I Rosacroce: i sacri attori

di Gabriele La Porta

La storia di una appassionante intuizione che getterebbe una nuova luce nel complesso mondo della storia del movimento rosicruciano. Un’intuizione che l’autore trova condivisa in un incontro con la celebre Frances A. Yates – una delle più importanti studiose del fenomeno rosicruciano ed in generale dell’ermetismo – svoltosi a Londra poco prima della scomparsa della studiosa. Una relazione assai stretta legherebbe i misteriosi autori dei manifesti dell’utopia rosicruciana – la Fama e la Confessio – e la compagnia di Shakespeare.

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Illustrazione raffigurante le Nozze Chimiche, ovvero il tema delle sacre nozze del Re e della Regina, che simboleggiano rispettivamente il principio maschile e quello femminile. Dal matrimonio e dall’equilibrio degli opposti, nascerà la perfezione alchemica. Un tema simbolico assai caro alla tradizione rosicruciana.

I naufraghi sono ormai disperati: da 33 giorni vanno alla deriva nell’oceano, nelle acque gelide di un mare sconosciuto, molto più a nord della Scozia. La loro nave è stata affondata da un improvviso fortunale, hanno fatto appena in tempo a calare le scialuppe, a stipare le provviste e ad allontanarsi prima che il veliero colasse a picco come un sasso. È il febbraio del 1613, 99 uomini si trovano sulle soglie della disperazione, intirizziti, privi di punti di orientamento, sospinti da un’imperiosa e sconosciuta corrente che li spinge a nord, implacabilmente. Ma ecco che improvvisamente, quasi come un’apparizione, dalla nebbia appare un’isola.

Con foga i marittimi vogano verso quell’approdo insperato e sconosciuto. Perché quella terra non è segnata sulle carte nautiche. A pochi metri dal bagnasciuga i naufraghi si accorgono di essere inaspettatamente attesi. Sulla spiaggia ci sono 9 uomini tutti vestiti di bianco, che, con gesti evidenti, li invitano all’approdo. Le scialuppe giungono a riva, gli occupanti scendono e subito sono presi da grande meraviglia. Quegli uomini vestiti di bianco portano sul capo un grande turbante, con al centro un rubino grande come un uovo d’oca. Inoltre i nove, tutti di età indefinibile, ma sicuramente molto anziani, parlano a ciascuno dei naufraghi nell’oro idiomi. Agli inglesi in inglese, agli scozzesi in scozzese, agli irlandesi in irlandese. Non solo, mostrano addirittura di avere padronanza dei dialetti, parlando nello slang dei quartieri, dei villaggi dove ogni naufrago è nato.

Da questo momento i marinai passano da una sorpresa all’altra. L’isola, al cui governo ci sono 99 saggi, tutti vestiti di bianco, tutti con un rubino sul turbante, tutti poliglotti, tutti di età indefinibile, ha una civiltà molto avanzata rispetto a quella europea. Una energia, sconosciuta ai nuovi arrivati, illumina le città anche di notte, permette di rendere mite il clima, guarisce gli ammalati. Prodigi di una tecnica sconosciuta permettono ai candidati di ottenere due raccolti l’anno. La miseria, la fame, il dolore, sono sconosciuti. Non ci sono malviventi; ne diseredati, ne approfittatori. I sapienti reggono il governo della comunità con ineguagliabile saggezza ed abitano tutti insieme in un tempio chiamato Salomone.

Felici di trovarsi in quell’Eden, i naufraghi chiedono però ai sapienti bianco vestiti un grande favore. L’Europa è divorata dall’invidia, dalla paura, dalle guerre, dalle carestie. Vorrebbero quei saggi prendere il mare e portare altrove la loro civiltà? I saggi accettano, ma andranno coperti dell’anonimato e daranno i frutti della loro scienza gradatamente, un poco alla volta, perché una tecnica troppo avanzata, se “regalata” a persone egoiste, potrebbe essere impiegata contro l’umanità invece che a suo favore. Dunque andranno, ma saranno “invisibili” alla gente.

99 “biancovestiti” nel 1612 salpano verso il mondo occidentale, lasciandola propria isola, chiamata “Atlantide”.

Cosi racconta Francesco Bacone[1], in un capolavoro della letteratura e della filosofia anglosassone; Nova atlantis, opera scritta nel 1620.

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Stampa augurale per il matrimonio tra Federico V, signore del Palatinato, e la principessa Elisabetta d’Inghilterra, figlia di Giacomo I. Le nozze, avvenute nel 1613 suscitarono vasta eco e grandi speranze.

Il testo è fondamentale per il ricercatore delle “curiosità” della cultura. Perché con il nome di “invisibili”, di “vestiti di bianco” erano conosciuti proprio in quegli anni gli appartenenti ad un gruppo sapienziale celebre,nel XVII secolo: i Rosacroce.

Ma ci sono anche altre “curiose” corrispondenze. Bacone ambientala sua storia nel 1613 e alla fine di quell’anno, nel suo racconto, i saggi raggiungono l’Europa. Ebbene, nel gennaio del 1614 esce il primo dei “manifesti” dei Rosacroce: la Fama Fratemitatis, un documento impressionante per i contenuti che sembrano sopravanzare la civiltà occidentale dell’epoca di alcuni secoli[2].

Nessuno ha mai saputo chi fossero questi “rosacroce”, coperti da sempre da un impenetrabile mistero. L’unica cosa nota di questi “invisibili” è la, supposta, abitudine di portare nelle loro riunioni segrete abiti immacolati e un rubino sul copricapo.

Sono secoli che gli studiosi di ermetismo e della “occulta filosofia” formulano ipotesi, tutte più o meno inattendibili, alcune delle quali addirittura risibili. Probabilmente a questi ripetuti tentativi è mancato un filo di Arianna con cui addentrarsi nel labirinto. Ma forse la guida giusta per entrare nel “dedalo” è stata trovata nel 1982 a Londra, a casa della più celebre studiosa di ermetismo di questo secolo, Frances Yates[3]. In questo luogo forse il mistero dei Rosacroce è stato definitivamente svelato. Ma questa è una lunga storia e va raccontata da quando è iniziata, appunto nel 1613.

Heidelberg: il castello della sapienza

Il 1613 fu un anno di grande speranza per gli uomini di scienza e di pace. In un’Europa dilaniata dalle guerre di religione, dall’intolleranza e dal fanatismo, una regione sembrò porsi come guida di civiltà, il Palatinato.

Per una serie di coincidenze irripetibili sembrò potersi attuare un’alleanza tra uomini giusti e potenti che garantisse una pace duratura alle nazioni, la fine delle persecuzioni religiose e degli odi confessionali.

La speranza si accese con il matrimonio di Federico V, signore del Palatinato con Elisabetta di Inghilterra, figlia di Giacomo I, e nipote della Grande Elisabetta I, protettrice delle arti e delle lettere.

Federico V era noto nella sua terra per aver riunito ad Heidelberg, la capitale, scienziati e filosofi indipendentemente dalla loro fede religiosa. Giovane, brillante, colto, poeta, studioso di scienze ermetiche, protestante, ma con ampie vedute religiose, nemico dei settarismi, Federico è il punto di riferimento degli intellettuali tedeschi e boemi. Splendida, poco più che adolescente, capace di creare musica e di eseguirla, protettrice dei teatranti e dei tragediografi, amica di Shakespeare, Elisabetta rappresenta lo spirito illuminato anglosassone. curiosa, attiva, ha ereditato dalla zia, la grande Elisabetta, la passione per la “occulta filosofia”.

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Il palcoscenico di Shakespeare in un disegno di Johannes de Witt (1596), conservato nella Biblioteca dell’Università di Utrecht.

Logico che il matrimonio tra questi due ragazzi venisse salutato dagli uomini di cultura come l’inizio di una nuova era. Per di più Giacomo I ha un altro figlio, l’erede della corona, Enrico, di pochi mesi più grande di Elisabetta, unito alla sorella da un vero profondo affetto e da una totale stima reciproca.

Quando Enrico e Federico si conoscono stabiliscono immediatamente un rapporto di completa fiducia. Tre ragazzi aperti, intelligenti, uniti dal gusto della vita, della ricerca e della passione per la “scientia scientiarum”. Tre giovani potenti, perché se Federico già è signore del Palatinato, Enrico lo diventerà della Gran Bretagna. È quindi giusto che questi ragazzi ipotizzino un futuro diverso e per i propri paesi e per l’Europa intera.

Ecco i loro sogni: attuare subito nel Palatinato la città ideale, Heidelberg, dove tutte1e ricerche, tutte le filosofie, tutte le religioni possono trovare ospitalità. Praticare immediatamente una forma di governo tollerante verso qualsiasi tipo di fede, incentivare gli studi ermetici e scientifici, abolire i soprusi, le angherie dei potenti, di qualunque confessione essi siano, E poi, forti di questa esperienza, “esportare” questo modello di stato in Inghilterra, non appena Enrico diventerà a sua volta re, titolo che gli spetterà per naturale successione.

Un sogno, certo, ma con moltissime probabilità di attuazione. Non appena Federico e Elisabetta, dopo essersi sposati a Londra, giungono nel Palatinato attuano tutte le riforme che avevano stabilito nelle lunghe riunioni notturne con Enrico nella capitale inglese, alla presenza di Dee e di tutti gli ermetisti amici di Elisabetta, tra cui Shakespeare. Il già celebre drammaturgo che da quando ha avuto modo di conoscere Giordano Bruno, che fu ospite della Grande Elisabetta, ha scritto opere teatrali colme di significati ermetici, quali il Combelino, La Tempesta, il Racconto d’Inverno

Il castello dove i due giovani coniugi vivono è trasformato in pochi giorni in un tempio della poesia, dell’arte, della filosofia. Statue che cantano, fontane illuminate giorno e notte, musiche perenni, ospedali gratuiti per gli infermi, imposizioni fiscali proporzionali al reddito, istruzione gratuita per i figli di tutti i cittadini. Il sogno si avvera.

Federico ordina che siano acquistati tutti i volumi disponibili di filosofia e di ermetismo, Elisabetta fa giungere a Heidelberg la compagnia dei teatranti di Shakespeare perché tengano continue e pubbliche rappresentazioni delle ultime commedie del maestro, appunto quelle ermetiche. Architetti, ingegneri, pittori ipotizzano la realizzazione di città ideali e la trasformazione di Londra in un Eden, non appena Enrico andrà al trono. Segretamente giungono le opere, finora inedite, di Tommaso Campanella, in prigione a Roma e subito date alle stampe. Sono diffusi gli scritti di Agrippa, di Bruno e di tutti i filosofi greci. n sogno della pace si sta realizzando, forse il mondo cambierà, anzi stà già cambiando. Addio orrori, addio guerre, addio pestilenze, addio tribunali inquisitori, addio torture, addio roghi, addio tenaglie infuocate, addio bigottismi e vessazioni psicologiche. È il 1613; anzi, l’anno è terminato, è il 1614, quando appunto, misteriosamente, è diffuso il primo manifesto dei Rosacroce, la celebre Fama.

Per svelare il segreto dei Rosacroce occorre adesso fare un salto in avanti nel tempo, lasciare Heidelberg e giungere a Londra. Dove chi scrive è stato ricevuto, credo primo fra gli studiosi italiani, nella casa della “mitica” Frances A. Yates.

Una romantica signora inglese e il suo segreto

L’invito mi era giunto inaspettato nel giugno del 1982 mentre ero a Parigi, dove conducevo un seminario al politecnico VIII, su invito della professoressa Elvira Le Duc Liggio, assistente del celebre Chatelet. L’argomento delle 12 lezioni era Giordano Bruno e l’arte della memoria, un argomento che la professoressa Yates ha studiato venti anni prima di me, facendone un cardine del suo insegnamento al Warburg Institute di Londra. Ma soprattutto il merito della studiosa è stato quello di aver mostrato come l’ ermetismo sia stata non una filosofia “minore”, ma una corrente di pensiero divergente da quelle empiriche, razionaliste, metafisiche, dialettiche, positivistiche, idealiste, che trovano da sempre ospitalità nelle Università. Ha sottratto gli studi della “scientia scientiarum” alla ristretta cerchia degli addetti ai lavori e li ha collocati nella storia del pensiero umano,’con la stessa dignità di tante altre discipline. Nell’alveo delle sue ricerche si è successivamente posto in Italia Eugenio Garin, il quale, dopo un periodo di “perplessità” da parte della truppa accademica, è a sua volta riuscito a far comprendere anche nelle nostre Università l’importanza degli studi ermetici.

Quando ho tra le mani la lettera di invito per poco non svengo dall’emozione. Come mi riprendo prenoto un aereo per Londra e la sera stessa sono nella capitale anglosassone.

Devo però spiegare come mai la signora Yates mi abbia “convocato” per un colloquio, perché è proprio questo il nocciolo che permetterà di chiarire l’enigma dell’identità dei Rosacroce (ovviamente qui parliamo di coloro i quali, sotto questo nome, pubblicarono la Fama e la Confessio).

Tutto nasce dalla lettura di un’opera della ricercatrice, Gli ultimi drammi di Shakespeare, edito in Italia da Einaudi. Mentre sto leggendo il testo, siamo nel 1979, ho la sensazione che l’autrice abbia nascosto un “segreto” nelle sue pagine. Applico allora al volume un metodo di lettura diverso, ossia comincio a leggere tre righe sì e tre no, ma non raggiungo alcun risultato. Allora leggo il testo alternando sette righe in sette righe. Nulla. Dopo un mese di prove mi arrendo. Ma una sera, mentre sto per prendere sonno, improvvisamente, nel dormiveglia, mi ricordo alcune parole di Giorgio Colli, il filosofo toscano studioso di Dionisio e di Nietzsche. Mi rammento che, a suo dire, i misteri eleusini (una ritualità della Grecia antica con cui si celebravano le “storie” dionisiache) venivano proposti “sotto l’aspetto della rappresentazione teatrale”. Anzi costituirono la prima forma di teatro sacro, tanto è vero che Eschilo, per aver scritto le prime tragedie fu considerato un profanatore. Così diceva Colli.

Mi sveglio di soprassalto, perché la Yates afferma in molti suoi studi che i Rosacroce si definivano “attori”. Collego questa informazione con i sacri officianti le cerimonie dionisiache, che appunto erano “attori “. Mi fulmina allora una intuizione.

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Ritratto di Francesco Bacone (1561- 1626), barone di Verulamio, autore della Nuova Atlantide.

Stabilisco un rapporto tra “l’essere uomini di teatro” con coloro i quali conoscono i “misteri” e giungo ad una conclusione che, per ora, qui non anticipo.

Dunque nel 1973 scrivo alla Yates e la lettera le giunge tramite un comune amico, uno scienziato, che non vuole essere nominato. Posso soltanto dire che è un fisico di fama mondiale, insignito recentemente della massima onorificenza internazionale per i suoi studi.

Passano anni e quindi, ecco, inaspettata, a Parigi, la lettera d’invito.

La casa della Yates è a Kensington High Street, nei pressi dell’Holland Park.

Vengo introdotto da un cameriere in un giardino all”‘italiana”, un labirinto di siepi. Qui trovo la studiosa a prendere il tè.

Mi fa accomodare e poi mi dice in perfetto “toscano”:

Lei mi ha scritto formulando un’ipotesi sulla identità dei Rosacroce nel XII secolo. Io la condivido perfettamente e lei è stato bravo a comprendere che questa idea io l’ho segretamente rivelata nelle mie opere. Ma non ho mai potuto esplicarla perché non ho prove certe. Però personalmente sono sicura che effettivamente i Rosacroce erano quelle persone che lei mi ha indicato. Peccato non poterlo affermare a livello “universitario”.

I Rosacroce, ovvero i “sacri attori”

Siamo dunque giunti al termine di questo lungo articolo, se siete arrivati fin qui, forse avrete già capito. Comunque ricapitolo: l’attore, da un punto di vista ermetico, è un sacro officiante gli “antiqui” riti. Gli “invisibili” si identificano come attori. La Fama e la Confessio sono resi noti quando una compagnia teatrale comincia a rappresentare in Europa le commedie di Shakespeare dense di significati ermetici. L’ipotesi è che i Rosacroce fossero la compagnia teatrale di Shakespeare. Date, luoghi, contenuti coincidono in modo impressionante. E non dimentichiamo che il drammaturgo inglese era amico di Elisabetta la Grande, protettrice di Giordano Bruno, il mago che diffuse la “scientia” in Europa.

Questo è tutto. Rimane soltanto da dire un’ultima cosa, facendo ancora un salto indietro nel tempo.

Il sogno di Elisabetta la nipote della grande regina) e di Federico si infranse. Tutto fu causato dalla morte di Enrico, il fratello di Elisabetta, l’erede al trono. Infatti, quando la reazione cattolica (Spagna e Papato) investì con le sue orde il Palatinato, l’Inghilterra non scese al fianco di Federico e questi fu sconfitto alla battaglia della Montagna Bianca.

1620: in questa data i sogni muoiono. I “manifesti” rosacrociani rimangono lettera morta in un’Europa investita dalla inquisizione. Soltanto Francesco Bacone rammenta “quello che avrebbe potuto essere” nella Nova Atlantis, il libro con cui si è aperto questo lungo articolo.

Ma la “scientia” non può morire. Ad maiora.

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Tutti gli orrori di un’Europa sconvolta dalle guerre, dal fanatismo e dalle pestilenze sono rappresentati in questo Trionfo della morte di Pierre Bruegel (ca. 1562). La proposta riformatrice dei Rosacroce si inquadra nell’attesa, assai viva agli inizi del ‘600, di un futuro di pace e di civiltà.


Note

[1] Francesco Bacone (1561-1626), uomo di stato e filosofo inglese. Per tutta la vita accarezzò un vasto progetto di indagine della natura, che prevedeva la costruzione di strumenti tecnici per il dominio del mondo naturale. Bacone si propose la stesura di una grande opera, la Instauratio Magna, nella quale esporre i temi della propria speculazione, ma di essa scrisse solo la prima parte, Il Novum Organum (1620). Postuma venne pubblicata la Nuova Atlantide, nella quale è descritta un’immaginaria società fondata sul sapere scientifico.

[2] I due manifesti rosacroce, la Fama Fraternitatis e la Confessio Fraternitatis, sono entrambi riportati integralmente in italiano in appendice a L’illuminismo dei Rosacroce, di F. Yates, ed. Einaudi.

[3] Frances Yates, studiosa inglese formatasi nell’ambiente del Warburg Institute, ha compiuto ricerche essenziali sulla cultura del ‘500. A lei si devono, fra gli altri, i saggi Giordano Bruno e la tradizione ermetica (ed. Laterza), L’Arte della Memoria (Einaudi), L’Illuminismo dei Rosacroce (Einaudi).


Articolo pubblicato sulla rivista Abstracta n. 3 – marzo 1986, pp. 14-19, riprodotto per gentile concessione dell’autore che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

 

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