Proposte per una episteme degli stati “altri” di coscienza

di Miriam Alloisio e Pierpaolo Pracca

Il problema che vorrebbe sollevare l’articolo riguarda l’importanza da un punto di vista epistemologico, di queste diverse modalità di esperire il reale. Inoltre, quale legame può esistere fra lo studio degli stati “altri” di coscienza e il problema del rapporto Soggetto/Oggetto, dal momento che le nostre interpretazioni della realtà non sono indipendenti dai nostri stati psichici profondi, i quali sono anch’essi, per parte loro, in un rapporto di interdipendenza rispetto ai nostri stati bio-neuro-cerebrali?

Criteri esperienziali per individuare uno stato di coscienza “altro”

Per Tart (1975) si possono distinguere differenti livelli di coscienza oltre a quello ordinario di base.

Lo stato ordinario di base è quello che sperimentiamo durante la veglia, indispensabile per la sopravvivenza nell’ambiente fisico regolato dal principio di non-contraddizione. La coscienza ordinaria nella nostra cultura è caratterizzata da un alto grado di razionalità e da un grado relativamente basso di capacità immaginativa. All’estremo opposto c’è una regione di spazio psicologico nel quale la razionalità è normalmente bassa o diversa; in ciò consiste, ad esempio, il sognare ordinario notturno, durante il quale noi creiamo l’intero mondo del sogno.

Per Fisher (1971) gli stati “altri” di coscienza si dividono in due classi: i primi sono gli stati di coscienza detti ergotropici, stati caratterizzati da una iper-attività psichica; essi possono essere indotti da droghe allucinogene ed esaltazioni mistiche. Gli altri, detti stati di coscienza trofotrofici, sono invece caratterizzati da una ipoattività psichica che, inducendo una desensibilizzazione progressiva agli stimoli esterni, conduce agli stati estatici dello zazen o del samadhi.

Uno stato “altro” di coscienza è un nuovo spazio esperienziale dotato di proprietà sue proprie, una nuova strutturazione della coscienza, che possiede una propria coerenza e proprie leggi. Il termine “altro” deve essere inteso in senso puramente descrittivo senza lasciare spazio ad alcun giudizio di valore.

Gli stati “altri” di coscienza comprendono essenzialmente questi specifici caratteri:

  • Percezione del tempo distorta rispetto a quella ordinaria o senso di atemporalità
  • Spersonalizzazione e perdita del sé.
  • Attenuazione delle inibizioni.
  • Accresciuta empatia seguita da sensazioni come quella di fondersi con altre persone od oggetti.
  • Prevalenza di pensieri basati sull’uso dell’analogia e della metafora con conseguente sospensione del principio di non contraddizione.

L’induzione di uno stato “altro” o “alterato” di coscienza comporta due operazioni fondamentali; in primo luogo vengono applicate forze disgreganti allo stato ordinario di base (azioni di carattere psicologico e/o fisiologico). L’induzione può anche non funzionare nel caso in cui lo stato ordinario di coscienza sia caratterizzato da una forte stabilità; succede spesso con l’uso di sostanze psichedeliche o con l’ipnosi; esse sono tecniche di induzione, che consentono il raggiungimento di uno stato “altro” solo dopo che il soggetto sa come espandere la propria attenzione/consapevolezza e ha forti aspettative in questo tipo di esperienza. Ciò fa comprendere come nel campo degli stati “altri” sia importante l’aspetto psicologico e l’ambiente socio-culturale nel quale esso viene esperito.

Nella seconda parte del processo di induzione si applicano forze strutturanti psicologiche e fisiologiche finalizzate alla creazione dello stato “altro” desiderato. La descrizione del meccanismo grazie al quale si accede da uno stato ordinario di coscienza ad uno “altro” e quindi da quello “altro” a quello iniziale sfrutta il modello cibernetico della teoria dei sistemi riassumibile con uno schema ad anello in cui gli effetti sono in continuo e costante feed-back con le cause.

Stato ordinario → induzione forze disgreganti → disgregazione → transizione → Stato altro o alterato → disgregazione → transizione → Stato ordinario

Stati “altri” di coscienza: una Neuro-Trascendenza?

Fra gli stati “altri” di coscienza, che in questi anni sono stati studiati vi sono: l’ebbrezza da droga e da alcool, le visioni ESP, gli stati di trance dei medium, l’esperienza peritanatica della quasi-morte, il digiuno e la meditazione, i sogni guidati e la deprivazione sensoriale.

Ci è sembrato interessante esaminare tre tipi di studio sugli stati “altri” compiuti negli Stati Uniti D’America. Il primo studio di cui vogliamo parlare è quello di Siegel (1978), che nel campo della sperimentazione con sostanze allucinogene notò come una certa dose di farmaco psico-attivo somministrata a un gruppo di suoi “psiconauti” creasse in quel campione di persone immagini-prototipo medie. Dopo anni di minuziosi rilevamenti si scoprì che la mente umana tende a contenere solo un numero finito di visioni.

Quando gli psiconauti chiudevano gli occhi e guardavano dentro di sé senza avere assunto droghe riferivano tonalità nere bianche e violette, mentre sotto l’influenza di sostanze psichedeliche i colori predominanti erano il rosso l’arancione; infine, il T.H.C. (tetraidrocannabinolo), il principio attivo della marijuana, produceva invece un azzurro freddo.

Sotto gli effetti dell’L.S.D e della mescalina gli “psiconauti” riferivano forme geometriche che diventavano sempre più complesse con il procedere del “viaggio”. Man mano che l’esperienza si faceva più intensa, queste forme ruotavano e pulsavano cedendo poi il posto a immagini più personali.

L’aspetto più importante di questi studi fu la seguente scoperta; sotto l’effetto di allucinazioni furono registrate quattro forme geometriche fondamentali e ricorrenti: la spirale, la galleria o l’imbuto, la ragnatela e la grata.

Le visioni ottenute in laboratorio furono molto simili alle visioni di popolazioni i cui membri sono soliti, all’interno di specifici rituali religiosi, all’uso di sostanze allucinogene; da queste ricerche sembrerebbe emergere il dato secondo il quale il nostro cervello fornirebbe immagini predeterminate in risposta a stimoli particolari. Siegel scoprì che nell’allucinazione si possono distinguere due fasi:

  1. Fase geometrica, in cui vi è la prevalenza di figure colorate.
  2. Fase in cui si presentano immagini strettamente personali, legate agli habitat psico-socio-culturali di chi compie questo tipo di esperienza.

Questa seconda fase, a differenza della prima, non si presta ad un sistema di classificazione scientifica, perché la mente è come se attingesse a un catalogo di forme e impressioni interne e strettamente soggettive.

Ad una conclusione molto simile a quella di Siegel (1978) giunse Lilly (1979), il quale qualche anno prima considerò un classico enigma filosofico e neurologico: che cosa accadrebbe al cervello se venisse deprivato di ogni imput sensoriale?

La maggior parte degli scienziati supponeva che in assenza di stimolazione si sarebbe avuta una mancanza di coscienza, anche se a sostegno di questa tesi non vi era alcun riscontro oggettivo. Lilly (1981), per avvalorare la tesi di chi sosteneva non esistesse attività cerebrale in condizioni di deprivazione sensoriale, costruì la prima vasca di isolamento, una vasca buia, isolata acusticamente, con all’interno un liquido a concentrazione ultrasalina. Dai primi esperimenti emerse una realtà sorprendente; il cervello, anziché risultare vuoto di impressioni, fu soggetto a una sovrapproduzione di stati di coscienza non ordinari come trance, illuminazioni mistiche e viaggi extracorporei. In seguito a queste esperienze Lilly combinò per la prima volta il soggiorno nella vasca di isolamento con il consumo di L.S.D. conoscendo esperienze allucinatorie ancora più’ forti. Dopo queste esperienze Lilly sposò la teoria di una posizione radicale del cervello implicante la consapevolezza di un principio esistente al di fuori della struttura del cervello fisico; in termini religiosi questa è l’idea di un’anima che usa ed è usata dal corpo:

Viaggiai nel mio cervello, osservando i neuroni e le loro attività…
Mi mossi in dimensioni sempre più piccole fino ai livelli quantici, e osservai il gioco degli atomi nei loro vasti universi, i loro vasti spazi vuoti e le forze fantastiche in gioco in ciascuno dei nuclei lontani, con le loro nubi orbitali di elettroni, di forza di campo… Era veramente spaventoso vedere verificarsi l’effetto tunnel e gli altri fenomeni del livello quantico (da The center of the cyclone).

Questa concezione, estremamente impopolare negli ambienti scientifici, fu condivisa in seguito anche da Pearce (1973; 1974) e da Moody (1976). Ciò che emerse da questi studi eterodossi fu che l’uomo non coincide con il cervello e neppure con il corpo in quanto in noi sarebbe presente un’essenza spirituale distinta da un supporto corporeo.

Un altro studio a nostro parere interessante fu quello compiuto da S. La Berge (1981) sul sogno lucido. Dal 1953 si sapeva che il sonno con sogni è associato a caratteristici rapidi movimenti oculari (R.E.M.), i quali vengono facilmente rilevati da un sensore posto sotto gli occhi del sognatore. Se era veramente possibile essere coscienti durante il sogno, riflettè La Berge, perché il sognatore non poteva comunicare al mondo esterno e perché non poteva usare i propri movimenti oculari come dizionario? Si avvalse così dell’aiuto di un polifonografo, un dispositivo simile a una macchina della verità, che controlla automaticamente i movimenti dei muscoli degli occhi e altri segnali fisiologici; ad ogni sogno lucido, gli occhi si muovono in una sequenza predisposta: sinistra-destra-sinistra-destra.

Quando in seguito si esaminarono le registrazioni, ecco che fra i tracciati dell’EEG e gli irregolari movimenti degli occhi consueti del sonno REM fu possibile scorgere il messaggio codificato. In seguito a questa esperienza La Berge elaborò una tecnica di induzione dei sogni chiamata MILD (mnemonic induction of lucid dreams) in grado di permettere a chi la applicava di trasformare sogni normali in sogni lucidi. Il semplice criterio di lucidità coincise con la capacità di essere in grado di creare le situazioni del sogno con un atto di volontà. Il fine di questa tecnica fu quello di istituire un rapporto fra la realtà dei sogni lucidi e quella della veglia. Ulteriori sviluppi fecero sì che il sogno lucido funzionasse come un laboratorio in cui si potevano simulare esperienze e situazioni che in uno stato di veglia avrebbero causato un impatto emotivo insormontabile, mentre in questa realtà autoindotta e virtuale potevano essere trattati blocchi emozionali altrimenti non contattabili.

Lo stato “altro” di coscienza e la realtà noumenica

La ricerca di stati di coscienza alternativi a quello ordinario, evidenziata dagli esperimenti sopra riportati e presente nella stragrande maggioranza delle tradizioni religiose ed esoteriche, può essere interpretata come il tentativo di afferrare porzioni di realtà diverse o superiori ed è in pratica il sogno millenario di rompere la circolarità della conoscenza umana superando la ricorsività dei processi logico/razionali.

Per molti ambiti culturali, infatti, taluni stati alterati dovrebbero condurci alla comprensione di una realtà al di là del conoscibile; l’estasi, ad esempio, per molte tradizioni religiose sarebbe una modalità della coscienza nel porsi in relazione con la presunta realtà noumenica. Come appare evidente, si pone il problema gnoseologico per eccellenza e cioè: quali sono i limiti della conoscenza umana ed è possibile superare il nostro punto di vista parziale costituito dal nostro ordinario apparato categoriale?

Secondo Godel ciò non è possibile in quanto nessun sistema cognitivo può conoscersi esaustivamente né convalidarsi completamente a partire dai propri strumenti di conoscenza.

L’allucinazione, la follia, il delirio mistico rappresentano le porte di accesso a meta-punti di vista o sono piuttosto, al pari dello stato cosiddetto ordinario, i risultati di interpretazioni, seppur diversi, della stessa realtà fenomenica? In uno stato di coscienza superiore (o più correttamente diverso) si approda a una esperienza diretta della verità/realtà o si ha semplicemente una lettura differente degli imput sensoriali che riceviamo dall’ambiente? Alcuni di questi, come sappiamo (droghe, alcool, tecniche di meditazione, musiche), eliminano le categorie distintive del nostro universo fenomenico (oggetto/soggetto, spazio/tempo) fornendone una interpretazione alternativa in cui parrebbe possibile l’esperienza di un’unità che da molte tradizioni religioso/iniziatiche viene indicata come la verità.

A questo proposito ci sembra opportuno ricordare quanto scrisse I. Kant ne i “Prolegomeni a ogni futura metafisica” in cui il problema della ricorsività del sapere emerge in tutta la sua drammaticità:

Tutte le rappresentazioni della sensitività vengono riferite ad una coscienza per la quale è possibile pensare solo attraverso regole che, per mezzo loro, è possibile l’esperienza da tenersi ben distinta dalla conoscenza degli oggetti in sé. A come sia possibile questa speciale proprietà della nostra sensitività o quella del nostro intelletto e della appercezione necessaria che sta a fondamento di questo e di ogni pensiero non si può dare una risposta né una soluzione dal momento che per ogni risposta e per ogni pensiero degli oggetti si ha sempre bisogno di tali leggi le quali stanno a priori a fondamento della sua possibilità.

Secondo Kant quindi le leggi innate del pensiero impedirebbero la percezione della cosa in sé.

Questo pessimismo gnoseologico, secondo molte tradizione iniziatiche, sarebbe superabile in virtù di tecniche indotte o auto-indotte che dovrebbero favorire il raggiungimento di un meta-punto di vista (Nirvana, Samadhi, Stato Diretto, Tao) ottenuto il quale sarebbe possibile sospendere le categorie kantiane dello spazio, del tempo e della causalità. Questa credenza, comune a gran parte delle discipline spirituali, ritiene che l’essere umano sia ordinariamente in uno stato di coscienza connotabile da termini come: illusione, sogno a occhi aperti, ignoranza, maya (l’insegnamento del Budda, ad esempio, definisce lo stato ordinario di coscienza come uno stato di sofferenza e di intrappolamento nelle forme e nei deliri della nostra mente) superabile secondo Maslow (1971) attraverso le “esperienze di vetta” in cui, per lo meno provvisoriamente, si trascenderebbe la condizione “samsarica” della coscienza ordinaria e quindi si raggiungerebbe la verità.

A nostro parere, occorre, tuttavia, distinguere l’idea di verità scientifica dal sentimento di verità che, come afferma Morin (1989), aggiunge una dimensione affettivo/esistenziale all’idea di vero. Siamo nell’ambito di una verità religiosa nel senso etimologico del termine “religio”: essa, “religat”, lega l’essere umano all’essenza del reale stabilendo, più che una comunicazione, una comunione.

Come si evince dai ragionamenti precedenti coesistono due atteggiamenti diversi: da una parte quello che fa appello a un sentimento di verità e ritiene certe esperienze coincidenti con la realtà noumenica; dall’altra il riduzionismo neuro-fisiologico di chi sostiene la causa organica degli stati mentali/religiosi.

Esiste la possibilità di superare questi due atteggiamenti? La soluzione, forse, la offre Maturana (1974), il quale afferma, che, biologicamente, la cognizione è un processo dipendente dal soggetto e, in quanto fenomeno individuale, subordinata dall’autopoiesi del soggetto conoscente. Quindi, epistemologicamente, secondo questo modello interpretativo, non vi sarebbe una differenza qualitativa tra uno stato ordinario di coscienza e uno “altro” in quanto noi vivremmo perennemente in uno stato di realtà virtuale per cui risulta indifferente stabilire lo status ontologico di un evento psichico. Psicologicamente però l’aspetto fondamentale è il significato che lo stato “altro” assume in colui che ne fa esperienza, l’importante è il significato che esso assume per colui che ne fa esperienza all’interno di un determinato habitat bio-psico-socio-culturale.


Bibliografia

  • R. Fischer, A Cartography of the Ecstatic and Meditative States in Science, 174, 1971, pp. 897-904.
  • I. Kant, Prolegomeni ad ogni futura metafisica, Laterza, Bari-Roma 1982.
  • S. La Berge, Lucid Dreaming: Directing an action as it Happens, in “Psychology Today, Je”, 1981.
  • J.C. Lilly, The center of the cyclone: an autobiography of inner space, Bantam Books, New York 1979.
  • J.C. Lilly, The scientist, Bantam Books, New York 1981.
  • A. Maslow, Verso una psicologia dell’essere, Astrolabio, Roma 1971.
  • H.R. Maurana, Autopoiesi e Cognizione, Marsilio, Venezia 1985.
  • R. Moody, Life after life, Bantam/Mockingbird Books, New York 1976.
  • E. Morin, La conoscenza della conoscenza, Feltrinelli, Milano 1989.
  • J. Pearce, The crack in the cosmic Egg, Simon & Schuster, New York 1973.
  • J. Pearce, Exploring the crack in the cosmic Egg, Julian Press, New York 1974.
  • R.K. Siegel, Allucinazioni, in “Le scienze”, 113, Gennaio 1974, pp. 88-96.
  • C.T. Tart, States of Consciusness, E.P. Dutton & Co., New York 1975.
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