L’alchimia greco-alessandrina

di Paolo Lucarelli

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La “Sapienza ermetica” (manoscritto del XVI secolo). Nei manoscritti dell’alchimia greco-alessandrina le immagini non hanno il ruolo di primo piano che conquistano, invece, a partire da XIV secolo, nei manoscritti dell’alchimia latina.

Non sapremo mai se fu scelta consapevole o inevitabile degli studiosi che ne predisposero la raccolta, certo è che gli scritti alchemici greci che possediamo sono per lo più dedicati ad uno specifico problema dell’Opera: ottenere quello che si chiamò in epoca moderna Mercurio Filosofico, e, in tempi antichi, Acqua Divina o sulfurea.

Democrito è nella Tradizione il padre dell’Alchimia occidentale. Della sua opera restano tuttavia soltanto sparsi frammenti, e la descrizione di Synesio:

Avendo ricevuto impulso da Ostane, Democrito compose quattro libri sulle tinture, sull’oro, sull’argento, sulle pietre, sulla porpora.

Abbiamo letto il passo in cui narra l’evocazione del maestro e l’aforisma sulle “nature” che lo conclude[*]. Ritroviamo questo insegnamento in un brano che termina con una descrizione della Grande Opera, succinta eppure completa, e che comprende una curiosa polemica contro “giovani” che non vogliono credere al valore dell’insegnamento:

Bisogna o re sapere questo; noi siamo i capi, i sacerdoti, i profeti, colui che non ha conosciuto le sostanze e non le ha combinate e non ha compreso le specie e unito i generi ai generi, lavorerà invano e le sue pene saranno inutili, perché le nature si compiacciono tra loro, si rallegrano tra loro, si corrompono tra loro, si trasformano tra loro e si rigenerano tra loro… Voi dunque, o miei profeti, avete fede e conoscete la potenza della materia; mentre i giovani non si fidano di ciò che sta scritto; essi credono che il nostro linguaggio sia favoloso e non simbolico … Prendete del mercurio, fissatelo col corpo della magnesia e col corpo dello stibio d’Italia, o con il solfo nativo, o con l’afroselene o con la calce viva o con l’allume di Melos o l’arsenico, o come vi parrà, e gettate la polvere bianca sul rame; allora avrete del rame che avrà perso il suo color scuro. Versate la polvere rossa sull’argento, avrete dell’oro; se è sull’oro che la gettate, avrete del corallo d’oro corporificato. La sandaracca produce questa polvere gialla così come l’arsenico ben preparato, così come il cinabro, dopo che è stato affatto cambiato. Solo il mercurio può levare al rame il suo color scuro. La natura trionfa della natura…[1]

Ci sembra superfluo sottolineare che i nomi di questi materiali si riferiscono a corpi “non volgari”, notiamo piuttosto che in Ermetismo poche parole vantano l’ambiguità di “Natura”. L’assioma democriteo, appreso da Ostane, sta a dimostrarlo nella sua apparente e ingannevole semplicità.

Qui “natura” è innanzitutto te lo stesso Spirito Universale sovrasta, incanta, combatte e domina se stesso in una eterna alternanza nella quale, come il simbolo dell’Uroboros esprime perfettamente, il Serpente antico che mangia la propria coda. Questo è il fondamento stesso della Manifestazione e delle sue leggi, e dunque l’unico vero oggetto di studio dell’Artista Ermetico, e la sua unica e fondamentale “Materia Prima”, quella che si trova dovunque, è posseduta dal ricco e dal povero in egual misura, è disprezzata dagli uomini che la calpestano, la “vivono”, la incontrano, senza badare alla sua preziosità:

In cima alle alture, lungo la via,
nei crocicchi delle strade essa si è posta,
presso le porte, all’ingresso della città,
sulle soglie degli usci…[2])

Di questa parla Michele Maier, quando ripete l’antico suggerimento, tanto caro ai Filosofi Ermetici e Stoici, di “seguire la natura”, arricchendolo di preziosi consigli:

A colui che si affatica nella Chimica, la Natura, la Ragione, l’Esperienza e la lettura siano guida, bastone, occhiali e lampada[3].

Per questa Natura possiamo accettare l’identificazione proposta con to theion, il divino, e comprendere l’affermazione di Talete, panta plere theon, tutto è pieno di dei. Ma contemporaneamente, da un’immagine che appare affatto metafisica, l’insegnamento ermetico si trasforma in qualcosa di più concreto e manipolabile. I generi, le specie, le sostanze, le nature, si corporificano, si specificano in arsenico, mercurio, sandaracca, cinabro, in una nuova Genesi che ricollega il ciclo della Creazione ai materiali che rivivono questa stessa trasformazione nel crogiolo dell’Artista. Le “nature” diventano enti sperimentabili, senza con ciò perdere la loro intrinseca analogia con il fenomeno macrocosmico. Il Particolare e l’Universale si uniscono in un dramma logico ed esistenziale unico in questa realtà, e da questa unione scaturisce la possibilità stessa dell’Arte Sacra.

Nell’affermazione di questo incomprensibile paradosso, nella sua semplice e feconda descrizione, risiede la maestria di Ostane e del suo allievo Democrito.

La preparazione dell’Acqua Divina

Non sapremo mai se fu una scelta consapevole o inevitabile degli studiosi che ne predisposero la raccolta, certo è che gli scritti alchemici greci che possediamo sono per lo più dedicati ad uno specifico problema dell’Opera: ottenere quello che si chiamò in epoca moderna Mercurio Filosofico, e in tempi antichi, Acqua Divina o sulfurea.

Si impone qui una breve introduzione preliminare, forzatamente ristretta per motivi di semplicità e di ovvia prudenza. Diciamo subito che l’operazione, o, per meglio dire, l’insieme di operazioni che conducono al Mercurio Filosofico, si riferisce alla parte mediana della Grande Opera; esse consistono schematicamente nell’estrarre dal corpo che lo contiene, un ente detto tradizionalmente Solfo, o Sole, e la pratica è resa possibile dall’azione di un altro corpo, detto anch’esso Mercurio o Luna. Il risultato, unione dei due, sarà una materia splendente, di cui un anonimo autore nota:

E sebbene questa materia sia di due nature, tuttavia non é ermafrodita, checché se ne sia detto, perché non é che una Natura omogenea[4].

Stefano di Alessandria, che visse all’epoca dell’imperatore Eraclio (610-641 d.C) scrisse un lungo trattato ermetico suddiviso in nove praxeis, o lezioni, che hanno, salvo l’ultima, come titolo generale: “Stefano di Alessandria, filosofo universale e insegnante della grande e sacra arte. Sulla fattura dell’oro”.

Nella seconda lezione troviamo una descrizione su questo tema, che è commosso riassunto di motivi simbolici che si manterranno nel tempo:

Quanta ricchezza di sapienza in questa preparazione che rivela l’Opera. O luna rivestita di bianco, o biancore che splende veemente all’esterno, facci apprendere cosa sia la radiosità lunare … Perché la stessa cosa è la candida neve, l’occhio splendente di biancore, la veste di corteo nuziale … il chitone immacolato … la bianchissima composizione della perfezione, il latte coagulato del compimento, la spuma lunare (afroselenon) del mare d’aurora, la magnesia di Lidia, la stibina d’Italia, la pirite d’Acaia e d’Albania … Perché la sua emanazione è il mistero in esso celato, la perla preziosissima, alla pietra di luna che porta la fiamma, il chitone trapunto d’oro, il nutrimento aureo, la scintilla aureocosmica, il guerriero vittorioso, il manto regale, la vera porpora, la corona pregiatissima, il solfo nativo … Perché è bianco a vedersi, ma giallo a capirsi…[5]

Nessuna di queste definizioni e gratuita: ognuna si riferisce ad una caratteristica della materia, ad uno specifico momento dell’operatività. D’altra parte i particolari di questa prassi sono stati, all’interno dell’Arte d’Alchimia, i più fecondi nel generare fantasmagorici simbolismi. Vediamone qualche esempio.

Il corpo di partenza, inizialmente rossastro – perciò spesso chiamato rame – scurisce al principio di una cupa nerezza, da ciò descrizioni di morte e putrefazione. Il chiarore finale ne derivò ovvie immagini di resurrezione.

Il solfo racchiuso, imprigionato, che si libera dal nero e ricompare nel bianco, fu l’anima, che lascia la materia crassa e imperfetta per assumerne una gloriosa e irriducibile.

Si richiede un terzo ente intermedio a guidare il processo: lo si disse spirito, e completò la triade filosofica[6].

Infine, rappresentazione ben nota in disegni, miniature e stampe dal Medioevo al Rinascimento ed oltre, si narrò di nozze sacre tra sposi regali, per dire l’unione del sulfureo e del mercuriale in figure che sfiorano talvolta un brutale erotismo.

Il lungo trattato di Stefano si trova in 22 differenti copie manoscritte in diverse biblioteche europee. In quasi tutte è accompagnato da quattro poemi attribuiti ad Heliodoro, Theofrasto, Hierotheo ed Archelao, normalmente in quest’ordine. Sono versioni metriche di parti del trattato di Stefano e, per la loro strettissima rassomiglianza, per le peculiarità metriche, di linguaggio e stile, si ritiene siano stati scritti dalla stessa persona.

Leggiamo ora alcuni versi dal Poema del Filosofo Archelao sull’Arte Sacra legati all’argomento che stiamo trattando, e che saranno chiari, dopo le nostre premesse[7]:

Perché la pratica è la base della teoria,
così come l’anima senza la forma del suo corpo
è senza potere e affatto priva di forza…

congiungendo l’anima al corpo in un vincolo
attraverso la perfetta combinazione dei due
l’Arte Sacra li fa vivere entrambi come una sola cosa
quando lo spirito viene per terzo a incoronare il tutto.

Questo lavoro è semplice, se un uomo sarà saggio
abbastanza per congiungere insieme secco ed umido,
e caldo con freddo, i quali sebbene opposti
in qualità, possono essere uniti insieme come uno solo

Ora il Fuoco, come qualcosa di volatile e leggero
in quanto caldo e secco, non può unirsi
con la natura dell’Acqua, che è umida e fredda
e per la sua pesantezza tende fortemente in basso.
Ma l’Aria, il mediatore caldo e umido,
unisce i due velocemente e li rende uno solo.

L’anima puo essere liberata dal corpo solo
dall’Arte, come deve sapere ogni uomo esperto.
Che si sia esercitato nelle cose divine.
Prendila e rimuovila dalla stretta del corpo
e pulisci via ogni nerezza celata dentro
che vela la sua splendida leggiadria con tenebra.
Con i flutti rendila, l’anima, pura come neve;
lava via di nuovo la tenebrosità e l’ombra
perché tu lavandola, porterai alla luce
un meraviglioso splendore e una visione brillante.
Afferra strettamente la natura che si cela dentro,
custodita dalla pesante massa del corpo,
come nella oscura cella di una lercia prigione.
Da artigiano saggio, tu rimuoverai questa tenebra
con triturazioni e bagni frequenti
senza dolerti delle numerose fatiche.

È così modificata in aspetto e forma
che non mostra più nulla di nebbiosità scurente
in sé affatto, ma invece indossa splendore
avendo scambiato la sua tenebra con luce bianca e splendente.

Questi tre uniti in un legame compatto,
di ferma affezione e di amore indistruttibile
dimoreranno insieme, uniti come uno solo,
il corpo, l’anima e lo spirito…

Come si vede, nel poema si è introdotta un’altra raffigurazione destinata a divenire comune. Qui, con linguaggio apparentemente aristotelico, i quattro elementi, Fuoco Aria Acqua e Terra, e le quattro qualità, Caldo Secco, Umido e Freddo, si compongono secondo il classico schema cruciforme.

Non ci si faccia ingannare da un’analogia soltanto formale: i significati sono ben diversi, come si sarà già notato, là dove il Solfo è Fuoco, il Mercurio Acqua, l’Aria è anch’essa Mercurio.

L’insegnamento della regina Cleopatra e di Zosimo

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Il “Mercurio dei filosofi” rappresentato come “anima del mondo”. Da un manoscritto del XVI secolo.

In un testo attribuito alla regina Cleopatra, si ritrovano riuniti tutti questi simbolismi. Ad essi l’anonimo scriba ha aggiunto, a ulteriore chiarimento, i segni della stenografia ermetica. Lo proponiamo a dimostrare tra l’altro come la tradizione fosse ormai consolidata in tutta la sua espressività. Ben poco si poteva aggiungere, se non eleganti variazioni su un tema ben definito:

Avendo preso la parola Ostane e i suoi compagni dissero a Cleopatra: “In te sta nascosta la totalità del mistero terribile e straordinario. Illuminaci ancora in modo ben netto sugli elementi (stoicheion). Dicci … come le acque benedette discendono dall’alto per visitare i morti caduti, incatenati, oppressi nelle tenebre e nell’oscurità dell’Ade, come il farmaco di vita penetri nell’Ade e tragga i morti dal sonno cosicché essi si sveglino…”.

E Cleopatra rispose loro: “Le acque penetrano nell’Ade strappando al sonno i corpi e gli spiriti imprigionati e senza forza … a poco a poco essi crescono e si innalzano, si rivestono di colori variegati e brillanti … Ecco il mistero dei filosofi ed è a questo proposito che i nostri padri ci hanno fatto giurare di non rivelarlo né divulgarlo … È divino in effetti: unito alla divinità è lui che rende divine le sostanze … Lo spirito tenebroso … domina i corpi per impedir loro di essere imbiancati e di ricevere la bellezza e il colore di cui li aveva rivestiti il demiurgo … Ma quando questo spirito tenebroso e fetido è stato cacciato cosicché non resti più traccia dell’odore, né del colore delle tenebre, allora il corpo diviene luminoso, l’anima e lo spirito si rallegrano del fatto che le tenebre siano fuggite lungi dal corpo, e l’anima chiama il corpo che è diventato luminoso: “Svegliati dal fondo dell’Ade, resuscita fuori dalla tomba, levati ed esci dalle tenebre! … Allora lo spirito si rallegra a sua volta di vedere il corpo … e lo abbraccia … e (l’anima) si rallegra della sua dimora per il fatto che mentre aveva lasciato il corpo nelle tenebre, lo ha ritrovato colmo di luce, ed essa si è unita a lui … Ed essi si sono uniti tutti e tre nell’amore il corpo, l’anima e lo spirito ed essi sono diventati uno, ed in quest’uno è il mistero… È il fuoco che li ha unificati e trasformati, ed essi sono usciti dal seno del suo ventre (rosso) così come dal ventre delle acque e dell’aria (rosso) che è al loro servizio … Considerate o saggi, e comprendete: qui in effetti sta il totale compimento dell’arte, quando il giovane sposo e la giovane sposa sono stati sposati insieme e non fanno più che uno…”[8].

Ben più barocco ed involuto, Zosimo di Panopoli[9] offre lo stesso insegnamento in una fantasmagoria immaginifica che ha ovviamente eccitato la curiosità degli studiosi moderni molto più delle oneste descrizioni tecniche degli altri autori. In realtà le sue scenografie, anche se colpiscono la fantasia, non sono molto utili per il praticante. Per illustrare la preparazione dell’Acqua Divina, ci propone una visione onirica in cui un misterioso sacrificante, fatti quindici gradini, sale ad un altare a forma di coppa, da cui proclama:

Io sono Ione, sacerdote dell’intimo santuario e subisco una violenza intollerabile. Qualcuno accorse sul fare del giorno, velocemente mi afferrò e mi squarciò con una spada smembrandomi senza alterare la disposizione delle membra. E scorticò completamente la mia testa con la spada che brandiva, mescolò le ossa con le carni e le arse di sua mano col fuoco, finché non mi resi conto d’aver mutato la natura del mio corpo e di essere diventato spirito (pneuma). Ed è questa la violenza intollerabile…

Prosegue Zosimo:

E mentre ancora mi raccontava queste cose e io lo forzavo a dire, i suoi occhi divennero come sangue. E vomitò tutte le sue carni. E lo vidi davanti ai miei occhi, omuncolo privo di una parte di se stesso. E con i suoi stessi denti si masticava e si esauriva in sé … E mi chiesi, quale sarà la causa di questa visione? Non è forse l’acqua bianca e gialla gorgogliante, l’acqua divina?[10]

Il racconto di dilunga in altre immagini involute, mescolate a giochi di parole e riferimenti occulti[11], mentre evidentemente i materiali si sono antropomorfizzati, secondo un procedimento che sarà spesso imitato. Confessiamo di restare un po’ freddi di fronte a tanta truculenta da “granguignol”, per la quale parrebbe appropriato un commento valido, sfortunatamente, per molti testi ermetici.

…Non ve n’è che uno che ne abbia fatto un Libro intero sul Mercurio Filosofico, ma con così tante oscurità che non vi sono che coloro che lo sanno e lo conoscono perfettamente, che possano comprendere ciò che vuol dire…[12]

È chiaro che il nostro anonimo autore seicentesco non poteva ancora fruire delle interpretazioni psicoanalitiche, che lo avrebbero ulteriormente confortato nella sua opinione. Resta comunque il fatto, tornando a Zosimo, che se questo era il suo stile in generale, non ci dobbiamo stupire che della sua opera si siano conservate solo alcune ricette, a scapito di parti letterarie e misticheggianti, che, se lo avevano fatto definire da Olimpiodoro “lingua oceanica”[13], dovevano aver lasciato piuttosto sbigottiti gli ermetisti che tentavano di servirsene.

Potremmo ora proseguire con le citazioni e con l’esame di altri testi, facendone probabilmente opera erudita e noiosissima. D’altra parte ci pare di avere sufficientemente chiarito ciò che è importante notare, e cioè che sin dall’inizio degli insegnamenti testuali l’Opera di Alchimia si presenta affatto completa nella sua teoria e nel suo simbolismo. Saranno poche le evoluzioni, tutte rivolte a spiegare meglio certi punti o a descrivere principi di dottrina che in tempi più favorevoli erano demandati all’iniziazione orale.

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Riproduzione del complesso simbolismo raffigurato sul foglio 88v del manoscritto 299 della Biblioteca S. Marco, Venezia, sul quale è riportato il testo della cosiddetta Crisopea di Cleopatra.

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Schema con la traduzione in italiano delle scritte che compaiono accanto e dentro le immagini.

Resta riconoscibile una qualche forma di “progresso” in certe applicazioni, specialmente mediche, che nei secoli si trassero dalla teoria fondamentale. Il che tuttavia fu motivo di curiosità, più che non vero interesse, per il Filosofo Ermetico.

Peraltro, lo ripetiamo, uno studio attento dei testi greci conferma che questa curiosa Arte si è trasmessa sostanzialmente immutata anche espressivamente per almeno due millenni, caso quasi unico nella storia.

Valgono ancora due esempi: sin dall’inizio troviamo l’Uroboros, il serpente che si mangia la coda. così come i colori fondamentali, tanto importanti nell’insegnamento ermetico.

In uno dei manoscritti superstiti le rappresentazioni si sommano in due illustrazioni particolarmente pregnanti[14].

Nella prima il serpente è composto da tre cerchi concentrici. Quello esterno è squamoso, con testa e tre orecchie in rosso brillante, l’occhio bianco, la pupilla nera. Il cerchio centrale è anch’esso squamoso, giallo; quello interno, con quattro zampe, è verde. Secondo il commento le zampe rappresentano gli elementi di base o “tetrasomia”, le orecchie i vapori sublimati.

In un foglio successivo un’altra immagine mostra ancora il serpente, composto di due cerchi, in rosso e in verde.

Altra classica figura è l’Uovo, dalla cui cottura sprigionerà la Pietra Filosofale, cui sembrano adattarsi tutti i nomi possibili. Disse Zosimo:

La Nomenclatura dell’Uovo è il Mistero dell’Opera[15].

Le immagini si moltiplicano. Nei secoli si fissarono in pietre, di chiese, palazzi e cattedrali, in stemmi e blasoni. Furono stimolo e ispirazione di poeti, artisti e cantori di favole per bambini. Archetipi “fissati” nel mondo dei corpi, parole di Scienza che restano, come pietre miliari di una strada infossata.

Come abbiamo più volte ripetuto, e in vari modi, la Filosofia Ermetica vede il Mondo come un insieme armonico, tutto pervaso da uno Spirito Intelligente. Questa specie di panteismo radicale si trasmise occultamente, sempre con attenta e prudente cautela. Infatti tutte le religioni rivelate lo condannarono e perseguitarono come nemico terribile e pericolosissimo.

Solo in epoche molto tarde, quando rischiò il ridicolo, ma non il rogo, osò esprimersi con più chiarezza, come leggiamo in un testo seicentesco, che comunque rimase a lungo manoscritto e nascosto[16]:

…La prima materia (Spirito e Grande Architetto del mondo) si trova dappertutto, riempie tutto e moltiplica tutto … La materia prima … può essere detta, in un certo senso, onnipotente, perché tutto ciò che è nell’ordine della natura trae la sua origine da lei … Il mondo è pieno dello Spirito vitale che … si riveste della forma particolare dei corpi elementari … Lo Spirito del mondo muore ogni giorno, quando perde un corpo, e subito trionfa della morte … Le influenze celesti scendono in noi con la resurrezione dello Spirito del mondo. Lo Spirito del mondo monta dalla terra al cielo e dopo ne ridiscende, e ce ne riporta, come lo Spirito Santo, tutte le potenze…

È evidente come sia possibile da qui trarre altri fecondi percorsi di ricerca e studio, che affianchino la prassi alchemica, pur restandone servitori.

L’applicazione più nota, ma non certo l’unica, di questo ragionare, fu l’Astrologia, detta dai greci “Apotelesmatica”[17] ad indicarne le caratteristiche rivolte agli effetti particolari della Creazione. Ben diversa negli scopi e nei metodi dalla pallida larva che oggi le sopravvive, si divideva in vari rami, a seconda se l’interesse era più volto all’esame di eventi generali o individuali. Spingendo gli sguardi al cielo promosse lo studio della matematica e dell’astronomia. I nostri contemporanei, spogliati questi due sottoprodotti. in realtà insignificanti, dal loro obiettivo eminentemente spirituale, vi vedranno una causa provvidenziale di “progresso”. Dallo studiare le manifestazioni singolari dello Spirito, al cercare di dominarle, o almeno di servirsene, non è che un breve passo, e fu facilmente compiuto.

Figlia dell’Ermetismo dunque anche la Magia, con tutti i suoi infiniti temi, più o meno interessanti e criticabili. Si teorizzò, in modo che non appare sempre comprensibile per la nostra cultura, il legame che unisce tutti gli esseri, immaginando fili invisibili a tessere trame tra i regni naturali, dando spiegazioni e utilità che in questi legamenti trovano la loro giustificazione. L’obiettivo era per lo più medico: si volevano terapie e talvolta strumenti diagnostici.

Un testo esemplare è il Kyranis[18]. È un trattato in cui si associano in ordine alfabetico un uccello, un pesce, una pianta, una pietra, il cui nome cominci in greco con la stessa lettera[19]. Segue una breve descrizione di ciascuno di questi, e, più o meno sviluppata, l’indicazione dei rimedi che se ne traggono.

Più tardi gli si aggiunsero tre libri, i Koiranides[20]. Questi formavano una specie di bestiario in cui si studiavano uccelli nel primo libro, animali terrestri nel secondo e pesci nel terzo. Ancora l’obiettivo è essenzialmente medico. Ad una succinta descrizione dell’animale, in generale riassunta all’inizio del capitolo, segue l’elenco dei rimedi che se ne possono estrarre, con l’indicazione del modo d’impiego.

Nel IX secolo Giorgio Syncello vi appose un prologo, di cui notiamo il riferimento ermetico e la teoria di base:

Avendo ricevuto dagli angeli l’incomparabile dono di Dio[21], Ermete Trismegisto ne fece parte a tutti gli uomini dotati di intelligenza… In questo libro… si tratta delle ventiquattro pietre, uccelli, piante e pesci. Ogni virtù di questi esseri è stata combinata e mescolata alle altre virtù del corpo mortale, non solo per guarire ma anche per incantare. È un’invenzione della natura, che il Dio sovrano di tutte le cose e onnipotente, ci ha accordato nella sua saggezza e che contiene le energie delle piante, delle pietre, dei pesci e dei volatili, la virtù nascosta delle pietre, la natura degli animali, le loro mescolanze reciproche, le loro opposizioni e le loro proprietà.

In un testo dal titolo: Delle piante sottomesse ai dodici segni e ai dodici pianeti[22], astrologia e magia simpatica si sommano infine in una trattazione in cui il rizotomo dovrà tener conto del clima, della stagione, del luogo, ma anche del giorno e dell’ora in cui opererà l’estrazione, e della stessa situazione astrale. Qui parla un cuore eccezionalmente religioso, che rispetta la manifestazione divina sin nei più minuti particolari. È facile sorridere della prescrizione che ingiunge una preghiera al momento di svellere la piantina, e di gettare nel foro un grano di frumento o d’orzo. Eppure non si può negare l’autentica commozione che emana da queste parole, che altri definiranno superstiziose:

Signore, padrone dell’universo, autore di tutta la creazione, invisibile e visibile, tu che di questa creazione visibile hai fatto certe parti naturalmente alleate e accordate le une con le altre perché avessero la medesima forza negli esseri che nascono per suo mezzo e che per contro hai fatto altre parti non simpatizzanti e non accordate, salvo che anche in questo stato, dalla loro fusione insieme e dalla loro unione si compone una mescolanza ben temperata, e che queste cose sono gli araldi che proclamano lontano la tua maestà, tu dunque, in questo momento ancora in cui raccolgo questa pianta NN che tu hai fatto simpatizzare col pianeta NN, consenti che sia forte e colma di potenza e pienamente efficace per l’uso delle medicine che se ne traggono contro le malattie che affliggono la tua creatura, con l’assistenza di questo stesso astro che ubbidisce al tuo comando, perché il tuo nome è benedetto e glorificato nei secoli dei secoli, amen.

Di quest’Arte ormai sopravvivono solo fantasmi inquietanti e imbrogli mercenari. Ma infine, anche a volerne ricordare i nemici autorevoli, che ne è delle grandi Chiese che le si opposero?

Dovremmo ora parlare del cosiddetto ermetismo “colto”, anche se i testi disponibili sono un coacervo piuttosto incoerente e variamente manipolato di fonti eterogenee. Stiamo evidentemente pensando alla raccolta che va sotto il nome di Corpus Hermeticum, su cui generazioni di studiosi hanno potuto esercitare nobili qualità di critica erudita, senza peraltro ottenere grandi risultati[23].

I Filosofi che se ne occuparono non pare ne abbiano tratto impressioni molto favorevoli. Le conclusioni sembrano molto ben riassunte da Borrichius che liquida velocemente il tema con questa sprezzante definizione:

… il Pimandro, l’Asclepio e gli altri scritti … secondo il giudizio della maggior parte dei sapienti, sono stati messi insieme da un qualche Platonico semicristiano[24].

In effetti da quel caos indefinibile si potrebbe forse cavare qualche perla preziosa. Francamente ci chiediamo se valga la pena di compiere una faticosa opera di scavo e di eliminazione di scorie, per recuperare infine ciò che si può trovare tanto più facilmente altrove. Chi se ne è occupato sinora, è stato sollecitato dalla relativa facilità di uno scritto simile per linguaggio alle consuetudini scolari. Lo stesso ha dato per scontato che vi fossero contenuti i fondamenti della teoria ermetica. Resta un’ipotesi che andrebbe quantomeno dimostrata. Mentre chi lo ha analizzato, ha concluso con questo divertente sillogismo:

A) Il Corpus Hermeticum riassume la filosofia dell’ermetismo.
B) Il testo è contraddittorio, impreciso e confuso. Quindi:
C) La Filosofia Ermetica è contraddittoria, imprecisa e confusa.

In realtà sostenere che il Corpus sia di origine sicuramente ermetica, non è molto diverso dal pensare che il Roman de la Rose sia un’opera specializzata sulla flora francese del Medioevo. Non ce ne interesseremo dunque più che tanto, notando però la pregevole eccezione della Kore kosmoy. Questa è sicuramente opera alchemica, in cui la pratica operatrice che porta al Mercurio Filosofico ha generato per analogia una visione cosmogonica ricca di insegnamenti e di suggerimenti. Sia sul piano della prassi di laboratorio, che per noi resta di primaria importanza, che su quello della speculazione teorica, è un testo che va meditato. L’autore anonimo fu certo un Maestro “per ignem”, e la sua opera resta come una gemma scintillante che brilla nel confuso grigiore del resto.

Se dobbiamo invece cercare un qualche adattamento “colto”, e cioè profano, di Filosofia Ermetica, questo sarà piuttosto nello Stoicismo. È curioso che, salvo poche eccezioni, non se ne accenni mai[25].

Certo il pensiero del Portico ha avuto uno strano destino. Da un lato ha generato nella memoria collettiva immagini di uomini severi, che passano sulla terra con distacco, pur mostrandosi affabili e socievoli, poco preoccupati se non di accettare con dignità e fermezza la sorte loro assegnata. Hanno perciò suscitato sentimenti di rispetto e ammirazione per quell’atteggiamento, che ancor oggi è definito “stoico”.

Dall’altro, questo “movimento spirituale”[26] ha dato risposte ad insegnamenti troppo simili a quelli cristiani, pur muovendo da premesse tanto diverse, per non dover essere combattuto ed eliminato con i sottili metodi dell’oblio e della mescolanza.

Lo studioso troverà dunque proprio nella “Stoa” gli elementi dell’antica dottrina ermetica. Primo tra tutti quello di un Principio spirituale che dà forma all’Universo secondo un piano rigoroso ed intelligente che, proprio in questa scuola, troverà infine il suo nome più appropriato. Con un ritorno all’originario mito egizio sarà “LOGOS”, Parola. Assimilerà ben presto anche “Natura”, come divinità che tutto regge. Zenone, per brevità di comprensione, lo chiamerà con lo stesso nome di Zeus.

Alla base della Manifestazione gli Stoici porranno il Fuoco e lo diranno “Fuoco Artefice” (pur technikon), prima espressione materiale del logos. Davvero i confini con l’Alchimia si fanno evanescenti: due fuochi distinguerà Zenone, quello distruttore che trasforma la materia in nutrimento e quello creatore che tutto plasma, conserva, sviluppa. Gli Artisti Ermetici li definiranno “fuoco contro natura” e “fuoco naturale”. Ne conosceranno un terzo, il “fuoco segreto o innaturale”, che forse gli Stoici prudentemente non vollero divulgare.

Le analogie sono numerosissime, al limite dell’identità. Vediamo note ed esaminate nello Stoicismo le leggi di simpatia ed antipatia che legano il mondo, e l’importanza data al destino, “l’heimarmene”, dove la vera libertà resta solo quella morale del saggio, che non può, e nemmeno vuole, mutare il corso degli eventi, ma riconosce piuttosto un fattore provvidenziale cui dà il proprio assenso.

Notiamo infine, in particolare, l’applicazione dei principi fondamentali della “cabala ermetica”. Era, anche per la scuola stoica, un metodo di aggiunte, soppressioni, trasposizioni, cambiamenti meccanici di lettere e sillabe, con cui fissare etimologie, cause e significanze “vere” di una parola o di un nome.

Segni di influenze ermetiche sulla filosofia greca? Umori archetipali che generano consanguineità ignote?

Gli alchimisti annoverarono anche Aristotele, Platone e gli antichi “Fisici” tra i loro iniziati, e abbiamo già parlato delle filiazioni egizie tanto spesso ripetute. Resta un’ipotesi assurda per l’accadimento, che la elimina come un fastidioso ed improbabile rumore. Resta un fatto non verificabile in un mondo tanto segreto, che volle trasmissioni occulte, di cui un testo ripete gli impegni drammatici:

Io ti giuro per il cielo, la terra, la luna e le tenebre, io ti giuro per l’altezza del cielo, la profondità del mare e del Tartaro, io ti giuro per Ermete, Anubis, l’urlo di Cerbero, il serpente guardiano, io ti giuro per la barca e per il nocchiero che passa l’Acheronte, io ti giuro per le tre Necessità, per gli staffili, per la spada … di (non) trasmettere a nessuno, eccetto mio figlio legittimo … (il segreto dell’Arte Sacra)…[27]

Sono giuramenti espressivi. Nei secoli, nei millenni, non furono mai violati.

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Il tribikos di Maria l’Ebrea, tratto dalla Collection des anciens alchimistes grecs di Berthelot.


Note

[*] Lo ripetiamo qui dal nostro articolo precedente: “La natura gode della natura e la natura vince la natura e la natura domina la natura”.

[1] Par. 2327.

[2] Proverbi VIII, 2.

[3] Atalanta Fugiens, hoc est Embilemato de Secretis Naturae Chimica Accomodata partum oculis & intellectui… partum auribus & recreationi animi… Oppenheimi… MDCXVIII. Emblema XLII.

[4] Le Filet d’Ariadne, pour entrer avec seureté dans le Labinnthe de la Philosophie Hermétique. A Paris… M.DC.XCV.

[5] Par. 2327. Cfr. The Alchemical works of Stephanos of Alexandria. Translation and commentary by F. Sherwood Taylor, in Ambix, 1, 2.

[6] Traduciamo psyche con spirito, e pneuma con anima, seguendo i moderni.

[7] Rhetorical and Religious aspects of Greek Alchemy, by C.A. Browne, in Ambix. II. 3-4. Per una datazione, si nota che il poema attribuito ad Heliodoro contiene nel titolo una dedica a “Teodosio il Gran Re” che, a meno di un’interpolazione più tarda, si dovrebbe riferire a Teodosio III che regnò dal 715 al 7I7.

[8] Marc.299. Cfr. Festugiére, Hermétisme etc. op. cit. e Browne. op cit. parte III. Ambix, III. 1-2. Qui abbiamo convertito in simbolismo moderno quello antico, indicando tra l’altro con quello che nell’originale era il segno del cinabro, ma anche di diverse materie, purché rosse.

[9] Probabilmente della fine del III secolo. Cfr.: H.J. Sheppard, Alchemy. Origin or Origins. In Ambix XVII, 2-2; M.L. Von Franz, The Idea of macro and microcosmos in the light of Jungian psycology. In Ambix XIII, 1-3. Zosimo di Panopoli, Visioni e Risvegli, a cura di A.Tonelli, Milano 1988. Festugiére, opp. citt.

[10] Dal libro Sulla Virtù (Zosimoy Toy theioy peri Aretes).

[11] Cfr. ad esempio i 15 scalini che rinviano, tra l’altro, al piombo, legato al quadrato magico di Saturno, di cui questo è numero distintivo.

[12] Le Filet d’Ariadne, op. cit.

[13] Okeanobrytos glossa.

[14] Par. 2327, ff. 196 e 279.

[15] H.J. Sheppard, The Ouroboros and the unity of matter in Alchemy: a study in originis. In Ambix X.2. E. Egg, Symbolism in Alchemy. In Ambix VI.3.

[16] La Nature découvert. Pour les Enfans de la Science seulement e non pour les Ignorans Sophistiques par le Chevalier Inconnu in Trois anciens traités d’Alchimie. Calligraphie et prolégomènes d’Eugène Canseliet, F.C.H. Paris 1975.

[17] Apotelesmatike techne, da apotelesma, effetto, esito.

[18] Dal nome di un presunto re persiano, “Kyranos“. Il trattato è presumibilmente del I secolo d.C.

[19] Per la A: ampelos leyke = vigna bianca, aetos = aquila, aetites = etite o pietra d’aquila, aetos = pesce aquila. Per una trattazione più ampia vedi ad es. Festugière, op. cit.

[20] Detti anche Kyranides. I Mss. danno il primo nome per la raccolta completa in quattro libri, ma i libri III-IV sono chiamati col secondo dal redattore bizantino. Il primo testo fu rielaborato da un certo Harpokratione d’Alessandria, e il tutto fu riscritto da qualche autore bizantino tra il IV e l’VIII secolo.

[21] Theoy doyron megiston ap’aggelon labon: ricordiamo che in ermetismo “Dono di Dio” è una definizione della Pietra Filosofale.

[22] Festugière, Hermétisme etc. Tradotto dal Catalogus codicum astrologorum Graecorum VIII (cod. Parisin) 3.

[23] Cfr. Corpus Hermeticum, op. cit.

[24] Borrichius, op. cit.

[25] Un esempio in Gnosticism and Alchemy, by H.J. Sheppard. In Ambix, XI,2.

[26] Così lo definisce Max Pohlenz, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, Firenze 1987.

[27] Iside ad Horus. Par. 2327.


Nel giugno 2001, alla nascita di Airesis, chiedemmo a Paolo Lucarelli l’autorizzazione a ripubblicare e diffondere nuovamente, questa volta per mezzo del web, la serie di scritti sull’alchimia pubblicati negli anni ’80 su Abstracta. Lucarelli, dopo aver valutato il progetto, acconsentì senz’altro, ed aderì anche al comitato scientifico promotore dell’iniziativa. Gli sarebbe piaciuto inoltre, ci disse, col tempo, rivedere quegli scritti, aggiornarli in base alle sue nuove conoscenze e alle sensibilità maturate nel corso degli anni. Quattro anni dopo, nel luglio 2005, Paolo Lucarelli ci ha lasciato. Nell’ospitare la serie completa dei suoi scritti apparsi su Abstracta, Airesis offre l’estremo omaggio alla memoria dello studioso e discepolo della Filosofia Ermetica.


 

Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Abstracta n. 45 – giugno 1999, pp. 14-21, riprodotto per gentile concessione dell’autore. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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