L’ermetismo islamico: i primordi

di Paolo Lucarelli

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Miniatura da un codice arabo dell’inizio del XII secolo, il cui titolo significa “Libro degli ingegnosi mezzi meccanici”. Secondo F. Gabrieli, l’apporto dell’Islam alle scienze “fu principalmente costituito da una raccolta di dati antichi, ripensati, precisati e sistematizzati in un insieme nuovo”.

Nella lunga storia dell’alchimia, il capitolo forse più oscuro riguarda il primo svilupparsi “dell’Arte Reale” nell’Islam. Per quali vie la tradizione ermetica si trasmise al mondo arabo? Quale ruolo giocò la misteriosa Harrân, città carovaniera in cui vigeva il culto astrale del dio Luna?

Una delle caratteristiche più interessanti della Filosofia Ermetica è la sua disponibilità ad accomodarsi a qualunque ideologia o religione dominante. Non si può tuttavia negare che vi siano state situazioni più o meno favorevoli in cui poter prosperare con splendida fioritura, o resistere in meschina e stentata sopravvivenza. Cosicché a fronte di una Cristianità che fu, per lo più, ben poco propizia, l’Islam apparve come un avvenimento provvidenziale a garantire un ambiente tollerante e accogliente, che le permise una vita indisturbata, talvolta in perfetta armonia, sino ai nostri giorni.

Dei molti e complessi motivi di questa diversità, uno pare importante e va sottolineato seppure brevemente. Consiste nella stessa fonte delle due religioni.

Il Cristianesimo poggia su un intervento diretto della divinità che entra nella manifestazione temporale, nella stessa storia, e ne partecipa gli eventi in un luogo ed in un momento precisi: “È stato crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato…” recita il simbolo niceno costantinopolitano. In questo avvenimento sta l’origine di una specie di paradosso di immanentismo trascendente che, come è noto, non mancò di suscitare profonde perplessità e discussioni accese tra i primi teologi di cultura filosofica. Una simile rappresentazione avrebbe potuto conciliarsi più di qualunque altra con l’Ermetismo: un’incarnazione del Logos datata e contingente è, in un certo senso, proprio ciò che l’Artista ermetico si propone di ripetere nel laboratorio alchemico. Ma, divulgata come messaggio universale, cristallizzata in liturgia, trasformata in appannaggio incompreso di una casta sacerdotale gelosa delle proprie prerogative, ha finito invece per cancellare qualunque possibilità di esoterismo nella tradizione religiosa. Come il divino si è fatto per tutti “carne”, in un “qui”, ed in un “ora”, così l’esoterico contemporaneamente si è fatto essoterico e non si può più ammettere alcuna dualità di interpretazione.

Nulla del genere nell’Islam: Maometto è un intermediario che svolge una funzione di Profeta Inviato (Nabî morsal). È ben vero che egli chiude il “ciclo della Profezia”, ma s’intende quella legislatrice il cui campo di azione è soltanto la sharî’at, la Legge per tutti gli uomini. Resta la possibilità della Profezia Esoterica, la nobou’u’at bâtiniya, che non cancella né nega le tradizioni precedenti. Il tema del rapporto tra essoterico ed esoterico, tra zâhir e bâtin si pone come conseguenza naturale, con quello della gradualità della sapienza, nel pieno rispetto degli “Uomini di Dio”, gli Au’liyâ che sono in possesso di comunicazioni particolari, inviati solo per alcuni e non per tutti. Tra di essi i musulmani poterono collocare, senza alcun contrasto, anche Hermes, identificato con Uknûkh (Enoch) o Idris, e accettare l’ermetismo, l’harâmisah, come uno dei fondamenti della saggezza. Era inevitabile comunque che il Cristianesimo si scontrasse con la realtà ineliminabile delle due conoscenze, e ciò non poté che avvenire in maniera violenta, come fu poi sempre, nei secoli. Tralasciamo qui, sebbene di grande interesse, le sette gnostiche ed i misteriosi autori dei cosiddetti Vangeli Apocrifi. In entrambi i casi il simbolismo ed i temi ermetici sono evidenti, e si trasmisero in maniera più o meno palese, arricchendo la stessa ritualità ufficiale, specialmente ortodossa. Ricordiamo piuttosto il cosiddetto dibattito sulle “due nature”, che per l’Ermetismo assume un’importanza rilevante sia sul piano teorico che su quello della trasmissione storica[1].

Il problema coinvolto è quello della convivenza, se esiste, delle nature umana e divina nel Cristo. A Nicea si era affermato che Cristo è “vero Dio e vero uomo, figlio unico del Padre, nato dalla vergine Maria”, il che consentì di chiamare quest’ultima Theotokos, Madre di Dio. Nestorio, Patriarca di Costantinopoli, rifiutò questa commistione tra divino ed umano, così come l’affermazione che la Vergine avesse generato un Dio. Sostituì perciò alla definizione di Theotokos quella di Christotokos.

La sua dottrina fu aspramente combattuta e condannata definitivamente a Calcedonia, in un concilio di cui ricordiamo qui parte della conclusioni:

…Cristo … si fa conoscere in due nature (en duo physesin), senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione. Poiché assolutamente non è stata eliminata la differenza delle nature a causa dell’unione, ma invece sono state preservate le proprietà dell’una e dell’altra natura e sono confluite in un solo prosopon e in una sola ipostasi.

Come sarà chiaro per chi ricorda quanto abbiamo già scritto sull’aforisma democriteo sulle “nature”, questa non è una discussione superflua nella dottrina ermetica, che deve affrontare il problema e trovare la difficile soluzione anche e soprattutto nella prassi. L’alchimista nella sua esperienza operativa, deve scoprire il “mezzo” per unire due misteriose Nature, di cui una è celeste e l’altra terrestre. Lo studio e la pratica insegnano che ciò è possibile solo grazie ad un misterioso, quanto servizievole, intermediario, come aveva già insegnato Platone nel Timeo, e come dirà molti secoli dopo Arnaldo da Villanova con la mirabile semplicità di chi descrive non opinioni ma fatti:

…perché lo spirito non si congiunge al corpo, se non con la mediazione dell’anima: infatti è mediatrice tra il corpo e lo spirito, e li congiunge insieme…[2]

Per il Filosofo Ermetico dunque la dottrina di Calcedonia è errata, mentre quella nestoriana ha una giustificazione che fa sorgere il ragionevole dubbio che lo stesso Nestorio ed i suoi seguaci siano stati in qualche modo guidati da un insegnamento più occulto. Non lo sapremo mai, vista la prudenza con cui si espressero. Fu proprio questa setta, comunque, uno dei principali canali di trasmissione della sapienza antica, anche ermetica, verso l’Islam. e va perciò riconosciuta come un anello privilegiato dalla catena iniziatica[3].

Cacciati definitivamente da Edessa nel 489, i nestoriani si diressero verso una più tollerante Persia sassanide, seguiti pochi anni dopo dagli ultimi filosofi di Atene, espulsi da Giustiniano. Si insediarono a Nisibi e a Jund î Shâpur dove sorsero i primi grandi centri di traduzione dal greco. Il siriaco una diramazione dell’aramaico diventò lingua liturgica e di cultura, sinché dopo la conquista araba del VII secolo i nuovi dominatori non vollero testi nella propria lingua. Il loro arrivo comunque non provocò grandi mutamenti nella vita interna della chiesa nestoriana. Il suo capo, il Katholikos, da tempo libero da ogni dipendenza dall’antico patriarcato di Antiochia, sotto il califfato islamico lascio la residenza di Seleucia-Ctesifonte per stabilirsi nella nuova capitale musulmana. Qui, in varie occasioni, la comunità cristiana mise alcuni dei suoi membri più colti a disposizione dell’amministrazione araba che mancava di strutture. Si attirò in tal modo la benevolenza dell’autorità civile.

Questo periodo di pace relativa permise di proseguire con un’attività sempre più intensa l’opera di trasposizione in siriaco di quasi tutto il patrimonio scientifico dell’antichità.

Tradotta in un secondo tempo in arabo, questa “summa”, arricchita e rielaborata, fu restituita molti secoli dopo ad un Occidente imbarbarito, che aveva perso ogni contatto con le sue stesse radici.

Il primo traduttore di opere filosofiche compare già all’epoca dell’imperatore Gioviano, ed è Probus, ma il nome che domina all’inizio è quello di Sergio di Rash’Ayna, sacerdote nestoriano (m. 536) cui dobbiamo versioni di buona parte delle opere di Galeno e di quelle sulla logica di Aristotele. Il lavoro proseguì, sinché nell’832 (217 dell’Egira) il Califfo al-Mâ’mûn fondò a Baghdad la “Casa della Sapienza” (bayt al hikma) e ne affidò la direzione a Yahya ibn Mâsûych (m. 857) cui successe il più famoso Honayn ibn Ishaq (809-873). A questi, al figlio Ishâq ibn Honayn (m. 910) e al nipote Hobaysh ibn al-Hasan, si deve la creazione di una vera e propria “fabbrica” dove si traduceva, o adattava, dal siriaco o dal greco in arabo. Si elaborò così, e si consolidò anche tutta la terminologia tecnica, teologica, filosofica e scientifica della nuova lingua.

La rielaborazione dei testi greci

A questi dobbiamo anche una ricca collezione di testi di alchimia[4], costituita in gran parte con documenti anteriori che risalgono all’epoca di Sergio, che comprende, tra l’altro, versioni della Crysopoeia e Argyropoeia di Democrito, i libri di Zosimo, le lettere di Pebechio, tanto più preziose in quanto parte degli originali sono ormai persi. I testi sono spesso accompagnati da commenti più recenti, ad indicare una tradizione che proseguiva non solo sul piano teorico o libresco. Le parti simili, numerose e ben riconoscibili, confermano l’origine della stessa fonte delle raccolte bizantine, in particolare delle opere del Cristiano e di Olimpiodoro. A ribadire la relativa primitività di questa compilazione, i nomi usati per le sostanze minerali e per le droghe sono, con poche eccezioni, ancora quelli greci, e la lista dei segni e delle notazioni ripercorre integralmente quella originale, con la sola caratteristica di un’inclinazione di un quarto di cerchio, per cui i segni verticali del greco sono diventati orizzontali.

Inoltre non hanno più un ordine metodico, ma sono confusi e disordinati.

Le opere di Democrito sono precedute da un “Avviso Preliminare” che introduce norme di purezza, che si ritroveranno in varia forma sino in epoca moderna, ma che non erano così esplicite negli insegnamenti precedenti, a meno di non risalire a tempi antichissimi:

Nel nome del Signore Onnipotente. Bisogna che tu sappia qual è la specie che imbianca; quale è quella che arrossa; quella che annerisce; quella che rende azzurro; quella che brucia; quella che separa; quella che riunisce. Quando tu saprai quello, guardati dalle cose seguenti che ti impedirebbero di riuscire. Sii puro (dal contatto) di una donna o di un morto, e da qualunque allucinazione e polluzione notturna. Se tu lavori quando ti è capitata una di queste cose, la tua opera non riuscirà. Ma purificati da qualunque difetto spirituale e corporale e fai voto di buona volontà. Allora tu puoi avvicinarti per dissolvere i corpi e mutare le nature celesti…

L’avviso termina con un’affermazione che diventerà stereotipo famoso ed incomprensibile:

Una sola cosa si impadronisce di ogni natura, produce il color rosso e il color bianco. Non la si incontra da nessuna parte eppure si trova nel letame. Gloria a Dio dispensatore di ogni cosa.

Il testo prosegue poi secondo i consueti ricettacoli. Si nota una particolare insistenza sulle definizioni paradossali della Pietra:

Ecco che voi avete una pietra che non è pietra senza valore e preziosissima, superiore a tutto; il suo nome è unico ed essa riceve molti nomi, non dico parlando in assoluto, ma secondo la natura che è in lei…

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Due miniature tratte da un codice siriaco (XIII secoo) del De materia medica di Dioscoride. Raffigurano Dioscoride (sopra) e due uomini di scienza (sotto). L’alchimia, come la medicina, si diffuse inizialmente nell’Islam attraverso la traduzione di testi greci.

Con lo stesso fine di dubbia chiarezza, in un capitolo successivo, l’elenco degli attributi del Mercurio copre quasi tutte le simbologie utilizzate nei secoli successivi:

I suoi primi nomi in greco sono i seguenti: solfo, arsenico, sandaracca … È così che si è nascosto il nome del mercurio e che lo si è reso oscuro … Lo si chiama talvolta … argento liquido, acqua d’argento, materia che imbianca in rame, nube bianca, corpo che fugge dal fuoco, zolfo, arsenico, sandaracca e acqua di questi, acqua di zolfo schiarito, mistero rivelato, acqua di rame e acqua di fuoco, acqua di vetro, selenite, schiuma di mare, schiuma di tutte le specie e tutti gli animali, principalmente di cane rabbioso, acqua di fiume e di rugiada, miele attico, colui che è intermediario di ogni cosa … acqua di Saturno…

È anche chiamato fiele di tutti gli animali e lievito, e latte di tutti gli animali, latte e resina di tutti gli alberi e di tutte le piante, a causa della sua formazione e dei suoi rapporti col latte. Si dice che è anche chiamato urina del figlio dei tetti…[5]

A questi il lessico composto in siriaco da Bar Bahlul aggiunge un nome che susciterà ambigui sentimenti negli studiosi cristiani: “Latte di Vergine“. Nello stesso testo troviamo una delle prime definizioni dell’Arte Sacra come “Chimia“:

Pietra filosofale, lavoro dell’arte del Sole e della Luna; vi è chi spiega questa parola col nome di Kima, le otto stelle (le Pleiadi) cioè lavorato per mezzo delle otto mescolanze…

lucarelli_ermetismoislamico_03Un linguaggio ambiguo e duttile

Preceduto dall’articolo arabo, diventerà il nome stesso della scienza ermetica in Occidente.

Sui “nomi speciali dati dai filosofi per servire da segni e marchi distintivi” un altro testo dà elenchi a proposito dei “sette corpi, sette spiriti, sette pietre e sette cose composte” che rientrerebbero “nella pratica dell’Arte”.

Vediamone alcuni relativi ai metalli:

  • ORO: fuoco, sole, sale dei corpi.
  • ARGENTO: acqua, luna. madre, servitore, viaggiatore.
  • FERRO: morte, rosso, ruggine dei corpi, servo sporco.
  • RAME: Marte, verde, sangue congelato, nobile, Venere.
  • PIOMBO BIANCO: Giove, il molle, la terra bianca, il sulfureo bianco, la stella.
  • MERCURIO: Hermes, l’acqua, lo scrivano, l’acqua della luna, il latte della vergine, colui che risuscita i morti, l’anima, l’orientale, l’armeno, il pesce, lo schiavo fuggitivo, l’acqua pesante.

Qui compare anche una sostanza nuova, che pare dovuta ad una tradizione iranica: è il sale ammoniaco, a prima vista il nostro cloruro d’ammonio, o forse anche il carbonato. È chiamato nuŝhâdur, termine tecnico di probabile origine persiana, le cui curiose definizioni si manterranno sino in Flamel e nel famoso Filalete nel XVII secolo[6]:

L’aquila, l’avvoltoio, il leone selvaggio, il sale di uccelli, l’uccello di Khorassan, il bruno di Armenia.

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Figure simboliche tratte da codici arabi di alchimia, forse del XII secolo. Al contrario di quelli dell’alchimia latina, i manoscritti dell’alchimia araba recano un simbolismo piuttosto semplice.

In conclusione, appare ormai come “pronta all’uso” una completa crittografia allegorica, un vero e proprio linguaggio acroamatico, sufficientemente ambiguo e duttile per prestarsi alle combinazioni più varie, ma abbastanza preciso perché l’iniziato possa trovare i giusti punti di riferimento per orientarsi.

Una delle sue caratteristiche più pregnanti, oltre ad una evidente vocazione iconografica, pare una specie di indifferenza alla traduzione, per cui lo si può utilizzare in varie lingue senza che perda la sua significanza. Cosicché gli potrebbe convenire la stessa dedica Al Lettore del Mutus Liber:

…tutte le Nazioni del mondo, gli Ebrei, i Greci, i Latini, i Francesi, gli Italiani, gli Spagnoli, i Tedeschi, etc. possono leggerlo e capirlo…

Valendo certo la condizione preliminare e necessaria che il misterioso Altus non mancò di sottolineare:

Non bisogna che essere un vero FIGLIO DELL’ARTE per conoscerlo d’acchito…[7]

La misteriosa Harrân

Se i siriaci nestoriani furono, come abbiamo detto, una via privilegiata per la trasmissione della Tradizione Ermetica, non va dimenticata un’altra fonte, più vecchia e certo molto più misteriosa. Fa capo all’antichissima città di Harrân, posta in Siria sulla grande curva occidentale dell’Eufrate superiore[8]. Santuario d’epoca sumerica, la Bibbia la ricorda perché ne partì Abramo col fratello Lot per fondate la nazione ebraica, e vi tornò Giacobbe a guadagnarsi il titolo di “Israele”. La città vantava da sempre un culto astrale incentrato sul dio Luna (in accadico Sin, Shahar in aramaico) che testimonia di una persistenza della tradizione sumero-babilonese. Bastione incredibilmente incrollabile dell’antica religione. Harrân attraversò intatta e rispettata le vicende di millenni di storia, guardando con indifferenza gli imperi che si succedevano, dai Mitanni ai Medi ai Persiani. Conquistata da Alessandro Magno, passata in dominio dei Parti sotto Mitridate, vide morire Caracalla alle sue porte, combattere persiani e bizantini, giungere i nuovi dominatori arabi, protetta da un singolare destino di intangibilità che le permise di mantenere religione e culto definiti “pagani” sin sotto i conquistatori musulmani.

Gli harrâniani tuttavia non possedevano un “Libro” portato da un Profeta legislatore, che avrebbe potuto farli riconoscere come ahl al-kitâb, “genti del Libro“, le uniche che i musulmani rispettassero e tollerassero nel loro seno. I Califfi perciò cominciarono a premere per la loro conversione sin dall’epoca di al Ma’nûn. Nel 933 il cadì Istakhri, allora muhtasib di Baghdad, arrivò a minacciarli di sterminio, ed essi dovettero infine sottomettersi. Il loro ultimo capo ufficiale noto è Hukaym ibn ‘Isa ibn Marwân, successore di Sa’dân ibn Jâbir morto nel 944 (339 dell’Egira).

La loro conversione si velò di un ultimo mistero: essi pretesero, ed ottennero, di chiamarsi Sabieni (Sahi’ûn), cioè di assumere il nome dei primi discepoli del Profeta, un onore che fu loro stranamente accordato senza difficoltà.

Dai testi di alcuni studiosi musulmani, e di almeno un sabieno, Thâbit ibn Querra, abbiamo la possibilità di farci un’immagine abbastanza precisa del culto millenario praticato ad Harrân. Scopriamo così con stupore che questo era una specie di ermetismo tradotto in forma religiosa, che onorava delle deità planetario-metalliche i cui templi riassumevano fisicamente il simbolismo alchemico nel suo più puro e completo aspetto tradizionale.

Un esame della loro successione secondo i pianeti, i metalli, i colori, i simboli ed i numeri mostra delle associazioni che si sono trasmesse intatte nei secoli: si veda, al proposito, la tabella in seguito redatta.

Notiamo, a confermare l’antichità di questo simbolismo, che in Palestina. all’inizio del primo millennio a.C. il cosiddetto Sigillo di Salomone, ora bandiera dello stato di Israele, era già simbolo del dio pianeta Saturno[9]. Il che coincide con l’assegnazione di tutti gli scrittori arabi di una pianta esagonale al tempio di Saturno ad Harrân.

Sappiamo che gli harrâniani onoravano particolarmente Hermes, di cui lo stesso Thâbit ibn Qurra (m. 901) aveva trascritto in siriaco e tradotto in arabo le “leggi”. D’altra parte ne dovevano esistere altre conferme, se il filosofo Sarakhsî (m. 899) discepolo di Kindî, può parlarne come del fondamento della religione di Harrân. Egli descrive l’ammirazione del suo maestro per l’esattezza dell’enunciazione di fede nell’unità divina (il tawnîd islamico) così come aveva potuto leggerla nei detti di Hermes a suo figlio. Al Kindî aveva affermato che un musulmano come lui non avrebbe potuto esprimersi meglio.

Su questa base gli Harrâniani cercarono di farsi riconoscere come possessori di un culto monoteistico, sostenendo l’assimilazione di Hermes con Idris, descrivendolo come un Profeta che era venuto in tempi antichissimi per iniziare gli uomini per ispirazione diretta, ilhâm opposta a wahy, la rivelazione indiretta di Maometto ottenuta per mezzo di un angelo.

Non ebbero successo, evidentemente. Sopravvissero come città di scienziati e studiosi, producendo tra l’altro astrolabi a guidare l’orientamento delle preghiere rituali giornaliere. Infine scomparvero dalla storia, assimilati nel grande crogiolo islamico.

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Cavalieri arabi, da un manoscritto del XIII secolo.

Il Trattato dello ammonimento

Tuttavia un testo di alchimia harrâniano è rimasto, in traduzione araba, il Risâlatu-hadar (Trattato dell’ammonimento), attribuito al profeta e maestro Agathodaimone. Il trattato è databile a prima del III secolo d.C., perché ne esiste un commento scritto per Ardashîr, primo re sassanide (226-241).

La dottrina insegnata dà, come materia base per la realizzazione dell’Opera, il “Rame“:

Il rame, quando è trattato come prescrive la scienza, diventa argento e dopo un trattamento ulteriore oro.

Seguono istruzioni per mescolare la Pietra con il Mercurio (o Spirito, ruh) del Corpo Bruciato (o Ceneri) secondo i Pesi dell’Arte. La mistura inumidita va esposta al Sole avendo cura di mantenere il Mercurio in unione umida con il Corpo sinché diventi soffice, fusibile e ben diviso nei suoi elementi. Si avverte che se l’umidità diminuisce, la Tintura sarà imperfetta, perciò va posta molta attenzione al grado di fuoco, in modo da prevenire una secchezza che impedirebbe al Corpo di accettare lo Spirito.

Si ribadisce che l’operazione iniziale è molto difficile e può essere compiuta solo dopo molti giorni di cottura, triturazione e riscaldamento ripetuto con aggiunta di umidità. Il segreto dell’Arte è la rimozione della grossolanità e la riduzione del materiale usato ad uno stato di sottigliezza senza il quale è impossibile ottenere la Tintura. L’agente per riuscirvi è il “Veleno Infuocato” estratto dalle “Nature” per mezzo del Fuoco. Sono date istruzioni dettagliate sul trattamento del Rame con questo Veleno, finché sia ottenuta l’Unica Gomma ed il prodotto, bianco come la neve, che i Saggi hanno chiamato “il Bianco”.

Pianeta cui era
dedicato il tempio
Metallo di cui
era l’immagine
Colore
associato
Struttura geometrica
del tempio
Numero
scalini
SATURNO Piombo Nero Esagonale 8
GIOVE Stagno Verde Base triangolare,
tetto angoli puntuti
9
MARTE Ferro Rosso Oblungo 7
SOLE Oro Giallo Quadrato 6
VENERE Rame Blu Triangolare
con un lato più lungo
MERCURIO Una lega di tutti i materiali Marrone Esagonale
con iscritto un quadrato
4 (circolo)
LUNA Argento Bianco Pentagonale 3

Questo è posto in una storta e riscaldato, prima su ceneri di fimo di cavallo bruciato sinché la nerezza, che compare di nuovo, cessi, e poi su fuoco di fimo di cavallo. Il prodotto è poi trasferito in un altro strumento e si procede con altre fasi di riscaldamento, distillazione e imbibizione per un lungo periodo, sinché non resti traccia di nerezza nella natura della Sostanza, ed appaia il “colore regale”, la meravigliosa Porpora, il farfîr,

da cui viene la completa tintura che né l’eternità, né la durata del tempo possono cancellare. Né l’Acqua, né il Fuoco la faranno perire, né decadrà o cambierà sinché durerà il mondo.

Ha sapore dolce come sangue, odore piacevole, è la più densa di tutte le cose. Un mithqâl di questa è sufficiente per transmutare una quantità illimitata di qualsivoglia materia in oro. Si conclude raccomandando pazienza, sia per l’operazione che per lo studio. Chi si dedica a questo deve essere di buon intelletto, amante della saggezza e oltre allo studiare i libri dei Saggi disposto a prolungata meditazione.

In conclusione, un testo asciutto e molto tecnico che lascia ben poco spazio a divagazioni dottrinali o ad astruse allegorie. Riconosciamo facilmente i processi conclusivi della cosiddetta “Opera di Saturno“, in perfetta coerenza con la simbologia templare. Conferma una tradizione operativa consolidata che probabilmente influenzò gli stessi alchimisti greci.

Ostane l’egiziano

Non possiamo trascurare un’ultima fonte di trasmissione, che poté provenire da quell’Egitto che gli eserciti del Califfo occuparono due decenni dopo l’Egira del Profeta.

Non esiste alcuna prova o documento che dia una testimonianza diretta di una persistenza della Tradizione Ermetica in questa regione, che le era stata per tanto tempo patria accogliente. Esiste però un trattato in lingua araba. il Libro di Crates (Kitâh Quaratis Ul hikma), che si può ritenere di possibile origine egizia[10]. Ha alcuni tratti comuni di linguaggio e di pratica, con l’insegnamento harrâniano, per cui si può immaginare una qualche forma di collegamento tra i due, e quindi riconoscergli un’origine che risalga almeno ai primi secoli dell’era cristiana. Il testo è stato riscritto da un autore islamico, probabilmente intorno al IX secolo. Questi ha aggiunto un’introduzione che l’attribuisce come autore un ignoto Fusathar (o Nosathar) di Misr, forse Ostane l’Egiziano.

Come per il testo di Harrân, la trattazione è molto limpida. Il procedimento insegnato è lo stesso: qui la materia di partenza è definita “piombo”. I due libri in un certo senso si completano, come si vede da questo passo dedicato ai nomi usati per i materiali dell’Opera:

Quanto ai nomi che gli Artisti hanno dato … hanno così voluto indicare ciascuno dei colori che assume l’elixir … Ogni volta che si aumenta l’umidità della mistura, era determinato un nuovo colore; ad ogni nuovo colore si dava un nuoto nome alla mistura … Così i libri segreti dei Filosofi l’hanno prima chiamata piombo, poi quando è stata cotta ed il nero ne è stato estratto, la si è chiamata argento; in seguito quando è stata trasformata, rame. Quando su questo prodotto è stata versata dell’umidità, dopo la ruggine, quando si è eliminata la materia nera nella parte rugginosa e si è visto apparire il giallo. allora gli si è dato il nome di oro. Dopo la quarta operazione l’abbiamo chiamato fermento d’oro, dopo la quinta oro al saggio, dopo la sesta corallo d’oro; infine dopo la settima è l’opera perfetta, la tintura penetrante…

Tuttavia il valore principale del libro ci pare sia nella parte finale, quando il protagonista supposto, cioè Crates, si addormenta e fa un sogno che deve essere raccontato:

Mi sembrava di essere sui bordi del Nilo, su una roccia che dominava il fiume. Di colpo vidi un giovane vigoroso che lottava contro un drago. Nell’istante in cui il giovane si precipitò sul drago, questi soffiò contro di lui e sibilò violentemente, alzando la testa. Il giovane mi chiamò a soccorso, facendomi cenno di attraversare il fiume. Mi lanciai subito e mi trovai ben presto vicino a lui. Presi una picca di ferro che lanciai contro il drago, ma questi, voltosi verso di me, soffiò con tale violenza che mi fece cadere indietro, senza tuttavia che perdessi conoscenza. Tornai alla carica una seconda volta. Vedendomi tornare contro il drago con la mia picca di ferro in mano, il giovane in, gridò: “Fermati Crates, quello non basterà per uccidere il drago”. Mi fermai e gli dissi: “Ebbene, fai tu”. Il giovane prese dell’acqua, che gettò contro il drago: la testa di questo cadde e restò steso morto.

Incontriamo qui, per la prima volta, all’interno di un testo alchemico, il tema tanto caro all’allegoria ermetica della lotta e decapitazione del mostro. Rappresentazione tanto pregnante e precisa dell’inizio dell’Opera, ne è anche la più misteriosa, la più gelosamente custodita nell’insegnamento orale. Nei secoli trasmessa intatta in miti, leggende, agiografie, sculture ed immagini, la ritroviamo nel sogno di un misterioso Adepto del XIX secolo, più preciso del suo lontano predecessore heliopolitano:

Vidi una ninfa, modello di bellezza … i suoi vestiti erano così leggeri che mi parvero trasparenti. Essa mi disse: “…la mia essenza è celeste, tu puoi considerarmi come una deiezione della stella polare. La mia potenza è tale che io animo tutto: io sono lo spirito astrale, do la vita a tutto ciò che respira e vegeta, conosco tutto … Tu non puoi combattere il drago che difende all’interno l’entrata di questo tempio se non con questa lancia che devi rendere rossa con il fuoco volgare, in modo da perforare il corpo del mostro che devi combattere e penetrare sino al suo cuore…”. Feci rossa la mia lancia, quasi sino al bianco. Durante questa operazione cercai il mezzo che potesse meglio distruggere la serratura della porta del tempio. Mi accorsi che la ninfa aveva fatto scivolare nella mia tasca senza che me ne avvedessi un boccale tappato. pieno della sostanza che mi era necessaria…[11]

Commentava magistralmente Canseliet, spiegando il secondo, e quindi anche il primo racconto:

Il dragone, l’acqua magica e la lancia rappresentano dunque i tre attori prescelti di questo imeneo chimico – femmina, mediatore e maschio – cui seguirà, ontogenesi inaspettata, la più strana delle procreazioni[12].

Nel 622 d.C. Maometto emigrò a Yathrib, poi nota come Madînat-an-Nabî, la Città del Profeta. Lo accompagnavano lo zio ‘Abbâs e una settantina di convertiti alla nuova religione. Da questa data, l’Hiýra, l’emigrazione, si conta una nuova epoca con un nuovo ciclo calendariale. Poco più di mezzo secolo dopo, l’impero islamico, incredibile miscela di razze, lingue e tradizioni, si estende dall’Africa alle più lontane regioni dell’Asia. L’arabo ne è lingua ufficiale e sacra. Nel 680 d.C. in Damasco è Califfo (Khalìfa. Rappresentante del Profeta) Yazîd, di stirpe ‘Umayyade. Ha un figlio. Khâlid ibn Yazîd, che per oscuri motivi non gli succedette. Forse aspirava ad altri troni, perché egli fu il primo alchimista mussulmano. Discepolo di un misterioso monaco cristiano, Marienus o Morienus, così è ricordato da Ibn al Nadîm nel Fihrist al-‘ulûm[13]:

Decima sezione. Questa sezione racchiude elette informazioni sugli alchimisti e su quelli tra i filosofi antichi o moderni che hanno praticato la Grande Opera…

Colui … che si occupò per primo di pubblicare i libri degli antichi sull’alchimia fu Khâlid ibn Yazîd ibn Moavîa. Era un predicatore, un poeta, un uomo eloquente, pieno di ardore e di giudizio. Fu il primo che si fece tradurre i libri di medicina, di astrologia e di alchimia … Si assicura, e Dio sa meglio di chiunque se questo è vero, che Khâlid riuscì nelle sue imprese alchemiche. Ha scritto su questa materia un certo numero di trattati e composto versi e ho anche visto tra le sue opere il suo libro dei Colori, il grande trattato della Sahifa, il piccolo trattato della Sahifa e il libro delle sue raccomandazioni a suo figlio nei riguardi dell’Opera…

Non è rimasta traccia delle opere in arabo del principe ‘Umayyade, ma non abbiamo motivo per dubitare di questa testimonianza così precisa e personale. Resta nella tradizione latina un piccolo corpus di testi che gli sono attribuiti: egli sarà per gli studiosi d’Occidente “Calid filius Iazichi”, e rispettato come un Adepto. Manteniamo da queste scarne notizie l’immagine di un uomo d’eccezione e di un germe che prometteva grandi frutti. Certo non poteva essere infisso in terra migliore. Questi frutti non si fecero attendere, bastò una generazione perché l’Islam generasse il suo più grande Maestro, uno dei più grandi che la storia dell’Ermetismo ricordi: Jâbir ibn Hayyan, che i latini onoreranno col nome di Geber.


Note

[1] Per quel che segue, vedi Il Cristo. Testi teologici e spirituali in lingua greca dal IV al VII secolo, Fond. L. Valla, 1986.

[2] Liber perfecti Magisterii qui Lumen Luminum nuncupatur… vocatur enim Flos Florum Arnaldi da Villanova, in Theatrum Chemicum… Volumen Tertium.

[3] Un contributo importante dettero anche i monofisiti, che tralasciamo per brevità.

[4] Vedi un part. M. Berthelot, La Chimie ou Moyen Age, Tome II, Paris 1893.

[5] Si chiamava in siriaco “figlio dei tetti” il demone lunatico che possiede gli epilettici e che si riteneva stesse sui tetti piatti, dove si adoravano luna e astri.

[6] H.E. Stapleton, Sal ammoniac a study in primitive chemistry, Mem. Asiat. Ben I (1905).

[7] L’Alchimie et son Livre Muet (Mutus Liber)… Introduction et commentaires par E. Canseliet F.C.H. disciple de Fulcanelli. A Paris. 1967.

[8] Su Harrân gli studi sono rari. Vedi in part. The antiquity of Alchemy, by H.E. Stapleton, Ambix V, 1/2; H. Corbin, Storia della letteratura ermetica araba di L. Massignon in Festugière, op. cit. vol. I; Some remarks on Hermes and Hermes and hermetica, by E.O. von Lipman, in Ambix II: I.M. Berthelot, opp. citt.

[9] Hronzny Festschrift, Part. IV, Praga 1950, citato dallo Stapleton.

[10] Vedi Stapleton op. cit., Berthelot opp. citt.

[11] Cyliani, Hermès dévoilé, Paris 1832.

[12] E. Canseliet, L’Alchimia. Studi diversi di Simbolismo Ermetico e di Pratica Filosofale, Roma 1985.

[13] Catalogo delle Scienze, del 987 d.C.


Nel giugno 2001, alla nascita di Airesis, chiedemmo a Paolo Lucarelli l’autorizzazione a ripubblicare e diffondere nuovamente, questa volta per mezzo del web, la serie di scritti sull’alchimia pubblicati negli anni ’80 su Abstracta. Lucarelli, dopo aver valutato il progetto, acconsentì senz’altro, ed aderì anche al comitato scientifico promotore dell’iniziativa. Gli sarebbe piaciuto inoltre, ci disse, col tempo, rivedere quegli scritti, aggiornarli in base alle sue nuove conoscenze e alle sensibilità maturate nel corso degli anni. Quattro anni dopo, nel luglio 2005, Paolo Lucarelli ci ha lasciato. Nell’ospitare la serie completa dei suoi scritti apparsi su Abstracta, Airesis offre l’estremo omaggio alla memoria dello studioso e discepolo della Filosofia Ermetica.


Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Abstracta n. 50 – luglio/agosto 1990, pp. 22-29, riprodotto per gentile concessione dell’autore. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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