Dei riflessivi incanti

Gli specchi magici e l’ars specularis

di Luciano Pirrotta

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Dama allo specchio (guazzo su carta, india, 1730 circa)

La pratica della catottromanzia, la divinazione condotta con l’ausilio degli specchi, ha radici simboliche profonde, connesse con le figure archetipiche della donna, dell’acqua e della luna: a questo sostrato simbolico è legato anche un certo carattere i nefandezza che gli spechi conservano in diverse tradizioni culturali. gli oracolanti hanno la possibilità di portare alla superficie “verità” occulte, ma rischiano anche di “aver gli occhi cavati dai corvi”.

Il tema dello specchio ha sempre affascinato lo spirito umano attirando nel corso dei secoli l’attenzione delle più svariate figure di ricercatori. Agli inizi de ‘900 le scoperte relative ai territori inconsci da parte di Freud e Jung ne hanno fatto un simbolo elettivo degli oscuri recessi dell’anima: lo specchio inteso come luogo di manifestazione del “doppio”, canale di decantazione della controparte occulta della personalità cosciente, è stato studiato all’interno del mito arcaico di Narciso, della storia avventurosa di alice, del sostrato superstizioso di molte tradizioni popolari. Nonostante la molteplicità diversificata degli approcci, il concetto di superficie riflettente (al di là della sua riduzione oggettuale) ha mantenuto un pars irriducibile alle spiegazioni, un quid refrattario a qualsiasi classificazione, che continua a circonfonderlo di inquietante enigmaticità.

L’esegesi simbolica dell’immagine speculare ha dato luogo a tante interpretazioni da non richiedere in questa sede ulteriori ragguagli; tuttavia è propri partendo dalla favola e dal mito, ricchissimi di contenuti simbolici, che può essere avviato un discorso su di un aspetto per nulla secondario del contesto catottrico[1]: quello dei cosiddetti “specchi magici”, conosciuti in differenti culture fin dalla più remota antichità, e sui quali la fantasia della gente ha esercitato un immenso potere deformante. va notato anzitutto, e forse questo è sfuggito meno ai bambini che agli adulti, che la prodigiosità dello specchio, nella quasi totalità dei mitologemi, non è mai disgiunta da una certa negatività. dalla “strega” malvagia di Biancaneve ai protagonisti dei racconti medio-orientali, dalle saghe celto-scandinave, alla favolistica araba, i detentori dell’oggetto in tutte le sue innumerevoli morfologie, appaiono portatori di un potere misterioso che riveste in qualche modo una latente pericolosità.

Del resto l’aspetto nefasto dell’atto di rispecchiarsi e la letalità del mezzo che lo permette, emergono già nella vicenda disperata del giovinetto amato invano dalla ninfa Eco. Ma i fattori interconnessi che diacronicamente consolidano nel tessuto culturale una simile connotazione, sono alcune referenti fisse da sempre collegate con le superfici di riverbero. Esse possono essere rappresentate in sintesi da diagramma riportato in basso. Sebbene non sia possibile qui una disamina ancorché sommaria delle relazioni che collegano (e non solo sul piano simbolico) i singoli elementi di tale struttura, sarà bene almeno accettarne qualcuna, ai fini di una maggiore chiarezza dei contenuti che si verranno a esporre. Il rapporto luna-acqua conosciuto da tutte le discipline tradizionali (basti ricordare l’Alchimia) e dalla psicologia del profondo, è troppo noto anche alla scienza profana attraverso fenomeni quali quello del flusso periodico delle maree, per richiedere ulteriori precisazioni in merito. La connessione luna-donna, altrettanto scontata nell’ambito della storia delle religioni, data la frequentissima identificazione sia in occidente che in oriente di molte dee con l’astro notturno, trova ulteriore riscontro a livello fisiologico, nel collegamento esistente tra fasi lunari e ciclo mestruale femminile[2].

Il nesso luna-specchio oltre all’analogia funzionale (entrambi inerti per natura, vivono di vita riflessa; la luna stesa è una sorta di specchio), e morfologica (la sagoma tondeggiante), riaffiora nella pratica occulta, in cui numerosi esperimenti con lo specchio, sia a scopo divinatorioo che magico-operativo, devono tener conto dei ritmi lunari e svolgersi (specialmente se il rito è all’aperto) alla luce soffusa del satellite terrestre. Il legame ACQUA-DONNA è anch’esso universalmente notorio nei domini della simbolica mitico-religiosa, esoterica, psicoanalitica, artistico-letteraria e la sua trattazione, da sola, richiederebbe un’ intera enciclopedia.

In occidente la natura femminile dell’acqua, temibile per le sue caratteristiche di incostanza e molteplicità rispetto all’unità stabile del principio igneo-solare, viene affermata nell’insegnamento orfico, eracliteo e platonico; riecheggiata da Clemente Alessandrino e Giamblico, si trova ribadita senza soluzione di continuità nella letteratura alchemica nonché religiosa durante l’intero arco del Medioevo. Benché sia quest’ultima ad attuare la saldatura definitiva tra ingannevolezza dell’elemento acquatico (rappresentato dal serpente) e volubile doppiezza dell’indole femminile (paradigmatica in proposito, per la definizione della donna quale instrumentum Diaboli, l’esegesi di San Gerolamo, il quale già nel termine che la designa in latino – fe-mina da fe-minus: che serba minore fedeltà – riconosceva la radice costitutiva dell’essenza muliebre; predisposta ab imo al peccato originale) la polarità negativa incarnata da tale archetipo era manifesta a tutte le civiltà “tradizionali” e utilizzata conseguentemente durante i rituali misterici. Peraltro il fascino letale della compagna dell’uomo è costantemente adombrato nell’universo mitologico, dove le varie Circi, Medee, Melusine, Lamie, Sirene, ecc. rammentano, sotto metafora, la potestas annientante celata in essa. Ad oriente analoghe attribuzioni si rintracciano sia in area babilonese che estremo orientale (Cina, India, Giappone), dove la peculiarità dissolvente legata all’acqua (con le prerogative classiche di umidità e passività) viene assimilata alla forza trascinante dell’eros, suscitato nell’uomo dal contatto carnale con la polarità opposta[3].

L’associazione ACQUA-SPECCHIO risulta palese nei suoi termini di corrispondenza, vuoi a livello di strutture culturali profonde (il più antico e semplice mezzo di riflessione dell’immagine è offerto proprio dall’acqua, che costituisce quindi il capostipite naturale di tutti gli specchi), vuoi di tecniche vaticinatorie (lo specchio può essere sostituito, come si vedrà, da recipienti colmi d’acqua, senza alterazione del fenomeno atteso). Per quanto riguarda infine la correlazione DONNA-SPECCHIO, questa emerge così chiaramente dalla stessa storia dell’iconografia e del costume, da costituire un binomio ormai inscindibile: dee, regine, dame, streghe, vi contemplano a seconda dei casi la bellezza, i guasti del tempo, il diavolo in persona[4].

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Narciso si specchia nell’acqua, arazzo del XV-XVI secolo (particolare).

La rete dei rimandi sopra illustrati conduce pertanto ad una prima conclusione circa l’atmosfera di negatività che più o meno velatamente accompagna lo strumento riflettente: lo specchio racchiude in sé potenzialità nefaste, o almeno pericolose, in quanto strettamente collegato alla costituzione intima dell’acqua, della donna e della luna[5].

Lo specchio adoperato in occultismo non sfugge a questa regola; anzi, considerando che fin dall’antichità fu impiegato a scopi precipuamente mantici e che, nonostante la presenza di figure maschili di indovini, la maggior parte dei personaggi legati alla divinazione apparteneva all’altro sesso (sibille, profetesse ecc.), la pratica predittoria andò sempre più a identificarsi con l’aspetto cosiddetto “lunare” della magia, contrapponendosi (pur se condotto ai massimi gradi) al magistero “solare” virile, operante nella prospettiva della realizzazione trascendente dell’individuo.

Poste tali necessarie premesse, si apre all’indagine il versante più propriamente pratico della catottromanzia. In primis: con che cosa e come vengono fabbricati gli “specchi magici”? Le ricette antiche e moderne presentano a riguardo una ampia casistica. In Europa si trovano maggiormente usati fogli di rame, stano acciaio; nell’india si preferisce l’oro, in Giappone la giada opportunamente levigata[6]. Materiali alternativi sono costituiti da minerali fossili (antracite) e cristallini (quarzo, malachite, onice ecc.), tutti lavorati in modo da offrire un’area lucida, possibilmente senza fenditure. Varianti diffuse fin da tempi remoti sono i contenitori colmi di liquidi e parecchie pietre preziose o semipreziose di cui non viene più osservata la superficie, ma l’interno trasparente[7].

Un esempio emblematico della possibilità di interscambio o coniugazione di simili mezzi è offerto dalla coppia di maghi elisabettiani John Dee – Edward Kellly, che si avvalevano, per le sedute di comunicazione con altre dimensioni della realtà, di numerose “pietre di lettura”, oltre a un particolare specchio nero di ossidiana risalente alla spedizione azteca di Cortes[8].

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Stampa polare francese del 1680 circa, raffigurante episodi di catottromanzia e di lecanomanzia legati al personaggio di Catherine Montvoisin, detta la Voisin, chiromante, astrologa, fattucchiera dell’epoca di Luigi XIV. Tra i clienti della Voisin vi furono Madame de Montespan (una delle favorite del re) e altri membri di corte. La pratica delle messe nere, in cui si diceva che fossero sgozzati dei bambini, fu fatale alla maga, che fu arsa sul rogo il 22 febbraio 1680.

La prima testimonianza occcidentale di predizione mediante superfici brillanti (una sorta di protocatottromanzia) ci giunge da Aristotele, che negli Arcanesi (appr. 426 a. C.)riferisce dell’uso di uno scudo d bronzo cosparso d’olio, da parte del soldato Lamaco in procinto di partire per la guerra contro Sparta[9]. Intorno allo stesso periodo si colloca il vaso detto “a figure rosse” di Vulci (oggi custodito nel Museo di Berlino), raffigurante la giovane profetessa Temi che si serve a fini oracolari di una coppa svasata (forse uno specchio di bronzo concavo), mentre non molto diverso (un nappo d’argento) appare il mezzo impiegato dal sileno barbuto dell’affresco augusteo di Pompei durante le fasi dell’iniziazione dionisiaca[10].

Non si può dire tuttavia che materiali e tecniche di fattura degli specula “magici” conoscano nel tempo effettiva evoluzione. In tutto il corso di questa branca dell’Ars specularis, modalità creative estremamente elaborate e componenti rarissime da un lato, si alternano dall’altro a materie prime – e procedimenti modestissimi. Talvolta a comunicare con l’invisibile basta un semplice bacile d’acqua, un’unghia inumidita, un tuorlo d’uovo, un pezzo di cartone ricoperto di stoffa scura da un lato e carta stagnola dall’altro (specchio del Barone du Potet), una lastra di vetro scaldata cosparsa di limatura di piombo impastata con olio d’oliva (specchio di Swedemborg); a volte occorre invece un complicato corredo di lamine d’oro e d’argento incise, un marchingegno elaboratissimo come lo “specchio cabalistico”[11], o, dopo l’800, il raffinato apparecchio costituito da due dischi metallici calibrati di rame e zinco (specchio galvanico) che avrebbe sfruttato la combinazione elettromagnetica per stimolare il nervo ottico umano e sottoporlo all’influenza dei metalli. Bisogna infine ricordare fra gli specchi sofisticati – retaggio sembra di tradizioni arcaiche – quelli a “strati magnetici vivi” racchiudenti nel loro interno, a seguito di accurata sigillazione, sostanze organiche quali sperma, saliva, sangue, mestruo, del cui impiego si è venuto a sapere solo in tempi relativamente recenti grazie alla diffusione di testi appartenenti a reconditi sodalizi iniziatici[12].

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Un oracolo che legge i pronostici in una coppa (vaso etrusco della seconda metà del V secolo a. C.).

Malgrado i menzionati collegamenti fra mezzo speculare e polarità femminile, non sarà inutile ricordare che presso certi gruppi esoterici gli specchi “magici” sono sempre stati suddivisi in maschi e femmine; i primi tanto potenti magneticamente da riuscire a influenzare una persona a distanza o da materializzarne la presenza (ruolo attivo); i secondi, più piccoli, adatti a favorire la veggenza in genere e gli stati di estasi (ruolo passivo)[13].

Quanto alle modalità di costruzione degli specchi stessi, bisogna dire subito che la loro finalità “magica. implica necessariamente una serie di precauzioni, manipolazioni, cerimoniali altrettanto variati, come alterne, complicate e talvolta contraddittorie sono le istruzioni e le formule contenute nella sterminata letteratura occulta.

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I sette peccati capitali, scomparto della Superbia, di J. Bosch. La donna e lo specchio retto dal diavolo sono gli elementi centrali del dipinto.

Da questa congerie babelica di dati, emergono comunque alcune “costanti” che circoscrivono all’interno del loro confine l’infinita fioritura delle varianti tecniche. Venuti in possesso degli ingredienti necessari, non ci si può accingere all’Opus specularis senza i dovuti accorgimenti: le proporzioni delle componenti devono essere accuratamente rispettate, l’esecuzione richiede particolari tonalità di luce[14], precisi tempi astrologici, consacrazioni, purificazioni mediante fumigazioni o “lavaggi” sigillazioni (modelli a strati o a serbatoio) e saldature con amalgame d’oro, argento, cera d’api. Vanno osservati altresì i limiti dimensionali (non si possono superare determinate grandezze), le condizioni metereologiche (notti calme e serene)[15], la temperatura ambientale[16], la conduttività elettroagnetica. Di solito la forma più adatta è quella ellittica o rotonda, su piano di rifrazione concavo, ma, prescindendo dalle “pietre di visione”, troviamo anche specchi convessi e piatti[17].

Una volta messo a punto, lo specchio diventa uno strumento molto personale che il solo contatto di mani estranee, o maggiormente la manipolazione da parte di soggetti non qualificati, possono seriamente danneggiare. La specifica delicatezza dell’oggetto necessita anzi, secondo i testi più autorevoli, di un’accurata protezione dagli agenti esterni (polvere, umidità, ecc.) per cui se ne consiglia oltre alla custodia nell’oscurità e in luogo inaccessibile, la fasciatura con drappi di seta o velluto di colore scuro.

Passate in rassegna le varie tipologie di specchio “magico” nonché le modalità materiali di approntamento, si apre ora all’indagine il campo sconfinato delle procedure applicative. È opportuno però effettuare prima una fondamentale distinzione. Sebbene metodi esecutivi e stadi iniziali di avanzamento si trovino spesso a somigliare quando non a coincidere, differenti si profilano gli scopi che muovono lo sperimentatore nell’uso di tali strumenti. Lo speculum è per la maggior parte degli individui un mezzo divinatorio, ma per un numero molto inferiore di altri, il supporto di esercizi concentrativi che mirano a risultati assai più elevati di un semplice vaticinio azzeccato.

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Particolare della stampa riprodotta sopra: la lecanomanzia “truccata” della Voisin.

L’antichità classica o la tradizione giudaica, soltanto per rimanere in ambiti ben conosciuti, tramandano molteplici esempi di letture del futuro mediante questi schermi di riverbero: Aristofane, Varrone, Pausania, Sparziano, Plinio, Giamblico, Apuleio, riferiscono vari episodi legati a tale abitudine oracolare, mentre nelle Sacre Scritture citazioni emblematiche si trovano in Genesi (XLIV, 5) e in San Paolo (I ai Corinzi, XIII, II, 12).

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Narciso, olio di François Lemoine (inizi XVIII secolo).

Sulla base del sostrato antico, di cui vengono sempre riecheggiati certi motivi portanti, le testimonianze a riguardo aumentano per l’epoca medioevale, umanistico-rinascimentale, controriformistica, traversando indenni l’età dei “lumi” fino a moltiplicarsi in quella fucina di fermenti occulti che fu l’ottocento romantico e il suo seguito decadente[18].

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Statuetta di antenata con occhi di specchio, proveniente dallo Zaire.

Dall’esame comparativo dei suddetti resoconti, raffrontato alle notizie testuali provenienti dall’oriente, affiorano anzitutto concordanze significative, sulle metodologie aventi come tramite superfici lucido-brillanti: si tratti di liquidi, di cristalli o di specchi, la visione paranormale per verificarsi richiede che il postulante non sia, per lo più, la stessa persona che vede (prevede); occorre cioè un mediatore (medium) tra la fonte rivelatrice (divina, demoniaca, ecc:) e l’organo interrogante. Tale intermediario nella gran parte dei casi è un bambino, ovvero una fanciulla vergine; nei rimanenti un ragazzo impubere o una donna incinta. Risulta evidente da ciò che requisito fondamentale per l’esercizio di un simile ministero sia lo stato “originario” di purezza, estensibile dalle prime tre categorie anche alla quarta, attingente, seppur temporaneamente, alla sfera del sacro (intangibilità della donna gravida presso le varie civiltà) [19].

L’innocenza del catalizzatore, comunque, non basta da sola a garantire la congruità del pronostico. Sia l’impetrante, che una terza figura spesso presente (colui che interpreta la “visione”) devono ottemperare a prescrizioni tassative prima di essere degni di “ricevere”: regime alimentare vegetariano preliminare, astensione dai rapporti sessuali[20], assenza di contatti contaminanti (cadaveri, donne mestruanti, ecc.). Soddisfatti questi requisIti comincia l’esperienza effettiva, che nonostante pittoresche varianti presenta nel complesso una medesima liturgia: ci si pone alle spalle del giovane medium (“pupilla” lo chiama il Kremmerz, “colomba” il conte di Cagliostro) fatto sedere di fronte alla matrice riflettente[21]; gli si ordina di fissarla attentamente stendendo nel contempo una mano sul suo capo o allungandole entrambe all’altezza dell’occipite di lui. Nello spazio di pochi istanti sul piano rifrangente dovrebbero manifestarsi delle nubi policrome, quindi i colori dello spettro solare, infine la visione vera e propria.

Secondo Ibn Kaldoun, poeta persiano del XIV sec” condiviso peraltro dalla maggior parte degli occultisti moderni, l’apparizione non si produrrebbe nell’oggetto speculare, ma avrebbe da esso soltanto “l’innesco”:

Alcuni credono che le immagini percepite con questo mezzo si formino alla superficie dello specchio, ma sono in errore. L’indovino fissa la superficie fino a che i suoi occhi non la vedono più, e una specie di nebbia si interpone fra essi e lo specchio. È sopra questo velo che si disegnano le figure che egli desidera vedere, e ciò gli permette di rispondere negativamente od affermativamente alle domande che gli vengono fatte. Egli allora descrive le sue percezioni così come le ha ricevute. Quando l’indovino si trova in questo stato, non vede nello specchio ciò che realmente vi sarebbe da vedere: e la percezione sua nasce dal suo intimo e non si trasmette agli occhi ma bensì all’anima…[22]

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Allegoria della bellezza, di Giacomo Del Po (1680 circa).

Se dall’ambito divinatorio passiamo alla sfera autorealizzativa, constatiamo procedure similari nel servirsi degli specula, ma l’operatore tende qui ad agire su se stesso distaccando il “corpo fluidico” e “fissando” il nucleo originario, extra-cerebrale dell’Io.

Laddove cioè l’esercizio oracolare provoca frequentemente una caduta nel mondo infraumano dei visionari ed espone quanto meno al rischio di informazioni fallaci (quando non subentri un autentico invasamento}, l’arte magica che si avvale dello specchio per scopi di integrazione col sovrasensibile, mantiene al soggetto un ruolo attivo, in cui la coscienza ordinaria, lungi dal dissolversi o dipendere dalla medianità, riafferma il suo ruolo di guida malgrado e oltre l’universo allucinatorio proiettato nel mezzo riflettente. Tenuto fermo questo assunto, diviene accessoria la scelta del materiale che dipende dalle preferenze personali dell’occultista, fisse restando alcune caratteristiche morfologiche dello strumento[23]; mentre la presenza medesima della “pupilla”, piccola luce scagliata nella notte dalla volontà ferrea dell’iniziato, si configura ormai come uno fra i tanti auxilia, utili ma non indispensabili alla riuscita dell’impresa[24]. Lo stadio ulteriore vede – e qui la divaricazione progressiva con la prospettiva puramente mantica risalta netta – l’eliminazione stessa dello speculum quale “sostegno” operativo, essendo adesso l’esoterista capace di procedere da solo, sulla base della propria energia interiore:

Facilmente si potrà vedere il proprio corpo e l’altrui … quasi come una massa d’un colore grigio cupo, qua e là più intenso, circondato interamente da una leggera fascia lievemente luminosa … ad un certo punto, ci si accorge che anche la dualità è sorpassata; e un quid cosciente sta contemplando se stesso, fuori da se stesso, senza confondersi né col corpo, né … con se stesso[25].

Le fasi successive al grado descritto, delineando un itinerario magico “totale” che non poggia più sopra sussidi materiali (e che dovrebbe concludersi, se rettamente diretto, con l’identificazione del soggetto nella coscienza cosmica) esulano dal nostro assunto, poiché lo specchio è a tal punto soltanto il lontano ricordo inerente una tappa del cammino ampiamente superata. Ma la tematica speculare, per essere almeno sommariamente illustrata, richiede l’esame di due ultime questioni fondamentali. La prima riguarda gli eventuali pericoli cui si espone chiunque faccia uso di apparati divinatorii, con particolare attenzione alle superfici riflettenti. La seconda concerne la natura “ontologica” del fenomeno che mediante queste ultime si produce. Quanto al primo argomento è opportuno dire subito che sebbene in molti manuali per fattucchiere sia sostenuta l’innocuità di tali apparecchi, ciò non risponde a verità sotto nessun aspetto. Se infatti l’uso maldestro di cristalli e specchi può causare dal lato fisico danni al sistema visivo a più o meno lunga scadenza, i guasti sul versante psichico possono essere ancora maggiori, verificandosi spesso sindromi ansioso-depressive culminanti in forti esaurimenti nervosi[26].

Nel linguaggio occulto troviamo le espressioni “cadere in mano ai demoni”, essere preda degli “spiriti”, cui risponde in Alchimia la locuzione “aver gli occhi cavati (o mangiati) dai corvi”; uno dei primi sintomi d’allarme dovrebbe considerarsi il senso di spossatezza mortale che si impossessa della persona appena questa abbia terminato la seduta: le proiezioni incontrollate delle proprie costellazioni irrazionali aprirebbero infatti la psiche ad un’estasi passiva, in cui i protagonisti della visione verrebbero ad acquisire vita propria, mutuandola “vampiricamente” dall’energia vitale dell’evocatore, divenuto così “ossessionato”, prima di diventare “posseduto”[27].

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Rinaldo e lo specchio magico (1755 circa) part. da una tela di Giambattista Tiepolo

Secondo certi occultisti contemporanei, tutte le forme di chiaroveggenza attivate da sforzi isolati invece che attraverso un graduale percorso di crescita iniziatica, hanno come risultato sviluppi morbosi. In particolare, dei quattro elementi presiedenti alla costituzione umana – fuoco, aria, acqua, terra – gli esperimenti aventi per supporto oggetti riflettenti causerebbero, in caso di degenerazione, la menomazione irreversibile del principio igneo[28]. Di qui la serie di precauzioni e salvaguardie da adottare, alle quali già accennammo parlando delle fasi preliminari[29].

Per quanto attiene al secondo quesito, circa il carattere di “realtà” rivestito dai fenomeni evidenziantisi in forza del mezzo speculare, occorre avvertirne senza indugio la difficoltà (e pluralità) di soluzione. Pur se si prescinde dalla definizione del concetto di “realtà”, oggi particolarmente controverso anche in ambito scientifico, ci si accorge che il problema della autenticità della “visione. ripropone sotto mentite spoglie l’antico dilemma contrapponente in magia i “soggettivisti” agli “oggettivisti”, vale a dire coloro che attribuivano agli eventi preternaturali una esistenza soggettiva e quelli che assegnavano loro una consistenza oggettiva[30].

Quantunque una simile dicotomia non consenta risposte univoche soddisfacenti sul piano teorico, l’impasse potrebbe venir superata dalla provocatoria risposta attribuita al Crowley:

Facendo certe cose, certe altre avvengono; il resto cosa importa?.

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La Geometria, olio di Francesco de’ Rossi detto il Salviati. Il dipinto è un’allegoria della prudenza, rappresentata usualmente come una donna che si contempla allo specchio, il quale, stando all’Iconologia di C. Ripa (Padova 1618), significa “la cognizione del prudente di non potere regolare le sue attioni, se i propri suoi difetti non conosce e corregge. e questo intendeva Socrate quando essortava i suoi scolari a riguardar se medesimi ogni mattina nello specchio”.

Ossia, nel nostro caso: se l’uso dello specchio rivela al postulante un accadimento futuro o una modalità esistenziale altrimenti inconoscibili, quale differenza fa che a rivelarli sia un’entità proveniente da altri mondi, invece di un principio latente relegato in una porzione normalmente inutilizzata dal cervello umano? L’importante è che la conoscenza in questo modo acquisita venga opportunamente messa a frutto.

Lo scandaglio compiuto attraverso gli specula sembra offrire allo scrutatore un universo alieno dalle ordinarie coordinate razionali: una dimensione dove si mischiano in cangiante gioco caleidoscopico ricordi e sogni, intuizioni telepatiche e telestesiche, sussulti precognitivi e ricognizioni abbacinanti. Scrive J. Baltrusaitis:

Il pensiero platonico secondo il quale noi conosciamo tutto pur ignorando di conoscerlo, fornirebbe la chiave di queste illuminazioni. Le conoscenze devono essere scoperte dentro di noi come in un pozzo. E lo sguardo è reso più acuto dalla contemplazione di oggetti lucidi.[31]

Ma Platone, lo sanno tutti, oltreché filosofo era soprattutto poeta, un grande creatore di immagini testimone della sapienza integrale, risalente alle origini. Non ci si può aspettare da lui il completo svelamento del mistero; semmai una ri-velazione. Di fronte alla civiltà odierna cinica e fragile al tempo stesso, gli specchi “magici.” continuano a proporre al singolo un varco per il “mundus imaginalis”[32]; seducenti, pericolosi, inquietanti, essi restano pur sempre impenetrabili a chi non sappia guardare la vita con occhi “incantati”.


Note

[1] Per una definizione semiologica della catottrica e degli specchi in generale si rimanda al breve ma denso articolo di U. Eco, Sugli specchi (in Sugli specchi e altri saggi, Ed. Bompiani, Milano 1985).

[2] La disamina articolata del nesso luna-donna è contenuta nel famoso saggio di J .Bachofen, Il Matriarcato, (Ed. Einaudi, Torino 1988) che vi riconobbe il secondo stadio di evoluzione delle civiltà dal matriarcato al patriarcato (cfr. anche P. Klossowski, Le dame romane, Ed. Adelphi, Milano 1973).

[3] In ambito occulto, il ricorso a tecniche sessuali per finalità di contatto col trascendente (scuole tantriche, taoiste, O.T.O., Eulis, Brotherhood of Luxor, ecc.), tiene grandemente conto di tali connotazioni, accantonando però qualunque coloritura morale che invece ritorna abbastanza manifesta presso numerose narrazioni mitologiche. I due aspetti tuttavia (esoterico ed essoterico), lungi dall’escludersi a vicenda, si integrano piuttosto nel quadro di una superiore unità. Per un esempio illuminante di intersecazione dei due piani con estensione esplicativa al duplice status inerente la donna, si veda il saggio di A.K. Coomaraswamy, La sposa laida, compreso ne Il grande brivido, Ed. Adelphi, Milano 1987.

[4] Emblematica in proposito la nota illustrazione del Der Ritter vom Turn (Augusta, 1498) inclusa dal De Givry nel suo Tesoro delle Scienze Occulte, (Ed. Sugar, Milano 1968, fig. 119) dove una donna allo specchio, vede riflettersi al posto del suo volto le natiche del demonio, che volge il retro, alle spalle di lei.

[5] Riguardo la classificazione sfavorevole di quest’ultima, si considerino anche i significati assegnati dalla tradizione all’omonimo XVIII arcano maggiore dei Tarocchi, che pur interpretabili all’interno di un’economia più vasta, introducono nondimeno nella letteratura, ove compaia tale lama, un elemento ostile.

[6] Secondo l’insegnamento cinese, conditio sine qua non per la scelta della sostanza doveva essere anzitutto la cattiva conduttività elettrica.

[7] La sintesi più prosaica dei complicati equipaggiamenti di veggenza è fornita dalla sfera di cristallo, per mezzo della quale, secondo la consuetudine, il paragnosta predice il futuro. Quanto all’acqua destinata ai recipienti divinatorii, alcuni prescrivono che sia di sorgente, purissima, altri piovana o raccolta sulle foglie (rugiada). Frequentemente si utilizzano inchiostri (neri o blu), olii, e differenti composti fluidi vegeto-minerali.

[8] Tale specchio (insieme ad un cristallo per veggenza nonché svariati ammennicoli magici) è attualmente custodito nel British Museum di Londra, che lo acquistò nell’ ottobre del 1966 dopo che era passato fra le mani del romanziere Horace Walpole (per una storia dettagliata dell’oggetto si rimanda a H. Tait, The Devil’s Looking-Glass: The Magical Speculum of Dr. John Dee in Horace Walpole: Writer, Politician and Connoisseur, Ed. W. Hunting Smith, New Haven and London 1967).

[9] Il nostro elenco di materiali lucidi a scopo vaticinatorio, posto sotto il comune denominatore catottromantico, è frutto di una semplificazione. In realtà nel Rinascimento furono coniati termini differenti per distinguere le varie specialità predittorie a seconda dello strumento adoperato: catottromanzia, lecanomanzia, gastromanzia, cristallomanzia, onicomanzia, idromanzia. Un ampio esame di queste “arti”, inserito in una panoramica attraverso i secoli del fenomeno “specchio” è contenuto nell’opera classica di J. Baltrusaitis, Lo specchio: rivelazioni, inganni e science-fiction, Ed. Adelphi, Milano 1981, dotata di ricca bibliografia.

[10] Cfr. Baltrusaitis, op. cit. , p. 190.

[11] Secondo le regole canoniche, doveva essere composto dei sette metalli planetari – oro, argento, ferro, mercurio, stagno, rame, piombo – trattati ognuno in corrispondenza all’esaltazione del relativo pianeta (rispettivamente Sole, Luna, Matte, Mercurio, Giove, Venere, Saturno). Sulle illustrazioni d’uso cfr. Baltrusaitis, op. cit., pp. 211-212.

[12]) Una trattazione esauriente di quest’ultimo argomento è racchiusa nel volume di P.B. Randolph, Magia Sexualis, ed. Mediterranee, Roma, s.d., in cui vengono contemplati, alla luce di metodologie molto singolari, svariati aspetti della “magia” degli specchi.

[13] Per una classificazione “sessuale” degli specchi, arricchita di ragguagli pratici, oltre al citato studio del Randolph, si veda l’opuscolo di P. Davidson, Gli specchi magici, ed. Phoenix, Genova 1985, proveniente da ambienti iniziatici affini (Hermetic Brotherhood of Luxor) cui probabilmente l’autore di Magia Sexualis attinse.

[14] A parere del Randolph (op.cit., pp.139 sgg.) è preferibile una fonte d’illuminazione artificiale diversificata a seconda del tipo di specchio (gialla per i maschili); altri autori individuano le condizioni migliori nel chiarore lunare, nelle luminosità azzurre o violette, ecc.. L’unica luce assolutamente da evitare è per opinione concorde quella del giorno; i raggi solari infatti scaricherebbero irrimediabilmente la virtù “incantatoria” degli specula.

[15] Analoghi requisiti saranno richiesti per le sedute di veggenza e concentrazione.

[16] L’acqua gelata ed il freddo atmosferico intenso neutralizzerebbero la potestas magica speculare non meno del calore; il Randolph stabilisce l’arco di sopportazione della temperatura degli specchi “speciali” dai 68 ai 78 gradi Fahrenheit (op. cit., p. 149).

[17] Alcuni sodalizi esoterici moderni (cfr. Randolph, op. cit., p. 127) individuano la struttura morfologica ideale del perimetro speculare, in quella risultante dalla sezione orizzontale di un cranio umano eseguita subito al di sotto delle orecchie. Effettivamente forse obbedendo a tale principio, esistono già nell’antichità esemplari di specchi rituali incassati in calotte craniche a prescindere dalla superficie concava, convessa o piatta della base riflettente.

[18] Cfr. l’ampia messe di notizie attingenti alla storia, alla cronaca, alla letteratura, alla scienza, raccolte da Baltrusaitis (op. cit., particolarmente capp. 3 e 8).

[19] L’opera di adolescenti allo stato prepuberale è prescrittiva in talune culture già al momento della raccolta della materia prima di cui consisterà il futuro specchio: così per lo specchio detto di “Batths” costituito da una specie di bitume estratto dalle masse roccioso-vulcaniche delle Mahodeo Hills.

[20] Naturalmente non tengono conto di siffatta interdizione coloro che “caricano” gli specchi “magici” mediante pratiche sessuali (fra i moderni occultisti occidentali si rimanda agli scritti di Crowley, Spare, Randolph, Boullan, de Guaita).

[21] Secondo il Sedir, dischi e specchi neri, consacrati a Saturno, richiedono mediatori maschi, mentre vasi, boccali ed altri recipienti riempiti d’acqua o altro liquido, in quanto sottoposti all’influsso lunare (v. sopra) esigono soggetti femmina; diversamente, l’iniziato che persegue fini di autorealizzazione, può fare a meno di intermediari, usando direttamente emisferi o globi metallici consacrati al sole (Les Miroirs Magiques, Paris 1895). Sul sistema di Cagliostro si veda L. Bell, Le Miroir de Cagliostro, Paris 1860.

[22] Cit. In R. Shirley, La visione nel cristallo (La magia segreta degli specchi), ed. Rebis, Viareggio 1983, pp. 28-29. L’autore aggiunge al paso citato di Kaldoun (da non con fondersi con io coevo filosofo arabo Ibn Khaldun) la seguente osservazione: “L’analisi molto sottile delle esperienze di questa natura è dgna di essere notata, prima che alcun oggetto si renda visibile sul cristallo o sullo specchio, un velo di nebbia biancastra ne intercetta la superficie, e soltanto quando questa svanisce le visioni si fanno apparenti” (ibid.).

[23] “… lo specchio: può essere di cristallo, ovvero in acciaio, rame, bronzo, concavo in ogni caso, così da raccogliere in un solo punto centrale la luce di una lampada situata in modo tale che l’operatore non la veda e che tutto rimanga in una penombra ad eccezione del punto centrale”. (Abraxa, Il Caduceo Ermetico e 1o Specchio, in R. Shirley, op. cit., p.64; riportato con qualche variante nel testo, ma immutato nel titolo, in: Gruppo di Ur, Introduzione alla Magia, Ed. Mediterranee, Roma 1971, vol. l, p. 89).

[24] L’atteggiamento del “mago” che voglia servirsi di un medium per stabilire contatti con la dimensione trascendente, senza cadere in stati di passività subconscia, è chiaramente illustrato dall’esoterista che scrive sotto lo pseudonimo di Abraxa: “Tu, in piedi, dietro, mentre si stabilisce la fissazione, realizza un senso di totale padronanza su di lei, un senso di avvolgerla e di disporne interamente: comanda mentalmente il distacco della sua vita, inserisci la tua forza nel suo abbandono, a sostenerlo e spingerlo innanzi. Sopraggiunto lo stato di luce, invoca e formula ciò che vuoi sapere, comanda che essa veda … È necessario che la “pupilla” realizzi quasi di non esistere più in se stessa, per la totale fede e compenetrazione nel senso della tua forza sostenente: dimodoché non opponga nessuna reazione, e nessuna manifestazione possa terrorizzarla e così interrompere l’operazione”. (Operazioni magiche a “due vasi”, in R. Shirley, op. cit., pp. 84-85; riprodotto con alcune varianti ma titolo identico in Gruppo di Ur, op. cit., vol. I, p. 241).

[25] Luce, Opus Magicum – Gli Specchi, in “Ignis”, n. 8-9, Roma 1925; rist. Roma, Atanòr 1980, pp. 264-265, 267.

[26] A detti inconvenienti, come risaputo, vanno incontro quasi tutti i soggetti medianici e coloro che si dedicano alle arti divinatorie in genere.

[27] Il Kremmerz chiamava queste entità saprofitiche con l’appellativo di “simili nature” riteneva fossero generate da residui di passione o di desiderio sopravvissuti alla purificazione del postulante ovvero del suo medium.

[28] Cfr. F.Bardon, Iniziazione all’Ermetica, Ed. Astrolabio, Roma 1978, p. 203 sgg. Si veda anche dello stesso autore The Practice of Magical Evocation, Wuppertal (W. Germany,) D. Ruggeberg, 1975.

[29] Oltre alle molteplici fumigazioni, consacrazioni, diete alimentari, ginnastiche, respirazioni, prescritte dalle varie scuole, molti testi allegano anche delle formule verbali che sono autentiche giaculatorie atte a munire la coscienza del neofita di un solido appiglio psichico contro la marea montante delle immagini caotiche. Una vasta gamma di scelte in proposito è offerta dal corredo di invocazioni legate ai cerimoniali dell’iniziazione pagana (III e IX logos del Rituale Mitriaco, inni ad Amon-Ra nel libro dei Morti egizio, ecc.). Un bell’esempio di scongiuro occulto è reperibile in Abraxa, “Operazioni magiche a “due vasi”” (R. Shirley, op. cit., p. 84; Gruppo di Ur, op. cit.,vol. I, p. 241 con varianti) di contro ad un pericoloso rito propedeutico alla visione nello specchio, posto Sotto l’egida della divinità lunare (“Argentea Signora della notte”), incluso da M. Green nel suo The Gentle Arts of Aquarian Magic Wellingborough, Ed. Aquarian Press, Northamptonshire 1987, pp. 125 sgg., 171 sgg.) Un modello tipico di orazione occulta da far precedere alla seduta catattomantrica è compreso nella racolta di A.E. Waite, The book of ceremonial magic, ed. Citadel Press, New York 1961, pp. 318 e sgg.

[30] Quest’ultima tesi era sostenuta da magisti come il Dr. Dee dai cui diari si evince la completa sicurezza sull’oggettività extraumana delle entità evocate; la prima, condivisa dalla maggior parte dei moderni occultisti, preferisce assimilare “angeli”, “demoni”, “spiriti guida”, alle nozioni freudiane di complesso, o agli “archetipi” junghiani, identificando il “piano astrale- esoterico con l’inconscio collettivo psicoanalitico.

[31] Op. cit., p. 194.

[32] Il concetto di mundus imaginalis (che implica una netta distinzione fra immaginazione e fantasia) è piuttosto complesso. Rimandiamo per la sua definizione, da una parte all’Opera Omnia di C.G. Jung (soprattutto ai lavori Psicologia e Alchimia, Le visioni di Zosimo, Mysterium Coniunctionis) dall’altra all’illuminante saggio di H. Corbin, L’immagine del Tempio, Ed. Boringhieri, Torino 1983 e alla crestomazia del pensiero islamico persiano curata dal medesimo autore nella II parte di Corpo Spirituale e Terra Celeste, Ed. Adelphi, Milano 1986.


Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Abstracta n. 34 – febbraio 1989, pp. 34-43, riprodotto per gentile concessione dell’autore. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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