Dalla riforma della chiesa al rifiuto

di Raniero Orioli

orioli_riformachiesa_01Nel XII secolo, di fronte alla dilagante corruzione del clero, si assiste a una sempre maggior esigenza di ritorno alla semplicità evangelica. Sono soprattutto i laici. esclusi da ogni ruolo attivo nell’economia salvifica cristiana, i più sensibili, divenendo così terreno fertile per le eresie di tipo patarinico; condanna del clero corrotto, “sciopero liturgico”, abolizione della stessa gerarchia ecclesiastica: queste le istanze degli eresiarchi che seppero farsi interpreti di un laicato indignato e deluso.

La lotta per le investiture, con il suo avvicendarsi di esiti favorevoli ora ai riformisti della Curia romana ora al disegno egemonico della parte imperiale, aveva messo in luce quello che era in realtà il nodo centrale del dissidio tra i due poteri: entrambi ecumenici, erano entrambi portati ad invadere le competenze proprie dell’altro, perché di fatto “non esisteva una sfera religiosa e una laica, un mondo sacro e uno profano: si viveva in “una sola società, cioè la Chiesa, dove tutto si amalgama”, come si sarebbe espresso di lì a qualche decennio Ottone di Frisinga” (Cardini). La Pataria non era stata, dunque, che uno dei possibili strumenti adottati da Roma al fine di pervenire all’emancipazione dapprima e all’affermazione poi della propria superiorità, così come questa era stata teorizzata da Gregorio VII si è parlato di tradimento della riforma gregoriana ed anche, in forma volutamente paradossale, si è imputato alla Chiesa di essere stata la causa indiretta della nascita delle eresie, non avendo di fatto introdotto un recupero del ruolo attivo dei laici nell’economia salvifica cristiana ed avendo invece favorito ed istituzionalizzato l’approfondimento del solco tra laicato e clero.

D’altra parte, sia Pier Damiani sia lo stesso Gregorio, per quanto pronti ad avvalersi dell’aiuto della parte laica, non avevano mai inteso concedere ad essa un’autonomia o addirittura la possibilità di surrogare nelle funzioni il clero indegno. La lotta condotta dalla Curia romana si colorava di tonalità moralizzatrici ma aveva come obiettivo primario l’emancipazione del clero dalle intromissioni del potere politico.

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Che l’appoggio ai laici fosse strumentale e definito nel tempo e non una scelta socio-religiosa di lungo momento è dimostrato da episodi posteriori ai fatti milanesi, nei quali notevole fu la parte avuta dalla componente laica popolare ma che ebbero esiti ben diversi da quelli registrati per la Pataria. Se ancora nel 1076-77 Gregorio VII minacciava di scomunica coloro che si erano resi colpevoli della morte di un certo Ramirdo di Schere, il quale aveva rifiutato di ricevere l’eucarestia da sacerdoti simoniaci, ben diverso sarà l’atteggiamento che la Chiesa, ormai assestatasi su posizioni di primato e non più tormentata dall’affannosa ricerca della propria autonomia, assumerà nei confronti di Tanchelmo di Anversa, dei fratelli Clemente ed Everardo, di Pietro de Bruis, del monaco Enrico e soprattutto di Arnaldo da Brescia.

Le esperienze di costoro, a volte singolari e quasi sempre tragiche, testimoniano come il desiderio di riforma morale non fosse rimasto patrimonio esclusivo della Pataria ma costituisse uno degli elementi informanti la spiritualità dei secoli XI e XII.

Ne fa fede la compresenza di analoghi fenomeni in diverse parti di Europa, fenomeni la cui somiglianza alle tematiche patariniche non legittima tuttavia l’ipotesi di una diretta filiazione, come l’espressione attualizzante ma non felice di “euro-pataria”, da taluni usata, potrebbe lasciare intendere.

Ma procediamo per ordine. Agli inizi del 1100, ad Anversa nelle Fiandre, un laico di nome Tanchelmo riesce a convogliare su di se l’attenzione di contadini, marinai e donne. La sua predicazione si modula su pochi stilemi però significativi e di facile presa: aperta condanna del clero corrotto e simoniaco e rifiuto dei sacramenti ritenuti non validi perché amministrati da sacerdoti indegni. Tanchelmo, addirittura, sembra si sia autoproclamato Dio, si sia circondato di un vero e proprio esercito e sembra anche che l’acqua delle sue abluzioni venga conservata dai seguaci come fosse benedetta e dotata di poteri taumaturgici. I canonici di Utrecht, nell’invitare l’arcivescovo di Colonia a por fine a un siffatto scandalo, parlano addirittura di un blasfemo fidanzamento di Tanchelmo con una statua della Madonna:

Ecco – disse – o carissimi, mi sono fidanzato con la Vergine Maria. Fatemi voi, ora, i regali di fidanzamento e pensate alle spese del matrimonio”. E poste due cassette ad entrambi i lati della statua disse: Qui depongano le loro offerte gli uomini, là le donne. Adesso potrò vedere quale dei due sessi nutre un amore più intenso nei confronti miei e della mia promessa sposa.

Cerimonia irriverente, sembrerebbe codesta, ma attenzione all’esito:

Ed ecco che, a gara, la gente, completamente pazza, si precipita con doni e offerte. Le donne gettano orecchini e gioielli. E così, con un rituale assai oltraggioso, egli ammucchiò un ‘enorme somma di denaro.

Che significato dare a tutto ciò? Tanchelmo si ammanta di una simulata santità per carpire la buona fede dei seguaci ed arricchirsi alle loro spalle – non differenziandosi dunque da quel clero che accusa di essere corrotto – oppure è l’invidia che rende così solleciti ed astiosi i canonici che si sentono depauperati da un laico? Non lo sappiamo: forse l’una e l’altra cosa insieme o forse è solo lo zelo d’ortodossia a spingere i canonici. Sta di fatto che nel 1115 Tanchelmo muore per mano di un sacerdote.

orioli_riformachiesa_03Con Clemente ed Everardo cambia lo scenario ma non cambiano gli stilemi. Nel 1114 questi due fratelli, contadini di Bucy-Le-Long vicino a Soissons, rivolgono la loro predicazione alle genti della campagna, richiamandosi, quale auctoritas, agli Atti degli Apostoli, in cui trovano la legittimazione dell’ascetismo rifuggente da ogni contatto carnale, quale quello ch’essi van sostenendo. Anche per Clemente ed Everardo il bersaglio – ed è ciò che più li accomuna al milieu riformistico – resta il clero corrotto (“Chiamano bocca dell’inferno la bocca di ogni sacerdote“, ci dice l’abate di S. Maria di Nogent, Guiberto) e conseguentemente i sacramenti da questi amministrati. E sono tanto incolti, i due fratelli, da interpretare la frase evangelica “Beati eritis” (sarete beati) come “Beati gli eretici” e da credere anche “che gli eretici si chiamassero così quasi a voler significare che erano indubbiamente eredi di Dio…

Nel sottolineare questo aspetto, Guiberto rivendica al proprio status la legittimità del predicare e della raccolta delle elemosine, legittimità derivante dal carisma religioso e soprattutto dalla superiorità culturale; un atteggiamento, questo, che troveremo presso che identico, un secolo e mezzo più tardi, nel francescano Salimbene de Adam, quando questi accuserà il “rozzo” Gerardo Segarelli, il precursore di Fra Dolcino, di indebita intromissione nelle cose della Chiesa da parte di chi pretende di predicare e fruire delle elemosine nonostante la propria plateale inferiorità culturale .

Un po’ sospetta la testimonianza di Guiberto lo è anche per un altro motivo. Egli infatti ci dice che clemente ed i suoi si recano da una donna che mostra loro le natiche messe a nudo; dopodiché “spengono le candele e da ogni parte urlano ‘caos’, ed ognuno si accoppia con la prima persona che gli capita a tiro…“. Se poi da siffatti amplessi nascerà una creatura, essa verrà uccisa, bruciata e con le sue ceneri si impasterà un pane che sarà distribuito tra i fedeli a mo’ di eucarestia. Una liturgia che abbiamo già visto attribuita agli eretici di Orléans, ad eresie dei primi secoli – gli Gnostici accusati da S. Epifanio – nonché ai cristiani dei primi tempi e che, divenuta topos della polemistica antiereticale, ritroveremo nei secoli successivi. Sicché proprio l’impiego di un tale stereotipo “colto” e suffragato da tante “auctoritates” non può non indurre qualche perplessità circa l’effettiva attuazione di siffatte modulazioni orgiastiche da parte di due contadini del Soissons. Comunque, vera o non vera che fosse l’accusa rivolta ai due fratelli, essi furono sottoposti dal vescovo al giudizio di Dio; Clemente, messo in una botte, venne gettato in acqua e, per sua disgrazie, poiché invece di affondare galleggiò, il fatto fu considerato indizio di colpevolezza ; Everardo, invece, si riconobbe colpevole ed entrambi allora, furono imprigionati in attesa di regolare processo. Ma ormai il popolo aveva visto nell’ordalia il segno della volontà divina e, approfittando di una momentanea assenza del vescovo e “temendo un’eccessiva indulgenza da parte del clero… prese gli eretici e acceso un rogo fuori dalla città ve li fece bruciare“. Un rogo purificatore, dunque, come almeno appare nella chiusa di Guiberto: “Il popolo di Dio era giustamente sdegnato contro di loro poiché temeva che il loro cancro si propagasse“.

Ma la soddisfatta constatazione dell’abate sarà presto disillusa, in quegli stessi anni, dalla fortuna di un altro predicatore.

Pietro de Bruis ed Enrico

Nato probabilmente nel cantone di Rosans nelle Hautes- Alpes, Pietro de Bruis inizia a predicare nei primi anni della seconda decade del 1100. È un prete espulso dalla sua diocesi, un prete incolto – ci dicono le fonti di parte avversa, ed è un’accusa credibile perché i temi dell’apostolato di Pietro sono estremamente semplici e di facile presa a livello popolare. Egli infatti privilegia il Nuovo Testamento ma soprattutto introduce un concetto destinato ad avere un notevole successo negli anni a venire, “il concetto, cioè di chiesa spirituale, di una Chiesa che riesca in un rinnovato slancio di fede evangelica, ad allontanare da sé non solo ogni mondanità, ma anche ogni materialità, dall’edificio di culti, alla croce, al canto liturgico”. (Manselli).

In siffatto contesto ala chiesa è la comunità dei credenti, una realtà che non necessita né di intermediari, né di strutture istituzionalizzate, perché dovunque si trovino credenti ivi sono Dio e la sua Chiesa.

Con Pietro de Bruis l’anelito riformatore non si limita più allo sciopero liturgico, al rifiuto dei sacramenti amministrati dai sacerdoti simoniaci o concubinari, ma si teorizza l’abolizione della gerarchia ecclesiastica in favore di quel rapporto diretto fra Dio e il credente, che un Sigeberto di Gembloix e chi come lui non approvava la politica gregoriana, tanto avevano temuto. Sono queste le premesse ideologiche dalle quali derivano le motivazioni sottese ai cinque punti ereticali che l’abate di Cluny, Pietro il Venerabile, individua come peculiari della predicazione petrobrusiana.

Innanzitutto viene negata ala validità del battesimo impartito ai bambini, in quanto la fede è atto di volontà del singolo che non può essere surrogato da altri. Non è il sacramento che garantisce la salvezza ma è la fede coscientemente espressa che con il battesimo salva l’individuo.

Dal concetto, poi, di chiesa spirituale, discende l’inutilità di dedicare edifici al culto di Dio, in quanto Questi può essere adorato e invocato in qualsiasi luogo. Non nuovo è poi è il rifiuto della croce, intesa come strumento della passione di Cristo e come tale da ripudiare in assoluto.

Più direttamente collegate al rifiuto, non solo della gerarchia, ma anche del ruolo avocato a sé dal clero, risultano la negazione della realtà del corpo e del sangue di Cristo nell’eucarestia e la possibilità di procurare benefici ai defunti tramite le elemosine, le offerte sacrificali e le preghiere. L ‘aldilà è inteso come luogo di retribuzione cui il credente accede recando con se tutti i propri meriti o colpe, che non possono subire mutamenti di sorta per intervento di altri. Si ribadisce in tal modo il concetto di una fede intesa come strumento di salvezza individuale, che non necessita di intermediari ne può essere oggetto di deleghe. La pericolosità di Pietro è a tal punto avvertita dall’autorità che, dopo circa vent’anni di itinerante predicazione tra Provenza e Delfinato, il nostro viene messo al rogo a St. Gilles. Chi lo condanna è “lo zelo dei fedeli” che vendicano “le croci del Signore da lui incendiate”, bruciandolo vivo. Così racconta Pietro il Venerabile, ma non infondato è il sospetto che questa frase, anziché riecheggiare quel furor di popolo che aveva posto fine alla vita dei fratelli Clemente ed Everardo, voglia solo intendere l’avvenuta ricongiunzione del potere civile e potere religioso, “la positiva risposta della vis armata dei laici a un appello ecclesiastico” (Merlo).

Ma l’eliminazione fisica di un soggetto non necessariamente risolve un problema, se questo travalica i limiti del soggetto stesso. E così Pietro trova subito in un monaco eremita il suo successore.

Di Enrico non si conosce molto prima della predicazione che inizia a Le Mans verso il 1116. Accolto benevolmente dal vescovo come predicatore, egli gioca inizialmente su modulazione di tipo patarinico, trovando il consenso del clero e del popolo. Ma il tono deve assumere ben presto altra valenza se il vescovo Ideberto di Lavardin, rientrando a Le Mans, lo invita ad abbandonare la città e se pochi anni dopo, convocato a Pisa, Enrico è costretto, in una sinodo tenutasi nel 1134, ad abiurare ogni eresia e a promettere di rientrare in monastero.

Siffatta misura non è tanto punitiva quanto tesa ad inibire un fenomeno fo riero di gravi conseguenze per la Chiesa e al quale la Chiesa stessa non è preparata. L’itinerantismo di questi predicatori, che è la ragione prima del loro successo evidenzia la tragica carenza di un’adeguata e sollecita cura animarum che i monaci non ritengono essere di loro pertinenza e che il clero secolare, che è quello pii vicino alle masse, non è culturalmente in grado di esercitare, privo com’è della pur minima preparazione teologico-dottrinale. E non è un caso se la predicazione di Enrico, che continuerà fino al secondo arresto de 1145, punta particolarmente al recupero della dignità sacerdotale, alla quale subordina la validità dei sacramenti. Il nostro si muove, apparentemente ancor più di Pietro de Bruis, lungo tematiche di tipo patarinico, senza peraltro esasperare quelle punte polemiche che in Pietro avevano assunto un indubbio sapore ereticale. Tuttavia l’ esperienza di Enrico rimane per noi significativo della nuova dimensione di “apostolato” di questi nuovi predicatori della vita evangelica.

Monaci o laici che siano, lasciano il monastero o la loro quotidianità per predicare e non sono le distanze a far loro paura: Pietro percorre la Provenza, la Francia meridionale, la Guascogna; Enrico è a Losanna, a Le Mans, a Poitiers, a Bordeaux, a Pisa, a Tolosa. Questa dinamicità spirituale l’avvicina alla dinamicità economica caratterizzante tutta la realtà sociale del XII secolo, di cui mostrano d’essere degni figli, mentre le tradizionali forze politiche e religiose non riescono a far fronte, se non servendosi di schemi operativi obsoleti. Everardo, Clemente e Pietro sono messi al rogo a furor di popolo, Enrico, con ogni probabilità, finisce i suoi giorni in carcere. Ma nulla, o comunque assai poco, viene fatto per conseguire quella moralizzazione auspicata anche da figure al di sopra di ogni sospetto, come lo stesso Guiberto di Nogent o Bernardo di Clairvaux, nonché dai laici.

I proventi delle decime vanno ad arricchire una Curia in cui la palese ricchezza appare sfrontata e contraddittoria provocazione al messaggio evangelico. Non solo, ma nelle mente si insinua – come era già implicito nella predicazione di Pietro di Bruis – che la salvezza non sia patrimonio gestibile da una sola componente istituzionalizzata della società, ma, qualora ci si voglia attenere al messaggio evangelico, sia in realtà aperta a tutti, perché ogni individuo è responsabile della propria fede.

L’eresia di Pietro de Bruis nella testimonianza di Pietro il Venerabile.

“Il primo articolo degli eretici nega che i bambini non ancora in età della ragione si salvino grazie al battesimo di Cristo, e che la fede di altri possa giovare a loro che non sono in grado di praticare la propria; dal momento che, a loro parere non la fede di un terzo, ma la propria con il battesimo dà la salvezza…

Il secondo articolo afferma che non si devono costruire nuovi templi e nuove chiese, ma che è anzi necessario demolire quelli già esistenti; ai cristiani non necessitano luoghi sacri per pregare, perché Dio presta ugualmente attenzione se invocato in una bettola e in una chiesa, in una piazza e in un tempio, davanti a un altare o davanti a una stalla, ed esaudisce chi ne è degno.

Il terzo articolo ordina di distruggere e bruciare le sacre croci, perché quell’immagine è strumento con cui Cristo fu così atrocemente torturato, così crudelmente ucciso, non è degna di adorazione, di venerazione o di preghiera alcuna, mentre per vendicare i tormenti e la morte da Lui patiti, si dovrebbe disprezzare con ogni possibile ludibrio, fare a pezzi con le spade, bruciare con il fuoco. Il quarto articolo non solo nega la realtà del corpo e del sangue del Signore, ogni giorno offerto grazie al sacramento eucaristico nella Chiesa, ma ritiene che non abbia assolutamente alcun valore e che non si debba offrire a Dio. Il quinto articolo irride alle offerte e ai sacrifici, ale preghiere, alle elemosine e alle altre buone opere fatte dai fedeli in vita per i fedeli defunti, ed afferma che esse non possono giovare ad alcun morto, neppure in minima parte.”

Arnaldo da Brescia

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È chiaro come un siffatto discorso esorbiti di gran lunga dagli schemi classicamente patarinici. Se nella Pataria la contestazione era rivolta al solo clero concubinario e simoniaco e condotta con l’appoggio delle forze “sane” della Curia e dei nuovi ordini – quale quello vallombrosiano -, ora il rischio che si corre è quello di teorizzare l’ininfluenza o meglio la non necessità di una gerarchia titolare di poteri carismatici esclusivi. Ed è significativo il fatto che l’attacco forse più violento che, nella prima metà del XII secolo, viene portato alla Chiesa, sia condotto nella stessa sede papale, a Roma, da un italiano di Brescia, Arnaldo, che pur doveva aver recepito, anche se non vissuto personalmente, l’affiato patarinico.

“La tormentata e tragica vicenda del canonico bresciano Arnaldo riveste un valore esemplare, un coagulo di tensioni religiose, di attese inascoltate, di travaglio e di crisi della Chiesa, che sembra incapace di abbandonare i tentennamenti e le resistenze per imboccare con decisione la via di una profonda riforma” (Paolini).

Un’anima inquieta quella di Arnaldo? Forse no; certo un’anima che produce inquietudine, disagio, malessere. È un uomo che, secondo l’immagine che di lui offrono i suoi stessi nemici, non risparmia nulla agli altri perché non risparmia nulla a se stesso.

Nel 1139 Innocenzo II deve intervenire per inibirgli ogni attività ed espellerlo dalla città natale in seguito all’aperto scontro che l’aveva contrapposto al vescovo. Lascia Brescia per Parigi, dove l’amicizia, o meglio il discepolato del magister Abelardo lo rende, assieme a quest’ultimo, bersaglio degli strali di S. Bernardo. Abelardo accetta il silenzio che a Sens, dov’era stato convocato, gli viene imposto; Arnaldo invece preferisce parlare, continua ad insegnare teologia, e lo fa anche se gli manca la profondità speculativa del suo maestro, rispetto alla cui indagine teologica mostra di preferire temi quali la povertà e la vita evangelica; e poveri sono i suoi studenti.

San Bernardo però non desiste e riesce, esercitando pressioni sul re di Francia, a far sì che Arnaldo lasci Parigi per rifugiarsi dapprima a Zurigo poi presso il legato papale in Moravia. L’ accoglienza del legato lascia intendere che non è tanto ciò che Arnaldo predica quanto la sua ostinazione a turbare personalità quali Bernardo, da tutti invocato quale nume tutelare dell’ortodossia cattolica.

Seguono così alcuni anni di silenzio che si romperà clamorosamente quando Arnaldo, recatosi a Roma in pellegrinaggio, entrerà in diretto contatto con la realtà della Curia, con una realtà che egli giudicherà in osceno contrasto con il rigorismo evangelico.

Il successo ottenuto dalla sua predicazione è il frutto di varie e disparate componenti di cui la più significativa è quella politica. Già nei primi anni quaranta del XII secolo a Roma c’era stata una ribellione da parte dei ceti più abbienti contro lo strapotere della Curia che inibiva qualsiasi possibilità di autonomia alla componente laica. I rapporti tra romani e pontefice erano decisamente tesi.

Al desiderio di autonomia comunale il papa aveva risposto duramente ed ai “ribelli” non era restato che giocare tutte le carte possibili, ivi compresa quella dell’aiuto imperiale, ch’era stato sollecitato nel ricordo di una Roma antica, nel nome di un mito cui avevano aderito “uomini di cultura, giudici e funzionari e uomini di quel ceto che dall’ orientamento imperiale e non più papale di Roma, spera nuova dignità e onori e ricchezza e uomini infine di religione” (Frugoni).

In siffatto clima il radicalismo riformatore di Arnaldo diviene uno dei possibili strumenti, atto com’è a sollecitare l’appoggio del basso clero, della plebe e dell’elemento muliebre contro lo strapotere della gerarchia.

Ma Arnaldo è più una pedina che non il tribuno di una plebe ribelle ed i giochi sono fatti altrove e da altri. E cosi basta l’avvicinarsi della Pasqua del 1155, la minaccia d’interdetto sulla città, con la conseguente perdita dei benefici economici derivanti dall’afflusso dei pellegrini, perché la “repubblica” romana si accordi con il pontefice ed espella Arnaldo, la cui presenza in città non può che produrre motivo di disagio. Non solo; ma il neo eletto imperatore, Federico I Barbarossa, aspira con troppa brama alla consacrazione imperiale per poter consentire che un individuo possa creargli difficoltà nei suoi rapporti col pontificato. Per cui, catturato dall’imperatore, Arnaldo viene consegnato ai cardinali di Adriano IV ed il prefetto di Roma, della Roma nuovamente riappacificata col suo “dominus”, provvede ad impiccarlo, a bruciarne il corpo e a spargerne le ceneri nel Tevere e il Barbarossa può tornarsene oltralpe debitamente consacrato.

Ancora una volta superiori ragioni di opportunità politica frustravano le legittime esigenze di coloro che, vivendo del messaggio evangelico, non potevano osservare impassibili lo sfarzo e lo sperpero della Curia.

Arnaldo da Brescia visto da Ottone, vescovo di Frisinga e zio di Federico I Barbarossa.

Arnaldo, originario dell’Italia della città di Brescia, e chierico con l’ordine soltanto di lettore nella stessa Chiesa, un tempo aveva avuto come maestro Pietro Abelardo. Era certamente uomo non ottuso di mente, ma tuttavia era più abile parlatore che non profondo pensatore. Era amante di originalità, avido di novità, come sono spesso le menti di tali uomini, inclini a suscitare eresie, scismi e tumulti…

Denigratore del clero e dei vescovi, persecutore dei monaci, adulava soltanto i laici. Diceva infatti che né i chierici che avevano proprietà, né i vescovi che avevano diritti regali, né i monaci possidenti potevano salvarsi per nessuna ragione. Tutto ciò apparteneva all’autorità civile, che doveva concederle in beneficio ed uso soltanto ai laici…

Come seppe che Innocenzo II era morto agli inizi del pontificato di Eugenio III ritornò a Roma, e trovò la città in piena rivolta contro il proprio pontefice. E non volendo seguire il consiglio dell’uomo sapiente che a tal proposito dice: – non ammucchiare legna sul fuoco – (Eccl. 8,3) fomentò ancor più la ribellione.

Esaltò il ricordo degli antichi romani, che, con la prudenza e il consiglio del senato e con la disciplina e l’integrità del coraggio dei giovani, sottomisero a sé tutto il mondo, e così predicò che si doveva ricostruire il Campidoglio, reintrodurre la dignità senatoria, rifondare l’ordine equestre. Niente del governo di Roma avrebbe dovuto spettare al pontefice; a lui dovevano bastare le questioni più propriamente ecclesiastiche.

La morte di Arnaldo nella testimonianza di un anonimo coevo.

“Ma la lingua di così duro maestro, non si trattiene dal diffondere il solito errore, dal mordere con dente avvelenato ancor più duramente la Chiesa romana, e dall’insegnare al popolo le sue opinioni contrarie al papa. Arnaldo, denunciato allora al re Federico, viene imprigionato per essere giudicato dal prefetto di Roma.

Il sovrano ordina a questi di giudicare la nota causa, e il dotto maestro viene condannato per il suo insegnamento. E mentre osservava i preparativi del suo supplizio e si avvicinava il momento fatale gli venne posto il laccio al collo. Richiesto se volesse abiurare la sua empia dottrina e confessare le sue colpe, come fanno i saggi, intrepido e sicuro di sé da destar meraviglia, rispose che la sua dottrina gli pareva sana, e che non temeva di subire la morte per le sue parole, nelle quali non c’era niente di assurdo e di nocivo. Chiese un attimo di tempo per pregare, dicendo di voler confessare le sue colpe.

Allora, inginocchiatosi e con le mani e gli occhi rivolti al cielo, gemette sospirando dal profondo del cuore e in silenzio pregò col pensiero il Dio dei Cieli, raccomandandogli l’anima. Poco dopo, abbandonò il suo corpo alla morte, pronto a subire con animo forte la pena di morte.

Anche i littori, presenti all’esecuzione, piansero, commossi per un attimo.

Infine penzolò sospeso al cappio.

Si dice che il re, troppo tardi impietositosi, si addolorò per quella morte.

Gli Arnaldisti

Si potrebbe chiudere qui l’esperienza di Arnaldo, se non fosse che ancora; verso la fine del secolo, si continuerà a parlare di Arnaldisti, attribuendo loro tutta una serie di affermazioni che, pur se consequenziali a certe tematiche del Bresciano, non necessariamente erano state da questi fatte proprie. La mancanza di scritti di Arnaldo rende difficile definirne l’esano pensiero ma non pensiamo d’essere lontani dal vero accogliendo come determinante di tutta la sua azione una letterale e ferrea adesione all’istanza pauperistico-evangelica, sostenuta con un ‘animosità e una convinzione che potrebbero aver sfiorato quasi il fanatismo.
Nella Manifestatio haeresis Catharorum, l’abiura del cataro milanese Buonaccorso, alla fine del secolo XII, gli Arnaldisti sono accusati di sostenere il diritto alla predicazione da parte dei laici, l’obbligo della povertà evangelica, la negazione del diritto di possesso per il clero, l’inefficacia dei sacramenti conferiti da ministri corrotti. Tematiche, quest’ultime, che, a dire il vero, nelle fonti coeve ad Arnaldo ed a lui avverse non appaiono e che lasciano pensare che sotto il nome di Arnaldisti sia da intravedere uno di quei gruppi – ma quale? -che, nella seconda metà del ‘XII secolo, si ersero in aperto contrasto e si proposero come alternativa alla Chiesa e che come tali saranno bollati di eresia.


Bibliografia

Oltre al lavoro già citato di G.G. Merlo, per Pietro de Bruis ed Enrico si vedano i relativi capitoli in R. Manselli, Il secolo XII: religione popolare ed eresia, Roma, Jouvence 1983, e L. Paolini, Eretici del medioevo. L’albero selvatico, Bologna, Patron editore 1989; per Arnaldo resta ancora suggestivo dal punto di vista metodologico A. Frugoni, Arnaldo da Brescia nelle fonti del secolo XII, in “Studi Storici”, 8-9, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 1954.


 

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