Certezze scientifiche, Abelardo e Giuseppe Sermonti

di Stefano Serafini

Un luogo comune fra gli scienziati vuole che chi sia inetto alla scienza, ma pure insista nel volervi avere a che fare, finisce per diventare storico o teorico della scienza. Lo scherzo – non molto innocente, se si escludono calzanti casi individuali – nasconde due verità. La prima è il malcelato disprezzo con il quale certa cultura scientifica applicata e tecnica guarda a ogni forma di riflessione metacritica sul proprio “campo di battaglia”, considerandola evidentemente un’invasione indebita, e un’astrazione aliena alla concreta realtà di laboratorio. La seconda verità dice la condizione subordinata e del tutto marginale occupata dall’epistemologia nella formazione dei nostri scienziati, e sia d’esempio il misero ruolo rivestito dai corsi di storia della medicina nei curricula di laurea d’una scienza-arte come Medicina e chirurgia.

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Il risultato di tale idiosincrasia è che spesso i due mondi della cultura scientifica – quello pratico-tecnico e quello critico-storico – non dialogano, e ciò apre le porte a innumerevoli fallacie: ingenuità metodologico-critica e ideologizzazione della cornice di senso in cui vengono organizzati i dati positivi raccolti dai ricercatori, da un lato; incomprensione delle esigenze pratiche dello scienziato sul campo, dall’altro.

Del primo punto ci ha parlato egregiamente Thomas Kuhn, con il suo famoso saggio La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962), e molto hanno scritto Paul Feyerabend e Imre Lakatos. Del secondo abbiamo rari testimoni, a ulteriore conferma che sono pochi gli scienziati interessati a riflettere sulla propria materia da un punto di vista più astratto. Citerei qui un buon autore italiano, i cui piacevoli saggi – purtroppo in Italia è una situazione frequente – meriterebbero maggiore diffusione: l’oncologo Renzo Tomatis[1].

Naturalmente quanto vado dicendo non vale per tutti gli operatori di scienza né per tutti gli storici, ma la diffusa situazione di incomunicabilità e diffidenza reciproca ha elevato una sorta di cortina di ferro per la massa, per la mentalità dei ricercatori dell’uno e dell’altro campo. Al di là della cortina non si va, non si prova interesse per cosa possa esservi oltre, e tutto sommato, come durante la guerra fredda, fintantoché si resta in tale condizione non c’è motivo di conflitto. Basta ignorare ciò che eventualmente trapeli dal vallo.

Assai diverso è il caso in cui qualcuno osi volontariamente sconfinare. Leggere Marcuse fra i chimici e i biologi può suscitare commenti ironici e annoiati; e parlare di evidenza scientifica di fronte ad epistemologi destare sorrisi beffardi. Ma criticare dall’interno della propria disciplina, in modo sostanziale, la cornice di riferimento maggioritaria, non riferendosi agli argomenti dell’altra parte della cortina, ma bensì ai comuni ferri del mestiere, equivale a un atto eversivo, a un vero e proprio tradimento della patria. È eresia.

Le critiche della cultura umanistica alla scienza, come abbiamo detto, sono in qualche modo screditate e rese innocue agli orecchi della maggioranza degli scienziati per la loro stessa provenienza. Non è un caso che una delle accuse più frequenti mosse dagli evoluzionisti a chiunque tenti di esporre un’interpretazione diversa dei fatti biologici – qualunque sia questa interpretazione – sia quella di voler introdurre “Dio” o “la religione” nel sacro tempio della scienza. Ho personalmente udito una simile accusa persino nei confronti di un materialista riduzionista come Antonio Lima-de-Faria. Il succo di tale inquietudine è: criticando la scienza voi vi fate emissari del fronte opposto, di quel mondo del sapere che i giornalini divulgativi associano all’emisfero “creativo” e “irrazionale” della neocorteccia: letteratura, filosofia, poesia… in una parola, superstizione. D’altronde, speculare è la situazione in certi ambienti filosofici.

Ma le critiche a un sistema collettivo di tradizione di ricerca assumono ben altra gravità se si basano su un nuovo, metodico inquadramento dei dati scientifici.

È questo, io credo, il caso di Giuseppe Sermonti. Padre della genetica dei microorganismi industriali, ricercatore di successo stimato nelle sedi internazionali più prestigiose (e le più “scientiste” anche per ragioni politiche, come le accademie dell’URSS, della Jugoslavia o della Cecoslovacchia. Nel 1980 Sermonti fu invitato a ricoprire la vicepresidenza del XIV Congresso Internazionale di Genetica a Mosca, e pace se qualcuno, in Italia, dichiarò alla tv di Stato che “nessun italiano ha partecipato al congresso”: non è un onore che si tributa a chiunque, specie se isolato. – Ma di questo ci ha già detto l’amico Monastra), è parso a molti che egli abbia operato un’imperdonabile inversione di marcia, un insopportabile atto di abiura, allorquando negli anni ’70 cominciò a riflettere ad alta voce sul significato della scienza e la sua inadeguatezza a governare il mondo in Il crepuscolo dello scientismo, riedito quest’anno per i tipi di Nova Scripta. Ancor più, quando prese a rileggere i dati su cui si fondano alcuni pilastri attuali della scienza, per ricollocarli all’interno di un nuovo possibile paradigma: nella fattispecie l’evoluzionismo neo-darwiniano, che approccerà con ottica strutturalista.

Vi è poi un altro elemento non da poco per spiegare certe reazioni poco composte all’opera di Sermonti, ed è il suo stile. Questo scienziato è infatti un finissimo letterato, capace di scrivere ed ispirare il lettore meglio di un umanista dichiarato. Nel rispetto del metodo, ha l’istinto del rifiuto nei confronti dell’anima dissacratrice e amorale di certa scienza, un’anima a volte addirittura lubrica, che egli avverte come intimamente avversa alla ricerca della verità.

Scrive Massimo Piattelli-Palmarini:

Indubbiamente c’è qualcosa in Giuseppe Sermonti che infastidisce. Sarà la grinta polemica del suo scrivere e del suo parlare, sarà la sua personalità volutamente ombrosa e quel suo aspetto così serio, quasi da studioso tedesco fin de siècle che intimidisce. Molti miei colleghi biologi rifiutano addirittura di parlargli, un po’ perché lo reputano di idee politiche troppo a destra. Sia come si vuole, penso che abbiano torto.

Il progresso si nutre dello scontro di idee e bisogna sempre accettare il dialogo con gli oppositori. Oltretutto il professor Sermonti ha credenziali scientifiche non comuni ed è uomo di rara erudizione, non solo scientifica … Da noi in Toscana si dice che chi annaffia (o peggio) controvento si bagna la camicia. Sermonti sembra lieto di andare in giro con la camicia fradicia, e tanto peggio per i darwinisti sordi e ciechi. Il coraggio non gli manca, né gli fa difetto il bello scrivere…[2]

Naturalmente la caratterizzazione della figura e del “caso” Sermonti riguarda anche e soprattutto il contenuto delle sue critiche.

Le tesi dell’autore sono note e le discuteremo oggi con lui: la scienza non può pretendersi giudice ultimo dei fini umani, perché è una convenzione strumentale, derivata e chiusa nella logica del dominio pratico, che non è certo l’unica logica esistente né tantomeno la più adatta a spiegare la natura delle cose; la scienza è strutturata in gran parte da cornici di natura extrascientifica (per citarne alcuni: il capitale, l’industria, il mito del Progresso, la guerra); inoltre, le radici sue più solide, quelle da cui sugge, senza comprenderle, le risorse e i migliori successi, affondano nel terreno delle conoscenze più antiche di un’umanità prescientifica assai saggia (si pensi ad es. alla storia della farmacologia, o solo alla storia dell’aspirina[3]. Vi è poi il lungo dibattito sull’evoluzionismo, al quale è dedicato il libro qui presentato: la forma biologica ha origine da elementi che prescindono dai geni e dalla selezione; la vita non si “evolve” sul modello della civiltà anglosassone industriale e coloniale, guidata da un cieco meccanismo utilitarista; il darwinismo è piuttosto un’ideologia che una visione scientifica basata su dati positivi, e sulle sue incongruenze vige una sorta di congiura del silenzio, eccetera.

Ora, è evidente che tali posizioni lo pongono sul piano di uno scontro frontale con la scienza cosiddetta “dura”, strutturata su una base filosofica riduzionista. Qui non è più l’assenza di apertura a una critica epistemologica il fronte del conflitto. Esistono infatti posizioni di scienza forte criticamente consapevoli dell’orizzonte gnoseologico, le quali optano espressamente per una metodologia riduzionista e formalmente legata al paradigma dominante. Le scienze biologiche, per tale visione del mondo, debbono sussumere leggi, metodo e termini dalla chimica, e questa dalla scienza fondamentale, la fisica, evitando ogni riferimento a elementi slegati da tale catena perché essi non avrebbero dignità di autonomia ontologica, ad es. i concetti di vita, entelechia, intenzionalità, archetipo o campo morfogenetico, riconosciuti al massimo come epifenomeni. Eppure tale opzione si è trovata ad abbracciare il darwinismo più per l’assenza di alternative teoriche materialiste, che per reale convenienza di ragioni. I lamarckisti sovietici, negli anni ’20, accusavano i morganisti come A. Serebrovsky e I. Agol di minare il determinismo scientifico riducendo l’evoluzione a un processo casuale e di scelta[4]. Un autore d’oggi, il già citato Lima-de-Faria aborre tanto i sociologici elementi di scelta insiti nella teoria di Darwin, da arrivare a esclamare che la selezione naturale, in quanto non può essere pesata né contenuta in una fiala, va estromessa dal vocabolario della vera scienza[5]. Espressione pregiudizievole e provocatoria, certo indicativa dell’ardore polemico intorno alla questione.

C’è inoltre da aggiungere che proprio una concezione monolitica della scienza deve tenere conto degli sviluppi della fisica, che non è più quella ottocentesca cui poteva far riferimento Huxley, ma che ha conosciuto le poderose spinte innovatrici di un René Thom, un Ilya Prigogine, e in Italia il pensiero di Fantappié e Giuliano Preparata. Fecondi punti d’incontro si sono perciò avuti fra le posizioni di Sermonti e quelle dei suoi oppositori di un tempo.

Un po’ su questa scia vorrei domandare allora al pubblico e all’Autore se le tesi di Giuseppe Sermonti, in fondo, siano davvero così “scandalose”. Tanto scandalose da meritargli l’interruzione di una brillante carriera accademica, le urla degli scalmanati, l’ostracismo scientifico? Come abbiamo accennato, molte delle sue osservazioni critiche trovano riscontri precisi fra le pagine di rilevanti pensatori e scienziati del nostro tempo, da Edmund Husserl a Thomas Kuhn, da Karl Popper a Ludwig Wittgenstein, da Adorno a Horkheimer, da Antonio Lima-de-Faria a Francisco Varela, da D’Arcy Thompson, a Nikolaj Vavìlov, per citarne solo alcuni. E come si è detto, sono tesi solide, basate su argomenti e dati scientifici, maturate dall’interno di una qualificata formazione accademica.

In realtà Sermonti è un caso curioso, veramente interessante per chi si occupa di sociologia della scienza. Personaggio appassionato sì, ma mite e gentile quanto acuto e creativo, è da sempre stato investito di una carica polemica che a mio parere va al di là del segno, e tempesta intorno agli argomenti dell’autore senza centrarli. Mi è accaduto più volte di discutere con feroci avversari di Sermonti, che non ne avevano mai letto una pagina. Essi si riferivano a recensioni improbabili, stese da ancora più improbabili autori, che ne avevano travisato il pensiero non so se per inqualificabile malafede o per madornale superficialità.[6] Chi lo ha letto, pur senza essere d’accordo con lui, gli riconosce comunque l’introduzione di importanti quesiti nel dibattito scientifico, e con rispetto ne accoglie alcune istanze, come per es. fa il già citato Massimo Piattelli-Palmarini che non è certo un esempio di rivoluzionario scientifico.

Nei discorsi sull’identità europea si cerca sempre un riferimento agli ideali padri fondatori d’una koiné culturale, della quale la città in cui ci troviamo può ben rappresentare geograficamente e storicamente il centro ideale. Raramente, e me ne duole, ho udito citare a tal proposito il nome di Pietro Abelardo, il noto chierico filosofo vissuto in Francia fra il 1079 e il 1142 – famoso anche alla cultura romantica per la sua tragica storia d’amore con Eloisa – iniziatore del metodo scolastico dialettico del sic et non. In cosa consisteva tale procedimento, e perché dovremmo includere Abelardo fra i padri d’Europa?

serafini_antievoluzionismo_02Sic et non (sì e no) era il metodo con il quale vagliare, centrandola da opposte opinioni, la sostanza di una verità. Anziché limitarsi all’insegnamento mnemonico e letterale dei testi necessari alla formazione culturale dei suoi studenti, Abelardo, prevedeva la ricerca sistematica di tesi ragionate e argomentate a favore e contro una tesi data, fino al raggiungimento di una solutio fondata sulla ragione critica. Se Dio sia uno e trino, per esempio. E l’adduzione del maggior numero possibile di sententiae dei venerabili Padri della Chiesa da cui fosse possibile inferire una soluzione positiva e una negativa. È evidente che un simile procedimento generava allarme e reazioni di scandalo fra i sapienti del tempo, poiché si permetteva di smuovere, per saggiarla, la fermezza di universali punti di fede e di scienza, e oltretutto rischiava di mettere a nudo contraddizioni interne al tesoro sapienziale dei Maggiori. Non è un caso se un Concilio obbligherà l’illustre maestro a bruciare di proprio pugno un’opera fondamentale, e che gli ultimi anni della vita egli li abbia finiti in dura polemica con un’autorità come san Bernardo, al punto da vedersi comminata un’ulteriore condanna sinodale nel 1140. Ma fino alla fine Abelardo ribadì che la ricerca deve essere animata sempre e comunque dal dubbio, perché soltanto il dubbio promuove la ricerca e soltanto la ricerca conduce alla verità:

dubitando enim ad inquisitionem venimus; inquirendo veritatem percipimus.

Nonostante le opposizioni il metodo di Abelardo riscosse in realtà un grandioso successo, tanto da venire brevemente a costituire l’ossatura del metodo scolastico immediatamente successivo, e da rappresentare un precursore dello spirito scientifico moderno. È da esso che nacque la ricerca detta quaestio disputata, il cardine di ciò che ancora oggi chiamiamo Università, nata nel XIII sec. in un fiorire di dibattiti e scambi culturali che delinearono la nascita d’Europa come mondo dialettico e di relazione. A differenza di quanto ancora divulga certa pubblicistica, il Medioevo scolastico conobbe uno dei più grandi movimenti di scambio intellettuale e scientifico fra civiltà diverse. Fu il tempo delle grandi traduzioni composte insieme da savi ebrei, arabi e latini; del passaggio degli scritti di Aristotele da Oriente a Occidente attraverso i commentatori e i copisti musulmani; delle unioni (universitates) di studenti che ingaggiavano e ricercavano i migliori intellettuali del tempo per dare sfogo a un desiderio corale di conoscenza, che ha pochi pari nella storia.

Abelardo, col suo coraggio del dubbio e quindi del dialogo, raffigura quindi bene l’essenza dell’apertura culturale, spirituale e civile che identificano l’Europa ben oltre le frontiere e gli interessi economici come regione dello spirito umano. Lo spirito che cerca il vero in tutte le direzioni, che dialoga con il diverso, che assorbe da mille fonti la propria ispirazione e si identifica in se stesso in quanto logos imparziale fra tesi e antitesi di innumerevoli provenienze.

Oggi è un bel giorno se nell’occasione dei 700 anni della fondazione dello Studium Urbis un pensatore e uno scienziato come Giuseppe Sermonti viene invitato a parlarci della sua opera. L’Università di Roma ribadisce il suo spirito di discussione e ricerca in quest’occasione, recuperando un ritardo di trent’anni dovuto a ragioni ideologiche e personali che nulla avevano né hanno a che fare con tale autentico spirito universitario, con la scienza, con la ricerca.


Note

[1] Si vedano i suoi Storia naturale del ricercatore. Il mondo della ricerca visto dall’interno, Milano, Garzanti, 1985; Il laboratorio, Torino, Einaudi, 1965; La ricerca illimitata, Milano, Feltrinelli, 1974; La rielezione, Palermo, Sellerio, 1996. In Storia naturale del ricercatore, cit., p. 34, scrive fra l’altro: “I ricercatori somigliano di più a sociologi che a innovatori rivoluzionari, si identificano, e finiscono per amare i dogmi. Come i sociologi trovano gran difficoltà a immaginare veri cambiamenti che li costringerebbero a mettere in discussione un dogma. Gli eretici sono rari tra i sociologi come lo sono tra i ricercatori e per anni chi si azzardava a sostenere che esistevano meccanismi fondamentali al di fuori del genoma nucleare rischiava l’ostracismo, se non il rogo”.

[2] Massimo Piattelli Palmarini, Scienza come cultura, Novara 1995, pp. 207-208.

[3] La storia dell’aspirina, è quella della corteccia e della foglia del salice, le cui virtù terapeutiche sono menzionate già nel codice assiro di Ebers, all’incirca 2000 anni prima di Cristo. Ippocrate conosceva le proprietà antidolorifiche contenute nella corteccia e nelle foglie di salice e consigliava ai suoi pazienti afflitti dai più svariati dolori, di curarli con un infuso di quelle foglie. Ancora oggi i contadini greci masticano le sue foglie per combattere e addirittura prevenire i dolori reumatici: infatti è ormai comprovato che nella salicina, come è stata chiamato il principio attivo estratto dalla pianta, si trova il miglior rimedio contro i reumatismi. L’uso della salicina, così come era stato prescritto dal vecchio Ippocrate, venne seguito per oltre duemila anni, fino a quando il canonico inglese Edward Stone assaggiando una foglia di salice collegò il sapore amaro ai medicinali per curare le febbri malariche. Settant’anni dopo fu il chimico napoletano Raffaele Piria ad ottenere l’acido salicilico dalla salicina. Ma fu solo nel 1897 che due chimici tedeschi impiegati nella Società Bayer, Felix Hoffman e Heinrich Dreser, riuscirono a mettere definitivamente a punto un farmaco il cui preparato base era l’acido acetilsalicilico. Non c’è teoria biochimica, ma furto di medicina tradizionale. La constatazione degli effetti benefici dell’acido acetilsacilico non muovono da un modello teorico, ad es. le sue capacità anticoagulanti sono una constatazione recente e sorprendente. Ogni anno nel mondo si consumano oltre cento miliardi di compresse di Aspirina.

[4] Cfr. Helena Sheehan, Marxism and the Philosophy of Science: A Critical History, Humanity Press International, 1993.

[5] Antonio Lima-de-Faria, Evoluzione senza selezione. Autoevoluzione di forma e funzione, Genova, Nova Scripta 2003, pp. 8-13.

[6] Su Internet è possibile trovare la madre di simili capolavori, un articolo di Silvano Fuso dal titolo Antidarwinismo in Italia (http://www.cicap.org/articoli/at101151.htm).


Il presente intervento dell’epistemologo e saggista Stefano Serafini è stato letto in occasione della presentazione pubblica del libro di Giuseppe Sermonti Dimenticare Darwin, avvenuta a Roma, presso l’Università degli studi “La Sapienza”, il 19 maggio 2003.

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