Segretezza esoterica e simbolismo animale tra Medioevo e Rinascimento: il basilisco nel Secretum secretorum

di Davide Arecco e Valentina Borniotto

basilisk1. Alle origini del pensiero europeo l’immagine del sapere è quella d’una saggezza vista come iniziazione, come patrimonio che a pochi soltanto è dato attingere. Il Secretum secretorum pseudo-aristotelico ebbe, durante il Medioevo ed ancora nel corso dell’età umanistico-rinascimentale, vasta diffusione. In forma epistolare, Aristotele rivela al suo allievo Alessandro Magno i segreti riservati ai più intimi tra i suoi discepoli, segreti riguardanti la medicina, l’astrologia, la magia, l’alchimia e la fisiognomica. Si tratta di un libro tra i più popolari del Medioevo, di cui sono stati ritrovati nelle biblioteche europee oltre cinquecento esemplari manoscritti.[1]

La letteratura sui segreti esoterici rimane estranea alla realtà delle grandi università medievali, caratterizzate dalla promozione della scolastica peripatetica codificata a partire dal XIII secolo, ma è ugualmente circolante anche presso i maggiori esponenti intellettuali del Basso Evo. Alla fine del Duecento, in Inghilterra, Roger Bacon teorizza una scienza empirico-sperimentale che di fatto è per due terzi ermetica e pertanto non trasmissibile al volgo dei profani. Nell’Opus maius, facendo eco al Secretum, Bacon affermava che

i saggi sono sempre separati dalla moltitudine, e hanno protetto i segreti della saggezza non solo dal mondo in generale, ma anche dalle fila di coloro che si sono dedicati alla filosofia. Aristotele dice anche nel suo libro di Segreti che avrebbe rotto il sigillo celeste se avesse reso pubblici i segreti della natura. Per questa ragione, benché i saggi fornissero nei loro scritti le radici dei misteri della scienza, non avevano dato i rami, i fiori e i frutti alle ragioni dei filosofi. Essi, infatti, o hanno omesso questi argomenti dai loro scritti, o li hanno celati con un linguaggio figurato o in altri modi, di cui non intendo parlare al momento. Quindi, stando all’opinione espressa da Aristotele nel suo libro dei Segreti e dal suo maestro, Socrate, i segreti delle scienze non sono scritti sulle pelli di capre e pecore per essere scoperti dalla moltitudine.[2]

Il Secretum secretorum cui si riallaccia Bacon reca impressi i vincoli di quella ‘ideologia della segretezza’ che contraddistingue tutta la tradizione ermetica. Attribuito ad Aristotele, al solo scopo di accreditarne il valore, mediante il richiamo ad un maestro autorevole e riconosciuto anche dalla cultura ufficiale, il Secretum condivide con l’ermetismo la distinzione – eraclitea prima, gnostica ed averroistica poi – tra due tipologie di uomini: da una parte, la massa dei semplici e degli ignoranti e, dall’altra, quei pochi eletti capaci di accedere alla verità, nascosta dietro lettere e simboli, in quanto iniziati ai sacri misteri. E’ una rappresentazione della conoscenza che connota la magia naturalis di epoca rinascimentale (da Ficino a Bruno, da Agrippa a Campanella) e che si ritrova anche, come si è ormai accettato in sede storiografica, in diversi fautori di quel sapere pubblico che fu la cosiddetta rivoluzione scientifica del secolo XVII. L’esoterismo dei cultori di scienze occulte, in altre parole, rientrò talvolta anche nell’esoterismo degli studiosi di scienze della natura. A fare da collante era, spesso, una non dissimile visione del mondo e della storia.[3]

L’impostazione di fondo del Secretum secretorum, tra Medioevo e Rinascimento, era inoltre cristianizzabile ripensando a un passo del Vangelo secondo Matteo (7, 6), là dove Cristo afferma di non dare ai cani ciò che è sacro e di non gettare perle ai porci, che le calpesterebbero. Come veniva letto, dai compilatori e dai lettori scelti del Secretum, per vari secoli, questo passo evangelico? Nel modo seguente: quanto è davvero prezioso non è per tutti, la verità va tenuta segreta, la circolazione di essa è soltanto pericolosa. L’idea di un sapere segreto, concernente le cose essenziali del Cielo e della Terra, sapere la cui divulgazione avrebbe avuto conseguenze altamente nocive, si configurò a lungo, nella cultura europea, come una sorta di paradigma prevalente. La comunicazione doveva per ragioni costitutive e irrinunciabili riguardare pochi adepti della conoscenza. Ai loro occhi la schiera esigua dei dotti o veri uomini si contrapponeva in termini radicali al promiscuum hominum genus o gran folla degli incolti. Inutile insistere troppo sulla evidente valenza aristocratica, chiaramente nel senso spirituale della parola, di tale ideologia della segretezza.[4] Quel che qui più ci preme è semmai sottolinearne la strettissima connessione con l’universo del simbolismo, specie zoologico ed ancora in relazione al Secretum secretorum. Lo faremo scegliendo di parlare del basilisco.

2. La civiltà medievale ha subito un’enorme fascinazione dalla figura di Alessandro Magno, tanto da caricarla dei sogni e delle ambizioni della gente, trasformando l’eroe macedone in una sorta di prototipo del supereroe moderno, in grado di compiere imprese straordinarie, superando i “limiti imposti all’umana natura”. Il testo ellenistico del Romanzo di Alessandro – attribuito ad un autore anonimo di area alessandrina, noto come “pseudo-Callistene” – diviene un ottimo punto di partenza per la fantasia degli scrittori del Medioevo, i quali accrescono continuamente il corpus del Romanzo, ottenendo, perciò, una «silloge di testi differenti, superficialmente legati dal riferimento al comune protagonista».[5]

Ad ogni traduzione o interpolazione, infatti, Alessandro si fa protagonista di sempre nuove imprese leggendarie: ad esempio è l’unico essere umano ad aver avuto la possibilità di ascendere al cielo ancora in vita o di esplorare il fondale marino, chiuso all’interno di una sfera di vetro.[6] In aderenza al gusto medievale per il tema del monstrum, la letteratura di genere propone, inoltre, numerosi racconti in cui l’eroe sconfigge esseri orribili e spaventosi, salvando coraggiosamente il suo esercito da una misera fine; in questo filone di leggende si inserisce la figura del basilisco, mostro ibrido gallo-serpente, dotato di una eccezionale forza venefica e della straordinaria capacità di uccidere con lo sguardo.

Già a partire dalle fonti classiche, il basilisco viene definito rex serpentium per la sua schiacciante superiorità sulle altri serpi e, in generale, su tutti gli animali, infatti

si dice che gli uomini, alla sua vista, udito il suo sibilo oppure al suo semplice cospetto moriranno all’istante; così anche gli altri animali che si avvicinano a lui, anche se giace a terra morto, muoiono immediatamente. Per questo motivo tutti gli animali evitano la sua vicinanza.[7]

Nonostante la sovrabbondanza di caratteristiche straordinarie, la reale esistenza del basilisco non viene messa in discussione per molto tempo, come testimoniano le numerose cronache di presunte «apparizioni» del mostro, contro il quale l’umanità deve lottare, servendosi del proprio ingegno e della fede in Dio.

L’immensa stima che il Medioevo attribuisce ad Alessandro fa sì che l’eroe diventi il primo uomo ad aver sconfitto il terribile basilisco, grazie all’uso di uno specchio, oggetto che acquisterà un enorme valore allegorico nella letteratura poetica duecentesca e, successivamente, nell’emblematica rinascimentale.[8]

La prima citazione del coinvolgimento di Alessandro contro il basilisco si trova nel testo dell’ Historia de preliis Alexandri Magni, basato su una traduzione latina del Romanzo ellenistico e risalente – nella sua redazione originale (ancora priva dell’episodio del basilisco) – al X secolo; da questo testo vennero realizzate, con interpolazioni varie e successive, almeno tre redazioni e soltanto nell’ultima di esse, nota come J3, databile al 1150 circa, appare il re dei serpenti.[9]

Secondo la narrazione, l’esercito macedone, in viaggio durante una spedizione in oriente, si imbatté in un basilisco, talmente velenoso da appestare l’aria non soltanto con il suo odore, ma con il suo stesso sguardo, causando innumerevoli morti fra i soldati ignari, che si rifiutavano di proseguire, interpretando questi segni misteriosi come un avvertimento divino.

Con il coraggio che lo contraddistingue, quindi, Alessandro impose dei limiti invalicabili per i suoi uomini e si avviò da solo sopra un monte, per poter osservare dall’alto la zona, in cerca della causa dell’ improvvisa pestilenza che stava decimando la sua armata. Proprio sulla cima della montagna, il condottiero macedone trovò il mostruoso basilisco che dormiva continuamente, svegliandosi soltanto quando sentiva avvicinare un uomo o un animale; solo allora apriva gli occhi, uccidendo immediatamente il malcapitato. Alessandro, quindi,

fece costruire un grande scudo lungo sei cubiti e largo quattro e sulla superficie esterna inserì uno specchio enorme. […] Avvicinatosi al basilisco, quello aprì gli occhi e fissò lo specchio con rabbia, ma, riflettendo se stesso, rimase subito ucciso. Alessandro poi, vedendo che era morto, gli salì sopra e chiamati i suoi soldati disse: «Venite e guardate il vostro assassino». Quelli videro il basilisco ucciso e, su ordine di Alessandro, lo bruciarono, elogiando fra loro la sua sapienza. [10]

Tra la fine del XII e l’inizio del XIV secolo, questa impresa – di diffusione certamente molto ridotta, rispetto ad altre leggende di Alessandro – viene ripresa e parzialmente modificata nella raccolta aneddottica di autore anonimo, nota come Gesta Romanorum, dove si legge che

Una volta [ad Alessandro] accadde di radunare un grande esercito e di assediare una città: in questo stesso luogo subì numerose perdite fra i suoi soldati e fra altre persone senza che fossero feriti. Meravigliandosi molto di ciò, chiamò i filosofi e chiese loro: «Maestri, come può accadere questo, che i miei soldati muoiano improvvisamente senza ferite?» Quelli risposero: «Non c’è da stupirsi, giacché sopra le mura della città c’è un basilisco, dal cui sguardo i soldati sono avvelenati e muoiono». Chiese allora Alessandro: «Che rimedio c’è contro il basilisco?» Gli risposero: «Si ponga uno specchio in alto fra l’esercito e le mura, dove si trova il basilisco; quando guarderà nello specchio, il riflesso del suo sguardo tornerà verso di lui e così morirà».[11]

Rispetto al precedente dell’Historia de preliis, è subito evidente come qui il ruolo di Alessandro venga ridimensionato: l’eroe macedone non è più unico artefice della vittoria sul re dei serpenti, ma, al contrario, si dimostra totalmente dipendente dai filosofi e si fa coraggioso braccio per le loro menti, limitandosi a mettere in pratica i consigli ricevuti.

L’influenza delle parole dei filosofi sull’ impresa di Alessandro, non può che richiamare alla mente il Secretum secretorum, dove Aristotele, come detto in precedenza, si fa maestro del giovane eroe, preparandolo ad affrontare le difficoltà che la sua vita straordinaria gli avrebbe riservato. Anche nel caso del basilisco, dunque, l’espediente dello specchio potrebbe derivare da un insegnamento dello Stagirita; è questa l’opinione di Roger Bacon, grande studioso del testo del Secretum, che cita, in due differenti opere, la leggenda di Alessandro e del re delle serpi.

Secondo Bacon, Aristotele aveva insegnato al macedone le innumerevoli proprietà degli specchi, in particolare la possibilità di indirizzare il veleno secondo la propria volontà; memore di questo insegnamento, Alessandro aveva utilizzato lo specchio come una sorta di catapulta, riflettendo lo sguardo venefico del basilisco contro le mura di una città nemica. Si diceva, infatti, che tale città, assediata dall’esercito macedone, avesse posto il mostro sulle fortificazioni nella speranza di sconfiggere i nemici, ma che, grazie all’azione di Alessandro, venisse distrutta proprio dal veleno del basilisco. Stando a questa narrazione, che si trova con poche varianti sia nell’Epistola de secretis operibus artis et naturae e de nullitate magiae[12], che nell’Opus Maius[13], sarebbe quindi Aristotele il primo a pensare allo specchio come rimedio per l’azione pestilenziale del basilisco.

La tradizione secolare del Secretum secretorum, tuttavia, si interseca – come nel caso della maggior parte dei Macrotesti, tra cui il già citato Romanzo di Alessandro – con numerose altre fonti e soprattutto con quelle ritenute dello stesso autore. Come è noto, l’origine del Secretum è orientale: il testo originario è il Kitab-Sirr al-asrar scritto in siriaco (presumibilmente nell’VIII secolo), poi tradotto in arabo nel IX secolo; da questa versione furono tratte due traduzioni latine, una per mano di Giovanni da Siviglia (1130 circa) e l’altra di Filippo da Tripoli, databile al 1220, che diedero avvio all’immensa fortuna del testo in occidente.[14]

Per molto tempo, tuttavia, l’opera fu ritenuta autografa di Aristotele e perciò spesso stampata o pubblicata insieme ad altri scritti del filosofo, siano essi autentici, o ritenuti tali. Tra le opere pseudo-aristoteliche certamente commiste alla trasmissione del Secretum vi è il trattato De Lapidibus, da attribuire, probabilmente, ad un monaco siriano dell’ VIII secolo (assimilabile quindi al Secretum sia per ambito geografico che cronologico), tradotto poi in latino da Alfredo Anglico agli inizi del Duecento.

Nell’incipit del libro l’anonimo autore attribuisce la completa paternità dell’opera ad Aristotele, maestro del grande Alessandro, dichiarando di aver svolto soltanto un mero lavoro di traduzione da un manoscritto greco, erroneamente attribuito al filosofo, alla lingua siriana:

Hunc librum fecit magnus Aristoteles, filius Nicomachi, magister Alexandri Magni regis Phylippi regis Macedonum filii. Et ego transfero ipsum ex greco sermone in idyoma syrorum. [15]

Il testo è un trattato sulle molteplici proprietà delle pietre, strutturato come una sorta di diario scritto in prima persona da Aristotele, il quale racconta le sue personali esperienze con frequenti accenni alle meravigliose azioni di quell’Alexander discipulus meus, di cui si fregia orgogliosamente di essere stato maestro.

In questo contesto si narra di una spedizione orientale di Alessandro nella valle del Caragian, così impervia e oscura da far sì che nessun uomo fosse mai riuscito a raggiungerne il fondo, ma, come di consueto, anche in questo caso il condottiero macedone supera – primo fra tutti gli uomini – le difficoltà naturali e, giunto in profondità della valle, scopre l’esistenza dei diamanti, in precedenza ignoti all’umanità.

Desideroso di impossessarsi di simili meraviglie, Alessandro si imbatte in serpenti di forma mostruosa, che gli impediscono di avvicinarsi; per risolvere il problema, quindi, l’eroe si procura uno specchio e i mostri, veduta la loro immagine riflessa, muoiono all’istante.[16] Nonostante si parli di generici serpenti mostruosi, l’affinità con la leggenda del basilisco è evidente, inoltre, la connessione con Aristotele sembra coincidere anche con le parole di Bacon, per cui il filosofo greco sarebbe stato l’ inventore dello stratagemma dello specchio.

Questo passo si può forse considerare, quindi, fonte primaria per la successiva rielaborazione della leggenda, che, contaminata con tradizioni testuali differenti, connesse al filone del Secretum secretorum, porterà alla sostituzione dei generici mostri serpentiformi con il basilisco, animale più specifico e più noto al popolo e, non a caso, sovrano di tutte le serpi.


 

Note

[1] L. Thorndike, A History of Magic and Experimental Science, New York, 1923 e segg.

[2] W. Eamon, La scienza e i segreti della natura. I ‘libri di segreti’ nella cultura medievale e moderna, Genova, 1999, p. 82.

[3] P. Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, Roma – Bari, 1997, pp. 17-19.

[4] R. Guénon, Considerazioni sull’esoterismo cristiano, Carmagnola, 1997.

[5] C. Frugoni, La fortuna di Alessandro magno dall’antichità al Medioevo, Firenze, 1978, p. 4.

[6] Per queste leggende si veda, ad esempio, V.M. Schmidt, A legend and its image: the aerial flight of Alexander the Great in Medieval art, in «Mediaevalia Groningana», VII, Groningen, 1995; L. Stagno, La discesa di Alessandro sul fondo del mare. Una rara iconografia negli arazzi con ‘Storie di Alessandro’ della collezione Doria Pamphilj, in Da Ulisse a… Il viaggio negli abissi marini tra immaginazione e realtà, Atti del convegno internazionale (Imperia, 6-7-8 ottobre 2005), a cura di G. Revelli, Pisa, 2007, pp. 503-504. Per la trasmissione delle leggende medievali su Alessandro, cfr. anche D.J.A. Ross, Studies in the Alexander Romance, London, 1985, e R. Stoneman, Alexander the Great. A life in legend, New Haven, 2010.

[7] Galeno, De Theriaca ad Pisonem, VIII.

[8] Per una trattazione sulle caratteristiche del basilisco e sulla sua fortuna tra letteratura ed arte si veda V. Borniotto, “Rex serpentium”: il basilisco in arte tra storia naturale, mito e fede, in «Studi di storia delle arti. Rivista dell’Istituto di Storia dell’arte dell’Università di Genova», 2011, v.d.p.

[9] Cfr. R. Wittkower, Allegoria e migrazione dei simboli, Torino, 1987.

[10] Die Historia de preliis Alexandri Magni, Rezension J3, a cura di K. Steffens, Meisenheim, 1975.

[11] Gesta Romanorum, cap. CXXXIX, cit. in F. Zambon, Il bestiario igneo di Giacomo da Lentini, in La poesia di Giacomo da Lentini. Scienza e filosofia nel XIII secolo in Sicilia e nel Mediterraneo Occidentale, Atti del Convegno (Barcellona 16-18, 23-24 ottobre 1997), a cura di R. Arquès, Palermo, 2000, pp. 140 e segg.

[12] R. Bacon, Epistola de secretis operibus artis et naturae et de nullitate magiae, in Opera Quaedam hactenus inedita, a cura di J. S. Brewer, London, 1859, vol. 1, cap. V (De experientiis perspectivis artificialibus), p. 535: «Possent etiam sic figurari corpora, ut species et influentiae venenosae et infective ducerentur quo vellet homo; nam sic Aristoteles fertur docuisse Alexandrum; quo documento venenum basilisci, erecti super murum civitatis contra exercitum, deduxit in ipsam civitatem».

[13] R. Belle Burke, The Opus Majus of Roger Bacon, Whitefish (Usa), 2002, vol. 1, cap. VII, p. 164: «So Alexander, instructed by Aristotle, as the histories state, by means of large polished bodies bent back upon a city the poisonous species of a basilisk placed on the wall to slay the army, so that it was destroyed by its own venom».

[14] Cfr. G. Cary, The Medieval Alexander, Cambridge, 1956, p. 21.

[15] J. Ruska, Das Steinbuch des Aristoteles, Heildelberg, 1912, p. 183.

[16] Ivi, p. 195: «Alexander […] fecit deportare speculum in vallem horum serpentum taliter quod ipsi serpentes possent videre corpora sua in speculo. Et statim dum corpora sua in eo cernebant moriebantur».


Il primo paragrafo è di Davide Arecco, il secondo di Valentina Borniotto.

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