Le isole dei beati in Cina

di Antonella Cotta Ramusino

Tra religiosità colta e popolare, il mito taoista delle isole paradisiache nascoste ad oriente, le “Isole dei Beati” o “Isole Felici”, è senz’altro tra i più presenti nella tradizione cinese. Insieme al paradiso occidentale, nascosto tra le cime del monte Kunlun, le Isole dei Beati, rievocate da passi letterari e leggende tradizionali, costituirono, per più di un sovrano, un obiettivo concreto ripetutamente perseguito con esplorazioni e spedizioni.

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Una versione del noto simbolo dello Yin-Yang.

In Cina nel corso dei secoli si sono formati principalmente due tipi di cultura: una, conosciuta come ufficiale o di corte, promossa dalla classe dei letterati confuciani che ha quasi sempre affiancato il potere centrale coadiuvandolo nel governo; l’altra, chiamata popolare, a cui si rifanno i taoisti e che si affermò soprattutto, come dice il nome, tra il popolo.

Mentre infatti i confuciani tentano di formare la morale del buon suddito e del buon sovrano, i seguaci di Lao-zi – il primo grande maestro del Dao – danno al popolo ciò di cui ha bisogno: spiegazioni sulla vita, sulla morte, sull’aldilà; in pratica conservano quella serie di riti e di credenze che erano alla base dell’antica religione contadina.

In effetti nel confucianesimo confluivano sia una filosofia di attivismo sia un codice morale che era opportuno seguire in vista di una carriera politica; invece nel taoismo confluivano una filosofia di totale astensione dai pubblici affari e una religione a sfondo magico.

Nell’ambito dello stesso taoismo vi era poi grande differenza tra la scuola religiosa e la scuola filosofica tanto da essere completamente indipendenti l’una dall’altra.

I cinesi potevano quindi essere, senza che ciò creasse conflitto, buoni confuciani e buoni taoisti: ossia obbedivano alle leggi confuciane per quel che riguardava la vita politica e pubblica, osservavano invece le pratiche taoiste per ottenere l’immortalità e credevano in tutta quella miriade di déi e di esseri fantastici che, a detta dell’antica religione ereditata dai taoisti, popolavano l’universo.

Si spiega così come molti sovrani dell’Impero di Mezzo pur appoggiando la corrente confuciana al governo, praticassero poi culti del tutto estranei al confucianesimo ma ben conosciuti dai sacerdoti taoisti.

Ricordiamo d’altra parte che questi preti taoisti erano persone dai molti poteri e in grado di dominare il proprio destino. Primi fra tutti per la loro potenza furono proprio quegli stessi uomini che riconosciamo anche come padri del pensiero filosofico.

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Dipinto dell’epoca Ch’ing (1644-1911) raffigurante personaggi e divinità dell’Olimpo taoista.

Di Lao-zi la tradizione fa un uomo di natura divina. Egli è il Vecchio Bambino che nasce dopo una gestazione di ottantun anni. Confucio, il grande saggio, così lo descrisse:

…Questa volta ho visto il drago. Quando il drago si raggomitola su se stesso, forma un corpo opaco; quando si distende, forma disegni brillanti. Cavalca le nubi e i vapori nutrendosi dello Yin e dello Yang (i due principi vitali)… (Zhuang-zi, cap. XIV, pag. 132).

E come un essere soprannaturale Lao-zi scomparve; a cavallo di un bue si diresse verso Occidente, fermandosi solo al valico dell’ovest, dove dettò a Yin Xi, il guardiano di questo passo, il suo famoso libro, il Dao De Jing.

Di Lie-zi, il secondo grande Santo Taoista, poco si sa. Sembra che fosse vissuto tra il V e IV sec. a. C. e Zhuang-zi, che forse fu un suo discepolo, così lo mostra:

…Lie-zi si spostava cavalcando il vento. Viaggiava in modo piacevolissimo, e in capo a quindici giorni faceva ritorno… (Zhuang-zi, cap. I, pag. 15).

Infine ecco Zhuang-zi, l’ultimo grande Taoista dell’antichità, vissuto nel IV-III sec. a. C., uomo dagli svariati poteri con temperamento di sognatore.

Legati alle figure di questi Santi Taoisti sono i miti dei paradisi in cui pervennero: quello Occidentale e quello Orientale.

Di antica data è senza dubbio la credenza nel Paradiso Occidentale governato da una portentosa divinità: Xi Wang Mu, la Regina Madre d’Occidente, la stessa verso cui si diresse per l’ultimo viaggio il Santo Taoista Lao-zi. Così viene descritto il luogo con la sua regina nel Libro dei Monti e dei Mari:

…Trecentocinquanta li (unità di misura cinese corrispondente a 500 metri, N.d.A.) a occidente di Liusha [vuol dire “sabbie che camminano”, e con questo nome si indica il deserto del Gobi] c’è il monte Yu, ove dimora Xiwangmu. Xiwangmu ha un aspetto umano, coda di leopardo, zanne di tigre e fischia forte; ha i capelli scarmigliati e porta ornamenti sulla testa. Presiede alle calamità del cielo e alle cinque influenze nocive… (Ed. Bozza, Miti della Cina arcaica, pag. 74).

E ancora nello stesso Libro si legge:

…A sud del Mare Occidentale, ai bordi delle sabbie Liusha, dietro il fiume Chi e davanti al fiume Hei, c’è una grande montagna che si chiama Kunlun (l’Olimpo dei cinesi). Vi si trova uno spirito-dio che ha volto umano e corpo di tigre, ha il manto striato e ha una coda… (Ed. Bozza, op. cit., pag. 75).

Chiaramente per i cinesi questo Paradiso occidentale era un luogo reale e per questo furono fatte molte spedizioni per raggiungerlo; l’unica che ebbe esito positivo fu quella condotta dall’imperatore Mu dei Zhou (XI sec.) che riuscì ad arrivare sul monte Kunlun e a far visita a Xi Wang Mu.

Ma il mito più affascinante che interessò i cinesi di ogni tempo è quello delle Isole degli Immortali o Isole Felici, luogo ameno che si credeva esistesse realmente nel Mare Orientale e di cui il taoismo si occupò tanto da creare quasi una scienza lasciandoci descrizioni accurate dei luoghi e degli abitanti. Ecco come si presenta secondo Lie-zi:

…Il monte Lie-gu-ye si trova in un’isola del mare. Sul monte vivono degli uomini sovrannaturali, che aspirano il vento, bevono la rugiada e non mangiano i cinque cereali (l’astensione dai cinque cereali era una delle pratiche per raggiungere l’immortalità). Il loro cuore è come sorgente profonda, la loro forma come quella d’una vergine. Non avendo essi né amori né affetti particolari, gli immortali e i santi gli fanno da ministri; non suscitando essi né timore né scontento, i sinceri e gli schietti gli fanno da messi, non dispensando essi e non essendo benevoli, le creature da sé si soddisfano; non raccogliendo essi e non accumulando, non mancano di nulla. Lo yin e lo yang sono sempre armoniosi, il sole e la luna sono sempre splendenti, le quattro stagioni sono sempre regolari, il vento e la pioggia sono sempre temperati, i parti e gli allevi avvengono sempre nella giusta stagione, le messi annuali sono sempre abbondanti. Il suolo non ha il danno delle pestilenze, gli uomini non hanno l’orrore della morte precoce, le creature non hanno la sofferenza delle malattie, gli spiriti dei defunti non hanno voci di presagio… (Lie-zi, Libro II, cap. 16, pag. 19).

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Acquerello su carta, dinastia Ming (XVI-XVII secolo).

Ma non bastava soltanto descrivere questa sorta di Eden; era necessario anche dargli delle origini e spiegarne la storia. E ancora sempre nel Lie-zi, il libro che dal saggio prese il nome:

…Ad oriente del golfo del Chili – rispose Chi – non so a quanti milioni di li, c’è un baratro che è veramente una valle senza fondo. Questa voragine è detta “bacino di confluenza”, in cui si riversano i fiumi delle otto estremità e dei nove punti celesti (i nove punti celesti sono gli otto punti cardinali – otto estremità – e il centro), nonché la corrente della Via Lattea, senza accrescimenti o diminuzioni. In mezzo c’erano cinque montagne dette Taiyu la prima, Yuan-Jiao la seconda, Fang-hu la terza, Ying Zhou la quarta, Beng-lai la quinta. Tra alto e basso, la circonferenza di queste montagne era di trentamila li, i pianori alla loro sommità erano di novemila li, distavano l’una dall’altra settantamila li ma erano considerate vicine. Su di esse le torri e i belvedere erano tutti d’oro e di giada, gli uccelli e gli animali erano d’un candore immacolato, gli alberi di perle e di gemme crescevano fitti, i fiori e i frutti erano nutrienti e saporosi e chi li mangiava non invecchiava e non moriva. Gli abitanti erano della razza dei santi immortali, che giorno e notte volavano innumerevoli qua e là. Però la base delle cinque montagne non posava su nulla ed esse andavano su e giù, avanti e indietro, seguendo il flusso e riflusso della marea, senza fermarsi un momento. I santi immortali mal lo sopportavano e se ne lamentarono con l’Imperatore del Cielo, il quale, temendo che esse scorressero verso l’estremo occidente e non dessero più asilo a tutti quei santi immortali, comandò a Yu-jiang (genio del polo e del mar settentrionali, dal volto di uomo e dal corpo di uccello) di mandare quindici enormi tartarughe a sostenere le montagne sul capo alzato, alternandosi in tre turni di sessantamila anni ciascuno. Per la prima volta le montagne stettero ferme senza muoversi. Ma uno dei giganti del regno di Long-bo si mise in cammino e con pochi passi arrivò alle cinque montagne. Con un solo amo prese sei tartarughe, se le caricò in mucchio sulle spalle e se ne tornò di corsa al suo paese, dove mise sul fuoco il loro guscio per trarne vaticini. Così le due montagne Taiyu e Yuan-Jiao andarono alla deriva verso il polo settentrionale e affondarono nel gran mare. I santi immortali che furono trascinati via si contarono a milioni. Incollerito, l’Imperatore del Cielo a poco a poco ridusse il regno di Long-bo facendolo più ristretto e rimpicciolì i suoi abitanti rendendoli più bassi: all’epoca di Fu Xi e di Sheng Nong erano alti alcune decine di braccia… (Lie-zi, Libro V, cap. 60, pagg. 70-71)

Il credere all’esistenza di queste Isole indusse molti imperatori a comandare spedizioni di ricerca e scoperta del mitico luogo: le cronache cinesi fanno risalire al V sec. a. C. le prime partenze alla volta delle fantastiche isole. Purtroppo tali ricerche non diedero i risultati desiderati, ma la cosa non scoraggiò mai gli intrepidi ricercatori che per molti secoli continuarono a partire per un’impresa disperata: il non pervenire alla meta era imputato all’inaccessibilità di tali isole per persone qualsiasi, le isole scomparivano infatti all’orizzonte non appena un mortale tentava di avvicinarsi.

Tra gli imperatori che inviarono grandi spedizioni dobbiamo fare il nome di almeno due di essi: Qin Shi Huang-di, il primo imperatore della storia cinese, colui che per primo unificò la Cina e diede le basi all’Impero; e Wu-di, il più famoso degli imperatori Han per il suo governo illuminato che sancì definitivamente il potere dei confuciani.

Qin Shi Huang-di, perseguitato dalla paura della morte, non badò a spese per armare la flotta che avrebbe dovuto trovare le Isole degli Immortali ove crescevano erbe famose per la fabbricazione di pozioni che davano l’immortalità del corpo.

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Ancora un dipinto dell’epoca Ch’ing (1644-1911) raffigurante personaggi e divinità dell’Olimpo taoista

Sfortunatamente nessuno tornò da quel lungo viaggio, e lui morì poco dopo l’unificazione dell’impero forse proprio a causa dei grandi sforzi fatti per ottenerla.

Wu-di, che abbiamo visto appoggiare la classe confuciana per quel che riguardava il governo dell’impero, fu invece un fedele taoista per ciò che atteneva alle credenze religiose. Non aveva quindi dubbi sull’esistenza reale delle famose Isole, per la ricerca delle quali inviò varie spedizioni e partì egli stesso alla volta delle coste orientali della Cina. Ma i risultati non furono positivi neanche per lui; la sua corte poteva però vantare la presenza di famosi maghi tra i quali il più potente fu senz’altro Li Shao-Jun. Costui dichiarava di poter controllare la materia, di comandare gli esseri spirituali e di poter far fronte alla vecchiaia. Egli poteva attirare gli spiriti e alcuni sostenevano che anche lui fosse uno spirito.

Il mito delle Isole Felici non fu ad ogni modo legato alla sola prima antichità: lo troviamo sempre vivo anche nei periodi più vicino a noi: ecco cosa accadde tra l’810 e l’813 alla corte dell’imperatore Tang Xianzong:

… Yuan Jiai (un taoista venuto a corte) voleva ritornare nel Mare Orientale e per questo continuava a chiedere con insistenza il permesso all’imperatore. Quest’ultimo però non voleva concederglielo. Ora, c’era nel palazzo una scultura in legno rappresentante le Tre Montagne nel Mare (cioè le Isole dei Beati, Beng-lai, Fang-zhang e Ying-zhou). Essa era dipinta e aveva incastonate perle e giade.

In occasione dell’Anno Nuovo, l’imperatore andò a contemplarla in compagnia di Yuan Jiai. Egli disse mostrando col dito l’isola di Beng-lai: “A meno d’essere un immortale superiore non si può pervenire a questo luogo.”

Yuan Jiai disse ridendo: “Queste tre isole non distano che un po’ più di un piede. Non vi è persona che possa pretendere che esse siano irraggiungibili. Io non ho molto potere, ma cercherò di fare un giro per Vostra Maestà per ivi esaminare la bellezza e la bruttezza degli esseri e delle apparizioni”.

Subito egli saltò nell’aria e divenne sempre più piccolo. Poi, velocemente, egli entrò attraverso le porte d’oro e d’argento. La cerchia di amici ebbe ben a chiamarlo, egli non ritornò più. L’imperatore si dispiacque molto ed ebbe perciò delle eruzioni cutanee. In seguito a questi avvenimenti si chiamò questa montagna “Isola dove scomparse il Vero”. Tutte le mattine, all’alba, si brucia ormai dell’incenso “Cervello di Fenice” davanti a quest’Isola per venerarla. Una decina di giorni più tardi, un rapporto venne da Cing-zhou che diceva che Yuan Jiai aveva attraversato il mare a cavallo di una giumenta gialla… (Rolf Stein, Jardin en miniature d’Extreme-Orient, pagg. 40-41).

Le famose Isole erano dunque un Universo facilmente raggiungibile se si avevano poteri sovrannaturali e si apparteneva a quella ristretta cerchia di iniziati taoisti.

Nella favola di Pu Song-ling (uno dei più grandi raccoglitori di leggende e miti del XVII sec.), L’Isola degli Immortali, all’ambizioso signor Wang capita di incontrare un Immortale taoista che dapprima lo porta con sé nelle alte regioni celesti, ma poi, accortosi che il suo discepolo non è ancora pronto per la vita delle alte sfere, lo fa precipitare nell’Isola degli Immortali, che è molto lontana dal mondo terreno ed è abitata da maghi terrestri. Dopo un periodo di soggiorno in quest’isola e dopo aver preso moglie, Wang chiede di tornare a casa e con la magia della sposa ecco che un rotolo di seta bianca si trasforma in un ponte infinito permettendo ai due coniugi di giungere sulla terra. Ma dopo aver trascorso qualche anno, in cui Wang matura e si accorge delle futilità delle cose umane, entrambi fanno ritorno nella meravigliosa “Isola degli Immortali”.

La leggenda cinese descrive quest’isola come abitata da fate che si nutrono di gemme sparse lungo le rive, e bevono dell’acqua della vita che scaturisce da una fontana di giada e si nutrono del fungo sacro che rende immortali.

Certo è comunque che nessuno raggiunse mai le meravigliose Isole, non perlomeno in questo nostro mondo: parallela alla dimensione reale appare infatti in ogni civiltà un’altra dimensione: quella irreale dei sogni e delle leggende.

Le illusioni dei sogni aiutano a vivere. E non solo, i sogni per gli antichi erano anche “un’utile visione dell’avvenire, un mezzo di contatto con l’universo soprannaturale degli déi” (P. Xella, Sogno e profezia nel vicino Oriente Antico, in “Abstracta”, n. 39, pagg. 34-35). Nel fantastico mondo onirico tutto è possibile: ed ecco che in Cina accadde un giorno al mitico re Huang-di (il famoso Imperatore Giallo) di addormentarsi e di cominciare a sognare. Sognò di viaggiare e di andare nel mitico regno di Hua-xu:

…Il regno di Hua-xu si trova ad occidente di Yenzhow e a settentrione di Taizhow, non so a quante migliaia o decine di migliaia di li dall’Impero del Mezzo. Non vi si arriva né con barca, né con carro, né a piedi, ma solo per viaggio sovrannaturale. Lo stato non ha né capi né anziani, ma soltanto spontaneità; il popolo non ha né cupidigie né passioni, ma soltanto spontaneità. Non sanno gioire per la vita né dolersi per la morte, perciò non hanno sventure né morti precoci; non sanno essere amanti di sé né incuranti degli altri, perciò non hanno amore né odio; non sanno contrastare né favorire, perciò non hanno vantaggi né danni. Nulla amano e odiano, nulla temono e paventano. Entrano nell’acqua senza affogare, entrano nel fuoco senza bruciarsi, a trafiggerli e a flagellarli non restano feriti o piagati, a vellicarli e a grattarli non provano fastidio o solletico. S’innalzano nello spazio come se camminassero sul solido, si coricano nel vuoto come se stessero nel loro letto. Nubi e nebbie non ostacolano la loro vista, tuoni e boati non turbano il loro udito, bellezza e bruttezza non confondono il loro cuore, monti e valli non intralciano il loro passo poiché si muovono solo sovrannaturalmente…. (Lie-zi, Libro II, cap. 15, pag. 18).

Mirabile potenza dei sogni! Fu così che, durante un banchetto, al re Mu dei Zhou (1001-974) accadde, avendo ospitato un mago potentissimo, di essere invitato a fare un viaggio: e il re, senza farselo ripetere, aggrappatosi alla manica del mago, volò in alto, sempre più in alto, finché giunse nel palazzo del suo ospite-guida, fatto di oro e di perle preziose e sospeso nell’aria su un’immensa nuvola. Insieme poi volarono ancora più in alto, in un posto da dove non si vedevano né il sole né la luna, e lo splendore era abbagliante. Allora il re Mu chiese al mago di farlo tornare indietro: il mago lo lasciò, e al re parve di precipitare nel vuoto. Quando si risvegliò il posto in cui si trovava era lo stesso di quando aveva cominciato il viaggio, e c’erano gli stessi servi, le stesse bevande, gli stessi cibi. Non capendo come ciò fosse possibile il re chiese ai servi cosa era avvenuto, ed essi risposero che egli era stato un momento assorto. Il mago allora spiegò che avevano intrapreso un viaggio soprannaturale (Lie-zi, Libro III, cap. 15, pagg. 17-18).

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Un particolare da una stampa popolare raffigurante l’immortale Lu-Tong-Pin.

Infine in Cina ogni luogo dell’universo aveva una vita parallela a quella terrestre: si credeva quindi che vi fossero vari regni accessibili tramite viaggi soprannaturali che permettessero l’entrata in queste dimensioni vitali diverse da quelle della terra. Ecco dunque apparire i vari regni: quello celeste, quelli dei mari (che si pensava fossero governati da quattro Re Draghi corrispondenti ai quattro punti cardinali), quelli dei laghi, dei fiumi, dei monti, dei venti, etc. Gli strani eppur stupendi abitatori di questi luoghi partecipavano dell’essenza divina e pertanto erano immortali.

L’unione con essi dava l’immortalità anche ai fortunati uomini a cui questi esseri si concedevano. Rifacendoci alla celebre raccolta di Pu Song-ling, I Racconti Fantastici di Liao, possiamo facilmente immergerci nelle acque dei profondi abissi per incontrare, oltre ai Re Draghi, il Ministro Tartaruga, il Generale Granchio o il Generale Anguilla: e non è che nella vita normale non li si possa incontrare, noi li vediamo quotidianamente nelle forme che loro assumono per venire sulla terra, nella nostra dimensione reale, e cioè rispettivamente di Tartaruga, Granchio e Anguilla. E ancora nel racconto La Regina del Lago di Dong-Ting, al signor Qian Bi Jiao viene concesso, in ricompensa della sua pietà verso una foca e dei pesci – trasformazioni preferite della Regina del Lago e delle sue damigelle – di sposare la bellissima principessa figlia della Regina stessa e di pervenire, come abbiamo già visto, all’immortalità. Chiaramente per i cinesi questi strani luoghi e personaggi erano reali, tanto che lo stesso Pu Song-ling li narra in forma di cronaca, quasi riportasse i rendiconti di viaggi intrapresi da famosi esploratori dell’epoca. Non potevo quindi omettere la descrizione di queste altre “Isole degli Immortali” che, pur non avendone gli attributi, lo sono tuttavia di diritto nella fantasia del popolo sinico che può accedervi con più facilità.


Articolo riprodotto per gentile concessione dell’autrice, che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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