Energia cosmica e medicine alternative: un tema da capire

di Giuseppe Del Re

Dopo una lunga pausa, segnata dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla ricerca di nuovi equilibri economici e politici, sono tornate di moda la letteratura sulle medicine alternative e l’attività professionale di coloro che curano le malattie con la forza del pensiero. La prima e i secondi s’ispirano a dottrine esoteriche in gran parte d’ispirazione indù. Queste furono proposte agli intellettuali dell’Occidente fin dalla seconda metà dell’Ottocento, in particolare dalla famosa Madame Blavatsky, fondatrice della teosofia. L’ultimo ritorno è fedelmente rappresentato dai libri di James Redfield, che ha riproposto quelle stesse idee nel linguaggio povero e pseudoscientifico cui è abituato il grosso pubblico di oggi. Qual è la ragione di questo ricorrente successo? Nel passato la si poteva ritrovare nella ricerca di una religiosità alternativa a quella tradizionale, che appariva da un lato troppo esteriorizzata, dall’altro troppo esigente dal punto di vista morale. Nel contesto di oggi, la si può forse individuare più genericamente in una reazione allo scientismo di massa e all’edonismo dei mass media; tant’è che molti manuali per guaritori tengono a conformare la loro deontologia ai valori cristiani. Non è estraneo al fenomeno, poi, l’allontanarsi progressivo di scienza e tecnica dalle conoscenze accessibili ai più almeno indirettamente. Questa diagnosi, se è esatta, suggerisce che la mistica delle aure, della forza del pensiero, delle illuminazioni colma un vuoto reale nella visione del mondo caratteristica della nostra società. Per cercar di capire qual è questo vuoto, si può prendere spunto dai termini scientifici adottati dall’apparato teoretico di questi particolari approcci alla realtà. Partiamo da un riferimento preciso. In un libro di una guaritrice americana, Barbara Ann Brennan, troviamo il seguente passo:

La nascita avviene in un momento specifico e individuale dello sviluppo di ciascuna anima. L’anima perde l’involucro protettivo costituito dall’utero eterico e per la prima volta è sottoposta agli influssi dell’ambiente. Per la prima volta si trova sola nell’oceano di energia in cui ciascuno di noi è immerso, ed entra in contatto con quel campo energetico. Sempre al momento della nascita i campi energetici, più ampi e potenti, dei corpi celestiali influiscono per la prima volta sul nuovo campo dell’anima reincarnata.

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Mandala in forma di loto. Arte tantrica.

Naturalmente l’oceano di energie che ci circonda viene a sua volta influenzato e arricchito dal nuovo campo energetico che si è formato con la nascita del nuovo essere.

La dottrina della reincarnazione qui non è essenziale; anzi, non dovrebbe essere difficile riscrivere il passo con una formulazione più conforme alla tradizione occidentale. Ma c’è un’altra difficoltà: cosa sono l’energia e i campi energetici di cui parla la Brennan? Si tratta certamente del concetto chiamato energia cosmica in altri testi dello stesso genere. Giuseppe Zanella, personalità di spicco nella pranoterapia, la chiama Reiki e la assimila al prana indiano. Egli s’ispira all’idea che il male è turbamento dell’armonia corpo-mente e individuo-universo e trova la medicina universale nell’amore – toccando così anch’egli quella corda del nostro animo che, fuori di metodi terapeutici ancora da capire, ha determinato il successo mondiale de L’alchimista di Paulo Coelho. Zanella dedica un capitoletto all’energia e scrive che non solo le emozioni, ma “anche la formulazione di ogni pensiero e di ogni idea comporta la liberazione di energia”. Da questa estensione di un concetto fisico ben preciso comincia il disagio di chi ha formazione scientifica: l’energia è capacità di compiere lavoro e sembrerebbe che non si possa parlare di lavoro in relazione alle attività della psiche, sia essa “timopsiche”, sede delle emozioni, o “noepsiche”, sede del pensiero (secondo una distinzione dovuta a Jaspers). La difficoltà è meno grave nel caso del termine campo, giacché un campo è un ente fisico, distribuito su una regione dello spazio, che si rivela perché assegna ad ogni punto di quella regione una proprietà particolare (forza, energia potenziale, velocità, ecc.).

L’idea di un campo di influenze generato da certi corpi non è dunque in contraddizione con il concetto fisico, anche se rimane poco chiara la natura delle influenze che i testi ricordati chiamano energia. D’altra parte, prescindendo dal suo valore terapeutico, il riferimento al benessere come armonia e amore sembra centrale al problema che stiamo esaminando; vale perciò la pena di cercar di capire che cosa c’è sotto dal punto di vista delle scienze della Natura e del problema della complessità, che da esse emerge e rende possibile riportare in un quadro ad esse molto vicino scienze di confine come la psicologia. Vi sono per questo dei precedenti illustri. Il principale è forse quello di Wolfgang Pauli, uno dei creatori della fisica delle particelle, il quale fra l’altro arrivò ad applicare il principio d’indeterminazione di Heisenberg al problema dell’inconscio. Per cominciare, occorre anzitutto ribadire che il termine anima si può intendere – con Aristotele – come principio vitale e come psiche. Il concetto viene così limitato anche rispetto all’uso corrente, perde la relazione con la dottrina della reincarnazione, ma almeno in via provvisoria consente di sgombrare il terreno da risonanze metafisiche e il discorso viene riportato nei limiti della biologia teoretica e della psicologia.

Sistemi, psiche e principio motore

Ciò premesso, veniamo all’energia. Un suo uso scientifico in campo psicologico si ritrova nel pensiero di Carl Gustav Jung (1875-1961), il famoso psichiatra svizzero che, recuperando in chiave più serena le intuizioni di Sigmund Freud, individuò nell’attività psichica alcuni principi ed elementi fondamentali, in particolare l’inconscio personale e superpersonale, gli archetipi, gli istinti. Riprendendo il brutto termine freudiano “libido”, Jung parla esplicitamente di un’energia che tiene in moto i meccanismi della psiche, soprattutto quelli istintivi. Se, seguendo una tendenza recente rappresentata fra gli altri da Charles A. Tart, si guarda alla psiche come ad un sistema (nel senso della teoria generale dei sistemi di Ludwig von Bertalanffy), la cosa si può vedere come segue. La psiche è in sostanza il sistema organismo vivente visto a prescindere dal suo hardware, cioè dalla sua concreta realizzazione materiale. D’altra parte, un organismo vivente è un sistema stazionario fuori di equilibrio, cioè un sistema la cui identità si conserva in virtù di un continuo scambio di energia e materia con l’ambiente esterno. Quest’energia e questa materia non sono qualunque: se si pensa, per esempio, alla fotosintesi e alla respirazione delle piante, ci si rende conto che devono essere in stati, composizione e forme ben precise; lo scambio di energia e materia è perciò accompagnato e regolato da quella che si chiama oggi informazione (al singolare), intendendo con questa parola le caratteristiche specifiche delle porzioni di energia e materia scambiate da un organismo vivente con il suo ambiente. L’importanza di questo aspetto informazionale fu sottolineata (forse troppo presto per essere pienamente apprezzata) da Valerio Tonini, un illustre epistemologo italiano da poco scomparso: egli fece notare che ogni vivente deve operare delle scelte relative a ciò che per esso ha significato e ciò che non lo ha.

È proprio l’aspetto informazionale che giustifica – secondo una visione di Teilhard de Chardin che sta pian piano ottenendo un riconoscimento tardivo – l’attribuzione di una psiche o almeno di uno psichismo a tutti gli esseri viventi e persino agli oggetti non viventi. Possiamo dire, dunque, che ogni sistema fuori d’equilibrio riceve ed emette, insieme ad energia e materia, dei messaggi, che sono informazioni (al plurale) nel senso corrente del termine. Giungiamo così alla congettura che il termine energia a livello della psiche si riferisca in realtà a due concetti distinti: la spinta ad una continua attività da cui discende lo scambio d’informazioni e le informazioni stesse, in quanto capaci di provocare una reazione da parte della psiche. Torniamo anzitutto al primo significato. Dalla loro natura generale di sistemi fuori d’equilibrio discende che gli organismi viventi non potrebbero sussistere se non fossero dotati di un principio motore interno che li porta ad inserirsi nell’ambiente in un rapporto dinamico di scambio. Questo principio si manifesta negli organismi viventi più semplici come ricerca continua di cibo, calore, luce e come produzione di metaboliti e di segnali chimici; negli organismi superiori la sua azione diventa più complessa, perché essi partecipano in modo più complicato nell’equilibrio dell’ambiente in cui vivono. Quelle che negli organismi semplici sono reazioni sì-no, accettazione e rifiuto, attrazione e repulsione, negli organismi superiori diventano comportamenti molto complessi, che sono il prodotto di un’attività psichica ancor più complessa. Allora quel principio motore diventa proprio come un motore che faccia muovere una miriade di dispositivi diversissimi: lo si può perciò considerare come il principio che tiene in moto tutta l’attività psichica; un’attività che viene svolta anche per elaborare le informazioni ricevute – una sorta di “digestione” – a livello sia conscio che subconscio. Non si può però trattare di energia nel senso scientifico odierno, perché l’energia si consuma, mentre qui abbiamo a che fare con un’attività continua, la quale, se richiede energia, la estrae dall’ambiente attraverso, per esempio, il cibo. Si può parlare piuttosto di un principio, come abbiamo fatto, cioè di una caratteristica fondamentale e preliminare a tutte le manifestazioni del vivente in quanto vivente. Insomma, la “libido” degli psicoanalisti si rivela un nome riduttivo e pansessualista (secondo un’espressione di Jung) per il nucleo più profondo ed elementare della vita stessa, lo stesso esser vivi.

Quello che stiamo chiamando faute de mieux, principio motore, è dunque una specie di tensione la quale fa sì che energia e materia in certe forme e stati vengano ricevute da un essere vivente, per integrarsi in esso, perdendo la loro informazione specifica, o vengano da esso liberate modificando il contenuto d’informazione del mondo esterno. Volendosi esprimere in un linguaggio accettabile dalla scienza, si potrebbe forse ricorrere all’analogia con il potenziale elettrico piuttosto a quella con l’energia. Si potrebbe dire che, come fra due poli a potenziale diverso le cariche positive si muovono spontaneamente verso il potenziale più basso e quelle negative verso il potenziale più alto, così l’informazione generata dall’esterno fluisce spontaneamente verso i centri di elaborazione e archiviazione dell’organismo e quella proveniente dall’interno fluisce verso i centri esterni interessati. Volendo insistere sull’analogia, potremmo chiamare positiva l’informazione uscente e negativa quella entrante e dire, perciò, che vi è sempre una differenza di potenziale d’informazione tra un sistema e il resto dell’Universo: il potenziale del sistema dato è più alto di quello dell’ambiente. Il principio motore funziona come una batteria, che riporta continuamente le cariche positive al potenziale più alto e quelle negative al potenziale più basso (spendendo energia vera). Forse si potrebbe elaborare quest’idea fino a farne un discorso di teoria dell’informazione, ma qui ci basta aver colto una possibile analogia scientificamente accettabile del concetto di energia psichica e di principio motore dell’attività psichica.

Energia o segnali?

Appena si guardano le cose nella prospettiva informazionale, anche il discorso sui campi energetici cosmici ritorna su binari abbastanza accettabili e consente di indicare una possibile chiave di lettura di passi come quello riportato più su. Tutti i sistemi dell’Universo, per il solo fatto che sono in qualche modo in rapporto con gli altri (per esempio, con noi che ne conosciamo l’esistenza) emettono informazione e quindi trasmettono informazioni al resto dell’Universo. Per esempio, una stella lontanissima emette luce di una certa composizione spettrale (cioè energia informata in un certo modo), e con ciò dà informazioni sulla sua composizione, età, temperatura, e così via. Un essere vivente che riceve quelle informazioni può reagire ad esse e lo farà in modo tanto più significativo e vario quanto più alta è la sua complessità psichica. La sua reazione sarà a sua volta accompagnata da emissione di segnali (cioè di informazioni) che potranno influire su altri esseri viventi. Sembrerebbe che sia questa la natura reale dei campi energetici e delle aure di cui è ricca la letteratura d’ispirazione indù.

Pensiamo alla nostra esperienza quotidiana. C’è una persona che suscita simpatia, alla quale si perdona tutto; c’è una persona che invece suscita antipatia, che irrita anche quando cerca di compiacere; c’è un personaggio che si vorrebbe emulare; c’è un personaggio che ispira compassione; e così via. In alcuni casi, questi sentimenti si possono spiegare facilmente; in molti casi, non ci se ne accorge neppure, finché qualcuno lo fa notare; e allora non se ne saprebbe il perché. Quando sono individuali, si possono forse ricondurre all’inconscio personale – sempre che questo non sia un nome dato, come diceva Leibniz, per illudersi di aver capito; quando, come spesso accade, sono di tutti, si può ricorrere all’inconscio collettivo di cui parla Jung. Da un punto di vista olistico, cioè cercando di descrivere più che di spiegare, perché non accettare il termine aura? In base a quel che abbiamo detto, si può tradurre l’idea di aura o di energia psichica trasmessa in quella di flusso di segnali che hanno determinati effetti psichici. Se i termini come inconscio, subconscio, ecc., non sono nomina nuda come il nome della rosa di Umberto Eco, forse possono aiutare a spiegare il perché di certe differenze. Si può pensare, per esempio, che particolari impercettibili nel comportamento di una persona agiscano come segnali che mettono in moto istinti o archetipi che producono ripugnanza; un po’ come quelli, per esempio, che determinano il disagio di un anziano quando un adolescente gli parla emettendo ogni tanto bolle di chewing-gum, ritirandole poi per masticare ancora a bocca aperta. Si può ben dire che fin dalla nascita (se non da prima) ogni psiche è immersa in un oceano di segnali cui essa stessa contribuisce sempre più man mano che si sviluppa. Lo stato della psiche di ogni vivente dipende sia dalla sua situazione nello spazio-tempo sia da quella che Danilo Gherardi, neuropsichiatra della “Sapienza” di Roma, chiamò situ-actio, azione situante dell’insieme degli influssi del mondo esterno quale si configura in quella particolare situazione.

Se si rilegge in questa chiave il passo da cui abbiamo preso le mosse, si vede che in fondo non fa che rivestire di un linguaggio fantasioso e impreciso qualcosa di molto vero. Se si aggiunge che è stato ampiamente confermato dalla medicina ufficiale quello che i buoni medici di una volta sapevano benissimo, e cioè che molte guarigioni dipendono dallo stato psichico del paziente, si comprende anche come – specie con il declino del rapporto personale medico-malato – vi sia nell’opera dei guaritori una certa dose di successo. Sembrerebbe, insomma, che la pranoterapia e le pratiche analoghe debbano quella parte del loro successo che è autentica all’essere una sorta di psicoterapia personalizzata. Quanto ai principi che ispirano queste pratiche, il concetto fondamentale è certamente quello di equilibrio psichico interiore ed esteriore. Un uomo in pace con se stesso e in rapporto sereno con il mondo che lo circonda è certamente quanto di più vicino all’uomo felice si possa sperare in questo mondo. Questo stato non si può raggiungere completamente in un mondo agitato e turbato da ogni sorta di egoismi e di violenze, ma ad esso ci si può avvicinare con uno sforzo personale e con l’aiuto degli altri. L’aiuto degli altri serve soprattutto a rimuovere il senso profondo di insicurezza e di solitudine che, soprattutto nella nostra società edonista e indifferente, si impadronisce di chi è malato o turbato. Esso può servire anche a richiamare l’uomo al giusto rapporto con se stesso attraverso la religione e la mistica. In questo senso non vi è dubbio che la tradizione indù, nella forma originaria e buddista, avesse colto un punto che la tradizione occidentale ha molto trascurato. D’altra parte, il fatalismo che lo accompagna – almeno secondo interpretazioni correnti in Occidente – appare come una fuga senza speranza dalle sofferenze e dalle responsabilità. A questo si contrappone una soluzione tipicamente cristiana: è sereno l’uomo che ha superato se stesso, accettando sacrifici e sofferenze pur di collaborare all’equilibrio dinamico con gli altri uomini e con il resto dell’Universo. Si tratta di una sorta di dharma che si precisa nei tre valori platonici e raggiunge la sua pienezza nel primo comandamento. Ogni essere vivente è sano se è in perfetto equilibrio con il cosmo; l’uomo lo è se a questo equilibrio collabora coscientemente, cominciando con l’occuparsi del prossimo, sapendo dare e sapendo anche ricevere. Se ho ben capito, questo dovrebbe essere lo spirito del guaritore.

Due punti difficili

Prima di concludere, rimane da fare un commento su alcuni punti più difficili da giustificare. Una volta ammesso che ogni oggetto o essere nell’Universo scambi informazione con tutto ciò che lo circonda, si possono trarre alcune conseguenze, forse troppo audaci. La prima è quella dell’influenza degli astri. Forse l’unico modo di razionalizzarla consiste nel considerare che certamente esistono cicli temporali comuni alla terra e agli astri (basti pensare al ciclo della Luna).

Senza invocare un improbabile rapporto di causa-effetto, si può fare qualche ipotesi abbastanza plausibile. Per esempio, nel caso della supposta dipendenza del carattere dalla data di nascita, si può stabilire la seguente argomentazione: (a) Il clima in un dato luogo della Terra ha variazioni periodiche a breve e a lungo termine e i loro periodi corrispondono in certa misura a quelli di fenomeni celesti come la congiunzione di certi pianeti; (b) dal clima dipendono moltissimo le condizioni psicologiche e materiali degli uomini, se non altro a causa delle sue influenze sulla produzione agricola; (c) l’ambiente in cui si trova un nuovo nato influisce sullo sviluppo della sua psiche; (d) ergo, c’è una corrispondenza fra i fenomeni celesti e il carattere dei nati in un certo periodo di un certo anno. Dato che i dati osservativi relativi ai punti (a), (b), (c) sono molto pochi e non confrontabili, quest’ipotesi va presa con beneficio d’inventario; ma certamente mostra che, proprio perché uno studio scientifico sembra possibile, agli astrologi si può ben rimproverare di fondarsi su congetture, senza darsi la pena di fare il lavoro difficile, l’osservazione critica, lo studio approfondito, la formalizzazione e la verifica. Per quanto riguarda il nostro argomento, possiamo solo dire che l’ipotesi dei potenti campi di energia degli astri non sembra compatibile con l’interpretazione psicologico-informazionale del discorso sui campi di energia. Invece, il fatto che un cielo stellato eserciti su di noi un profondo fascino e che, a quanto pare, serva di guida alle migrazioni degli uccelli è un’indubbia indicazione che partecipiamo ad un’armonia a livello cosmico e che la psiche dei viventi riceve segnali che la influenzano anche dagli astri più lontani.

Altro punto è la trasmissione a distanza delle influenze dei guaritori. Qui si entra nel discorso complicato e deludente della parapsicologia. Non vorremmo ricapitolarlo qui, ma ci limitiamo a dire che – per quanto ci risulta – il successo di terapie alternative a distanza è minimo e probabilmente è dovuto alla fiducia del paziente, se non a coincidenze casuali.

La chiave di tutto

Per finire, vediamo di parafrasare il testo della Brennan secondo la chiave di lettura qui presentata. Ecco la nostra proposta. Alla nascita, comincia a configurarsi lo sviluppo della psiche specifica e individuale di ciascuna persona. La psiche, che si era sviluppata fino allora nell’involucro protettivo dell’utero materno, per la prima volta è sottoposta agli influssi dell’ambiente. Per la prima volta si trova sola nell’oceano di segnali in cui ciascuno di noi è immerso e, attraverso di esso, entra in contatto con il resto dell’Universo. Sempre al momento della nascita, lo stato dell’ambiente, che è in armonia con i cicli delle stagioni e degli astri, influisce per la prima volta sul campo proprio della psiche neonata. Naturalmente, l’oceano di segnali che la circonda viene a sua volta influenzato dal campo di segnali trasmessi dal nuovo essere sin dal momento della sua nascita. Come si vede, si perde buona parte di quell’aura di mistero e di esoterismo che proveniva dal riferimento a una segreta energia universale che sfugge alla scienza e ad un’anima immortale che migra da un corpo all’altro quasi percorrendo l’Universo. Per recuperare questa dimensione di mistero e di sogno occorrerebbe forse riscrivere ex novo il testo della Brennan. Ma, contro la banalizzazione di tutto, dobbiamo avere il coraggio di dire che non è meno densa di meraviglia e di poesia la visione che ci propone la tradizione, scientifica e umanistica, del mondo occidentale. Non occorre parlare di energia cosmica per dire che l’uomo è inserito nell’armonia dell’Universo, oggi restituita alla scienza ad opera dei cosmologi, eredi di Einstein, e di Ilya Prigogine, il premio Nobel per la chimica che ha rivelato l’immensa portata del concetto di sistema stazionario fuori d’equilibrio. Non occorre neanche parlare di reincarnazione o di nirvana; basta guardare ai meccanismi all’opera nell’Universo, alla nascita e morte delle stelle, ai cicli misteriosi delle creature marine, alle meraviglie dell’organizzazione biologica in generale, per rendersi conto che ogni essere è come una gemma preziosa e irripetibile, e che ad ogni uomo è stata affidata la responsabilità di una sola vita, che è sua e solo sua, anche se la materia di cui è fatto subirà innumerevoli trasformazioni dopo la sua morte. Resta compatibile con la scienza quel nucleo valido di cui abbiamo parlato, la certezza che nell’Universo l’uomo non è una foglia secca portata dal vento, non è un’isola nella corrente, ma è una stazione ricevente e trasmittente che raggiunge il benessere quando trasmette e riceve in perfetta sintonia con il mondo esterno, cosa possibile solo se ha raggiunto l’equilibrio fra le varie tensioni che si agitano in lui. Di qui sembra emergere la conclusione che il vuoto di cui abbiamo parlato all’inizio, che la gente sente in qualche modo colmato da sogni di campi energetici astrali ed energie cosmiche, sia proprio la mancanza di questo dare e ricevere gratuiti e personali regolati da una piena sintonia con l’Assoluto.

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La cupola della cattedrale di Mantova (XVI secolo).


Bibliografia essenziale

  • Ludwig v. Bertalanffy, in E. Agazzi (cur.), I sistemi fra scienza e filosofia, Torino, SEI, 1978.
  • Barbara Ann Brennan, Mani di luce, Milano, Longanesi, 1989; trad. it. di M. Archer, Hands of light, New York, Bantam, 1987, p. 67.
  • Danilo Gherardi, Ipnosi, neuropsichiatria ed autocoscienza, Padova, Piccin, 1982.
  • Carl Gustav Jung (1875-1961), Inconscio, occultismo e magia, con intr. di A. Carotenuto, Roma, Newton-Compton, 1971, p. 192.
  • Wolfgang Pauli, Fisica e conoscenza, Torino, Boringhieri, 1964, trad. I. Dennerlein e A. Perna, pp. 133-149.
  • Ilya Prigogine, Il mondo instabile, intervista di R. Cieri e R. Basosi pubblicata in “Arancia Blu”, Marzo 1991, pp. 90-93. Per un’esposizione più completa v. le varie opere di filosofia della scienza di Prigogine.
  • James Redfield, La profezia di Celestino, Milano, Corbaccio, 1994.
  • Charles A. Tart, The basic nature of altered states of consciousness: a systems approach, “Journ. Transpers. Psychol.”, 8, 45-64, 1976. Esiste in versione italiana come volume sotto il titolo Stati di Coscienza, ed. Astrolabio.
  • Valerio Tonini, Il corpo, la ragione, la psiche, “La Nuova Critica”, Roma, XIV serie, n. 56, 1980, p. 49 e passim.
  • Giuseppe Zanella, Reiki: Il vortice della vita, Milano, Atlantide, 1993.

Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Anthropos & Iatria. Rivista italiana di studi e ricerche sulle medicine antropologiche e di Storia delle Medicine, anno VII, n. 2 (aprile/giugno 2003), pp. 52-56, riprodotto per gentile concessione dell’autore. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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