Motivi di riflessione e una risposta

di Attilio Agnoletto

La “lettera di denuncia” del giovane studioso Paolo Portone risolleva con intelligenza e, perché no? , con coraggio una problematica di fondo che tocca in modo particolare l’attuale società italiana con particolare riguardo ai giovani: quella cioè del cosiddetto “ritorno dell’irrazionale”. Mi permetto di fare solo alcuni richiami, senza nessuna pretesa sistematica ne tanto meno in maniera accademica.

È un dato di fatto che anche nella cultura scientifica laica (storici, sociologi, antropologi, etnologi, storici e filosofi della scienza nella fattispecie) è venuta a galla negli ultimi anni una sorta di ribellione (meditata e documentata) a quello che il Portone chiama “scientismo” e all'”arroganza” dello stesso.

Da noi, presso l’Università di Bergamo, in un Convegno Internazionale che si tenne nel 1983 dedicato al De magia, di cui sono stati pubblicati gli Atti un po’ in ritardo e forse senza una debita diffusione, il docente milanese Felice Mondella, filosofo della scienza e medico (si badi!) concludeva la sua relazione d’apertura su Linguaggio magico e mente collettiva (Scienza e magia) con questa incisiva osservazione:

…Il confronto fra ragione scientifica e tradizione magica ci porta a riflettere sulla estrema complessità dei bisogni umani che nella loro lontana radice biologica estorico-culturale non si lasciano facilmente eludere da nessuna arroganza, da nessuna facile forma di ragione scientifica. Tale confronto ci porta a ricordare innanzitutto che la natura dell’uomo non coincide con le discipline che lo studiano e certo ben poco con i risultati che esse hanno sinora storicamente conseguito. Se solo si potesse ricordare ciò che: con grande sicurezza scientifica si proclamava solo cento anni fa in nome dell’antropologia e della psichiatria sulle ragioni del comportamento umano, ci si dovrebbe persuadere che l’umiltà può ben costituire un valido elemento di ogni epistemologia scientifica. Umiltà a cui anche Gregory Bateson ci richiama riproponendo alla nostra riflessione le parole di Pascal: il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce…

Ora io allargando il discorso pascaliano aggiungerei:

La fede ha le sue ragioni che la ragione non conosce; la magia ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

In realtà chi riflette sull’andamento storico generale della cristianità latina, la cattolico-romana, non può ignorare come la legittimità del culto dei santi e soprattutto della Vergine Maria e madre di Dio, sia stata sancita dal Concilio di Trento (sess. XXV, 3-4 dic. 1563: Della invocazione, della venerazione e delle reliquie dei santi e delle sacre immagini), sì che, anche se ci si preoccupò di combattere abusi e superstizioni, in realtà si posero i fondamenti (in polemica con l’iconoclastia calvinistica) per una rischiosa commistione del religioso con il magico.

Si sa come i santuari efficienti in Italia siano più di millenovecento e come per gli oltre quindici milioni di pellegrini che li frequentano, miracoli e miracolismo, pratiche devozionali esasperate, culto delle reliquie e uso di ex voto ecc. siano pane quotidiano.

Nella fenomenologia della “religione popolare” (un fenomeno inscindibile dalla psicologia collettiva cattolica, studiato dalla Scuola francese ormai da un cinquantennio), al di là del fatto di un controllo autoritativo vescovile imposto dal Tridentino, la magia di contatto è pratica quotidiana e la frequentazione viene tollerata, promossa, allargata anche dalla partecipazione stessa dei Pontefici in pellegrinaggio a santuari come Loreto, dove si sono recati Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Ne nasce un’ambiguità talvolta sconcertante.

Nel caso della cosiddetta apparizione di Medjugorje è statisticamente provato un afflusso da tutto il mondo che supera i dodici milioni di visitatori. Una equipe di scienziati e medici milanesi ha condotto perfino delle rilevazioni tecniche con strumenti sofisticati, coonestando per così dire una “credenza”, una “fede” che peraltro non ha avuto ancora la sanzione ufficiale di Roma.

Ma che importa? Dico tutto questo, non certo per contestare il miracolo (un fatto di fede che va al di là dell’indagine dello storico) ma per indicare come spesso quegli scienziati, talvolta cattolici, pronti a demonizzare guaritrici, medicina alternativa, pranoterapisti ecc., non abbiano poi saputo allargare il discorso al campo intricato di non pochi aspetti della “religione popolare”, ove la fede di una religio indocta, i residui di pratiche precristiane e talvolta la mistificazione si confondono e si intrecciano.

Vittorio Dini, Domenico Conci, Luigi Bersano, Arnaldo Nesti, il sottoscritto e altri ancora, provenendo da diverse esperienze disciplinari e di formazioni diverse stanno conducendo da anni ricerche e seminari su “magia, sacro e religione nella società contemporanea”. Per ora si è accertata una prima forte comune sensazione: quella cioè di una continua, storica, inestricabile convivenza del magico-religioso. Siamo ben lontani dalle pratiche superstiziose e dalle speculazioni denunciate da una scienza, rappresentate da sicuri e arroganti “inquisitori”, come bene scrive Portone.

Il miracolo, si sa, accompagna l’essenza del messaggio cristiano dai Vangeli sinottici ai nostri giorni e se si vogliono portare alle estreme conseguenze discorsi come quelli denunciati da Portone, allora si deve essere conseguenti a tornare a forme ottocentesche e oltre di positivismo, di materialismo.

Si finisce per creare una sorta di idolatria per il discorso Scienza/Tecnologia, che pretende di essere rassicurante fino a quando non accadono fatti come quello di Seveso o di Chernobil.

Ma mi si permetta un’altra considerazione, già espressa altrove (Formazione e Società – 16, 1987, Milano) e suggeritami dalla lettura delle limpide e belle conferenze che lo storico inglese Plumb tenne nelle università americane negli anni Sessanta (La morte del passato, Milano, I.P.L., 1982, intr. di C. Violante; ed. inglese, The Macmillan Press, 1969). Lo storico di Cambrige sostiene una tesi molto semplice e cioè che

la società industriale, a differenza della società commerciale, artigianale e agraria, cui si è sostituita, non ha bisogno di un passato.

Le nuove forme di vita della società scientifica e industriale – secondo lo storico inglese – non hanno una sanzione e nessuna radice nel passato. Certo, esistono, soprattutto nella religione e nella politica tracce della forza del passato che sono ancora in conflitto e in crisi con le nuove società industriali.

D’altra parte il dominio del passato è scomparso quasi completamente in molti aspetti della vita. Il passato è morto, in quanto nelle diverse epoche della storia esso era costruito in maniera strumentale: in epoca greca e romana in funzione delle classi elitarie (gli imperatori, ad esempio), nel Medioevo come supporto al potere ecclesiastico (si tenga presente il concetto di Historia sacra), in epoca moderna in funzione delle diverse nazionalità o dei diversi sistemi di governo e là dove, come nell’America del Nord, non c’era passato lo si costruiva nelle famiglie di potere con l’invenzione di antenati (ecco le genealogie: un concetto non molto diverso da quelle orientali o bibliche o dell’Inghilterra dei Tudor). L’avere un’ascendenza (divina o mitica o di stirpe, guerriera, eroica che sia) vuol dire dare fondamento all’istituzione, alla generazione e con ciò significa dare sicurezza.

Anche la scuola, nei suoi programmi, nei suoi contenuti, nel suo insegnamento, ha sempre servito da supporto alla classe dominante, al potere. La cultura insomma è sempre stata finalizzata. Per secoli – afferma il Plumb – dipesero dal passato non solo l’istruzione, ma anche i mestieri e le abilità degli uomini. Tutto ciò – dice ancora – fu in un primo tempo indebolito ma non distrutto dallo sviluppo industriale. Ora invece tutto è stato drasticamente mutato dalla rivoluzione scientifica. Non c’è più trasmissione di esperienze tecniche, artigianali e così via di padre in figlio, di generazione in generazione. Oggi alle nuove generazioni si insegna che devono, nel corso della vita, abbandonare gran parte del loro apprendimento e reimparare il loro mestiere più volte. Si pensi quante modifiche sono state apportate all’automobile, alla radio in meno di una generazione!

Oggi gli uomini, le donne non sono più condizionati nella loro vita quotidiana da un mondo legato a un cambiamento impercettibile del passato, nel quale i modelli di lavoro, il rapporto tra padre e figlio, o persino le classi sociali posseggono la sacralità della tradizione. La vita è cambiamento, incertezza, solo il presente può avere una validità e anche questo forse, non per molto (ed. inglese, p. 59).

Tutto questo processo non poteva non avere effetti non solo nella filosofia manageriale, ma anche nelle strutture sociali, nella vita familiare e, perché no, nelle fedi religiose. Con la morte del passato, muoiono le tradizioni, muore il potere, l’autorità dei padri, delle Chiese. O, se non vogliamo essere drastici, le istituzioni ecclesiastiche, per le quali una volta il passato aveva un ruolo dominante e sacrale, debbono prestare un’attenzione minore agli antichi, secolari atteggiamenti.

L’arcivescovo di Canterbury abbraccia il Papa; i metodisti si comunicano nella cattedrale di San Paolo. Gli strumenti di torture e gli anatemi sono stati accantonati. Stanno perdendo efficacia le sanzioni del passato nei confronti del governo e del comportamento ecclesiastico (ibidem, pp. 44-5).

La tesi di Plumb mi sembra fondamentalmente motivata, è tale comunque, a mio avviso, da offrire una spiegazione alla crisi del nostro tempo (crisi di valori, di tradizioni, di generazioni, di autoritarismi) e tale da spiegare forse tanta insicurezza e incertezza nel nostro tempo, proprio perché il venir meno di una qualsiasi autorità (istituzionale, politica, ecclesiastica o civile, familiare o scolastica, tecnica O politica) crea dei problemi, ci sottopone a continue verifiche, provoca in definitiva squilibri. Non è un caso, certo, che alla fine del suo saggio storiografico, nel sottolineare che in fondo la condizione del genere umano è migliorata (“materialmente, ahimè, più che moralmente”), che v’è stato un continuo progresso, sia pure a sbalzi, che l’uomo ha avuto esiti positivi utilizzando la sua ragione in campo tecnico e sociale, il Plumb sostiene che è proprio compito dello storico odierno mettere in luce tutto ciò, illustrarlo, insegnarlo

al fine, si badi, di dare un po’ di sicurezza in un progetto che è crudele e lungo: la risoluzione delle tensioni e dei contrasti che esistono all’interno della specie umana (ibidem, p. 142).

“Dare un po’ di sicurezza”: questa conclusione di un attento storico del nostro tempo a me sembra toccare uno dei tasti fondamentali del nostro tempo. Non credo di cadere in un discorso “di moda” se affermo che mi ha colpito la giustificazione che uno di quei tanti giovani (in questo caso un ragazzo di diciott’anni) dà della sua fuga verso l’Oriente, dove soggiornò per un periodo di due anni. Alla mia richiesta di come egli spiegasse questo ritorno generazionale all’orientalismo (un segno di crisi della nostra Kultur, secondo me), egli mi rispose che la “fuga” è un segno dell'”agonia della vita sociale occidentale”. È una fuga dall’ansietà, da quel senso di “confusione totale” che pervade tanta gioventù e che è – diceva il giovane – una somma di mancanza di armonia, di insicurezza, di angoscia: un’angoscia che rispecchia le ansie degli adulti.

agnoletto_motiviriflessione_01

Mi sia lecita un’altra annotazione. Non è forse del tutto casuale che l’editore Garzanti abbia voluto ristampare dopo circa un venticinquennio quel capolavoro di Eugenio Battisti (ahimé recentemente scomparso!) che si intitolava L’Antirinascimento.

Andando contro corrente, egli “osò” scrivere un saggio anticonformista affrontando e studiando le manifestazioni anticlassiche del Rinascimento, i suoi risvolti oscuri. L’alchimia, gli automi, i “mostri” scultorei e architettonici, la magia, la stregoneria, l’astrologia sono alcuni dei temi che egli affrontò con una ricchissima documentazione finalizzata a un discorso visivo. Come scrisse André Chastel nella presentazione, che forse non è del tutto felice, timoroso forse dell’effervescenza di quel “millepiedi” che era l’amico e compianto Battisti, il critico e storico dell’arte torinese ci prospettò l’utilità di un ripensamento, di una rivisitazione dell’oscuro, del comune, del vissuto” e ci insegnò un modo diverso di vedere un’epoca codificata dai Burckhardt e dai Wolfflin.

Per uno strano (ma forse non troppo) ritorno di interessi per l’esoterismo, per la mistica, per la fuga in Oriente, per il “diverso da noi” e per la stregoneria (con relative demonizzazioni quale sta avvenendo), il volume del Battisti dopo tanti anni ci dà un’indicazione interessante che qui trascrivo (Garzanti, primo vol. pp. 219-221):

In particolare, è proprio nel campo del simbolo, dell’allegoria che, almeno nell’occidente, si è compiuto un definitivo e perciò insanabile distacco da una tradizione più che millenaria, con il risultato che tutta una serie di contenuti, prima di preponderante e universale importanza, sono venuti meno senza che neppur si senta il bisogno di sostituirli

C’è anzi da chiedersi se il vero nocciolo della rivoluzione dell’arte moderna non sia tanto la rinunzia alla figuratività per l’astrazione, quanto invece il disprezzo, l’oblio per questi contenuti, che animavano pressoché ogni forma della realtà dandole una quarta dimensione, una efficacia e profondità magica. Un pesce dipinto da Braque, è quasi un elemento ornamentale; un pesce, in una natura morta del Seicento, è una riflessione sulla caducità della vita, oppure come l’epigrafe su una tomba; una speranza di rinascita. Un paesaggio di Monet è l’istantanea di un momento emotivo; le tavolette, con rappresentazioni prospettiche di città, di Ambrogio Lorenzetti, nella pinacoteca di Siena, sono forse un’affermazione di conquista militare; le città cinte di mura in un mosaico bizantino sono le visioni del ripristinato paradiso terrestre. Così l’allegoria, la personificazione, inserite in un ciclo destinato a trasformare un palazzo o una villa in un quadro moralmente solenne, oppure in funzione di una qualificazione esclusivamente privata, come l’ex libris della propria biblioteca, o l’emblema del proprio biglietto da visita, godettero di una specie di culto, spesso non inferiore a quello delle immagini devozionali. Tali allegorie erano non tanto dei fatti decorativi quanto delle autentiche presenze, addotte a tutelare o ad assistere – come lo stendardo in battaglia – la vita e la fortuna dell’Individuo. Chi avesse deturpato la personificazione della Giustizia o della Magnanimità in una dimora imperiale, probabilmente sarebbe stato condannato a morte; giacche il suo gesto colpiva non un muro, ma l’affermazione di un valore morale. Ecco ciò che dimentichiamo troppo spesso: l’immagine dipinta è una presenza attiva, proprio come la fotografia è assai più che un ricordo: è, a suo modo, una realtà. Vengono In mente i ritratti degli imperatori bizantini, che sostituivano giuridicamente, a tutti gli effetti, la presenza fisica dei sovrani. Ma, senza andare così lontano, basta pensare alle Innamorate deluse che strappano le fotografie dei loro amanti, non differentemente dalle maliarde, che nelle pratiche di magia trafiggono con spilloni bambole o pupazzi per distruggere gli avversati. O, in senso opposto si pensi al conforto che danno, sul tavolo d’ufficio – il nostro campo di battaglia – le fotografie della moglie e dei figli, quasi geni benefici a tutelarci, anche solo dalle sfuriate dei capi. A ben pensarci, l’allegoria è però qualcosa di più: non sostituisce, impersona; dà concretezza all’astratto, definisce l’indefinito, divulga l’immaginatio, diventa arma tanto della dittatura quanto della rivoluzione.

Forse questa potrebbe essere, tra le tante, una delle più persuasive risposte a quella nuova “Inquisizione sommersa” di cui ha avuto il coraggio di parlare il giovane studioso e amico Paolo Portone.


 

Annunci