Frammenti d’Ipazia nella cultura moderna

di Stefano Eugenio Bona

Charles William Mitchell, Ipazia (1885)

Disgiungere i mille rivoli, le istanze confluite nell’Ipazia del mito e del simbolo contro il potere ecclesiastico costituito, non ci porterà nessun beneficio senza comprendere come nella storia delle idee, il vissuto storico si articola per essere riletto e utilizzato come arma culturale dalle generazioni successive.

Da un lato servirà quindi fare luce sull’Ipazia storica, dall’altro analizzare e comprendere l’ispirazione  che il lascito, la testimonianza (nell’etimo di  μαρτύριον – il martirio) della sua fine nella storia delle arti.

Questo tributo nasce per occuparsi esclusivamente della seconda istanza, e in modo ancora più specialistico dell’Ipazia del mondo della cultura umanistica. Soffermiamoci sulla letteratura dal ‘700 ad oggi, per osservare le tracce del passaggio di Ipazia nel mondo moderno.

Ipazia degli illuministi, Ipazia dei pagani, Ipazia dei poeti, Ipazia delle femministe, Ipazia del libero pensiero, Ipazia del laicismo, Ipazia dei matematici, Ipazia degli astronomi, Ipazia dei neoplatonici.  Dove cercare?

Se ci troviamo di fronte la figura mitizzata dagli storici illuministi o quella cantata dai poeti, non abbiamo che uno spicchio di realtà, una visuale molto limitata sul lascito di Ipazia.

Urge focalizzare l’attenzione su quella che divenne “una bandiera di laicità”, domandandosi “cosa veramente sia in questa bandiera”, per usare le parole della Ronchey; ma d’altra parte questa visuale è solo parziale. Gli equivoci sono in chi manipola, ad esempio, su uno sfondo per cui Ipazia sarebbe la razionalista vittima dell’intolleranza. Quando è dimostrato il fatto che mai ci fu laicismo ma se mai tolleranza, quieta disposizione aristocratica. “Le classi da cui proveniva Ipazia erano quelle aristocratiche, in cui si perpetrava la Tradizione antica: il loro era un paganesimo filosofico, che non credeva nei dogmi “vulgati” del cristianesimo così come  non aveva mai prestato fede alle credenze popolari del politeismo, alle sue favole, alle leggende destinate agli spiriti più semplici.”, così la Ronchey, che in più spiega la devozione di Sinesio nei confronti di Ipazia come frutto di un legame di tipo iniziatico, da adepto a sacerdotessa dei misteri ultimi. Dove si situi il laicismo, in questo contesto, non è dato sapere.

Certamente la sua figura si è prestata a divenire contenitore per le istanze più disparate, parliamoci chiaro: non può darsi lettura unilaterale, Ipazia è quindi da sviluppare sempre come simbolo e contenitore, stando però attenti a separare la crusca dal grano…Ovvero a fare un minimo di ricerca sulla logica di attribuzione…Certamente questo continuo precisare deriva dalla necessità di non prendere meramente Ipazia come appoggio per le tesi più improbabili, per poi cavillarci sopra.

Introducendoci nell’utilizzo peculiare dei poeti, nella Storia di Ipazia e i suoi contorni (una conversazione del poeta Luzi, poi trascritta) leggiamo: “Era una cosa accaduta ma immessa nella eventualità continua del mondo e per me non era finita con il suo essere accaduta”. Questa impostazione gli creò noie con storici e storicisti, mentre una visuale tale è all’origine di qualsiasi protensione poietica, quindi creativa. Perciò per Luzi basta una parola: “Ipazia”…E si spalancano le “correspondances” di baudeleriana memoria: il fatto storico come “selva di simboli” per la trasfigurazione attraverso il cuore del poeta. La morte violenta di Ipazia è qualcosa che opera una stimolazione, il fondamentale gioco delle analogie.

Quando si parla di poeti e poesia non si può ben calibrare a priori l’influenza che un determinato innesco può dare nella proiezione immaginativa, sfugge alla filologia.

Il poeta deve far parlare l’Io intessuto con gli accadimenti, da sussumere poi sul piano simbolico. La poesia che trasmuta in altro proprio l’accaduto, diceva Luzi…E allora possiamo sublimare anche un martirio? Certamente, in versi rende vividamente l’attesa cristiana per il tempo dell’avvento, ovvero il conseguente dominio sul mondo antico; rende in toto l’atmosfera di tensione dei periodi di crisi, come in questa Alessandria divenuta terreno di battaglia, in quanto baluardo della cultura ellenica.

Tra i decreti contro i culti pagani, promulgati da Teodosio tra il 391 e il 392 e l’assassinio di Ipazia nel 415, monta un senso di terribile confusione, una velenosa intolleranza. Luzi riassume l’atmosfera:

“Città davvero mutata, talvolta cerco di capire

se nel tuo ventre guasto e sfatto

si rimescola una nuova vita

o soltanto la dissipazione di tutto.

E non trovo risposta.”

I critici letterari che hanno spostato sul mondo in rovina del IV secolo il nostro decadente mondo moderno, non avevano in vista le forze e gli sconvolgimenti veri dell’epoca, così vibranti energeticamente a confronto d’un mondo mercantilistico che tira innanzi come vuota carcassa. Sono anni in cui si “gioca una partita a tre”. Cristianesimo ed ebraismo avevano la freschezza della gioventù dalla loro, ma la filosofia ellenica non aveva certo esaurito la sua spinta propulsiva: confluirà comunque nel mondo bizantino. Il neoplatonismo trattiene e dona ad Ipazia insegnamenti iniziatici, che poi arriveranno al pensiero bizantino (Areta, Psello, Coniata, Gregora), per trasmettersi insieme alla filosofia platonica, attraverso la scuola di Giorgio Gemisto Pletone, fino alla Rinascenza e ancora oltre, in quella protomassoneria colta (definizione della Ronchey) delle accademie platoniche italiane e inglesi.

Diderot, Voltaire e Gibbon sono la linea con cui il resoconto di Esichio e Damascio (attraverso Fozio e Suda) giunge ad informare anche istanze massoniche.

Non si può comprendere l’epoca senza tenere bene a mente che si combatteva una partita a tre. Così la Ronchey: “se l’implicita, comune adesione al paganesimo stringeva l’aristocrazia ellenica ai rappresentanti del governo romano come una massoneria, nella partita politica che ad Alessandria vedeva affrontarsi queste forze e i nuovi quadri ecclesiastici cristiani giocava un terzo elemento: la componente giudaica, già lobby dominante prima dei cristiani, ora gruppo di pressione rivale”.

Atti come il pogrom antiebraico furono le prime azioni dell’episcopato di Cirillo. La grande rivalità nel proselitismo si aveva però tra le due matrici monoteiste, la filosofia ellenica era in una sorta d’enclave sospesa. A questa aristocrazia apparteneva pur Sinesio. Infatti la Ronchey, nella sua analisi, lo utilizza come il perno equidistante dalle parti. Pagano per nascita, non ripudiò la scienza e la filosofia ellenica, non fu mai dogmatico e fu apertamente critico con la dottrina della resurrezione della carne.

Ipazia, col suo martirio è simbolo di passaggio, così come ogni sacrificio può essere la nuova alba per una diversa dimensione spirituale, e il suo lascito può essere attualizzato ai fini della via iniziatica, nel suo potenziale più alto. Chi spinge, chi è l’eterno complice dei supplizi? L’ignoranza, la superstizione, il fanatismo, le parti più basse dell’essere umano.

Nel monumentale Storia del declino e della caduta dell’impero romano, Gibbon fu molto duro e inchiodò Cirillo alle sue responsabilità, coprendolo di perenne infamia, poiché l’assassinio di Ipazia “ha impresso una macchia indelebile sulla personalità e la religione di Cirillo”.

Chateaubriand contestualizza Ipazia all’interno delle violenze della Rivoluzione Francese e trova paralleli tra il suo martirio e la morte dell’astronomo Bailly: per lui, come per Toland e Kingsley, Ipazia è anche strumentale per una disamina sulla società del tempo, per istituire i paralleli. Un archetipo, un “nulla di nuovo sotto il sole”: qui il nodo è nel far brillare la scena sull’intellettuale  e il gorgo della storia sempre pronto a risucchiarlo. Chateaubriand usa fonti di prima mano come la Vita Isidori di Damascio e Socrate Scolastico per sottolineare (nel Terzo discorso sulla caduta dell’Impero Romano) una similitudine: “la lotta delle idee antiche contro le idee nuove in quell’epoca offre uno spettacolo che ci aiuta a capire quello al quale assistiamo ora”.

Il passaggio fondamentale per comprendere i destini filosofici di tutto un mondo, viene ravvisato da Diderot e Chateaubriand, quando chiariscono la compenetrazione tra filosofia ellenica e mondo bizantino. Comprendono che con la morte del mondo antico, il nucleo sapienziale non muore ma si travasa.

È la fedeltà alla filosofia ellenica, il fortino della libera ragione (come facciata e come scorza…) da difendere contro il fanatismo, che attrae poeti, letterati, filosofi tra ‘700 e ‘800. Voltaire paragonò ironicamente Anne Dacier, la filosofa ugonotta, a Ipazia. Nell‘Histoire de l’établissement du christianisme annovera Ipazia tra le vittime del fanatismo e questo è un importante snodo da cui la vicenda s’introduce in Francia, poiché si sviluppa la figura di Ipazia come uno dei punti di riferimento per una generazione di letterati, principalmente volti ad intenderla come Torre d’avorio, rifugio dei reclusi in fuga dalla volgarità dei tempi moderni.Tutte istanze della poesia del maestro parnassiano Leconte de Lisle, che istituisce un culto del classico fuso ad istanze umanitarie, in una intransigente riscoperta dell’armonia greca, nella forma letteraria e nella concezione della vita. A lui si ispirerà non poco Luzi, suo riferimento sicuro nella letteratura su Ipazia e Sinesio (le poesie Hypatie e Thyoné e il poemetto Hypatie et Cyrille, all’interno dei Poèmes antiques). L’impassibilità marmorea, arcana e purissima del caposcuola parnassiano arriva a pronunciare questa sentenza in versi (in Hypatie):

“lo spirito di Platone e il corpo d’Afrodite

si sono ritratti per sempre nei bei cieli dell’Ellade”

Egli dà la stura, poi Ipazia diviene materia viva attraverso Barrès, Péguy, Gautier e altri, arrivando fino al Proust di All’ombra delle fanciulle in fiore, ove Odette de Crécy, elevata  Madame Swann, si trasfigura in un balenìo di metafora vaporosa e densa: «Non meno che dall’apice della sua nobile ricchezza, era dal glorioso colmo della sua estate matura ed ancora così saporita che la signora Swann, maestosa, sorridente e buona, inoltrandosi lungo l’avenue del Bois, vedeva, come Ipazia, sotto il lento incedere dei suoi piedi, volgersi i mondi».

Charles Péguy tratteggia questa romantica fedeltà alla propria natura, compito di ogni vero intellettuale e di ogni spirito libero, così nei suoi Cahiers: “Ciò che noi amiamo e ciò che onoriamo è questo miracolo di fedeltà…Che un’anima sia stata così perfettamente in accordo con l’anima platonica, e con la sua discendente, l’anima plotiniana, e in generale con l’anima ellenica, con l’anima della sua razza, con l’anima del suo maestro, con l’anima di suo padre, in un accordo così profondo, così intimo, che raggiungeva così profondamente le fonti stesse e le radici, che in un annientamento totale, quando tutto un mondo andava discordandosi, per tutta la vita temporale del mondo, e forse dell’eternità, lei sola sia rimasta in accordo, fino alla morte”. Per Peguy come per altri poeti e intellettuali, Ipazia muore ancora, muore come in una ferita perenne, sotto i colpi della cieca ignoranza, viene uccisa ogni volta che si calpesta la nobiltà dello spirito.

Come soglia dei tempi, Ipazia è chiamata col nome di Athénée da Maurice Barrès, in una chiave reazionaria e nazionalistica volta a tracciare un parallelismo utile ad una speculazione, in cui la conservazione è sempre preferibile al nuovo che incalza (ovviamente il socialismo e la paura dell’incontrollabilità delle masse).

Ipazia è “Atenea, personificazione della nostra sensibilità gualcita che si ritira nella sua torre d’avorio”.

L’identificazione tra Ipazia e la libertà di pensiero fa arrivare Flaubert a dire: “Hypatie c’est moi!”, nei dialoghi di Bouvard e Pécuchet.

Ma prima che in Francia, la causa postuma di Ipazia aveva trovato già gran partecipazione in Inghilterra, dove nel 1720 John Toland le aveva dedicato un saggio intitolato Ipazia, donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero.

Sono note le varie maschere con cui, sotto Ipazia, si sono volute addobbare tendenze politico-culturali della più diversa estrazione: talvolta serve agli antipapisti, nel caso poi di un Toland s’inserisce nella polemica sul deismo, nel caso di Kingsley si situa nelle diatribe dell’Inghilterra vittoriana, con un tono romanzesco dalle tinte pastellose, dense, come dentro ad un quadro preraffaellita, Ipazia come grimaldello dei rinnovatori contro la chiesa tradizionale.

Nel romanzo del Kingsley la trama si dipana in modo molto bizzarro, con la lettera di Oreste ad Ipazia, alla quale viene offerta l’Africa in cambio della sua mano, ma lei così risponde: “Dovrei arrossire al solo pensiero di portare l’odioso e umiliante nome di moglie! La moglie è il possesso, il giocattolo di un uomo, sottomesso al suo piacere. Non voglio avere figli e assumermi tutte le rivoltanti noie della femminilità, voglio continuare ad essere fiera di me, della mia purezza, della mia indipendenza!”. Qui parla l’Ipazia dell’emancipazione, della solitaria caparbietà a rimanere donna di studi, una creatura ellenistica, una creatura di libertà e d’opposizione.

Nel dialogo tra Teone ed Ipazia, vi è l’esortazione del padre ad accettare la proposta d’Oreste, per la “causa degli Dèi!..Pensa all’imperatore Giuliano…”. Quindi le due istanze: quella protofemminista e quella della difesa del paganesimo, intrecciate.

Poi ancora v’è un Henry Fielding che immagina un fidanzamento tra Giuliano e Ipazia, sempre rispondendo ad un gusto nostalgico e visionario, unendo due figure affascinanti perché entrambe romanticamente in piedi nel momento della tempesta: i fieri rappresentanti dell’antico mondo, trascinati via dalla corrente della storia.

In Germania l’illuminista Wieland parla di Ipazia come l’omega della grecità e di Socrate come dell’alfa, primo martire che delimiterebbe il periodo di sviluppo della cultura ellenica.

In Italia è altresì cruciale lo snodo del solitario di Recanati. La nobiltà di Ipazia è ricordata da un giovane Leopardi in Storia della astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXII, ove si prodiga in lodi sperticate verso la “scienza delle stelle”. Così nell’Introduzione: “la più sublime, la più nobile fra le Fisiche scienze ella è senza dubbio l’Astronomia. L’uomo s’innalza per mezzo di essa come al di sopra di se medesimo, e giunge a conoscere la causa dei fenomeni più straordinari[…]Lucrezio, Orazio, Virgilio, Ovidio, Manilio,Lucano, Claudiano, ne han parlato come di una scienza poco meno che divina”.

Poi nel capitolo Storia dell’Astronomia dalla nascita di Ptolomeo sino a quella di Copernico, si sofferma più propriamente sulla sapiente di Alessandria d’Egitto: “Teone fu padre della celebre Ipazia, ed egli medesimo la istruì e ammaestrò. Questa fece sì grandi progressi nelle scienze, ed in particolare nell’Astronomia, che fu tenuta per la più dotta persona del suo tempo. Compose vari trattati di Matematica, che disgraziatamente si sono smarriti. Venne crudelmente massacrata perché credevasi che ella impedisse la riconciliazione di S.Cirillo con Oreste governatore della città, o, come vuole Esichio Milesio, a cagione della invidia, che contro di lei avea suscitata la sua perizia in particolare nelle cose astronomiche…Sinesio di Cirene, suo discepolo che fu poi vescovo, la chiamava madre, sua sorella, sua maestra nella filosofia e sua benefattrice…”.

Leopardi, nel suo poter passare da una disciplina all’altra senza problemi, si sofferma forse poeticamente sull’ Ὑπατία dell’etimo: Ipazia l’altissima, simbolo del superlativo che travalica ogni steccato di genere e specie. Propriamente nel sostantivo femminile hypate si designa anche la nota più elevata della scala musicale greca: la massima espressione del genio scientifico femminile per secoli s’introduce a risuonare nella più alta modulazione dell’Armonia delle Sfere.

Oltre al novecentesco Luzi, ricordiamo dunque i versi di Vincenzo Monti, che in maniera volteriana vuole ripercorrere “ciò che presentasi di più barbaro negli annali ecclesiastici e nell’immensa storia del fanatismo”:

La voce alzate, o secoli caduti,

Gridi l’Africa all’Asia e l’innocente

Ombra d’Ipazia il grido orrendo aiuti.

Citeremo ora alcune personalità del mondo esoterico, tra Otto e Novecento: la prolifica Annie Besant che sosterrà di essere la reincarnazione di Ipazia e financo di Giordano Bruno…A parte queste bizzarrie la Besant vuole anche incarnare istanze femministe, facendo parte del movimento delle suffraggette e dell’Obbedienza del Diritto Umano, che ammette anche le donne.

Ricordiamo però soprattutto il fondatore dell’antroposofia,  Rudolf Steiner: “Ella costrinse ai suoi piedi non soltanto i vecchi pagani, ma anche cristiani di profondo sapere e di acuta penetrazione come Sinesio. Ipazia di Alessandria esercitava un influsso potente; in lei risuscitava l’antica sapienza pagana di Orfeo tradotta nell’elemento personale”…Niente meno che la tradizione orfica incarnata. E ancora: “Ciò che li animava era l’odio contro ogni tradizione di tempi antichi, che pure era tanto più grande dell’immagine contraffatta in cui si mostrava la luce nuova. Un odio profondo viveva nelle autorità cristiane di Alessandria, specialmente contro l’individualità rinata del discepolo orfico. Non ci sorprenderà quindi che contro l’individualità orfica reincarnata si sollevasse la calunnia di esser dedita alla magia nera. Bastò questo per aizzare contro la figura sublime e unica del reincarnato discepolo orfico tutta la plebaglia dei militi assoldati”.

Ma non tutti sono in grado di osservare in una dinamica così alta e l’immagine dell’Ipazia storica è talmente poco definita, che nel gioco delle sovrapposizioni, persino una scrittrice cattolica come Diodata Saluzzo Roero può tentare l’appropriamento. Nel poema Ipazia ovvero delle filosofie, riesce a trasformare una martire del libero pensiero in araldo del cattolicesimo (con fraintendimenti tratti dal giansenista Tillemont).

Operazioni demenziali e azzardate sono sempre dietro l’angolo, quando sotto un simbolo si riparano così tante istanze…

Per la gran massa degli italiani la scoperta di questo nome è relativa ad un film, con relativa polemica di marca vaticanista: Agorà. Sorte ben diversa dal Libro di Ipazia di Luzi, la cui rappresentazione fu mandata in onda addirittura il 25 dicembre 1971, sulla Rai.

Nello speciale de La Cittadella dedicato ad Ipazia, si rammentano le parole di  Giuliano Kremmerz, “la cui sapienza ermetica aveva non poco a che fare con quel tempio alessandrino di Serapide, di cui nel film di Amenàbar abbiamo visto l’orrenda profanazione operata dai cristiani parabolani”: – Su Roma l’ondata dell’ignoranza cristiana passò come una spugna umida su disegni tracciati col gesso sulla lavagna (La Scienza dei Magi, Mediterranee, Roma, 1975, vol III, p30).

Tramite La Cittadella abbiamo avuto inoltre la possibilità di leggere il volumetto di Augusto Agabiti Ipazia, la prima martire della libertà di pensiero, Enrico Voghera Editore, Roma, 1914). Il teosofo marchigiano fu anche direttore di Ultra (la rivista della Società Teosofica Indipendente di Decio e Olga Calvari), dal 1914 fino alla morte avvenuta nel 1918.

Ricorda l’Agabiti: “il mondo asiatico e greco romano politeista si affronta con quello giudaico e cristiano. Energie potentissime il cristianesimo acquisisce in questa lotta, poiché ben per tempo, come ricorda Carlo Pascal, venne fondata ad Alessandria una cattedra di filosofia cristiana, che si trova menzionata col nome di Scuola delle sacre parole, e alla quale appartenevano Clemente e Origene.

Ammonio Sacca, Plotino, Porfirio, Giamblico, Olimpiodoro, Proclo, Marcione, Filone, Sinesio, Eunapo, Teofilo, Eudesio, Crisanto, Giuliano imperatore e filosofo, Massimo di Tiro, creano in Alessandria scienze e problemi della mente e della vita, tuttora presenti e grevi nella moderna società. Ipparco aveva scoperto la processione degli equinozi; Eratostene misurata la terra, Tolomeo infine e Strabone avevano raggiunto la massima fama scientifica, fissando quegli un sistema astronomico, il quale doveva durare mille e duecento anni, accettato dalla Chiesa Romana e da Dante, descrivendo questi, secondo lo stato della scienza del tempo, la Terra intera. E d’Alessandria furono Euclide, geometra; Cresibo, Erone e Apollonio, fisici. Insieme al Museo per l’insegnamento, v’erano giardini zoologici e botanici, sale di anatomia per la scuola di medicina; perfino, credesi, laboratori di vivisezione…umana!”.

Pensiamo al tempo in cui scriveva l’Agabiti (1914): “quasi insignificanti accenni troviamo nelle enciclopedie, sulla vita e le opere sue…”!

Questo autore, usa termini da esoterista ottocentesco e perciò troviamo questa pur significativa collocazione:”Ipazia non è la sola donna greca che rappresenta il pensiero occultista; v’era stata prima la bella e sdegnosa Teano, moglie di Pitagora; Diotima, ispiratrice di Platone; e infine, con altre, Asclepigenia, figlia di Plutarco d’Atene, che diresse ivi la scuola segreta di spiritualismo greco-orientale, chiosando il famoso volume degli Oracoli Caldei”.

Di fronte all’intolleranza e all’imposizione di un credo, sempre l’Agabiti: “seguo perciò l’opinione dell’Aubé, il quale, parlando delle convinzioni religiose di Ipazia, esprime il parere ch’ella, probabilmente, avesse accettato il punto di vista di Temistio e dei pagani contemporanei più illuminati; i quali dicevano <<che i culti, essendo soltanto forme esterne ed espressioni particolari del divino, non sono differenti l’uno dall’altro; che vi sono molte vie per giungere a Dio, e che ognuno è libero di scegliere quella che più gli aggrada>>”.

Contestualizziamo il milieu sempre tramite l’Agabiti: “I Greci, raccogliendo in Alessandria il sapere dei più grandi popoli della Terra, furono in particolar maniera impressionati dalla grandezza e potenza delle tradizioni sacre dell’Egitto e di Babilonia. Adattando alla loro psiche, ai loro abiti mentali, tali tradizioni, spiegandole e rafforzandole, per beneficiare i posteri, con ragionamenti filosofici, produssero quelle grandi opere del pensiero, tanto ignorate: i libri ermetici e i canti caldaici. Nei primi stavano riassunte le dottrine egiziane, e nei secondi, per aiuto dei soli iniziati all’occultismo orientale, quelle babilonesi e assire. Si parlava in essi, con frasi molto laconiche del Principio supremo, dell’Unione mistica, della Monade e della Dualità, della Gran Madre, degli Eoni, dell’Emanazione delle idee, dell’Amor divino, dei Sette firmamenti, della natura del Cosmo, delle Leggi del mondo sensibile, degli Spiriti. Altre sentenze davano insegnamenti sull’anima umana, sui veicoli e strumenti della forza spirituale dell’uomo, sulla schiavitù e liberazione delle anime, sul potere purificatore delle potenze angeliche, sulle virtù morali, sull’arte della Teurgia e della Pietà”.

Torniamo in chiusura sul dramma storico-poetico delineato da Luzi. Nell’introduzione al Libro di Ipazia ammette di non conoscere con chiarezza la figura di Ipazia, poiché la iniziò ad immaginare a seguito di letture delle poesie greche e latine di Sinesio di Cirene, ma proprio per questo viatico trasse il retrostante ambiente colmo d’ambiguità, decadenza e vertigine.In Luzi si struttura un linguaggio dai toni e dai colori romantici, ove si sostanzia uno strano spleen, poiché non è il pagano nel lamento per il proprio mondo sfiorito, che si esprime, ma bensì  un uomo dalla spiritualità debitrice dell’escatologia cristiana (da San Paolo a Teilhard de Chardin), franto in una letteratura quasi deista.

Alcuni momenti sparsi, topici per le nostre brevi riflessioni subito a latere:

Teodoro: “E la scena non è più tenuta da uomini di senno e di valore,

ma da cieche moltitudini”

– Ciò che incombe quando al popolo vero si sostituisce il volgo.

Gregorio: “Non è più Alessandria e non è altro da lei:

solo un corpo in letargo percorso da oscuri fremiti”.

– Il sonno della ragione.

Teodoro: “Si vive da anni sull’orlo del pericolo.

Non occorre venerare gli dei, praticare gli antichi misteri,

molto meno ti espone allo scherno e alla collera:

se curi le vesti o l’intelletto,

se frequenti la palestra,

se leggi i poeti o i filosofi”.

– Questo è sinonimo di rovesciamento di tutti i valori, per la grecità del kalokagathos. Oscurantismo propugnato in nome di un’uscita dal mondo, filosofia del cristianesimo delle origini: dalle catacombe vede la luce e la propria centralità con Costantino prima, e poi con Teodosio.

(continua Teodoro):

“Tutti hanno in odio i nuovi barbari”

– Tali sono tutti coloro che non si dispongono nella cura e nell’educazione, nella paideia rappresentata dal mondo greco e da Ipazia.

“Divenuti potenti, protetti da Bisanzio.

E gli altri di nascosto ti spiano,

se cedi, se non odi a tua volta”.

– Il conformismo attraverso il fondamentalismo, un livellamento verso la bestialità.

E ancora, senza bisogno di ulteriore commento:

(Gregorio)

Tempo di tolleranza da coniugarsi al passato

– al passato, temo, irreversibile –

quando tutto poteva convivere.

La città era famosa per questo.

La differenza qui perdeva le unghie.

Uomini, navi e mercanzie,

fogge, pratiche, costumi

e credenze e dottrine di ogni nazione;

questa linfa le correva nel sangue,

le scoppiava in gemme, in fioriture perenni.

(Teodoro)

Non è un conforto esser cresciuti in quel tempo, Gregorio.

Ci si sente sperduti in quest’aria maligna, si soffoca,

ti giuro, tra questi sordi rancori.

E la scena non è più tenuta da uomini di senno e di valore,

ma da cieche moltitudini. Questo è il peggio.

(Gregorio)

L’alta schermaglia dei filosofi non ne turbava l’armonia,

ne affinava i lineamenti, le dava vivezza e lustro.

Poi la parola ventosa dei profeti ne scosse le fondamenta

e sono usciti al sole gli scarafaggi e i sorci.

(Teodoro)

Il fanatismo le ha cambiato volto, la deforma in tutte le ossa.

Così Sinesio, il vescovo di Cirene (nell’espediente narrativo, egli parla in preda ai ricordi, ma nella realtà morì due anni prima del martirio di Ipazia):

“Il sogno della ragione greca cerca una più alta concordia,

punta là dove mutamento e persistenza sono una legge unica;

dove nulla nasce e nulla muore.”

Gregorio è caustico su questa possibilità di rinascita, il realismo impone di osservare:

“Che resta del sogno della ragione greca?

Solo passioni furibonde, ire sorde covate negli anni che esplodono.

…Ipazia insiste, non so se per sola imprudenza,

a far gente ai crocicchi, a eccitare e sferzare la moltitudine

inseguendo quel sogno con discorsi che pochi capiscono

e ne cavano ciò che hanno già in mente, i disegni più torbidi.”

Questa visione è di chi si ritrae facendo passare la marea, mentre Ipazia con il suo filosofare testimonia tutto ciò che si può opporre ad ignoranza, superstizione, intolleranza, bestialità. Vogliamo infine che la sua ombra nei secoli sia nuova luce in un crepuscolo.

Ipazia è ben salda nel rimanere fedele alla propria natura, quando Sinesio la invita alla cautela, che potrebbe salvarla dall’ira dei parabolani fondamentalisti. In questi ultimi versi perciò ravvisiamo l’affresco di peculiarità stoiche: ogni donna e uomo di sapienza , deve trasmettere anche e soprattutto in tempi bui, poiché “nessun uomo è un’isola”…Basterebbe questo motivo per innalzare Ipazia come un simbolo perenne, chiudendo sempre col Luzi:

“Il pensiero senza parola è niente,

la verità non comunicata s’inaridisce e si corrompe.”

Resta il fatto che lo sguardo si sfalda in una comunione (per quanto possibile a noi moderni…) illanguidente, ogni volta che fissiamo l’Antico; il Bardo d’Irlanda William Butler Yeats a testimonianza di tutti gli Inattuali, a volo d’angelo dal dramma Resurrection scritto tra il 1925 e il 1930. Quivi un greco, si fa incontro per toccare il Cristo, per sincerarsi della resurrezione, lo tasta e lo reputa un fantasma, poi il morto che risorge si fa strada nel suo inconscio, poiché ad un tratto:

“The heart of a phantom is beating! The heart of a phantom is beating! […] O Athens, Alexandria, Rome, something has come to destroy you. The heart of a phantom is beating. Man has begun to die. Your words are clear at last, o Heraclitus. God and man die each other’s life, live each other’s death.”

– Il cuore di un fantasma batte! Il cuore di un fantasma batte! […] Atene, Alessandria, Roma, è giunto qualcosa che vi distruggerà. Il cuore di un fantasma batte. L’uomo ha cominciato a morire. Eraclito, le tue parole alla fine mi sono chiare. Il dio e l’uomo muoiono l’uno la vita dell’altro, vivono uno la morte dell’altro.


Bibliografia:

Antologia dei poeti parnassiani, Mondadori, Milano, 1996

Charles Kingsley, Ipazia, nuovi nemici dal vecchio volto, Lupetti, Bologna, 2010

Giacomo Leopardi, Tutte le Opere di Giacomo Leopardi a cura di Francesco Flora, Mondadori, Milano, 1945

La Cittadella, Quaderni di studi storici e tradizionali romano-italici, Numero doppio con un inserto speciale dedicato a Ipazia, Anno X, n°38-39, I libri del Graal

Mario Luzi, Libro di Ipazia, BUR, Milano, 1978

Vincenzo Monti, Il fanatismo e la superstizione, pdf dell’edizione del 1797

Silvia Ronchey, Ipazia, la vera storia, BUR, Milano, 2011

Rudolf Steiner, Storia Occulta, conferenza di Stoccarda del 29 dicembre 1910

John Toland, Ipazia, donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero, Clinamen, Firenze, 2010

William Butler Yeats, The Resurrection, The Adelphi, 1927


Articolo riprodotto per gentile concessione dell’autore che ne detiene i diritti. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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