Le donne son venute in eccellenza

di Paolo Aldo Rossi

 

Le donne son venute in eccellenza

di ciascun’ arte ove hanno posto cura

e qualunque all’istorie abbia avvertenza,

ne sente ancor la fama non oscura

Ariosto, Orlando Furioso, XX, ott. 2

 

Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, 1612

Artemisia Gentileschi, Giuditta che decapita Oloferne, 1612

Ma non si tratta – verrebbe da chiedersi – di quello stesso Ariosto che nella Satira Terza aveva insinuato il dubbio che la donna fosse un fanciullo-adulto, ovviamente scriteriato, quindi pericoloso, la quale deve essere diretta dal maschio, in quanto inca­pace da sola di condursi secondo ragione? Qui non è presente la consueta e ritrita mi­soginia fatta di insulti intessuti sull’ordito della pretesa inferiorità delle femmine, ma una indagine psicologica atta a dimostrare come la donna resti necessariamente un uomo imperfetto, un essere nel quale si produce un netto squilibrio fra lo sviluppo biologico (che procede normalmente dall’ infanzia alla vecchiaia) e quello psichico (che s’arresta allo stadio della fanciullezza).

La misoginia, quel perfido metabolismo per cui il latte materno esce dalla bocca del figlio sotto forma di veleno, non è uno stato mentale costante del maschio intelligente (solo per l’idiota è una fissazione, una bandiera, un’ideologia inscalfibile), per tutti gli altri è un momento dialettico, fa parte della storia personale ma, quando si manifesta, pretende di assumere il ruolo di categoria metafisica, per ridimensionarsi nuovamente a semplice categoria storica. Lo stesso principe di Griselidis, il modello irraggiungibile del perfetto e profondo misogino, fa eccezione nei riguardi di una donna: quella Gri­selda che sottoposta a inimmaginabili ed atrocissime prove, riscatta e redime, seppur solo in parte, il suo sesso malvagio.

Le età dell’Umanesimo e del Rinascimento sono provvide di esempi di uomini che hanno alternato in loro una feroce misoginia ad un tenero femminismo.

Quale è l’autentico pensiero del Boccaccio sulle donne: quello che gli fa mettere in scena le “donne savie” del Decameron o l’immonda immagine escremenziale che appare dal Corbaccio?

.. Niuno altro animale è meno netto di lei; non il porco, qualora è più nel loto convolto aggiugne alla bruttezza di loro; e se forse alcuno questo negasse, ricerchinsi i luoghi secreti dove esse, vergo­gnandosene, nascondono gli orribili strumenti, li quali a tor via li loro superflui umori adoperano

O ancora: vien da domandarsi se sia sempre un unico autore colui che scrive i due seguenti brani?:

«…come corte alcuna, per grande che ella sia, non po’ aver ornamento o splendore in sé, né allegria senza donne, né cortegiano alcun essere aggraziato, piacevole o ardito, né far mai opera leggiadra di ca­valleria, se non mosso dalla pratica e dall’amore e piacer di donne, così ancora il ragionar del cortegiano è sempre imperfettissimo, se le donne, interponendovisi non danno lor parte di quella grazia con la qu­ale fanno perfetta ed adornano la cortegiania»

E se donna sana in molte sue parti pute, che cosa può esservi di più nauseante e ripugnante della donna malata? […] Quante donne vediamo ogni dì, dal contatto delle quali ci parrebbe di rimanere in­sozzati come da cosa laida e lorda! Per nessun prezzo e a nessun patto t’indurresti a trascorrere una notte con una di costoro. Immaginate allora un po’ che proprio una di queste vi sia destinata per moglie. […] Pensate, perdio, qual sarà l’animo vostro, allorché, dopo le fatiche della vita pubblica, tornerete stanchi a casa per trovarvi la quiete, e sulla porta vi verrà incontro una donna con la faccia allungata e cadave­rica, con denti guasti, fiato putrido, occhi strabuzzati e distorti, gran raccapriccio destandovi col suo corpo orrendo. […] E quando sarete costretti ad andarci a letto insieme, non vi parrà di esser condotti alla tortura? Non vi vorrà essa abbracciare? non vi vorrà forse baciare? E sarà come se foste costretti a introgolarvi nel fango delle fogne. E a sentire il cattivo odore delle ascelle e di altre parti ( che in non tollerabile modo offendono insieme la vista e l’olfatto), come potrete, non dico provar diletto, ma chiu­dere un occhio quanto la notte è lunga ?”

Nessuna fatica a riconoscerlo nel primo brano, mentre si resta sconcertati a sapere che è la stessa persona a disquisire in quel modo sul tema An uxor sit ducenda?. Si tratta, come tutti sanno, di quel Baldassar Castiglione che, in anticipo di secoli sulla co­profobia di J. Swift, cambia radicalmente di prospettiva col calar della notte quando, il sesso che di giorno aveva idolatrato, diventa un’immonda sentina.

Simili accenti e toni erano già stati usati nel Medioevo, ma solo nell’ottica del comptentus mundi e sempre al riguardo della condizione umana in generale. Il cupo e terribile Lotario di Segni (Innocenzo III) aveva nel suo De miseria humana conditionis messo a confronto le piante con gli uomini ricavandone che ai frutti delle prime corri­spondono vermi, pidocchi, sterco, sputo e orina nei secondi, ai soavi odori degli alberi si oppongono gli intollerabili fetori del corpo umano, e ancora San Bernardo:

 “Homo nisi aliud est quam sperma foetidum, saccus stercorum et cibus vermium. Post hominem vermis, post vermen foetor et horror. Sic in hanc speciem vertitur omnis homo”.

Più tardi, invece, lo stesso argomento viene usato intenzionalmente nel contesto del comptentus foeminae, non più come tema di meditazione sulle miserie della vita terrena, ma nell’ambito di una battaglia ideologica dove misogamia ed erofilia vanno di pari passo, dove la donna-moglie è un impedimento e la donna-strumento di piacere è un divertimento, dove all’antigamia non corrisponde la castità, ma erotismo ed edonismo.

Le tradizionali argomentazioni circa l’inferiorità della donna rimangono (e se pos­sibile) si rafforzano nell’età umanistica e rinascimentale, ma a queste s’aggiunge un sentimento nuovo, un sottile ed insinuante sospetto che va sempre più facendosi cer­tezza: la paura che davvero la femmina possa essere uguale, se non migliore del ma­schio.

In quel fatidico 17 luglio 1429, quando Giovanna d’Arco riconsegna a Reims la co­rona a Carlo VII, Christine de Pisan è presente ed è accanto alla Pulzella d’Orleans, prova vivente della bontà delle sue teorie. In risposta al feroce misoginismo del Roman de la Rose, Christine aveva infatti replicato con la Cité des dames, l’utopica società in cui le donne hanno pari diritti giuridici e politici e partecipano al governo della città. Qualche decennio prima la drappiera di Bath aveva, nei Racconti di Canterbury af­fermato il diritto della donna alla completa autonomia ed libera scelta della propria vita. Intorno alla metà del 400 Isotta Nogarola assume una analoga posizione e tenta, nel corso di una disputa con Ludovico Foscarini, di abbattere uno dei tradizionali pregiu­dizi misogini sostenendo che fu Adamo il vero responsabile del peccato originale.

Anche nell’ambiente delle monache si fanno sentire analoghi fermenti. Fra le età di Caterina da Siena e di Caterina da Racconigi, due esempi di donne che, già terziarie, ri­fiutano la conventualizzazione o meglio il voto della stabilità nell’ordine in nome di una autonomia d’azione che realmente mettono in pratica, abbiamo l’esempio di Beatrice del Sera, una domenicana fiorentina, che nel suo Amor di virtù, protesta, dall’interno del suo convento di Prato, contro l’imprigionamento delle donne monacate. (Prodromo alla durissima polemica che un secolo più tardi condurrà la veneziana Arcangela Tarabotti contro la monacazione forzata).

Marie de Gournay, l’allieva e figlia spirituale di Montaigne, scrive una Egalité des hommes et des femmes dove annulla con argomentazioni rigorose i tradizionali pregiu­dizi circa l’inferiorità morale, giuridica e politica della donna (in parte sulla scorta di Margherita di Navarra) e da filologa ridicolizza l’etimologia dell’inferiorità ( vir-mulier = forza-mollezza, foemina = fe’ minus, MVLIER ecc…)

Olimpia Morato, singolare figura di letterata che tien testa ai più dotti umanisti della sua epoca, sceglie la religione riformata e con questa l’esilio in Germania, mentre non poche furono le donne che nella stessa sua epoca rifiutarono l’imposizione di un marito non voluto e pagarono a caro prezzo l’anelito all’ indipendenza.

Sono questi soltanto dei segni, semplici segni che moltiplicandosi e rendendosi sempre più profondi acquistano un significato che, inizialmente, non sfugge ai moralisti tradizionalisti e quindi penetra sempre più in profondità fino a raggiungere l’uomo co­mune e lo portano a credere che ogni ordine sia ormai stravolto.

Che le donne fossero “venute in eccellenza di ciascun arte” era notizia che, fino ad un certo momento storico, conoscevano soltanto gli eruditi. L’Ariosto è chiarissimo su questo punto:

“Le donne antique hanno mirabil cose

fatto ne l’arme e ne le sacre muse;

e di lor opre belle e gloriose

gran lume in tutto il mondo si diffuse“.

Le donne antique, appunto, figure mitologiche o quasi, personaggi usciti dalle storie o dai poemi classici, la cui lontananza nella memoria rende l’immagine irreale.

Anche per quanto attiene le donne famose dei secoli che han preceduto la “rinascita”, la maggior parte di loro son divenute personaggi letterari o, il che è lo stesso, inserite e cristallizzate nell’agiografia

Nell’arco di tempo intercorso fra le grandi virago dell’antichità e le due combattive amazzoni santa Caterina da Siena e Caterina Riario Sforza “prima donna d’Italia” e, an­cora, fra le etere-letterate greche e le raffinate cortigiane di Roma e Venezia di quale donna l’età umanistica e rinascimentale conserva il ricordo storico?

A ben pensarci di nessuna di loro. E si che non erano certo mancati esempi di donne che avevano lasciato memoria di “lor opre belle e gloriose”

In primis le donne martiri: dalla pagana Ipazia, la continuatrice dell’algebra diofan­tina e della teoria delle coniche, assassinata dai fanatici seguaci di San Cirillo, alla lunga teorie delle cristiane Agata, Agnese, Cecilia, Lucia, Caterina ecc… che dovettero pagare con la vita il sogno di affermare la propria fede. Secondariamente le vergini: coloro che avevano scelto di non sottomersi nè ad un padre nè ad un marito, ma a Dio soltanto, condividendo nei conventi femminili un’intera esistenza di studio e preghiera accanto ad altre donne. Fra queste Paola ed Eustochia, le prime colte compagne di San Gerolamo; le poetesse Rosvita di Hildesheim e Cassia di Bisanzio; le “filosofe” Ildegarda di Bin­gen e Herrade di Landsberg; le mistiche Chiara d’Assisi e Margherita da Cortona; le biografe Dulcia e Baudovinia. Quindi le regine: Teodora, la compagna dell’imperatore Giustiniano, Clotilde di Burgundia, che portò Clodoveo e i suoi Franchi al cristiane­simo, Radegonda la poetessa corrispondente di Venanzio Fortunato, Eleonora d’Aquitania, autentica dominatrice della politica della seconda metà del XII secolo, come per quella degli inizi del successivo lo sarà sua figlia Bianca, sposa di Luigi di Francia. Ancora le madri come Dhuoda l’educatrice del figlio lontano, Eleonora i cui figli e figlie regnarono su mezza Europa, Adele di Blois, l’energica feudataria che alla morte del marito Stefano regge i possedimenti, educa i figli, gestisce complesse que­stioni politiche e trova il tempo e la sensibilità per dedicarsi alla poesia. Potremo conti­nuare con la “magistra medicinae” Trotula, l’intellettuale e dolcissima Eloisa, le regine delle corti d’amore, Maria e Adele di Champagne ed Ermengarda di Narbonne, le istitu­trici come Beatrice magistra comitissae Andegavensis, le tante copiste il cui nome è ri­cordato nei colophon.

Del Medioevo, oltre alle edulcoratissime donne ormai canonizzate, non resta altro che la “dama” dei poemi cavallereschi, la maga, l’intrigante calunniatrice, l’avventuriera, l’amazzone o in definitiva gli stessi personaggi che entreranno nuova­mente a far parte del cast degli attori delle saghe di spada e di magia del 500. A volte si giunse a favoleggiare di donne-giudice (le figlie di Accursio e di Giovanni D’Andrea in toga forense e mascherate da maschio che sostituiscono i padri ammalati) ben sapendo trattarsi di artificio dell’immaginazione come sarà per l’Ortensia della Historia de Grisel y Miravella di Juan de Flores e la Porzia del Mercante di Venezia, oppure di donne-medico, ma sempre ostetriche e levatrici che sostituivano il magister nell’opera di una sconveniente ispezione o operazione sulle parti vergognose.

Ma allora quale significato può avere quella conquista dell’eccellenza in ogni arte o scienza da parte delle donne?

Non resta che sospettare che tale eccellenza non sia un fatto già accaduto nel pas­sato, ma un qualcosa che sta avvenendo, un evento ancora in fieri del quale si ha paura.

“Finalmente, per bene intendere la vita sociale dei circoli più elevati dell’epoca del Rinascimento, – scrive J. Burckhardt nel suo classico Die Kultur der Renaissance in Italien – è di massima importanza sapere che la donna ebbe una posizione uguale in tutto e per tutto a quella dell’uomo”.

van-heusenNoi sappiamo perfettamente che sia de jure che de facto le cose non andarono pro­prio così, ma è del tutto indicativo che proprio il Burckhardt (uno dei padri della storia delle mentalità) non si fosse accorto che in realtà durante l’età rinascimentale la donna è considerata inferiore sia sul piano giuridico, che morale, che fisiologico, che politico. E non si tratta – come egli preavverte – di “lasciarsi trarre in inganno dalle sofistiche e spesso anche maligne argomentazioni di taluni scrittori”, il fatto è che la discrimina­zione delle donne non è gioco letterario di taluni misogini, ma norma di diritto e consue­tudine pratica. Vergine, madre o vecchia che sia (i tre volti della donna del rinascimento individuati da Margareth King) essa è sempre sottoposta ad un uomo, non gode giuri­dicamente di altra libertà che quella concessagli dalle leggi: sposarsi o monacarsi, pro­creare o pregare, o anche, se lo desidera, porsi fuor dal consesso civile scegliendo la strada della onesta o disonesta prostituzione.

In verità il Burckhardt, talmente innamorato del rinascimento, entra nei panni dei letterati dell’epoca, vi ci si identifica e di conseguenza si fa porta­tore di uno status mentale particolare: la certezza e il timore che le donne si stiano libe­rando dai vincoli tradizionali, che abbiano raggiunto l’uomo sul piano delle arti, che aspirino al raggiungimento delle piena parità.

Se tutto ciò è scioccante ancora nella nostra epoca, dove continua a serpeggiare il sospetto che si sia sbagliato a dar troppa libertà alle donne, tantopiù lo è nei secoli XVI e XVII. Quanto afferma il Burckhardt non solo non vale per l’Europa, ma è impropo­nibile anche per quell’Italia che lo storico svizzero considera la culla della nuova civiltà, ed egli lo sa benissimo pur continuando l’artificio del mettersi nei panni di un dotto del rinascimento. Dentro quei particolari panni egli ha pienamente ragione e dalla polemica cinquecentesca misogini-femministi non potrebbe che uscirne convinto di aver favorito la causa dell’emancipazione femminile, anche se in realtà furono i misogini a vincere e le cose restarono esattamente come le si era trovate o peggio. La persecuzione contro le streghe, il moralismo controformistico e riformistico, le grandi crisi economiche e poli­tiche del XVII secolo riportarono indietro l’orologio della storia e permisero che le paure sorte nel 500 non continuassero ad aver libero corso in quanto non v’era più al­cuna ragione di temere che che la temuta emancipazione giungesse a compimento

Ma quale emancipazione?

Sul piano morale no di certo! L’insulto di Eva, prende in quest’epoca, anche le forme di Pandora e di Tiamat (la perfida femmina dell’epopea di Gilgamesh), la donna è il seme della perdizione, vorace mostro di lussuria, distruggitrice di amicizie e patri­moni, vincitrice dell’arcidiavolo Belfagor e, sicuramente, semence des cornes (tour operator per i frequenti viaggi che i maschi devono fare in Cornovaglia o fra Corneto e Corniglia)

Quando dico donna – è François Rabelais a parlare – dico un sesso tanto fragile, tanto variabile, tanto mutevole, tanto incostante e imperfetto che la natura mi sembra (parlando con onore e reverenza) aver perduto il buon senso con cui ha creato e formato tutte le cose, quando ha fatto la donna

E un poco più tardi il Bocchini, principe dei misogini felsinei, tuona nel Lambertac­cio:

Donna? che donna? Basilisco infame,

che l’uomo uccide col guardarlo in faccia,

lupo vorace, che l’ingorda fame

con le viscere altrui sempre discaccia;

cagna rabbiosa che d’ingiuste brame

dove giunge co i denti o sbrana o straccia,

avoltor, ch’a frenar l’ingordo vizio

rode il cor ad ogn’uom e il cambia in Tizio.

Vipera maledetta, Aspe ma­ligno,

 che morde il corpo e l’anima avelena

tiranna che col cor d’aspro macigno

pon senza colpa i schiavi a la catena,

tigre affamata di pensier sanguigno

che salassa col dente in ogni vena,

aquila che i figliol altrui strapazza

provandogli nel Sole e poi li am­mazza

Coccodrillo che essendo a l’uom congiunto

lagrima e ammazza nell’istesso punto

E scusatelo se è poco! A suo dire sta ancora benevolmente scherzando. Al suo con­fronto San Giovanni Crisostomo, San Cipriano, san Bernardo, Tertulliano, il Siracide son contenuti, quasi campioni di femminismo.

Sulle basi solidissime di un diritto filiato dalla morale, una lex positiva derivata dalla lex naturae, a sua volta conseguente alla lex aetema, non ci si poteva aspettare che dalla inferiorità morale non derivasse una netta inferiorità giuridica.

Il Lasca scherza, ma non troppo, quando ne Il Frate afferma che gli statuti e le testi­monianze delle donne son come la commedia senza autorità e senza fede.

Le leggi connubiali sono concordi a lasciare costantemente la donna in soggezione del padre, del marito e dei figli maschi adulti, essa resta costantemente sotto un regime di tutela. Non a caso la questio princeps sul diritto delle donne è ancora nell’età dell’Alciato e di Erasmo la “an mulier homo sit?”

Ulteriore conseguenza della imperfetta personalità giuridica è l’assoluta inferiorità politica della donna, la sua assoluta sottomissione rappresenta una delle colonne por­tanti della società, il metterla in forse, il solo parlare di parità, il voler associare le donne al govemo è sovvertimento dell’ordine etico, sociale, politico e religioso. I casi di donne regine o reggenti sono o tollerati per forza di cose o considerati esempi di scon­venienza morale.

L’illuminato Jean Bodin, nel tracciare le linee della monarchia tollerante e della dot­trina moderna dello stato, usa la più feroce e becera intolleranza verso le donne. La sua Demonomanie des sor,ciers è certo, con il Malleus Maleficarum, il più feroce docu­mento antifemminile del suo tempo. La pretesa parità giuridica si trasforma in procedi­menti giudiziari in cui la presunta strega – è detto a chiare lettere – se confessa va messa al rogo e se nega 1 addebito va bruciata a maggior ragione in quanto è Satana a consen­tirle di negare sotto tortura. E si che Jean Bodin viene acclamato come il giurista e il politologo più illuminato del secolo.

Vi furono anche, e non pochi, difensori delle donne, assertori della loro parità (e a volte superiorità) morale, dei loro diritti giuridici e politici. Sono spesso i grandi mae­stri del pensiero rinascimentale: Marsilio, Pico, Agrippa di Nettesheim, Erasmo, Cu­sano, Montaigne, Giordano Bruno, ma anche letterati minori come il Gelli che afferma: ” essendo tenute le donne da voi per schiave e per serve e non per compagne come ri­chiede il giusto, cosa tanto empia e tanto contro all’ordine della natura che niuno altro animale che voi ardisce di farla“, o il Bandello che sostiene che la moglie cattiva è quella che il marito maltratta e tien per schiava, il cardinal Vicerè Pompeo Colonna che scopre nella cugina Vittoria l’esempio più fulgido della parità dei sessi.

Ma in tutta questa congerie di polemiche sul diritto, la morale e la politica, gli argo­menti pro e contro l’inferiorità della donna sono consueti, stantii, ormai banali e con­sunti a forza d’esser adoperati.

Le argomentazioni nuove vengono fomite dalla fisiologia e dalla psicologia. La tra­dizione classica l’aveva considerata un maschio mancato, priva di funzione procreativa e di capacità raziocinante.

L’ Enneas mulierum di Ludovico Bonaccioli e il Della nobiltà delle donne di Ludo­vico Domenichi sono della stessa epoca. Nel primo il medico di Lucrezia Borgia so­stiene la patente inferiorità fisiologica della donna in quanto vaso passivo, recipiente di aride semenze, voragine di frigidità e di appetiti, contenitore di sconvenienti umori, fe­tida fontana del flusso mestruale, foemina necans in quanto mestruata uccide con il solo sguardo. Tema questo ossessivamente ricorrente nell’immaginario virile a guisa di vera e propria patologia della fantasia: il Serpetro nel Mercato delle meraviglie della natura, narra di donne che versano mestruo dagli occhi, dal naso, dalla bocca, dalle orecchie, dalle mammelle e “quel che fa più maraviglia – cito – ad una monica scorreva ogni mese per il dito anulare”. Con una tal abbondante e differenziata produzione di veleno la femmina assassina contamina l’intera natura, le superstizioni riportate da Columella e Plinio ricorrono senza posa e ripercorrono l’immaginario collettivo in crescendo.

Cristoforo Landino si crogiola a tradurre un noto e indiscutibile brano della Natura­lis historia pliniana:

niente è più mostruoso cosa ch’el mestruo delle donne Per la venuta di questo i mosti inforzano, gli orti si seccano, le seminate biade diventano sterili. E nesti peri­scono. Le fronde e pomi degli arbori dove si pongono, caggiono…. el ferro e ‘l rame pigliano ruggine … E’ cani che lo gustano arrabbiano … Le formiche lo sentono e gi­tono quello che portano, ne mai più lo tolgono. Un autentico flagello ecologico, dai suoi orifizi emanano fetori, umori, fluidi am­morbanti e tossici.

Al contrario il Domenichi sostiene che la donna è del tutto superiore all’uomo sul piano fisiologico.

In primo luogo “l’uomo non concorre alla generazione, altramente che faccia il qu­aglio o presame a fare il cacio“, secondariamente, essendo umide, “facilmente s’estendono fino al suo termine”, in terzo luogo: ” ch’elle ciascun mese per i luoghi più segreti del corpo mandano fuora le superfluità concette e di queste restano mirabilmente purgate“, ciò fa si che il corpo femminile sia un perfetto meccanismo ad autoregola­zione metabolica, mirabile strumento capace di autodepurarsi e il vituperato mestruo diviene il talismano della salute, “i mestrui e le loro altre purgazioni … non ci danno tanto argomento di bruttezza, ma di leggiadria e dilicatezza“.

Ma il Domenichi non è una voce solitaria, al contrario fa parte di un coro polifonico che recita la parità fisiologica. Cusano, a a partire dalla parità procreativa di maschio e femmina aveva superato l’ostacolo della inferiorità morale della donna, Pompeo Co­lonna catechizza la cugina Vittoria sul fatto che l’inferiorità fisiologica della donna è una ideologia culturale e non uno stato di natura. La lunga teoria dei medici padovani del 500 porta a compimento un immensa mole di lavoro propedeutico sulla fisiologia femminile e si comincia a mettere in dubbio il fatto che Galeno mai avesse sezionato corpi femminile e che Mondino de’Liuzzi, anche se certamente l’aveva fatto, non aveva saputo vedere, Vesalio contesta l’anemia e la fisiologia dell’utero dei galenici, Alessandro Benedetti e Michele Savonarola coniugano la pratica ostetrica con la co­noscenza anatomica, Gabriele Falloppia perfeziona la descrizione anatomofisiologica dell’utero scoprendo le tube uterine e descrive le funzioni del clitoride, si sviluppa l’embriologia preparando le grandi sintesi dello Harwey e del Malpighi e finalmente si riscoprono due donne-medico del medioevo: Trotula di Salemo e Hildegarde di Bingen.

E anche il baluardo della inferiorità del sexus imbecillior incomincia a mostrare delle crepe e da tutti i segni del suo imminente sfaldamento.

Resta l’inferiorità psicologica, o meglio l’incapacità che la donna ha di apprendere arti e scienze virili, anche se le venissero opportunamente insegnate.

E ancora una volta ci viene in aiuto il Burckardt che a fianco della affermazione della parità di posizione, esemplifica dicendo che “l’educazione della donna, almeno nelle classi più elevate era essenzialmente uguale a quella dell’uomo

Purtroppo, a fronte di un’affermazione così impegnativa e meritevole d’esser, se i dati storici lo consentissero, sviluppata a fondo, egli non trova di meglio che tirar in gioco l’ideale della “donna-uomo” (la femmina educata ad avere mente ed animo virile) o, in seconda battuta, esibisce un certo numero di esempi di “poetesse”, “attrici”, “cortigiane” e “dotte prostitute”. In buona sostanza null’altro che la permanenza del modello classico che in Grecia era stato rappresentato da un lato con il mito delle Amaz­zoni e dall’altro nella nota sintesi dell’Anonimo del IV secolo: “Abbiamo le cortigiane per il piacere, le concubine per i nostri bisogni quotidiani e le mogli per darci dei figli”, modello questo cristallizzato a Roma dove ad esempi di femmine dissolute ed avide di potere si contrapponevano le virtuose Lucrezie e Cornelie sempre pronte a ribadire che il loro ruolo consiste e s’esaurisce nel “nutrire i figli e filare la lana“.

Il Rinascimento, e il Burckardt ne è buon testimone, non solo riaccoglie in pieno l’ideale classico di donna, ma perde progressivamente di vista quanto di nuovo e di­verso era venuto alla luce nel corso del Medioevo cristiano sulla specificità dell’essere e del sentire in chiave “femminile”.

La Virtus resta, infatti, la tipica caratteristica del vir e la “domina” in grado di co­mandare sui sentimenti e sulla volontà di un grande uomo deve avere un animo da ma­schio in un corpo da femmina. Ecco cosa consiglia Galateo (Ep. 3) a Bona Sforza: “Incipe aliquid de viro sapere, quoniam ad imperandum viris nata es … Ita fac ut sa­pientibus viris placeas, ut te prudentes et graves viri admiretur, et vulgi et muliercula­rum studia et judicia despicias” [Sei nata per comandare sull’uomo e quindi dedicati a studi virili, fatti ammirare dagli uomini sapienti, accorti e forti, e disdegna i giudizi e gli studi volgari e femminei]. Si tratta della promessa sposa di Sigismondo re di Polonia, tessera di un mosaico politico costruito nei termini dell’opera d’arte, e quindi necessi­tante di essere adeguata alle regole del gioco. E se questi sono i consigli offerti alla donna-virile, vediamo quelli dati alla donna-femminile. In sintesi con l’Aretino: “Tanto puttana in letto quanto donna da bene altrove” ecco la ricetta per “governare su Roma e Romagna“. La figura di “Nanna che insegna a la sua figliola Pippa l’arte puttanesca” non è iperbolica ed eccezionale, come farebbe pensare il consueto mestiere di provocar scandali del suo Autore, ma emblematica. Se il Galateo ed Angelo Mai son prodighi di consigli alle donne di illustre casata onde queste possano acquisire la virtus del domi­nio, Lorenzo Venier, Francisco Delicado, Jacques du Bellay e il celeberrimo Aretino non sono da meno nei confronti delle cortigiane che avevano come modello Imperia, colei che di sé poteva dire:

“Non è di tante stelle adomo il cielo A quanti Prelati, Vescovi e Mercanti. Feci d’oro costar ogni mio pelo Marchesi, Duchi, Ambasciatori tanti…”.

Ancora una volta tocca domandarsi: quali furono le tipiche figure di donna di cui il Rinascimento ci ha lasciato ricordo? Energiche e risolute v*ago capaci di tener testa nell’intrigo politico agli uomini più considerevoli e Veneri letterate nei cui salotti colti e raffinati passavano, accanto a squisitezze poetiche, regalie e benefici. Caterina Sforza e Isabella Gonzaga fan parte del primo gruppo, Imperia, Tullia d’Aragona, Veronica Franco e Gaspara Stampa del secondo. Che poi esistessero anche altri generi di donne “venute in eccellenza” nelle arti ove avevano posto cura è cosa molto meno conclamata. Vi furono si monache colte come Angela Merici, Battistina Vemazza, Maria Vittoria Fomari Strata, Orsola Benincasa, mistiche-veggenti come Caterina da Racconigi, agio­grafe quali Paola Gambaro Costa, poetesse come Cassandra Fedele e Vittoria Colonna, pittrici come Artemisia Gentileschi, umaniste come Isotta Nogarola e Olimpia Mo­rato,ma “qualunque all’istoria abbia avvertenza” ha memoria delle epigoni di Artalice, Camilla, Lucrezia, Zenobia di Palmira da un lato e di Saffo, Aspasia, Messalina dall’altro. A queste pensa l’Ariosto quando appunto scrive: “Le donne antique hanno mirabil cose fatto ne l’arme e ne le sacre muse

A queste due particolari figure di donna: la virago e la cortigiana letterata l’età rina­scimentale prestò particolare attenzione.

A voler esemplificare faremo due nomi: la virile Caterina Riario Sforza, signora di Imola e di Forlì e la femminilissima Imperia, immagini reali di una sottile ed insinuante paura, incarnazioni di Deimos e Fobos: la donna intelligente, letterata, forte, coraggiosa e di inestinguibili appetiti carnali la prima, la femmina colta, umanista, dolce, astuta ed ingannatrice la seconda.

Caterina eredita uno stato costruito a prototipo del nepotismo e fa di tutto per mante­nerlo opponendosi a lo duca Valentino. Tien corte aperta ad ogni sorta di attività ludi­che, letterarie, scientifiche, intrepida nelle armi, divoratrice di opere medico-farmaceuti­che sa essere estremamente competente nelle pratiche afrodisiache, a lei ricorrono e concorrono tutto uno stuolo di pazienti e praticanti, conoscitrice di Galeno ed Avicenna, si comporta come una strega di villaggio e sa rinforzare e sopire gli ardori d’amore, co­nosce i segreti per far ingravidare e sgravidare, sa le misure e le contromisure dei filtri d’amore. Il suo ricettario d’amore è una vera e propria miniera per l’erotologo e le sue conoscenze della sessualità sono davvero stra,ordinarie. Caterina non conosce limiti, prova e sperimenta tutto ciò che le possa calmare i suoi robusti appetiti e, da autentica professionista, cataloga, analizza, studia i più intimi recessi della fisiologia e della psi­cologia del sesso. Figlia del proprio secolo non conosce limiti e mostra una libertà di costumi ed una sfrontatezza che non poteva che lasciare nel maschio un terribile senso di frustrazione per esser stato da lei abbondantemente superato quale campione del “molto luxuriare”.

D’altro lato Imperia, la professionista del piacere sessuale, la cortigiana angelicata, punta di un iceberg che ha sotto di se una innumerevole schiera di prostitute, dalle one­ste a quelle di candela. Ricercate, idolatrate, odiate, disprezzate, temute le cortigiane rappresentano l’altra forma dell’emancipazione, quella di Caterina da Forli o di Isabella di Ferrara sono eccezionali e frutto di fortuna, quella delle Imperie normali e frutto di studio nell’arte della cortigianeria. Femmine castratrici e divoratrici di patrimoni non possono che suscitare l’ira dei moralisti ed al riguardo valga come emblematico esem­pio il Berni che antesignano della teoria di Karl Kraus per cui la donna è un utile sosti­tuto dell’onanismo, solo che ci vuole un che di fantasia in più, sceglie di adoperare la fantasia piuttosto che frequentare i salotti delle cortigiane, adducendo a motivazione, l’avaro petrarchista, che non ha alcuna intenzione di buttare i suoi soldi.

In definitiva sia la virago che la cortigiana sono donne che ricordano al maschio la verità di quanto affermava il Bandello: “Insomma, io conchiudo che di rado avvenga che, quando una donna delibera far alcuna cosa, che l’effetto non segua secondo il di­segno della donna”. Una bruciante sconfitta, insomma, inferta al vir che sempre aveva creduto di poterle domare con la forza e che invece come l’eroe perraultiano della Gri­selidis gli tocca affermare che la donna è:

un crudele nemico smanioso di totalmente tiranneggiare l’uomo infelice che si lascia soggiogare.

Una paura che fa il paio con l’attuale misandria delle femministe alla Germain Greer, l’autrice dell’Eunuco femmina; la quale scrive: “Le donne non hanno chiaro quanto gli uomini le odiano”

Meglio sarebbe lasciar l’ultima parola ad un autentico poeta, il Verlaine di Sagesse:

Beauté des femmes, leur faiblesse, et ces mains pales

qui font souvent le bien et peuvent tout le mal.


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