La civetta

di Franco Cardini

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Trittico delle delizie, particolare dal Giardino delle delizie (1503-1504) di J. Bosch.

Rapace notturno, compagna delle streghe, per alcune tradizioni la civetta è un uccello di malaugurio; gli egizi la associavano alla morte. Athena, figlia di Zeus, la riscatta pienamente dalla sua fama sinistra. Nella mitologia greca, infatti, la civetta è il simbolo della sapienza, dell’intelligenza razionale che discerne laddove altri scorgono solo ombre e tenebre.

Chouette!“. L’esclamazione francese – ma, soprattutto, parigina – è intraducibile. Designa comunque una cosa bella, gaia, chic, divertente, godibile, adorabile. Noi italiani siamo ben più grevi, quando chiamiamo “civetta” l’ordigno da richiamo della caccia o quando definiamo “civetta” una ragazza che ama farsi guardare e corteggiare. Quei negozietti di cose carine e inutili che piacciono tanto nelle grandi città del nostro Occidente corrotto, sono pieni, tra le altre cose, di civettine d’ogni materiale, forma e colore. Civettine, e non altri animali; salvo forse un altro “trasgressore”, un altro abitatore notturno dei tetti, un altro ladro stregone dagli occhi scintillanti: il gatto.

Qual è la causa del fascino che la civetta esercita su di noi? Non certo – o non soltanto – il fatto che si tratti di un rapace notturno dotato per di più di fama sinistra: gli egizi (che se ne servivano nell’alfabeto geroglifico) lo associavano alla morte, noi occidentali ne avremmo più tardi fatto un compagno delle streghe. Ma, in materia di rapaci notturni e di tradizioni relative, c’è fra noi una certa confusione: si tende ad esempio a confondere la civetta e il folklore ad essa relativo con il gufo o il barbagianni.

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La civetta come simbolo di sapienza in un ex-libris dei primi del ‘900.

La strix di cui ci parlano Plauto, Properzio, Ovidio e Plinio, uccello notturno che succhia il sangue soprattutto dei bambini e che sovente si presenta come la metamorfosi di una donna malvagia o di una larva, è identificabile con il barbagianni: ma in parecchi dialetti italiani la civetta si chiama in un modo che dipende dalla parola strix. Ed è subito strega.

Eppure la più illustre donna esperta di magia e capace di trasformarsi in rapace notturno che la letteratura latina ci abbia tramandato, la Panfile della Metamorfosi di Apuleio, si trasforma chiaramente in bubo, in gufo, non già in noctua, in civetta.

Ma distinguere tra i due tipi di animali non doveva essere concettualmente facile. Allo stesso modo, nelle culture amerinde precolombiane, ci si trova dinanzi a rapaci notturni lo statuto mitico-simbolico dei quali è chiaramente funereo e ctonio: è un gufo, una civetta o un volatile similare la “guardiana della casa oscura della terra”, signora lunare delle notti, delle piogge e delle tempeste adorata presso gli Aztechi? È un gufo o una civetta il rapace notturno che sormonta il coltello sacrificale semilunato nei reperti della cultura chimu del Perù, e la presenza del quale è senza dubbio collegabile al complesso sacrificio- morte, tanto più che sovente l’accompagnano due altri animali dal valore infero e psicagogico, due cani?

Diciamo subito che, quando simboli simili si presentano in contesti tanto lontani e diversi fra loro, la chiave interpretativa tipologico-morfologica non persuade mai; quella archetipica si rivela troppo spesso fideistica, generica e insufficiente; quella diffusionista non è utilizzabile se non accompagnata da convincenti prove (o almeno da ipotesi specifiche e concrete, e soprattutto poi credibili) sui meccanismi della diffusione o della migrazione dì un simbolo o un complesso dì simboli; quella strutturalista appare deterministica e meccanica. Insomma, non si può che registrare la coincidenza – il che non vuol dire certo trarne conclusioni superficiali; ma nemmeno tacerla o negarla – e sospendere il giudizio.

Molto diverso il discorso, per noi, quando troviamo nella tradizione dell’antica India elementi che poi incontreremo nella letteratura e nel folklore d’Europa. Nel Rigveda un mostro notturno è paragonato a un khargaltâ, rapace non ben identificato ma che forse è la civetta stessa, che del resto si chiama altresì naktacaras: parola dall’etimo evidente, e da collegarsi con il latino noctua. Nel medesimo testo, si registra la credenza che il grido della civetta possa essere un funesto augurio, in termini che tornano puntualmente in un frammento di Menandro, e che restano vivi in molte tradizioni europee (in materia, la più precisa è quella ungherese che associa la civetta alla morte).

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Paggio con la civetta, dettaglio dell’Adorazione dei Magi (1512) di Ludovico Mazzolino.

La civetta dell’antica India ha due nemici: il considerarli analiticamente, ci aiuterà forse a cogliere meglio il messaggio celato dietro questi racconti.

Nel Ramayana, l’inimicizia è fra l’avvoltoio e la civetta, i quali si disputano il medesimo nido. Il dio Rama, chiamato a giudice della contesa, è intenzionato ad assegnare la ragione a chi occupa il nido da più tempo: l’avvoltoio risponde che esso è suo fin dal momento nel quale la terra si è popolata di uomini, la civetta che è invece suo fino da quando la terra si è popolata di alberi. Rama decide per la civetta, in quanto gli alberi sono più antichi dell’uomo. Sembra qui delinearsi un conflitto tra un asse “solare”, quello avvoltoio-uomo, e uno notturno, quello civetta-albero. Rispetto alla chiarezza del giorno amata dall’uomo e dal rapace diurno, la civetta predilige la foresta cupa, una sorta di hyle greca: e questa notte-ombra precede la luce del sole e la comparsa dell’uomo sulla terra.

Il Panchatantra invece, tra le sue storie di animali, narra del conflitto tra la civetta e il corvo: a proposito del quale, già nel Mahabarata, si dice che la civetta uccide i corvi di notte, mentre questi dormono. Ma il Panchatantra presenta, fra civette e corvi, una guerra vera e propria. Gli uccelli sono stufi di avere un re come Garuda, che pensa soltanto al suo dio Vishnu: essi stanno per eleggere re la civetta quando il corvo si oppone, sostenendo che essa è il più furbo tra gli uccelli.

Ne nasce una guerra e comunque un’inimicizia inestinguibile, che si riscontra anche in altre tradizioni: come in quella russa, dove la civetta accusa – a ragione – presso l’aquila, il corvo di aver mangiato le uova delle oche e dei cigni, e quegli viene punito.

Lo stesso Aristotele, nel suo scritto sugli animali, sostiene che il corvo distrugge il nido della civetta di giorno e questa a sua volta il nido di quegli durante la notte. poiché in altre tradizioni – dall’antica germanica alla pellerossa delle praterie – il corvo è animale “solare”, si potrebbe pensare qui a una lotta fra il giorno e la notte. Il corvo, d’altronde, è animale dallo statuto simbolico segnato da una forte bipolarità, e rappresenta anche la notte senza luna, dinanzi alla quale la civetta – illuminata dai suoi grandi occhi e dalla sua astuzia proverbiale – rappresenterebbe invece la notte lunare, quella durante la quale si possono discernere le cose.

Nella tradizione bizantina ed europea, dove questi racconti vengono senza sosta ripresi e rielaborati, talora i ruoli s’invertono: è il corvo che sta per essere proclamato re, e la civetta che invece si oppone. La civetta gioca sovente un ruolo che può ricordare quello del trickster, e in ciò il De Gubernatis ha ricordato che un celebre giullare della tradizione tedesca, Tilf Eulenspiegel, mantiene nel suo nome un’allusione alla civetta. Eulenspiegel è nome che si potrebbe tradurre come “specchio della civetta”; specchio e civetta sono in effetti nel Medioevo due attributi dei giullari con riferimento alla vanitas e alla follia. La funzione notturno-lunare del rapace sembra d’altronde confermata dalle sue frequenti “inimicizie”, metafora forse di una bipolarità. La civetta, nella tradizione greca, è ostile allo stesso Dioniso: forse perché il suo vegliare notturno è suscettibile di vedere e pertanto violare i mysteria dionisiaci, che appunto durante la notte hanno luogo? Sta di fatto che, secondo una credenza degli antichi greci, un uovo di civetta bevuto nel vino per tre giorni di seguito faceva divenire astemio qualsiasi bevitore accanito.

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Minerva con alcuni suoi attributi, tra cui la civetta che “significa il consiglio del prudente” (Immagini delli Dèi de gl’Antichi, V. Cartari).

Certo, la sua fama di uccello di malaugurio era ben radicata. La troviamo in Eliano e in Apuleio prima di riscoprirla nel folklore europeo ancor oggi vivo. Né a tale fama osta il fatto che le sue penne potessero essere un buon amuleto, com’è attestato nel Khorda Avesta e com’era credenza presso i tartari. La credenza che la civetta possa predire le disavventure è attestata nelle Metamorfosi di Ovidio, dove Asclalafo è mutato da Cerere in una civetta maschio (un animale ritenuto immondo; quando entrava nel tempio di Giove Capitolino, l’edificio si doveva purificare) in quanto l’aveva accusata presso Giove di aver mangiato di nascosto una melagrana, frutto come è noto in rapporto diretto con il mondo infero; una volta cambiato in civetta, Asclalafo avrebbe potuto predire soltanto il male.

E che tale fosse il potere della civetta, lo rammentava nel Medioevo Alberto Magno; anche per questo essa entrava come ingrediente nei filtri delle streghe lo ricorda William Shakespeare nel Macbeth. Vero è che vi sono tipi di civette particolarmente note per i loro tratti inquietanti la più interessante al riguardo è la “civetta cornuta”, che in Italia si chiama “chiù” o, in Sicilia, “Jacobbi”. Ancora un riferimento alla luna, e ai suoi due corni?

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La civetta effigiata su una moneta di Cnosso accanto al labirinto; l’animale diviene qui apportatore di ordine, elemento per cui “il caos diviene cosmo e lo spazio diviene sacro”.

E quindi aveva, appunto, una figlia la quale era innamorata di lui e riuscì a congiungersi con lui a sua insaputa; venuto a conoscenza del misfatto Nykteo avrebbe voluto uccidere la figlia, ma Athena ebbe pietà di lei e la trasformò in civetta.

Insieme ad Athena, le caratteristiche della civetta sembrano mutare di segno, ed essa si riscatta dalla sua fama sinistra. La sua capacità di vedere al buio diviene un simbolo della sapienza, della chiarezza d’idee, dell’intelligenza razionale che discerne là dove altri scorgono soltanto ombre e tenebre. Il suo nome greco è peraltro glàux, “la rilucente”, grazie ai suoi occhi lucenti come la luna che riflette la luce del sole. Il suo vegliare nella notte è paragonato, da allora in poi, al vegliare del saggio; il suo grido lamentoso tende a non venire più inteso come presagio funesto, ma come ammonizione tesa a rammentare la brevità della vita, ma anche a confortare, annunziando la prossimità dell’alba.

Non è certo casuale la somiglianza tra la figura di una civetta e il ciuffo di peli che costituisce il vertice della criniera del cavallo di Marco Aurelio in Campidoglio, esattamente fra le orecchie del grande quadrupede. L’imperatore-filosofo viene qui rappresentato come vegliato e guidato dal volatile di Athena, dall’uccello della tenebra insonne e della chiarezza della mezzanotte. Secondo la leggenda, alla fine dei tempi, la statua “di Costantino” ( com’è popolarmente detta quella di Marco Aurelio) recupererà la patina d’oro che il tempo le ha strappato, e la civetta bronzea si alzerà in volo annunziando il Giudizio Universale. E sarà messaggera dell’alba del regno di Dio, non di una sciagura.

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Vaso centro-americano raffigurante una civetta.

Nella tradizione cristiana, accanto all’uso della civetta come animale funereo (ma con allusione all’immortalità dell’anima: essa veglia nella notte, come l’anima veglia pur nella morte del corpo), coesistono due tradizioni ancora una volta polarizzanti. Da una parte, il gufo, la civetta e gli animali notturni in genere sono creature malvagie in quanto amiche della notte: esse sfuggono il giorno, quindi quel Sol Iustitiae che è Cristo; e perciò stesso si dispongono a entrare a far parte del corteggio diabolico e stregonico e possono anche essere prese a simbolo del popolo ebraico, che ha rifiutato la luce del Cristo e l’ha evitata come la civetta e il gufo rifuggono dalla luce diurna.

Ma, d’altro canto, il Cristo solo, che veglia durante la notte in cui viene tradito, può dire col Salmista:

Sono divenuto come la civetta fra le rovine, come l’uccello solitario sul tetto.

La civetta è l’uccello di Athena – Minerva, generata dalla testa di Giove: può quindi essere presa a simbolo del Verbo divino, generato dal Padre; e dello Spirito Santo inteso come Pistis-Sophia, come sapienza. La scienza emblematica rinascimentale insiste su questo ruolo della civetta come animale di Athena, collegate entrambe dal colore azzurro brillante, “glauco”.

Nel 1490, in un torneo a Bologna, si affrontarono le squadre della Sapienza, tutte abbigliate in azzurro, e della Fortuna, tutte abbigliate in verde. L’azzurro della sapienza rinviava senza dubbio al glauco, colore di Minerva, ma anche al manto di Maria intesa come Sedes Sapientiae; e del resto Minerva condivideva con Maria l’attributo di Parthenos, “vergine”.

La civetta, uccello notturno, diveniva così il volatile della notte materna, la notte che cinge il Figlio di Dio prima di darlo alla luce; era l’animale della Virgo Paritura, signora apocalittica della notte, della luna e delle stelle, signora della hyle, della natura indomita che viene informata dal verbo divino.

La povera civetta crocifissa sulle porte dei contadini, in Francia, rivendica così sul suo corpicino martoriato, l’eredità simbolica di culti e tradizioni molteplici: è il malaugurio che si vuol tenere lontano dalla dimora, ma è anche la figura della sapienza divina, del Verbo che ha sofferto nella notte del Sepolcro per trionfare su di essa e salvare il genere umano.

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La Civetta come simbolo di sapienza. Un altro ex-libris dei primi del ‘900.


La serie di Franco Cardini dedicata alla tradizione del simbolismo animale e dei bestiari, originariamente pubblicata sulla rivista Abstracta tra il 1986 ed il 1989 col titolo di Mostri, Belve, Animali nell’immaginario medievale, è integralmente ospitata su Airesis nella sezione Il giardino dei Magi.

Il sito personale di Franco Cardini: www.francocardini.net

Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Abstracta n. 22 – gennaio 1988, pp. 58-63, riprodotto per gentile concessione dell’autore che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

Airesis è un progetto ideato e fondato da Paolo Aldo Rossi, Ida Li Vigni e Massimo Marra
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