Il meriggio nell’opera letteraria di Pavese

di Pierpaolo Pracca

pracca_meriggio_01Il meriggio nella storia della letteratura da sempre si è imposto come il momento della giornata maggiormente carico di significati, il più inquietante ricco di figure: nella calura soffocante, nell’arsura immobile si mostra la madre del grano, la fata del grano, lo spettro del meriggio che suscita un’impressione del tutto panica (Schechta, 1954). Spesso il mezzogiorno è stato visto come l’ora degli spiriti che corrisponde esattamente alla mezzanotte. Esso indubbiamente è un’ora critica, di passaggio, l’unica nell’arco della giornata come afferma Caillois (1988) in cui, essendo il sole allo zenith, non esiste più l’ombra e l’anima pari all’ombra risulta essere più fragile, esposta a grandi pericoli, ma anche più sensibile alle epifanie del sovrannaturale di fronte al quale l’uomo in una sorta di immobile impotenza non può fare altro che essere passivo, abbandonato in una sorta di acedia dissipatrice. In questa pausa che la natura pare concedersi, quasi sospendendo il respiro, l’organico ritorna all’inorganico, l’ordine apollineo sembra cedere alle forze caotiche e ctonie di Dioniso, la razionalità alle istanze più primitive e selvagge dell’inconscio. L’ardore dei raggi del sole, infatti, pone l’uomo in pericolo di follia. Legati al momento meridiano ci sono infatti sintomi riassumibili nei seguenti tre termini: impossibilità di movimento, afonia, follia. Questi fenomeni si producono nel calore opprimente e sono favoriti dallo stato di sonno, cosicché si raccomanda di non addormentarsi a mezzogiorno. Non sempre però si ha la forza e la prontezza di resistere nel momento meridiano ed allora si soccombe al sole col suo corteo di accidenti fisici e mentali: turbe della memoria, delirio, capogiro, vertigini, crampi muscolari, convulsioni, rabbia omicida ,che spesso sfocia in comportamenti distruttivi.

Il tema meridiano nelle sue molteplici e complesse accezioni compare nell’opera di uno degli autori del 900 italiano Cesare Pavese, il quale sensibile alle suggestioni del mito e della letteratura ad interesse etnologico recupera in gran parte delle sue opere il tema meridiano strettamente collegato a quello della natura. Il momento meridiano in Pavese diventa la cifra attraverso la quale è possibile comprendere il valore di una vita legata al bisogno di recuperare una dimensione mitica. È attraverso l’esperienza meridiana che l’uomo si libera dai condizionamenti culturali e ritorna in quella infanzia dove è possibile stabilire un contatto primitivo ed autentico con le forze ctonie.

Il mito in Cesare Pavese è indubbiamente uno degli elementi più significativi della sua produzione letteraria, ciò che permette di fissare e di definire le sue originarie intuizioni sulla infanzia e sulla vita.

La collina è il luogo privilegiato del mito; le Langhe pregne di rustico, primitivo e selvaggio nella narrativa pavesiana sono popolate da suicidi, maniaci sessuali, assassini e piromani.

la collina diventa luogo mitico e la raffigurazione delle vicende, che in essa si svolgono, consiste in una loro descrizione per mezzo di simboli, che valgono come strumento interpretativo della realtà.

Le immagini dominanti nella sua opera come la donna, la terra, il sangue, la follia danno spesso vita alla descrizione di un mondo primordiale in cui gli uomini sembrano portatori di forze provenienti da un oscuro e misterioso inconscio. La collina piemontese è il luogo in cui la natura esprime la propria arcana ferocia in contrapposizione alla città in cui prevalgono ordine e cultura. Il contadino per Pavese incarna ciò che di ctonio e ferino è presente in natura. nelle sue opere sono messi a confronto due mondi che a livello mitico, come si può notare in Dialoghi con Leucò coincidono l’uno con il tempo in cui era consentito alle nature più diverse di mischiarsi (epoca di Titani), l’altro in quello dell’ordine espressione di legge e razionalità (mondo degli dei olimpici). È evidente l’influenza delle letture etnologiche e psicanalitche in questa visione in cui forte è la contrapposizione tra luogo mitico e luogo umano.

Dall’associazione mito-campagna nasce il concetto di selvaggio, che per Pavese è la natura quando in essa appare il proibito, l’orrore:

La natura impassibile celebra un rito; l’uomo impassibile e commosso celebra i suoi riti più spaventosi; tutto ciò è superstizioso solo se si giunge come ingiusto e proibito dalla coscienza, selvaggio: Quindi il selvaggio è il superato dalla coscienza.
(C. Pavese, Diario, p. 294, 26/08/44)

L’elemento ctonio presente nella tradizione classica viene legato da Pavese alla rusticità, alla terra, in maniera particolare alle langhe; con ciò non si deve pensare ad un Pavese invischiato in teorie mitiche portanti fatalmente all’irrazionalismo in quanto nelle sue opere mantiene un atteggiamento votato al realismo ed alla razionalità.

Il tema del selvaggio in Pavese compare con una frequenza ossessiva connesso alla idea di campagna e si oppone quindi antiteticamante alla città come luogo dell’ordine e della norma.

Per colui che appartiene alla città esiste quasi una sorta di attrazione nei confronti del selvaggio alla quale è difficile sottrarsi, un richiamo ancestrale, che pervade l’essere nella sua interezza e che ha come risultato l’annullarsi dell’uomo come entità individuale. La via d’accesso a questo processo di disidentificazione dalla propria identità è ciò che Pavese definisce il superato dalla coscienza uno stato particolare che i suoi personaggi spesso raggiungono e vivono in un momento particolare della giornata; il meriggio.

Il momento meridiano costituisce la via d’accesso dell’uomo-Pavese al mondo ctonio e caotico della natura. Il sole diventa l’elemento in grado di trasformare ogni cosa riducendola a natura.

Per Pavese il meriggio non coincide necessariamente con un’ora precisa del giorno, esso è un meriggio interiore, un momento panico in cui dal distinto si accede all’indistinto attraverso una sorta di rito metamorfico; molto frequenti in Pavese sono le immagini di abbandono sotto il sole come in Nudismo, in cui chi narra prova un senso di misterioso e necessario appagamento nello

spogliarsi e prendere il sole nudo, diventando … radice e pianta in una forra selvaggia
(C. Pavese, Nudismo, in Feria d’Agosto)

quasi la natura cercasse di mimetizzare il bianco del corpo per renderlo terra, tronco, presenza vegetale vegetale.

Il tema del selvaggio è quindi indissolubilmente legato a quello del sole meridiano, attraverso la cui esperienza in una sorta di indiamento si giunge alle soglie del tempo e della coscienza, diventando presenza mitica, pura naturalità.

I passi inerenti il meriggio in Pavese presentano una serie di vocaboli, figure retoriche e concetti riconducibili ai temi classici dell’ora meridiana quali:

  • Il selvaggio
  • Il sesso
  • L’accidia
  • Il sacrificio

Questi in sintesi sono i concetti che possono fornire la chiave d’accesso all’universo semantico pavesiano, espressione di quel vivere selvatico, che compare ed irrompe nella quasi totalità delle sue opere.

L’umanità delle campagne per Pavese è schiacciata dal sole come da un oscuro destino.

Il sole è l’elemento fondamentale che fa da sfondo ai travagli interiori dei protagonisti delle opere.

Il selvaggio

Il motivo estivo compare spesso anche durante la notte o l’inverno; esso è vissuto come ricordo oppure come attesa

…era l’alba bruciata
di febbraio, ogni tronco colore del sangue
aggrumato. Nessuno sentiva nell’aria
il tepore futuro
(C. Pavese, Esterno, in Lavorare stanca)

La poesia ha tra i suoi versi iniziali la descrizione di un alba bruciata dal freddo; in questo contesto il termine bruciata ha valenza opposta rispetto all’uso che solitamente viene fatto in riferimento a contesti estivi. Tutto è raggelato, bloccato dal freddo, c’è una sorta di immobilità nella natura come lascia intuire il sintagma

ogni tronco colore del sangue aggrumato

che parrebbe non lasciare presagire il tepore futuro. La natura è vista come un grande animale la cui linfa presente nei tronchi viene paragonata al sangue aggrumato. Esiste tuttavia una forza sotterranea, che si avverte nella natura, che tende ad uscire grazie ad un seppur debole sole. In quello che potrebbe definirsi un meriggio invernale la natura inizia ad essere pervasa da brividi verdi, che spingeranno il ragazzo, protagonista della poesia ad abbandonare il lavoro e a fuggire in campagna. Qui l’aggettivo verdi è associato al sostantivo brividi, termine di solito riferibile al mondo animale.

È interessante notare come in questo meriggio di fine inverno compaiono locuzioni ricorrenti nelle descrizioni del meriggio come

…varrebbe la pena di restarsene lunghi nel sole
…son le bestie che sentono il tempo,
e il ragazzo l’ha sentito dall’alba
E ci sono dei cani che finiscono marci
in un fosso: la terra prende tutto
(da Esterno)

Il concetto del marcire comparirà in opere successive e sarà uno dei termini chiave per comprendere la concezione pavesiana di natura. È attraverso la putrefazione che si ha il passaggio da una forma di vita ad un’altra

la terra prende tutto

(in greco il verbo putrefare, presenta una radice con duplice valore – allattare e decomporsi).

Il marcire, il disfarsi, il ribollire, il macerare sono verbi che compariranno nei racconti estivi connessi alla situazione meridiana e al già citato rito metamorfico. Il fosso in Pavese è una sorta di tomba per le carogne dei cani. È un ricettacolo in cui tutto si trasforma grazie al processo di macerazione provocato dal sole.

Nelle opere successive sinonimi di fosso saranno conca e buca.

Un’altra locuzione importante è “…restarsene lunghi per terra nel sole…” in quanto sarà una costante delle opere successive del nostro autore. Lo stare distesi è una tipica posizione meridiana a metà tra il dormire ed il meditare, attraverso la quale l’uomo tenta di stabilire un contatto di tutto il suo essere con la natura. In Esterno emerge in maniera esplicita il motivo del selvaggio connesso a quello della fuga in campagna. Al pari di quanto succede in alcune civiltà ad interesse etnologico nelle quali il ragazzo per diventare uomo deve abbandonare il proprio villaggio per trascorrere un determinato periodo di tempo a contatto con la natura dove avrà una esperienza con il numinoso, che lo trasformerà interamente, così il ragazzo-Pavese, spesso con l’aiuto dell’amico Nuto, abbandona la casa per rispondere al richiamo della natura, la quale lo trasformerà assimilandolo a sé. Il tema della fuga dalla cultura è preludio all’esperienza panica che può avvenire solo in campagna. L’uomo si confronta con il binomio sole-campagna assumendo connotazioni tipicamente bestiali.

I contadini sono anneriti dal sole come i tronchi e le foglie dei boschi; essi sono come escrescenza della natura consci e partecipi solamente delle mutazioni cicliche presenti in campagna.

È interessante notare la differenza tra il tempo della città uniforme, scandito dagli orologi, ed il tempo della campagna non uniforme in quanto scandito dal nascere del sole e dal suo procedere e dalle stagioni (Vaccaneo, 1999).

Ciò è evidente soprattutto nell’ora meridiana in cui il tempo in campagna subisce una dilatazione in una sorta di eternizzazione dell’istante.

I contadini di Pavese sembrano vivere in una dimensione in cui le norme morali non sembrano avere fatto comparsa (in Pavese solitamente la morale è associata alla idea di cultura e di civiltà) come nel caso di Talino in Paesi Tuoi e di Valino ne La luna e i falò.

Entrambi accecati da una oscura follia sotto il sole consumeranno i loro atroci delitti quasi vi fossero spinti da una legge necessaria. Il sole tuttavia non è unicamente foriero di morte, ma anche di vita; è attraverso l’esperienza del suo calore che si ha una sorta di battesimo con la natura come nella poesia Atavismo

…il ragazzo vorrebbe uscir fuori così nudo –
la strada è di tutti e affogare nel sole…
sa bene che deve affogare nel sole e abituarsi agli sguardi del cielo, per crescere uomo.
(C. Pavese, Atavismo, in Lavorare stanca)

Il verbo affogare in questi versi introduce il motivo della morte del ragazzo che è funzionale alla nascita dell’uomo maturo. Come in molti altri punti delle opere di Pavese in Atavismo è presente una nudità rituale ed è attraverso l’erotismo di tale condizione che si esprime la volontà di una nostra unione panica con la natura.

La nudità in questa poesia è inoltre simbolo di stato ferino: essa è legata alla idea della giovinezza. Solo chi è ragazzo si può dire abbia veramente un corpo per Pavese e quindi la possibilità di essere nudo. L’essere nudi è quasi una virtù interiore ed è strettamente legata al binomio selvaggio/natura

…da tempo il cavallo se ne va nudo e
senza ritegno, nel sole
…il ragazzo che vorrebbe essere forte a quel
modo e annerito e magari tirare a quel carro oserebbe mostrarsi.
(C. Pavese, Atavismo, in Lavorare stanca)

C’è una sorta di invidia da parte del ragazzo nei confronti dell’animale incosciente della propria nudità: la virtù della bestia consiste proprio in questo non essere cosciente a differenza dell’uomo consapevole del proprio corpo e per questo motivo portato a coprirlo e a mortificarlo con i vestiti.

Il corpo tuttavia dentro la cultura parla ancora il linguaggio della natura, non conosce i limiti cognitivi della razionalità per causas, partecipe alla circolazione degli umori, delle linfe della vita animale e vegetale come emerge dal seguente brano tratto da Il diavolo sulle colline:

Ci pensai l’indomani, disteso nudo nella pozza sotto il sole feroce, mentre Oreste e Pieretto sguazzavano nell’afa estuosa della bucavedevo il cielo scolorito dal riverbero e sentivo la terra tremare e ronzare. Pensavo a quella idea di Pieretto che la campagna arroventata sotto il sole di Agosto fa pensare alla morte. Non era sbagliato. Quel brivido di starcene nudi e saperlo; di nasconderci a tutti gli sguardi e bagnarci, annerirci come tronchi era qualcosa di sinistro: più bestiale che umano scorgevo nell’altra parete dello spacco affiorare radici e filamenti come tentacoli neri. la vita interna e segreta della terra.
(C. Pavese, Il diavolo sulle colline, in La bella estate)

I protagonisti sono descritti nudi e distesi sotto il sole feroce. La nudità e la posizione supina sono tipiche espressioni del campo semantico meridiano.

La posizione distesa è l’esatto contrario di quella eretta indicante la tensione umana all’elemento uranico; qui la tensione dell’uomo pare invece essere rivolta alla terra nelle sue valenze ctonie.

L’espressione sole feroce è collegata sia ad afa estuosa presente nella frase successiva sia a riverbero, che ha il potere di scolorire ed uniformare il cielo.

La terra trema e ronza schiacciata da un sole infuocato; il tremare e il ronzare della campagna si possono intendere come una trasposizione in ambito rurale delle voci demoniache che, secondo la tradizione classica, nell’ora meridiana incontrerebbero gli uomini rendendoli pazzi. In questo brano troviamo così il motivo del meriggio accompagnato da fenomeni sismici. Il tremore meridiano come ha dimostrato J. Frazer è legato alla morte della divinità, la natura è sconvolta dal sacrificio dell’uomo-Dio: l’esistenza di questi è misticamente solidale con la sua. È importante notare come durante il meriggio si manifestino due fenomeni concomitanti quali il terremoto e l’oscurarsi del cielo (il primo esempio da citare riguarda la morte di Cristo segnata da un terremoto e dal sopraggiungere delle tenebre).

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L’afa estuosa che smorza respiro e pensieri, l’immobilità della campagna arroventata sotto il sole di agosto evocano in Pavese l’idea della morte. Nel meriggio il tempo si ferma e la vita in campagna pare arrestarsi per via dell’afa, che fa trattenere il respiro e quindi svelare la morte. La buca nella quale si trovano i tre amici può essere letta alla stregua di utero nel quale trovare rifugio e protezione dagli sguardi che potrebbero sorprenderli nudi.

L’essere coscienti della propria nudità provoca in chi si è spogliato della civiltà dei forti brividi. L’essere nudi e l’annerirsi provoca imbestiamento connotato dai sintagmi

…bagnarci ed annerirci come tronchi, era qualcosa di sisnistro più bestiale che umano.

L’imbestiarsi è visto come qualcosa di spaventoso è un abbandonarsi alle forze caotiche costituenti l’intima essenza della natura. La terra nel momento del meriggio è vissuta come presenza maligna pronta a ghermire con i suoi neri tentacoli chi a lei si offre nudo senza la protezione dei vestiti che simboleggiano il filtro della razionalità e della civiltà.

Esiste un richiamo per l’uomo alla vita interna e segreta della terra, a profondità a lui sconosciute e pericolose a cui si ha accesso attraverso il rito battesimale del sole e dell’acqua.

La natura nei suoi arcani misteri si rivela solo all’uomo, che all’interno della buca-utero sembra partecipare ad una seconda gestazione.

L’uomo-nudo nasce una seconda volta e bagnandosi nel fiume viene iniziato e reso così capace di accedere alle forze caotiche presenti in natura. Tutto ciò viene esperito solo dall’uomo civilizzato al contrario del contadino, che essendo pura istintualità fa parte da sempre della natura (vedere Vaccaneo).

Il tema dell’imbestiarsi sotto il sole in presenza dell’elemento acqua è già presente nella raccolta Feria d’agosto, opera antecedente di sette anni Il Diavolo sulle colline e precisamente nel racconto Nudismo.

L’acqua e il fuoco mi vanno facendo ogni giorno più fosco; credono così di cancellarmi, di coprirmi, ma non invece mi imbestiano.
(C. Pavese, Nudismo, in Feria d’agosto)

In questo brano emerge l’idea di un sole e di una corrente capaci di impregnare l’uomo di una virtù che non si richiama a valori morali, ma ad una forza cieca, irrazionale, che trova espressione attraverso gli elementi naturali, le piante e gli animali di cui l’uomo entra a fare parte.

Nel brano seguente tratto da Il diavolo sulle colline la natura da Pavese è sentita come presenza benigna; qui non sono i neri tentacoli di prima suscitanti paura ed angoscia nè l’orgia disgustosa di cui si parlerà più avanti ad inquietare l’immaginario dell’autore, ma la natura è vista come portatrice di energie positive espresse dai termini gioiosa e sorniona. Il prendere il sole nudi è il modo per cancellare da sè le tracce della civiltà e della morale indotta e tornare ad uno stato di natura.

Era come se il sole e il peso vivo della corrente mi avessero intriso di una loro virtù una forza cieca gioiosa e sorniona come quella di un tronco o di una bestia dei boschi
(C. Pavese, Il diavolo sulle colline, in La bella estate)

L’abito nasconde il corpo perché serve all’identificazione sociale, ai ruoli definiti della vita adulta e borghese, alla costituzione di un io in quanto individuo.

Attraverso il corpo si accede alla terra e si ripristina la comunione con l’antica madre.

La nudità richiama alla memoria le immagini dell’acqua e del sole che procura al corpo la nerezza necessaria per il ricongiungimento con la madre-terra.

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Il sesso

Il motivo del meriggio e dell’estate lo troviamo legato a quello del sesso. La campagna in estate per Pavese sprigiona energie vitali tali che tutto sembra partecipe di una danza dionisiaca in cui il momento centrale del sesso è mediato attraverso la presenza di animali come capre, caproni, serpi, cani espressioni delle forze demoniache presenti in natura. Il paesaggio nella calura estiva pare assumere connotazioni tipicamente sessuali, basti ricordare il passo in Paesi Tuoi in cui Berto, il protagonista, paragona una collina ad una mammella.

…c’era una collinaccia che sembrava una mammella tutta annebbiata dal sole e le gaggie della ferrata la nascondono, poi la fanno vedere un momento…
(C. Pavese, Paesi Tuoi)

È importante notare come il termine mammella suoni crudo, scevro di qualsiasi significato sensuale come se si facesse riferimento alle parti anatomiche di qualche animale.

Il termine collinaccia suona come spregiativo includendo in questa connotazione negativa anche il termine mammella. Il sole insieme alle gaggie trasforma l’immagine della collina in quella di una mammella.

L’immagine della mammella ricorre con ossessiva insistenza in Paesi Tuoi; in questo caso particolare la metafora si propone di rappresentare la realtà sessuale della collina annebbiata dalla forza di un sole che spesso in Pavese smorza persino le capacità razionali dell’uomo.

La collina non è vista come tratto di unione tra cielo e terra bensì come una escrescenza, come una enorme mammella paragonabile a quella di un grande animale.

In estate anche i frutti e più in generale tutta la campagna sono portatori di significati sessuali come ne Il diavolo sulle colline opera posteriore di nove anni a Paesi Tuoi.

…d’estate la campagna è disgustosa è un’orgia sessuale di polpa e di succhi
(C. Pavese, Il diavolo sulle colline, in La bella estate)

…la campagna in agosto è indecente. Che ci fanno tanti sacchi di semi? C’è un tanfo di coito e di morte. E i fiori, le bestie in calore, le polpe che cascano?
(C. Pavese, Il diavolo sulle colline, in La bella estate)

L’aggettivo disgustosa dà una connotazione negativa alla campagna estiva descritta come un’orgia sessuale di polpa e di succhi. Il termine orgia sessuale evoca immagini di forze caotiche presenti in natura; l’orgia infatti rappresenta la rottura di un ordine cosmico: I due complementi di specificazione di polpa e di succhi indicano uno la carnosità, il turgore del frutto, l’altro la ricchezza di umori.

L’aggettivo indecente della seconda frase riprende la connotazione negativa della campagna nella quale domina un tanfo di coito e di morte. L’immagine del coito e della morte sono collegati l’uno alla immagine delle bestie in preda all’istinto sessuale, l’altro ai frutti polposi, che cadono spargendo i succhi sulla terra al pari degli animali con i loro umori sessuali nell’atto dell’accoppiamento. È il tanfo di eros e di thanatos, del ciclo della natura, che domina in campagna d’estate quasi mozzando il fiato; anche i fiori con i loro profumi inebrianti concorrono nel dar vita al tanfo, che al pari dell’afa, del sole e del riverbero trovati precedentemente ottenebra le capacità razionali dei protagonisti.

L’uomo non si sottrae a questa orgia sessuale ed il suo agire non differisce da quello di qualsiasi altro animale come è evidente nella poesia Istinto.

…L’uomo vecchio ricorda una volta di giorno che l’ha fatta da cane in un campo di grano. Non sa più con che cagna ma ricorda il gran sole e il sudore e la voglia di non smettere mai.
(C. Pavese, Istinto, in Lavorare stanca)

L’uomo e la donna in questa poesia, nell’atto della copula sono paragonati a due cani in preda all’istinto. C’è una sorta di imbestiamento dei tratti umani sia fisico sia morale. Istinto è una poesia del ricordo: è l’uomo vecchio, che sull’uscio della casa in un tiepido sole osservando due cani nell’atto dell’accopiamento sulla piazza del paese ricorda l’estate della sua vita quando anche lui poteva dar libero sfogo alle passioni. Esiste un parallelo tra la stagione della vita e quella della natura. L’uomo vecchio si trova in un sole presumibilmente autunnale, mentre il suo ricordo va a circostanze esplicitamente estive.

Il campo di grano è teatro dell’incontro tra i due amanti ed è al tempo stesso simbolo di fertilità ed abbondanza (riferimento all’Ospite in Dialoghi con Leucò). Ritorna altresì il tema dell’uomo selvaggio che sotto il sole conosce una sorta di imbestiamento manifestantesi persino nella modalità di accoppiamento, che ricalcano quelle animalesche.

L’uomo vecchio ricorda… che l’ha fatta da cane …

È singolare notare, che in Pavese per l’uomo l’imbestiamento è un processo graduale, mentre la donna è identificata immediatamente con l’animale. Essa più dell’uomo è portatrice delle forze più nascoste presenti in natura. È quindi presente una identificazione molto forte tra il corpo della donna e la natura nella suo essere selvaggio e primitivo. Tra le due infatti, esiste una comune ricchezza di linfe e di succhi. In questa poesia l’uomo viene assimilato al cane, che per Pavese è la creatura che per i suoi sensi particolarmente sviluppati, come l’olfatto, è in grado di partecipare ai misteri della natura come è evidente in La casa in collina:

Fin da ragazzo mi pareva che andando per boschi senza un cane avrei perduto troppa parte della vita e dell’occulto della terra … È bello girare la collina insieme al cane: mentre si cammina, lui fiuta e riconosce per noi le radici, le tane le forre, le vite nascoste e moltiplica in noi il piacere delle scoperte
(C. Pavese, La casa in collina, in Prima che il gallo canti)

Il cane, in Pavese, diventa, talvolta simbolo satanico espressione delle forze più irrazionali. Sarà infatti il latrare di un cane a rompere il silenzio della notte scuotendo la campagna ed affine al latrare del cane è l’urlo dell’uomo lanciato in campagna come ne Il diavolo sulle colline:

…vediamo se risponde disse Oreste, e cacciò un urlo. Lacerante bestiale, come un boato e riempì terra e cielo, un muggito di toro, che qui si spense in una risataccia da ubriaco. (Oreste nella mitologia greca è l’uomo selvatico, una creatura della montagna)

Accidia

Il momento meridiano non fa da sfondo unicamente a situazioni in cui prevale l’azione. In Paesi Tuoi ad esempio si trova un passo in cui Berto e Gisella sono vinti da un senso di stanchezza espressa dall’uso dell’aggettivo fiacchi:

Eravamo in una conca che le foglie toccavano l’erba e faceva quasi buio tanto era il sole sulle piante. Ascoltando si sentiva il rumore dell’acqua sotto il sole “qui nessuno ci vede” dicevo “svestiamoci, andiamo nell’acqua”.
Lei senza levare la testa, mi teneva le mani e diceva “ci sono le cicale che ci vedono non senti?”. “Hai vergogna delle ciacale o di me?”.
Allora si lasciava carezzare, fiacchi come eravamo, e diceva delle cose piano, e chiudeva gli occhi e poco alla volta il sole correndo sull’erba le venne cadere sulle gambe fino alla vita…
(C. Pavese, Paesi tuoi)

Il momento in cui il sole raggiunge lo zenith sembra coincidere con l’oscurità della mezzanotte: “faceva quasi buio tanto era il buio sulle piante”. In questo contesto ricompare il termine conca non più come metafora uterina o luogo consacrato ad una trasformazione rituale dell’uomo-cultura in uomo-animale, ma come talamo nuziale. L’atmosfera è decisamente soffusa e sensuale: il motivo sessuale nel suo crudo realismo viene superato da una sorta di pudore, che impedisce ai due di spogliarsi e di offrire i loro corpi nudi alla natura ed all’istinto. Compare nuovamente l’elemento acqua legato alla descrizione meridiana, che deve essere ricollegato alle facoltà fecondatrici delle sorgenti che insieme a quelle del sole si esercitano col favore del sonno di mezzogiorno; il tema manifesta dunque un nuovo sviluppo delle potenzialità magiche dell’ora di mezzogiorno. Ancora una volta si ha l’impressione di seguire una concatenazione coerente di natura specificamente mitologica. Dalla lettura di questo brano si evince come il meriggio possa essere foriero oltre che di furore anche di stati emotivi come l’accidia che ha in sè passività e stanchezza. Il gran sole ha il potere di offuscare le menti e di rendere buia la campagna. È inoltre ripreso il mito classico della cicala, già presente nel Fedro platonico, come cantatrice meridiana il cui canto fa da tramite tra il mondo umano e quello degli dei, mentre qui con il suo canto sembra indurre al sonno, all’inerzia intellettuale. Platone nel Fedro lega il tema delle cicale a quello della tentazione; occorre resistere , dice Socrate, agli incantesimi delle cicale come a quelli delle Sirene e non addormentarsi a mezzogiorno per inerzia intellettuale perchè esse non ci considerino alla stregua di pecore che fanno la siesta nei dintorni di una sorgente. L’ora di mezzogiorno ed il calore soffocante sono significativamente messi in risalto come circostanze aggravanti e Platone non cesserà di richiamarne la presenza nel corso dell’intero dialogo. Questa è la prova di come l’allettamento delle cicale è concepito, nella estuosa atmosfera meridiana come un invito al sonno e all’accidia.

In Pavese, tuttavia il canto delle cicale non è sempre invito all’abbandono ed alla inattività, ma come posteriormente si trova ne Il diavolo sulle colline potrà indurre timore e sgomento.

Per me già i grilli e le cicale mi cantavano giorno e notte nel sangue, davano voce all’estate, vivevano. Certe volte il loro frastuono era tale che mi faceva rabbrividire – doveva giungere alle serpi, alle radici sottoterra
(C. Pavese, Il diavolo sulle colline, in La bella estate)

Le cicale come i grilli a differenza del passo precedente provocano in chi ascolta uno stato emotivo di paura. Il loro frastuono è simile al ronzare e tremare della terra incontrato in un passo precedente. I grilli e le cicale sono le voci dell’estate, i loro canti sembrano permeare l’intera campagna associati ad altri due elementi ctonii come le serpi e le radici; altro simbolo significativo è il sangue il cui colore evoca il pullulare della vita in campagna. Le serpi e le radici sono per Pavese i simboli delle forze negative del sottosuolo; in particolar modo queste ultime provocano brividi neri nel protagonista, che in questo contesto non preludono ad una trasformazione ad un rito metamorfico, ma sono unicamente foriere di angoscia.

Il momento meridiano grazie al calore opprimente ed all’assenza di vento contribuisce ad una interruzione del corso della natura e del tempo, è l’attimo in cui

viene il tedio
…prendo il sole e prendo l’acqua…
un fresco diverso comincia a vestire al conca e il fortore di mota si avviva
(C. Pavese, Nudismo, in Feria d’agosto)

Ritorna il motivo del sole associato all’acqua. nel meriggio c’è un fortore di fango e di morte che è paragonabile al tanfo dei fiori, delle bestie in calore, dei succhi e delle polpe prima citate.

Nella frase sopracitata è importante l’uso dei termini tedio e conca in quanto il tedio è un tipico elemento meridiano, mentre la conca in questo caso da simbolo uterino-talamico si trasforma in ricettacolo di morte, luogo ospitante l’incessante processo di trasformazione della vita in morte, ma anche della morte in vita dal momento che come era solito dire Pavese “la campagna prende tutto”.

L’esuberanza dell’estate nasconde in sè l’idea della morte così come l’immobilità ed il gelo invernale preludono ai tepori della primavera.

Al tedio è associata l’idea della morte come monotono processo di trasformazione, che in natura coinvolge ogni cosa:

Non c’è niente che sappia di morte più del sole in estate della gran luce, della natura esuberante. Tu fiuti l’aria e senti il bosco e ti accorgi che piante e bestie se ne infischiano di te. Tutto vive e si macera in se stesso. La natura è la morte.
(C. Pavese, Il diavolo sulle colline, in La bella estate)

Il verbo fiutare tipicamente animalesco è qui riferito all’uomo, che simile al cane attraverso l’odorato esplora la natura, anche se a dispetto del verbo l’uomo resta fedele al proprio status di uomo-cultura avvertendo lo iato esistente tra sè e la natura. Il verbo macerare riferito alla campagna implica un processo senza posa e senza tempo di continua trasformazione e ciò ha come conseguenza la noia ed il tedio. L’uso del verbo macerare verrà trasferito in Dialoghi con Leucò in ambito marino dove nel dialogo Schiuma d’onda è riferito al moto ondoso del mare:

…Ma tu lo senti questo tedio, questa inquietudine marina? Qui tutto macera e ribolle senza posa…
(C. Pavese, Schiuma d’onda, in Dialoghi con Leucò)

L’ora meridiana è dominata dal silenzio e dalla immobilità, ogni cosa pare trattenere il respiro; vi è una sospensione temporale in cui la coscienza dell’uomo sembra non avere di fronte ad una stanchezza coinvolgente l’intera natura. Il motivo della stanchezza legata la meriggio, insieme all’arresto del tempo, alla fiacchezza, alla noia ed alla monotonia trovano il loro maggiore sviluppo ne Il Carcere. In molti passi di questa opera si avverte la tentazione di abbandonarsi sotto il sole che versa smarrimento e sotto il quale tutto pare liquefarsi come un pomeriggio trasognato.

…L’immobile estate era trascorsa in un lento silenzio, come un solo pomeriggio trasognato.
…l’illusione ed il sentore di tutta l’estate erano entrati quietamente nel sangue, e nella stanza di Stefano, come vi era entrata Concia senza che i suoi piedi nudi varcassero la soglia.
(C. Pavese, Il carcere, in Prima che il gallo canti)

Qui l’atmosfera è onirica. C’è una immobilità nella natura che riverbera nella vita interiore del protagonista immobile e trasognato in una estate vissuta come un unico ed interminabile pomeriggio, quasi come una illusione. Nel brano compare anche il termine sangue ricorrente in gran parte della tematica meridiana, in quanto è attraverso questo elemento che all’uomo giunge la voce dell’estate. È inoltre presente la nudità riferita ai piedi di Concia.

È interessante notare l’espressione silenzio solare; qui il termine silenzio da elemento tipicamente notturno viene riferito al meriggio tale che la natura trattenesse il fiato sospendendo il ritmo incessante della vita così come si evince dalla espressione campagna immota. Si fa riferimento ad un meriggio trasparente; questa locuzione indica probabilmente la caduta nel momento meridiano di un velo che separa l’uomo dalla segreta natura delle cose.

Ne Il carcere è frequente l’uso di verbi ed aggettivi legati all’ora meridiana indicanti immobilità, silenzio e noia.

…il silenzio che seguì parve solare: l’alto silenzio del meriggio trasparente della campagna immota…
(C. Pavese, Il carcere, in Prima che il gallo canti)

…si stava bene seduti su un ceppo a socchiudere gli occhi e lasciare che il tempo passasse…
(C. Pavese, Il carcere, in Prima che il gallo canti)

Qui a differenza di altri contesti meridiani in cui prevale la posizione supina il protagonista si trova in quella seduta. Ciò tuttavia non deve far pensare ad un atteggiamento maggiormente razionale di fronte al meriggio; il protagonista ha infatti gli occhi socchiusi e questo è un tipico atteggiamento meridiano. Egli lascia inoltre scorrere il tempo in una condizione di passiva attesa. L’immobilità di questo particolare momento della giornata si ritrova in La vigna in Dialoghi con Leucò in cui all’ora meridiana viene associata la figura di Dioniso. Nel passo seguente il senso di stanchezza e di abbandono coglie l’intera natura nel momento in cui il sole è al suo acme.

…Tu sei mai stata in un vigneto in costa a un colle lungo il mare nell’ora lenta che la terra dà il suo odore? Un odore rasposo e tenace, tra di fico e di pino? …Qui regna Dioniso, e nel fresco dell’edera, nei pineti e nelle aie…
(C. Pavese, La vigna, in Dialoghi con Leucò)

La presenza del meriggio viene espressa dalla locuzione ora lenta che la terra dà il suo odore; nell’immobilità di questa ora si manifesta un odore graffiante e persistente, che sembrerebbe incrinare l’immobilità dell’attimo meridiano. È interessante notare come nelle descrizioni riguardanti il meriggio fin qui analizzate prevalga l’uso dell’olfatto e dell’udito. Nell’ora meridiana infatti il sole tende far socchiudere gli occhi e questo acuisce gli altri sensi. L’udito e l’olfatto sono i sensi privilegiati dell’animale e l’uomo nell’ora meridiana sviluppa caratteristiche fisiche e morali che lo avvicinano alla bestia.

Il sacrificio

Nel passo appena analizzato si trova una precisa identificazione tra Dioniso ed il meriggio; tuttavia la presenza del dio-meridiano in Pavese, come nella tradizione classica non coincide solamente con la quiete e la stanchezza interiore, ma spesso è foriero di morte e distruzione. Il momento meridiano è il periodo critico per eccellenza nel corso della giornata in cui la natura dell’uomo si manifesta nelle sue innumerevoli sfaccettature. È sotto il sole meridiano che si consumano le violenze più efferate e in cui si libera la forza distruttrice dell’uomo. Forte di influssi classici ed etnologici (Le Baccanti di Euripide e Il ramo d’oro di Frazer) Pavese sviluppa il tema del sacrificio rituale connesso al culto della terra. Ciò risulta evidente ne L’ospite in Dialoghi con Leucò, in cui viene ripreso il mito di Lityerse, figlio bastardo di Mida, re della Frigia, che era solito sacrificare al campo di grano durante la mietitura uno straniero di passaggio dopo averlo invitato e nutrito abbondantemente alla propria mensa. L’episodio a cui fa riferimento si compie sotto il sole; qui il tema del meriggio è legato a quello del sacrificio rituale ed al culto del grano.

…Il corpo che noi laceriamo deve prima sudare e schiumare nel sole…
(C. Pavese, L’ospite, in Dialoghi con Leucò)

Il verbo lacerare è riferibile al comportamento della bestia nei confronti della preda. La vittima sacrificale deve al pari della preda sudare e schiumare.

…dappertutto straniero si uccide sotto il sole…

È come se l’uomo dovesse sottostare ad una legge arcana secondo la quale nel meriggio tutto può accadere e di fronte alla quale gli uomini si scoprono impotenti e feroci.

In Paesi Tuoi opera precedente di sei anni Dialoghi con Leucò è già presente il motivo del sacrificio legato all’evento della mietitura anche se non in forma mitologica come nei dialoghi. In questo contesto si trova un sacrificio consumato in un contesto rurale, quello delle Langhe.

In questo romanzo il sacrificio riguarda Gisella, che durante la mietitura cade vittima del fratello Talino che, in un eccesso di follia la colpisce al collo con un tridente. Luogo di questo olocausto rusticano è il campo di grano tra i covoni, sotto il gran sole.

La morte violenta in campagna è un tema ricorrente in Pavese ed il sole gioca spesso il ruolo di crudele testimone delle tragedie che si consumano nei campi come nel caso di Luna d’Agosto:

…Il marito è disteso in un campo, col cranio spaccato dal sole…
(C. Pavese, Luna d’Agosto, in Lavorare stanca)

Il cranio da sempre è inteso come sede della razionalità è qui spaccato dal sole. L’uomo sotto il sole trova la morte come individuo ed accede alla dimensione del selvaggio come dissoluzione di un principio cosciente e definito.

Appare chiaro come Pavese abbia adattato i temi della mitologia classica e della letteratura etnologica all’ambiente rustico della campagna piementese trasferendovi tabù ancestrali come l’omicidio e lo spargere sangue. Quest’ultimo fa parte anch’esso delle simbologia legata al meriggio ed è unito indissolubilmente al motivo sessuale. In Paesi Tuoi ad esempio l’acqua del secchio di Gisella si rovescerà mischiandosi al sangue della vittima e l’unione di acqua e sangue penetrerà la terra impregnandola, quasi a fecondarla

…ma Gisella tossiva e vomitava sangue, e quel fango era nero…
(C. Pavese, Paesi Tuoi)

Gisella è la vittima consacrata al raccolto ed alla campagna la cui lenta agonia, il suo sangue, la sua morte sono quasi sentite come cose naturali per un mondo che, a chi come Berto appartiene alla città e quindi alla cultura, appare folle e selvaggio.

In campagna tutto è naturale:

…perdere sangue in campagna deve fare meno effetto che all’ombra di una casa a Torino. Una volta ne avevo visto sulle rotaie di un tram dopo una disgrazia e faceva spavento; invece pensare uno chinato che perde sangue sulle stoppie sembra più naturale, come all’ammazzatoio…
(C. Pavese, Paesi Tuoi)

Nel momento del sacrificio di Gisella si scopre il parellelo tra l’ubertosità propria della collina e le mammelle di Gisella immolata in questo rito campestre.

…Gisella era come morta, le avevano strappata la camicetta, le mammelle scoperte, dove non era insanguinata era nuda…
(C. Pavese, Paesi Tuoi)

La morte sui campi può essere intesa come un ritorno alla natura, alla madre terra; per comprendere questo concetto è utile tornare all’opera posteriore Dialoghi con Leucò in cui ne L’ospite chi è destinato al sacrificio afferma:

…Se ho ben capito, non è morte ma ritorno alla madre e come un dono ospitale. Tutti questi villani che s’affaticano sul campo, saluteranno con preghiere e con canti chi darà il sangue per loro. È un grande onore…
(C. Pavese, Dialoghi con Leucò)

La natura da Pavese è sentita come matrice misteriosa e cruenta sprigionante una forza oscura e misteriosa; l’uomo smettendo l’habitus della cultura e della civiltà si scopre essere attivamente partecipe delle sue leggi arcane attraverso una istintualità che lo assimila alle bestie dei boschi e ai tronchi. Queste energie e forze irrazionali con forti connotazioni demoniache presenti nei brani finora analizzati vengono personificate da Pavese nello strano essere metà divino e metà bestiale che è il dio-caprone presente nella omonima poesia del 1939.

Il dio-caprone è l’espressione di quella natura caotica ed irrazionale caratterizzante il mondo prima dell’avvento degli dei olimpici, che soltanto l’uomo spogliatosi della cultura può riconoscere e quindi partecipare alle sue danze sabbatiche.

Il dio-caprone riassume tutti i temi meridiani che si trovano nelle opere pavesiane; sono infatti presenti il selvaggio, il sesso, il sacrificio, il sangue e la violenza, che si sprigiona in campagna. La campagna descritta nel dio-caprone benché partecipi di un campo semantico tipicamente meridiano è una campagna di plenilunio. Si tratta quindi di un meriggio notturno in cui il sole feroce è sostituito dalla presenza della luna piena. Se nel momento meridiano le forze demoniache della natura si mostravano attraverso i neri tentacoli delle piante, nella notte di plenilunio avviene una liberazione violenta delle forze irrazionali che da pericoli incombenti ed angoscianti per l’uomo si trasformano in una vera e propria minaccia tanto è vero che

…nel crepuscolo ognuno comincia a guardarsi le spalle…
(C. Pavese, Il dio caprone, in Lavorare stanca)

Al levare della luna una sottile inquietutdine si impadronisce di tutta la campagna, una attesa febbrile possiede tutti gli animali e gli uomini:

…al levar della luna le capre non stanno più chete,
le bestie si scuotono dentro le stalle….i cagnacci più forti dan morsi alla corda…

L’intera campagna sembra attendere l’epifania del dio-caprone espressione della vitalità e della violenza distruttrice presente in natura. Il dio-caprone può essere considerato la trasposizione notturna del dio-pan; esso al pari di Dioniso sconvolge in un sabba sfrenato l’intera campagna e la sua presenza è avvertita dalle bestie come dall’uomo-selvaggio. Il suo passaggio è segnato dalla violenza e dalla distruzione. È evidente da parte di Pavese la ripresa del tema della caccia selvaggia, assai diffuso nella tradizione popolare europea e prima ancora in quella greca e latina. Si pensi ad esempio alle cavalcate delle streghe che si recano al sabba oppure il più classico feralis exercitus al seguito di Ecate, Artemide o Diana, a seconda delle diverse tradizioni, che nell’ora meridiana e durante la luna piena – per compita current et silvarum secreta perlustrans – con al seguito un concistoro di altre presenze demoniache.

Il dio-caprone è il demone della campagna ed il suo passaggio genera un sovvertimento dell’ordine naturale, tanto che i cani anch’essi partecipi della sua danza assumono connotazioni umane che si esprimono attraverso l’assunzione della posizione eretta:

…ballano tutti tenendosi ritti…

Se nel meriggio l’uomo viene raffigurato disteso, quasi rinunciasse alla peculiarità della posizione eretta in una sorta di imbestiamento; durante il sabba c’è invece una trasformazione che coinvolge la bestia, che nel suo drizzarsi sembra assumere connotazioni umane.

…solamente i cagnacci più forti dan morsi alla corda
e qualcuno si libera e corre a seguire il caprone,
che li spruzza e ubriaca di un sangue
più rosso del fuoco,
poi ballano tutti, tenendosi ritti e ululando alla luna…

Come nel momento meridiano l’uomo in presenza del sole e dell’elemento acqua riceve un battesimo da parte della natura assumendo caratteristiche bestiali così durante la notte di luna piena il cane simbolo infernale per la mitologia classica, in presenza della luna e spruzzato del sangue del dio-caprone partecipa ad un rito metamorfico che sembrerebbe renderlo simile all’uomo. Sotto la luna piena l’intera campagna come accade nel momento meridiano è teatro del sovvertimento delle leggi che regolano il cosmo. La capra è il simbolo di questa forza cieca, che si impossessa di uomini ed animali; tutto è pervaso dal suo spirito caotico e violento, la sua azione travolge ogni cosa senza trovare resistenza. Ognuno attende il dio-caprone sotto la luna e ogni timore è superato da una attrazione sessuale nei confronti del dio dei boschi:

…Saltando nel prato sventra tutte le capre e
scompare. Ragazze in calore
dentro i boschi ci vengono sole, di notte,
e il caprone, se belano stese nell’erba, le corre a trovare
ma che spunti la luna: si drizza e le sventra…

Come nel caso di Dioniso questa divinità ha la duplice valenza di dio della fecondità e quindi della vita e dio della distruzione portatore di morte.

Il verbo sventrare ci svela come la morte in realtà sia funzionale al rinnovarsi della vita assumendo in questa poesia un significato analogo al verbo lacerare di cui si è già trattato.

Nella partecipazione panica alla natura, in quel processo incessante di trasformazione da uno stato di cultura ad uno di natura c’è una vera e propria destrutturazione della coscienza individudale in un superato dalla coscienza, che spesso in Pavese viene simbolizzato attraverso la lacerazione e quindi la distruzione dell’uomo in quanto corpo. Lo sventrare, il lacerare, lo strappare sono verbi spesso connessi al concetto di ritorno alla madre terra come è evidente ne L’ospite in cui nella vittima destinata al sacrificio c’è una serenità per quella che lui stesso non viene considerata una morte ma come un ritorno possibile attraverso un processo di deindividualizzazione. In termini psicanalitici si può leggere il meriggio come un momento in cui l’uomo accede ad uno stato di destrutturazione del proprio ordinario stato di coscienza che permette di accedere al selvaggio inteso come coscienza transindividuale capace di superare la divisione soggetto-oggetto. Questa trasformazione della coscienza umana è simbolizzata dal sabba de Il Dio Caprone che al pari degli altri riti meridiani è l’espressione della rottura dell’ordine e delle leggi del mondo olimpico e la rivalsa su questo delle antiche deità ctonie espressione di quel mondo mostruoso in cui, come afferma Pavese in questo passo della nube.

…era consentito alle nature più diverse di mischiarsi, e speseggiavano quei mostri contro i quali l’olimpo sarà poi implacabile…
(C. Pavese, La nube, in Dialoghi con Leucò)


Bibliografia

  • R. Caillois (1988), Demoni meridiani, Bollati Boringhieri
  • C. Pavese (1936), Lavorare stanca, Einaudi.
  • C. Pavese (1941), Paesi Tuoi, Einaudi.
  • C. Pavese (1945), Feria d’agosto, Einaudi.
  • C. Pavese (1947), Dialoghi con Leucò, Einaudi.
  • C. Pavese (1948), Prima che il gallo canti, Einaudi.
  • C. Pavese (1949), La bella estate, Einaudi.
  • K. Schechta (1954), Nietzsche e il grande meriggio, Guida Editore.
  • F. Vaccaneo (1999), Fumatori di Carta. Nuto e Pavese, Ed. Omega.
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