Il delfino

di Franco Cardini

Nel mondo animale il delfino è ritenuto, per la sua grande intelligenza, il più simile all’uomo. Ma il delfino è anche, da sempre, un grande animale simbolico. Numerosi sono i miti e le leggende che lo vedono protagonista. Anche Aristotele, Eliano, Solino e Plinio si rimbalzano notizie circa aspetti e caratteri del delfino. L’iconografia cristiana ha impiegato il delfino in due modi fondamentali: per rappresentare l’anima che giunge nel porto della salvezza attraverso le acque marine dell’esistenza, e per raffigurare il Cristo stesso.

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Il delfino è usato come elemento ornamentale e simbolico in questo capolettera miniato del XV secolo che raffigura L’Adorazione dei Magi.

Parlare del delfino, in rapporto alle tradizioni sugli animali, oggi ha quasi il sapore del neoconformismo ecologista: ormai i mass media rigurgitano di elogi all’intelligenza e alla bontà dei cetacei, e si è scoperto che neppure l’orca è davvero “assassina” (epiteto che in ogni caso, quando venga assegnato dall’uomo a un qualunque altro essere vivente, sa sempre di triste ironia!). E d’altronde proprio una delle conquiste scientifiche dell’etologia e della zoologia moderne – la grande intelligenza del delfino e soprattutto la qualità di essa, la più simile forse a quella umana nell’intero mondo animale – induce per non dire obbliga a rivisitare gli antichi miti e a chiedersi addirittura quanto in essi vi sia di simbolico, di metaforico, di fantastico, e quanto invece di verità fattuale.

Noi dovremo qui fare i conti non già con il delfino delle cronache scientifiche o giornalistiche dei nostri giorni, bensì con quello del mito greco, con quello della scienza antica e con quello dell’immaginario religioso cristiano, cui dovremo aggiungere il delfino araldico, che riprende un po’ tutti questi elementi. E ci accorgeremo di avere a che fare con uno dei “grandi” animali simbolici: come l’aquila, il leone, l’unicorno, l’elefante, la fenice, l’orso, il lupo, il cavallo e l’ape.

Delfini compaiono in varie culture, anche in quella indo-vedica, per quanto lì, anche per questioni lessicali, vi sia una costante confusione tra il delfino e il riccio marino.

Ma senza dubbio lo scenario che immediatamente ci si presenta dinanzi è quello mediterraneo; e più precisamente forse quello dello specchio di mare compreso tra Creta e la Grecia. Da quel mondo, e dalle culture minoica e greca arcaica, ci vengono le prime e più belle raffigurazioni iconiche dei delfini: animali rispetto ai quali è sempre difficile discernere tra realtà e fantasia. Non è difatti facile dire quanto vi sia di reale e quanto d’immaginario in quelle forme piegate agilmente ad arco, in quelle pinne taglienti, in quei colori cerulei, in quei musi atteggiati a una sorta di eterno, dolce, feroce sorriso.

Le prime storie che riguardano i delfini, e che potremmo raccogliere, ci parlano di metamorfosi divine, di metamorfosi umano-ferine e di salvataggi. L’antica affinità uomo-delfino sembra ritrascritta dal mito greco in termini di continuo passaggio dall’uno all’altro stato dell’essere; mutarsi in pesce – che pesce è considerato tradizionalmente il delfino; e, trattando di simboli tradizionali, anche noi lo considereremo tale – e tuffarsi nelle acque rinvia al ritorno a uno stato informale, dal quale si può emergere rinnovati; al tempo stesso però nell’elemento acqueo, non sempre e non necessariamente ostile all’uomo ma comunque a lui estraneo, trionfa la solidarietà di questo strano figlio del mare rispetto all’uomo, la sua simpatia (di solito ricambiata) per lui, il suo humour trionfante.

E ancora una volta, con il delfino, ci si trova a doversi confrontare con il dualismo Apollo-Dioniso, ben più complesso e articolato di quanto non avessero proposto filologi e poeti del secolo scorso. Le due leggende fondamentali che riguardano i delfini sono tratte appunto la prima dal ciclo d Apollo, la seconda da quello di Dioniso.

Secondo un inno omerico, Apollo balzò un giorno sotto forma di delfino su una nave di mercanti cretesi diretti a Pilo e la dirottò verso Crisa, il porto del luogo nel quale sarebbe appunto sorto, più tardi, il santuario di Delfi, e dove egli aveva già ucciso il mostro pitone. E Delfòi, Delfi, si chiamò secondo la tradizione in quel modo appunto da delfìs, delfino. L’inno omerico prosegue affermando che i marinai crete si furono appunto scelti dal dio per essere i primi custodi e sacerdoti di quel santuario.

Quei marinai cretesi erano senza dubbio commercianti; può darsi fossero anche un po’ pirati, come tutti i marinai – mercanti dell’ antichità. Pirati erano anche quelli che catturarono Dioniso e lo legarono all’albero della loro nave; ne seguì una tremenda cratofania divina. Suoni e luci terribili, pampini di vite e tralci d’edera che spuntavano dal legno incatramato del vascello, infine la punizione; i pirati, trasformati in delfini, saltarono tutti nel mare. E, da allora, quasi a farsi perdonare l’empietà di quel lontano sequestro divino, sono costantemente pietosi nei confronti dei naufraghi.

Ancora pirati, e stavolta non una metamorfosi, bensì una stretta alleanza – ma sappiamo che dal compagnonaggio alla sintesi delle forme il passo è breve – sono gli ingredienti del terzo e forse più famoso mito che riguarda la fondazione dello statuto simbolico del delfino nell’antichità: quello di Arione.

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La costellazione del Delfino, da una miniatura del XV secolo

Arione era un Lesbio figlio di Poseidone e della ninfa Oenia; maestro nell’arte del suono della lira, aveva inventato il ditirambo in onore di Dioniso. Un giorno, in viaggio dalla Sicilia a Corinto provvisto di molte ricchezze, fu informato dai marinai della nave sulla quale viaggiava che essi lo avrebbero gettato in acqua per strappargli i suoi averi. Compreso che non c’era nulla da fare, Arione pregò di farlo almeno cantare un’ultima volta: il che gli fu concesso. Il suo canto attirò un branco di delfini; uno di essi lo prese sul dorso e lo condusse sano e salvo a Corinto. Il fedele delfino fu in seguito sepolto presso Corinto, e Apollo ammise Arione e la sua lira fra le costellazioni.

Che Arione fosse figlio di Posidone, è senza dubbio mito; il personaggio però sembra essere stato storico ed aver appartenuto al VII secolo a.C. I mitografi, a sostegno del mito di Airone, citano casi che sembrano di cronaca nei quali si parla di marinai salvati da delfini. Che la storia di Arione sia stata inventata per dar credito in un certo senso alla figura del dio Palemone, che si diceva esser giunto appunto in Corinto a cavallo di un delfino, è possibile; così come, a proposito del canto e dei delfini, è risaputo che tali animali sono sensibili alla musica. Il cauto Pausania, che pure ha sempre un atteggiamento distaccato dinanzi ai miti, testimonia di aver visto una volta con i propri occhi un delfino ferito dai pescatori, che un ragazzo aveva curato: il cetaceo rispondeva docilmente al richiamo del ragazzo e gli permetteva anche di salire sul suo dorso. È sempre Pausania, appoggiato anche da Strabone, a rammentare Taras, il fondatore mitico della città di Taranto, anch’egli giunto dal mare – si diceva – sul dorso di un delfino; quanto a Falanto, il fondatore della Taranto dorica nel 708 a.C., pare avesse importato il culto del delfino da tradizioni sicule e cretesi.

Personaggio storico o figura mitica che sia, Arione figura comunque in rapporto con le tre divinità che convergono nel culto del delfino: è figlio di Poseidone, attributo del quale è sovente un delfino attorcigliato attorno a un tridente o a un’ancora; è in rapporto con Apollo, com’è evidenziato dalla sua abilità nel suonare la lira (e si rammenti al riguardo il mito di Icadio il cretese, naufrago, che fu scortato fino al luogo poi detto appunto Delfi da un delfino, che era apollo sotto spoglie ferine); e con Dioniso, che come si è visto è capace di metamorfizzare gli uomini in cetacei. Dietro questi miti, sembra di poter scorgere in filigrana una serie di riti di fondazione di città marittime, di porti, di santuari legati alla salvezza dalle acque in tempesta; e nel delfino una metafora delle potenze divine amiche, che soccorrono nella furia degli elementi. Sta comunque di fatto che, se molti sono gli aneddoti d’amicizia tra uomo e animali sui quali gli antichi insistono, pochi hanno la specificità di quelli protagonisti dei quali sono dei delfini.

Né il culto del delfino era confinato alle sole aree elleniche. Ve n’è traccia anche in area fenicio-punica, e il dio-pesce Dagon, celebre divinità filistea, aveva forse qualche connessione con il culto del delfino.

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Il delfino cavalcato da Cupido è tra i motivi che ricorrono nel pavimento a mosaico delle terme di Nettuno, Ostia.

Aristotele, Eliano, Solino, Plinio si rimbalzano notizie analoghe circa aspetto e caratteri del delfino; e Plinio, in particolare, pone correttamente il problema “della loro natura di mammiferi e del loro modo di respirare”. Egli, ancora, rileva la loro caratteristica di emettere suoni simili a quelli della voce umana; e riporta che essi amano essere chiamati Simon: nome familiare con il quale greci e latini li chiamavano per il loro profilo, camuso (simòs in greco e simus in latino significano, appunto, “camuso” ). Plinio prosegue riportando varie notizie sul fatto che il delfino ama la musica ed è amico dell’uomo. Alcuni degli episodi da lui narrati sono divenuti proverbiali: come quello del delfino penetrato nel “lago Lucrino”, cioè nella laguna di Maricello presso i Campi Flegrei, che aveva fatto amicizia con un bambino che soleva recarsi da quelle parti per andare a scuola, e che, morto più tardi il bambino, si lasciò a sua volta morire per il grande dolore. A conferma del molto materiale da lui raccolto, Plinio cita Teofrasto e ricorda fatti narrati anche da Erodoto, Pausania, Eliano, Cicerone e Ovidio e tutti incentrati soprattutto sull’amicizia e la fedeltà dei delfini nei confronti degli uomini (che sovente li ripagavano male), e soprattutto dei bambini; segno precipuo di questa amicizia, la cavalcata sul dorso dell’animale. Un tema che diverrà familiare alla stessa iconografia. Ma Plinio prosegue con fatti che egli riporta come effettivi e che sono ancor più straordinari: i delfini, ad esempio, sulla costa presso Nîmes aiutano i pescatori a catturare i muggini e si spartiscono la preda; e lo stesso accadrebbe nel golfo di Iaso, tra le penisole di Mileto e di Alicarnasso.

Oltre al complesso della salvezza, del resto, il delfino attirava su di se, per le sue caratteristiche di socievolezza, anche il complesso mitico-simbolico della psicagogia. Il suo recare in salvo gli uomini a lidi sicuri poteva esser preso a simbolo del passaggio dalla vita, alla vita dopo la morte: e il delfino diveniva così animale psicopompo.

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Cupido sul delfino (1637-38), olio su tavola di Rubens.

Date queste caratteristiche, è comprensibile che il delfino venisse accolto nella simbolica e nell’iconografia cristiana; anche se in quell’ ambito esso finiva spesso con il tenere il luogo generico del pesce, animale com’è noto simbolo del Cristo e della salvezza. Fino dalla catacombe, l’iconografia cristiana aveva impiegato il delfino in due modi fondamentali: per rappresentare l’anima del cristiano che giunge nel porto della salvezza attraverso le acque marine dell’esistenza; per raffigurare il Cristo stesso. L’ancora, in questo contesto, poteva prendere il ruolo della croce, e il tridente ruolo analogo. Tertulliano chiama i fedeli “pesciolini”, e dice che debbono ispirarsi al “Grande Pesce”, il Cristo; Paolino di Nola, scrivendo a un vescovo di nome Delfino, gioca sul nome del suo interlocutore e lo avvicina al Vero Delfino che è il Cristo. Anche nelle leggende agiografiche il cetaceo fa la sua comparsa: due delfini recano a riva san Callistrato, che Diocleziano aveva fatto gettare a mare; il corpo di Luciano d’Antiochia è trasportato da un altro delfino; san Martiniano fugge cavalcando un delfino le tentazioni della lussuria. E personaggi a cavallo di un delfino si trovano, ad esempio, nel mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto. La loro fedeltà all’amicizia e l’episodio di san Martiniano spiegano anche come il delfino – che presso i greci è talora compagno di Afrodite, cosa del resto agevole a spiegarsi data l’origine marina di quest’ultima – sia preso anche a simbolo della fedeltà specie coniugale.

Non doveva tuttavia essere quest’intensa simbologia cristiana a far nascere nel medioevo dei problemi in ordine all’opportunità di consumare carni di delfino.

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Il Trionfo di Galatea (1511), di Raffello Sanzio.

Il fatto è che i mammiferi marini, con la loro carne grassa e il loro sangue caldo, erano considerati cibo troppo simile alla carne per poter essere consumati in quaresima: e su questo i dubbi erano destinati a moltiplicarsi nella Chiesa altomedievale, che tendeva a vietare il consumo quaresimale dei “pesci grassi”. Alberto Magno, fondando anzitutto (ma non soltanto) su Aristotele la sua classificazione degli animali gerarchizzata a seconda della maggiore o minore perfezione e articolazione degli organi, stimava gli animali marini più perfetti le balene e i delfini, in quanto parentia e spirantia, cioè mammiferi e provvisti di polmoni.

Questa preminenza gerarchica dei cetacei sugli altri pesci è confermata da molte fonti medievali, che paragonano la balena in quanto dignità nel mare a quel che sono il leone o l’orso sulla terra; e, quanto al delfino, la Navigatio sancti Brendani asserisce che il Signore lo avrebbe creato prima di qualunque altro pesce.

Alessandro Neckam e Tommaso di Cantimpré, sottolineando la natura feroce e vorace di tutte le creature marine, affermano che il delfino è tra esse l’unico che ama l’uomo, ne riconosce la voce, non lo attacca e anzi lo aiuta se questi è in pericolo; salvo tuttavia il caso in cui la persona in pericolo abbia mangiato carne di delfino, cosa questa di cui l’animale, non si sa come, s’accorgerebbe immediatamente.

Nel XII secolo, il Bestiario di Cambridge sintetizzava così, senza troppi voli di fantasia, le conoscenze acquisite:

Delfini sono chiamati quei pesci che hanno l’abitudine di seguire la voce umana, o anche la musica, raccolti in gruppi. Niente vi è in mare più veloce dei delfini. Oltrepassano le navi con grandi salti, ed è tradizione comune ritenere nunzi di tempesta i delfini che giocano tra i flutti e si oppongono alla potenza delle onde con grandi balzi. Sono anche chiamati symones.

Abbastanza misteriose restano le origini del titolo di “delfino”, attribuito a partire dai primi del XII secolo ai conti di Albon, nel territorio di Vienne, e quindi ai principi ereditari del regno di Francia in quanto appunto signori di quella contea di Vienne che era, ormai, il “delfinato”. Alla fine del XII secolo o ai primi del XIII si affermò anche l’arme araldica corrispondente. Oltre al delfino di Vienne, si ebbe anche un delfino d’Alvernia. Il delfino araldico deve poco all’osservazione della realtà, e relativamente poco anche alla pratica iconica consueta. Si tratta di un pesce raffigurato spesso con bargigli e con grande, fantasiosa pinna dorsale. Il titolo di “delfino” sembra esser derivato da un nome proprio (più o meno com’è successo per il titolo di Cesare o di Augusto conferito agli imperatori).

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La Rota del Delphino, dal Triompho di fortuna di Sigismondo Fanti (1645).


La serie di Franco Cardini dedicata alla tradizione del simbolismo animale e dei bestiari, originariamente pubblicata sulla rivista Abstracta tra il 1986 ed il 1989 col titolo di Mostri, Belve, Animali nell’immaginario medievale, è integralmente ospitata su Airesis nella sezione Il giardino dei Magi.

Il sito personale di Franco Cardini: www.francocardini.net

Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Abstracta n. 21 – dicembre 1987, pp. 38-45, riprodotto per gentile concessione dell’autore che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

Airesis è un progetto ideato e fondato da Paolo Aldo Rossi, Ida Li Vigni e Massimo Marra

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