina solo uno: il campo elettromagnetico che rivela una minima porzione del tutto, solo il 0,05 di tutta la massa calcolata. La società oggi usa in modo indiscriminato e inquinante il campo elettromagnetico, coltiva l’idea falsa che l’uomo è solo e disperato nell’universo e trascura “l’unica Forza, l’Amore, che unisce infiniti mondi e li rende vivi“, come dice Giordano Bruno.

La fisica ha scoperto questa Forza che ha chiamato “debole” e di cui pochi conoscono l’esistenza e ancora meno il significato umano, l’Amore cosmico. Il perché si spiega: metterebbe in crisi l’idea base che sostiene ogni potere costituito: il mondo visibile è l’unico esistente e l’unico con il quale l’uomo deve fare i conti. La forza debole è infatti la forza che unisce il mondo visibile ad infiniti mondi invisibili, oggi riconosciuti anche dai calcoli della scienza ortodossa; riconoscere la sua importanza e il suo significato per l’uomo, l’Amore, suggerito da poeti e saggi quali Giordano Bruno, metterebbe in crisi anche i presunti “limiti” che hanno alimentato la lotta dell’uomo contro l’uomo; porrebbe quindi fine al business più lucroso, la produzione e la vendita di armi e droga.

La “realtà” non è oggettiva, ma ciò che i media dicono ovvero anche ciò che i pochi soggetti che fanno “cultura” credono e/o fanno credere. Nemmeno la scienza è “oggettiva”: dipende infatti dalla coscienza dei soggetti, cioè dalle convinzioni e dagli strumenti che i “dottori” usano per interpretare la “realtà” e con i quali “educano” le nuove generazioni. Insomma la “realtà” non è ciò che è, ma ciò che gli umani credono, come riconosce il principio di indeterminazione di Heisemberg alla base della fisica quantica che non trapela dalla cerchia degli specialisti e non assume il significato travolgente che potrebbe essere non solo scientifico ma anche sociale e politico. E se la coscienza degli scienziati fosse stata corrotta da idee che non sono affatto scientifiche? È proprio quello che è successo e sta succedendo: è un fenomeno di “attrito” tra teoria e prassi, faceva notare Kuhn, il risultato di un attaccamento alle proprie idee e convinzioni e alla conseguente difficoltà a distaccarsene; un conformismo al vecchio, obbligato da quella che gli uomini chiamano “educazione”.

Sin dai primi anni dell’infanzia, il cervello umano, simile ad un albero ridondante ed estremamente ricco di potenzialità, viene potato da un “giardiniere” impietoso che è appunto l’educazione trasmessa da famiglia, scuola e società. Le ramificazioni del cervello, ovvero i miliardi di sinapsi che potrebbero in seguito svilupparsi come fantasia, immaginazione, curiosità, creatività ed interessi, vengono decurtate già prima dell’adolescenza. Crescono così degli uomini-robot efficienti, magari “colti”, ma irrimediabilmente infelici nella loro gabbia mentale e chiusi verso le novità.

Ovviamente c’è anche chi fuoriesce dalle maglie del sistema, chi come in Flatlandia, ascende dal mondo creduto piatto e ne riconosce la tridimensionalità. C’è chi scopre, nella realtà e persino all’interno del mondo accademico, teorie che considerano l’esistenza di molte altre dimensioni, oltre le quattro note (tre spaziali ed una temporale). Le loro conseguenze, se perlustrate con sincerità e autentica ricerca farebbero crollare gran parte dell’edificio scientifico costruito fino ad oggi. Si può comprendere il perché dell’accanimento dei conservatori: crollerebbe il loro potere e tutta la “scuola” che finora hanno diretto.

Oggi esistono molte teorie iperdimensionali, ma guarda caso, le più semplici sono ignorate: sono le teorie superluminali che possono spiegare il ruolo determinante del pensiero e della fede umani. Queste teorie riconoscono la simmetria rispetto alla velocità della luce e travolgono il “mistero” alla base della fisica quantica, il dualismo delle particelle; mostrano infatti che le particelle hanno una natura trina e non duale: la trinità sorge dall’esistenza di tre tipi di velocità, inferiori[2] uguali[3] e superiori[4] a quelli della luce. Le teorie superluminali si sono sviluppate sin dall’inizio del secolo e sono state sempre considerate “eretiche”, perché soppiantano anche l’altro “dualismo” con il quale sono stati “educate” intere generazioni di fisici del XX° secolo: la divisione tra due teorie in “contraddizione” tra loro, la relatività e la fisica quantica “ortodosse”.

La relatività “ortodossa” insegnata nelle università ha considerato solo velocità inferiori a quella della luce, ma nel silenzio cinico e indifferente dell’accademia, alcuni “eretici” hanno sviluppato la relatività estesa che considera tutte le velocità e quella speciale della luce per ciò che è: un orizzonte oltre il quale la vista umana non può spingersi, ma che pensiero e persino calcoli matematici possono comprendere e spiegare. La relatività estesa pone il dito sulla piaga della scienza, il suo terribile “limite” e cioè la fede che è “reale” solo ciò che si può osservare, cioè solo ciò che si trova a velocità subluminale; un “limite” che esclude pensieri, intuizioni, emozioni, sensazioni, amore e soprattutto la coscienza dell’uomo che partecipa e quindi contribuisce a creare la sua “realtà”. La coscienza è il punto chiave che, millenni di religioni, hanno confuso per conformismo alle regole morali e sessuali da loro imposte; regole che in molti casi hanno offeso la dignità dei sentimenti e la stessa coscienza. Il significato della coscienza è tuttora un “mistero”, ma la fede nella presunta “oggettività” delle scienze è servita a perpetuare il bisogno delle religioni che ci raccontano come sarebbe fatto ciò che non si può osservare.

La “cultura” ortodossa, “divisa” tra scienze e religioni, ha diviso la mente umana tra ciò che è “provato” e ciò che non lo è; ignora che non esiste alcuna “prova” se manca la coscienza dell’uomo.

Dal punto di vista matematico, l’esistenza di velocità superiori alla luce nasce con un’operazione semplice che tutti impariamo alla scuola media inferiore: l’estrazione di radice quadrata. Se sotto il segno di radice quadrata c’è un numero negativo, il risultato è quello che si chiama un numero immaginario, per distinguerlo dal numero reale che già conosciamo. È tuttavia necessario sapere che in matematica, reale ed immaginario, sono delle convenzioni che possono essere scambiate tra loro, senza alterare nulla. L’introduzione dei numeri immaginari accanto a quelli reali introduce l’insieme dei numeri complessi, che è un insieme doppio di quello solo reale o solo immaginario.

L’esistenza di velocità superiori a quella della luce è un’operazione analoga e altrettanto semplice: l’insieme delle dimensioni che noi conosciamo, in totale quattro, tre spaziali ed una temporale, viene raddoppiato, diviene cioè di otto dimensioni, che possono essere sia immaginarie che reali; otto dimensioni anche per una singola e semplice particella elementare come l’elettrone; lo dimostra la fisica quantica relativistica, che fu sviluppata per la prima volta dal grande fisico inglese P.A.M. Dirac il quale scoprì così l’anti materia. Uno spazio ottuplice risolve infiniti misteri, perché rivela l’inganno con un quesito che gli scienziati ortodossi evitano: se lo spazio è ottuplice, perché noi umani osserviamo solo quattro dimensioni, cioè solo la metà? La risposta “eretica” travolge l’ortodossia: l’altra metà è ciò che l’uomo vive come pensiero, emozione, sensazione, convinzione, coscienza; è quella che contribuisce a determinare tutta la metà osservata e anche creata: città, chiese, scuole e istituzioni politiche varie…

Dalla simmetria rispetto alla velocità della luce emergono soluzioni strabilianti: si moltiplicano sia le dimensioni spaziali che quelle temporali. Lo spazio ad otto dimensioni non ha un’unica freccia del tempo; ciò significa che è possibile andare avanti ed indietro nel tempo (Vedi il mio libro: LUH, Il Gioco Cosmico dell’Uomo). Fantascienza? No, basta pensare al progetto: ad esempio la costruzione di un edificio o di una città è un progetto del futuro, che determina le azioni nel presente necessarie per realizzarlo. Il progetto è un’inversione della freccia del tempo che la mente umana fa abitualmente; non è un “paradosso temporale”, come dice la fisica ortodossa, ancorata ad un vecchio concetto di tempo che a ben vedere non sa definire.

La fisica eretica, superluminale, può aprire spiragli su ciò che quella ortodossa evita: la relazione tra le cause dei fenomeni osservati e la coscienza dell’osservatore. Alla base di quell’edificio che oggi viene chiamato scienza manca la coscienza, cioè la verità: il “limite” della “realtà” osservata è la velocità della luce che in verità non è un limite, ma un’idea falsa che si propaga poi dalla fisica, scienza di base, a tutte le altre scienze naturali e umane, non ultima la medicina. L’unico “limite” della scienza è il suo metodo che continua a chiamare “mistero” tutta l’immane massa oscura che non osserva, ma che oggi calcola; il che rende l’uomo trappola delle “religioni”. La scienza non è una religione, ma un insieme di teorie che ignorano il loro autore, ovvero l’antropos e il suo strumento primo: la coscienza.

Lo spazio complesso, ottuplice, rileva l’importanza del pensiero umano; è “complesso” dal punto di vista matematico ma in verità è semplice… se l’antropos osservasse se stesso e cioè il suo modo di pensare e di credere a “limiti” falsi e a “dimenticare” le tante scoperte che li smentiscono. Può interessare sapere che nell’oblio ci sono altri scienziati “eretici” tra i quali E. Maiorana, scomparso misteriosamente senza lasciare tracce; esistono persino congegni che possono dare energia a tutti ed eliminare la dipendenza dai pochi che detengono le fonti di energia; eliminare cioè la sindrome prometeica (l’assenza del fuoco) che ha afflitto l’uomo per millenni e determinato i tanti conflitti della storia.

Il fatto che l’uomo veda solo quattro delle otto dimensioni che oggi però riesce persino a calcolare, indica le capacità del cervello umano di andare oltre la cecità dei suoi sensi, soprattutto della sua vista. L’antropos può oggi compiere la più grande rivoluzione di tutti i tempi: la rivelazione delle tante idee false e dei “limiti” ai quali finora ha creduto, ma che non esistono affatto. La rivoluzione copernicana ha spodestato la terra da centro dell’universo.

La rivoluzione antropica rimette invece l’uomo cioè l’antropos al centro, lo riconosce come protagonista e causa responsabile della sua realtà individuale e sociale. I cinque sensi possono misurare solo le differenze: differenze di spazio, tempo, velocità, etc., ma la coscienza dell’uomo può andare oltre il poco che vede e misura e del pochissimo che “ricorda”.

L’uomo è da sempre immerso in un “mare” di informazioni superficiali che inquinano la sua mente e che hanno tra loro differenze minime, ma tali da nascondere le cause del suo movimento e cioè le emozioni, la psiche e soprattutto la sua volontà. L’uomo ignora perciò tutto ciò che si agita sotto la superficie del “mare” e che chiama psiche. Ignora anche che lo spazio ottuplice in cui siamo immersi sta aumentando la sua “temperatura”; aumentano quindi il movimento, le emozioni e i conflitti della mente.

Il problema dell’uomo è l’oblio; “dimentica” che egli è il “centro”, la causa del suo “mare”. L’idea che la “realtà” sia data e che non possiamo che esserne schiavi è falsa. Serve una rivoluzione radicale, la rivoluzione antropica che riconosce che questo mondo è solo uno dei tanti possibili mondi. Lo spazio ottuplice indica la via per realizzare la rivoluzione antropica: riconquistare la “metà” perduta, cioè essere coscienti della nostra psiche, dell’insieme delle emozioni e dei pensieri che generano le nostre azioni, ricomporre quell’integrità finora lacerata dalle tante idee in lotta tra loro che hanno nascosto la verità: siamo gli autori e i responsabili della nostra realtà individuale e sociale, dotati di potenzialità e risorse infinite, tutte all’interno di noi stessi.

La fede nei “limiti” e nella “realtà” oggettiva, i due cardini delle tante idee che hanno dominato la storia è la tragedia dell’umanità, quella che tuttora media, chiese, accademie e governi cercano di conservare a qualsiasi costo. Non possiamo aspettarci che i “primi” cambino; perché mai dovrebbero? I “primi”, cioè gli esperti e/o i rappresentanti di tutte le istituzioni sparse sul pianeta traggono agi e privilegi dalle idee false che coltivano e propinano. È il credere o anche combattere le loro idee false che li rende “potenti”. L’unica via è credere in se stessi. Ciascuno essere umano ha risorse infinite che possono essere attivate.[5]


Note

[1] Giuliana Conforto, La Futura Scienza di Giordano Bruno, ediz. Macro e Noesis, ottobre 2001.

[2] Bradioni, dal greco bradius, lento.

[3] Luxoni o luce.

[4] Tachioni, dal greco tachius, veloce.

[5] La Futura Scienza di Giordano Bruno, op. cit.


 

Annunci