Musica maga. Il sapere terapeutico della musica attraverso i saperi degli uomini

di Ombretta Franco

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Stephan Lochner: Maria nel Roseto (1440 ca.), particolare.

Dell’oblio di Sapienza, figlia di follia, ebbe origine la Scienza. Scienza, divinità ricca e possente, esclusiva depositaria della conoscenza, giustifica il suo strapotere rendendosi garante di verità, qualità, efficacia e successo. Questa giovane divinità dalle potenti virtù ammaliatrici, si circonda di un numero molto ristretto di adepti super specializzati che parlano del mondo senza vederlo, descrivono l’uomo senza nominarlo, liquidano tutto ciò che non rientra nella loro griglia interpretativa con il riduttivo a dispregiativo marchio di: magia, superstizione, arcaismo.

Ma questa non può che essere una delle possibili opinioni riconducibile ad un certo contesto e ad un certo criterio di valutazione. Condividendo l’idea di “un mondo ad universi multipli”[1] possiamo derivarne che non esiste un unico modello di razionalità scientifica, così come non esiste un’unica via alla conoscenza (dal mythos al logos).

Esiste una razionalità analitica a quantitative, così come esiste una razionalità sintetica a qualitativa, non meno valida della prima, tipica caratteristica di tradizioni di ricerca ormai abbandonate: sogni, miti, arte, medicine tradizionali, filosofie … Non stiamo facendo della poesia, nè dell’ideologia alla meno uno, spostando completamente l’asse del mondo sul pensiero arcaico. Crediamo che quello scientifico non sia l’unico modello di sviluppo possibile e con Feyerabend[2] condividiamo la provocazione espressa da “tutto fa brodo” convinti della fecondità di un atteggiamento di ricerca aperto alla pluralità delle teorie, le più lontane, le più inimmaginabili, consapevoli che il progresso non sia annullamento del passato ma sedimentazione: ogni tempo affonda le proprie radici in quello precedente, contenendolo a superandolo senza mai cancellarlo, conservandone la sintesi.

In questo contesto, apparentemente deviante, certamente sorprendente, il mito si inscrive con tutta la sue carica arcaica non come favola ma come scienza. Non si tratta di un vaneggiamento o vagheggiamento, ad un tempo seducente a sfuggente, ma di un processo di rivalutazione di tradizioni altre che, se da una parte possono essere ridotte a massificante capriccio della mode, dall’altra vedono coinvolte personalità del mondo scientifico, “garanzia di massima affidabilità”, come Giorgio de Santillana, eminente studioso del razionalismo scientifico che dichiara: “anche il mito è una scienza esatta”[3].

Le difficoltà e estraneità ad una simile affermazione sono da ricondursi alla maturata incapacità di interpretare il linguaggio e decodificarne i segni, trasportati, come siamo, sempre più lontano della cultura greca, custode del segreto sapienziale pitagorico a orfico in cui si riflette l’antica conoscenza orientate. Parafrasando le parole di Emanuele Severino[4] possiamo affermare di essere andati troppo oltre Parmenide. È questa la ragione per cui si liquida l’astrologia come abbietta superstizione mentre molti suoi assunti (influenza reciproca dei pianeti) sono stati dimostrati scientificamente (radioastrologia). Non è diverso il destino dell’astronomia megalitica (Stonehenge, osservatorio astronomico), della geometria a della metereologia dell’età della pietra il cui sviluppo è negato in quanto in contrasto “con il modello concettuale della preistoria comunemente in uso nel nostro secolo…”[5].

Al medesimo destino sono assoggettate le medicine tradizionali e tutu i saperi portatori di una verità che non si sottomette a principi logici né ad assunti di base ed esperimenti quali procedure naturali a indiscutibili della ricerca. In campo medico la ricerca della cause immediate della malattia, che ha colpito un uomo ormai completamente assimilato al suo sintomo, viene spesso condotta attraverso indagini di tipo selettivo a invasivo, considerato l’unico approccio scientifico valido alla formulazione di una terapia e alla formulazione di una teoria medica. Da un simile contesto vengono escluse le medicine popolari a le pratiche terapeutiche tradizionali come quelle africane[6] che liberano l’uomo dal suo sintomo attribuendolo ad un’entità esteriore e formulano la diagnosi attraverso la divinazione (portatrice di una verità altra rispetto quella scientifica), applicando una terapia fondata sull’integrazione dell’individuo nella comunità e sull’esperienza a la sapienza terapeutica di generazioni.

Gli uomini-medicine, i guaritori, sono coloro the conoscono gli spiriti e i segreti canti, ad essi bisogna ricorre per guarire colui che, impreparato, è entrato in contatto con il mondo soprannaturale trasformandosi in soggetto ambiguo a pericoloso per l’equilibrio della comunità. L’individuo malato viene temuto, interrogato a invidiato perché spesso prescelto da una divinità che nell’atto della guarigione ne farà un suo fedele adepto; ogni guarigione coincide con una conversione,[7] con la rivelazione di un’appartenenza insospettata e, se consideriamo la medicina popolare europea, con la devozione verso un particolare santo. In un simile ambito terapeutico il sintomo si trasforma in segno, in nodo di comunicazione degli universi multipli che popolano il mondo e che possono essere indagati solo attraverso un atto creativo come la divinazione the non interroga il malato ma ciò che lo circonda, la sabbia, i cauri, il rosario di noci di palma, il Corano, il sogno…[8]

Anche la medicina tradizionale cinese appartiene a questo patrimonio di conoscenza. Quando negli anni ’70 l’agopuntura si presentò all’Occidente, venne accolta come una tecnica rivoluzionaria e, forse, panacea universale per i mali della società occidentale. Rimedio orientale, del resto, come orientali sono tutti i sogni e i miraggi. Ben presto gli entusiasmi si attenuarono poiché la società scientifica, non riuscendo a misurare, riprodurre a spiegare secondo i propri parametri di veridicità i fenomeni a le guarigioni, liquidò la pratica con la solita etichetta: magia a superstizione. Non potendo fornire spiegazioni interne al paradigma nel quale era situata la biomedicina occidentale, tutto venne ridotto a un effetto di suggestione (placebo) caratteristico di molte terapie tradizionale ma irrilevante per la medicina scientifica.

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Pieter Bruegel, Danza Campestre (1565-66).

L’adesione a questa risoluzione non fu unanime, lo studio a la ricerca continuarono, tanto the oggi l’agopuntura è considerate una pratica medica assimilabile a tutte le altre ed è riconosciuta dagli “iniziati” alla medicina occidentale. Nella prima consapevolezza che quanto rimane all’Occidente della complessità di un’arte medica che affonda le proprie radici in un profondo e complesso sistema di pensiero è ben poco, ci sembra interessante poter applicare il principio della “costante intellettuale” a ricostruire il rapporto interrotto fra le diverse tradizioni rilevandone le tracce a le permanenze all’interno del pensiero cinese, ma anche costruendo confronti e paralleli con le medicine più antiche dell’Occidente e con la medicina tradizionale che in molti casi è stata capace di conservare ricette, rimedi a un sapere definiti sbrigativamente empirici solo dall’incapacità della scienza ufficiale di comprendere altre logiche a strutture cognitive

Ripristinare l’ordine dell’uomo e del suo mondo armonizzandolo con il cosmo, con il “mondo di sopra”, è una necessità di tutte le culture variamente distribuite nel tempo a nello spazio e pare che ogni volta la musica e il suono, invisibile trama dell’ordine universale, si siano dimostrati medium privilegiati per creare o indurre armonia. Se “in quella the è la meno scientifica delle testimonianze, la Bibbia, si legge ancora che Dio dispose ogni cosa secondo numero, peso a misura; testi cinesi antichi dicono che “tra il calendario a le altezze dei suoni dei flauti rituali c’è un accordo così perfetto che non potresti infilarvi in mezzo nemmeno un capello”[9]. Se in Cina il Ministro dei pesi e delle misure aveva il compito di controllare anche il diapason, vuol dire che la musica si poneva al vertice di un ordine totale dove numero a tempo, legge a misura, rito e ritmo si rendevano garanti di un’armonia alla quale tutti partecipavano: uomini, animali, piante, pietre a stelle.

Usiamo il passato poiché il filo che risale indietro nel tempo è stato spezzato forse dalla presunzione di un uomo che, volendo spingersi oltre il concepibile, finisce per perdere se stesso a la sue umanità. Ma ora ritorniamo alla musica. Nei miti, nelle leggende a negli antichi testi la musica è sempre descritta quale custode di potere magico a forza onnipotente. In tutte le cosmogonie, da quelle dei popoli primitivi a quelle delle civiltà superiori, da quelle orientali a quelle occidentali, il suono (rappresentato in maniera diverse nei differenti racconti) è la primigenia energia cosmica artefice della creazione di tutte le cose.

Il creatore stesso non è che un canto, strumento musicale o caverna risonante, per cui è probabile the la materializzazione del creatore sotto specie di strumento musicale, caverna, corpo o soltanto testa umana o animale non sia che una concessione al mito al fine di dargli evidenza più concreta. In realtà il creatore è un essere puramente acustico, canto o grido emesso probabilmente con una voce di testa, che crea un mondo di suoni e di luce. L’apparizione della materia è un atto posteriore considerato spesso un decadimento”[10].

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.
(Giovanni 1,1).

Secondo gli egiziani il dio Thot creò il mondo così:

Egli rise ancora sei volte e ogni scoppio di rise fece nascere esseri a fenomeni nuovi.[11]

Nella tradizione indiana,

Mentre atman (anima del mondo) covava il mondo, la sua bocca si scisse come un uovo a dalla bocca uscì vác (parola) a da vác balzò fuori Agni (fuoco, sole).[12]

La voce è suono. Il suono è l’elemento più sottile della materia percettibile. Nella storia di ciascuno di noi, come nella nostra storia collettiva, fu proprio esso, in origine, il luogo di incontro dell’universo e dell’intelligenza[13].

Fenomeno fondante dell’esperienza sonora umana, la voce è “suono primordiale”, oggetto materiale, espressione di quel desiderio che non vuole né può trovare compimento.

Prima ancora che il linguaggio abbia inizio e si articoli in parole per trasmettere messaggi nella forma di enunciati verbali, la voce ha già da sempre origine, c’è come potenzialità di significazione e vibra quale indistinto flusso di vitalità, spinta confusa al voler dire, all’esprimere, cioè all’esistere. La sua natura è essenzialmente fisica, corporea, ha relazione con la vita a con la morte, con il respiro con il suono, è emanata dagli stessi organi che presiedono all’alimentazione e alla sopravvivenza.[14]

La storia prosegue e l’originario mondo popolato da luce, suono, voce, musica a armonia, materializzandosi progressivamente, non perde completamente la sue sostanza acustica, cosicché tutte le cose, anche quelle apparentemente più mute, conservano la loro voce originaria, il loro canto segreto, quello che in musicoterapia viene definito ISO (identità sonoro-archetipica): via privilegiata d’accesso al contatto con l’altro[15]. Questo è il segreto, forse inconsapevole, di chi opera oggi con la musica in ambito terapeutico; è la forza apotropaica dello sciamano, del guaritore a del medico-esorcista, frutto della loro iniziazione all’ascolto del suono di entità materiali o spirituali, animate o inanimate, a della capacità di una perfetta imitazione della loro “giusta voce” attraverso una profonda comunione con il mondo dei morti, con il mondo degli spiriti e con il proprio strumento musicale (tamburo), ad un tempo oggetto magico, medicinale a di comunicazione fra il mondo di sopra (degli spiriti) e il mondo di sotto (degli uomini).

Viaggio iniziatico ad una conoscenza a consapevolezza “altra” che esige l’estasi, “l’uscir fuori da sé” per raggiungere la “verità” che vive oltre i sensi. Nella voce a nel suono, quindi, risiede la forza creatrice originaria e

se le parole sono simboli, i suoni sono in primo luogo le sostanze stesse delle cose[16].

Si può comprendere perciò il valore del “canto individuale” e la forza delle sillabe magiche, apparentemente prive di significato, ma pregne dell’essenza sonora a della forza dello stregone cassa di risonanza del mondo, voce (suono) a ritmo di un pattern musicale the modella a scandisce la vita. Il ritmo è una realtà vitale profonda e intima, forma formante di ogni entità, invisibile essenza dell’occulto a del manifesto, pulsazione di corpo a psiche the si congiungono e si disgiungono orchestrando il benessere a il malessere della persona, preminente in tutte le espressioni umane, in ogni culture il ritmo è sinonimo di vita.

Linguaggio comune al poeta e al mago, stabilisce la direzione, la polarità entro la quale si genera in noi l’attesa di qualcosa. Ritmo quindi non come misura, ma come direzione a senso: non il tempo che passa sotto il nostro sguardo come le lancette degli orologi o le pagine dei calendari, ma tempo che nel suo eterno ripetersi si rigenera.[17]

Ritmo come rito capace di rigenerare il mito, la fine di un tempo o la venuta di un altro; rito come ritmo, procedimento magico per incantare, catturare, esorcizzare, guarire e danzare. Se il ritmo è movimento, allora possiamo affermare con Eduard Hanslick che la musica si compone di “forme risonanti in movimento” e possiamo ribadire the il movimento è l’essenza della musica: un movimento di forme sensibili afferrate dall’udito che si svolgono in un tempo particolare, lontano dal quotidiano a scandito da altrettanto sensibili tensioni ed emozioni.

L’essenza di ogni composizione – tonale o atonale, vocale o strumentale, o anche puramente percussiva – è la parvenza di movimento organico, l’illusione di un’unità invisibile. L’organizzazione vitale è la struttura di ogni sentimento, perché esiste solo negli organismi viventi; e la logica di ogni simbolo che possa esprimere sentimento è la logica dei processi organici. Il principio più caratteristico dell’attività vitale è il ritmo. Tutta la vita è ritmica; in caso di difficoltà i suoi ritmi possono diventare motto complessi, ma quand’essi vengono veramente meno la vita non può durare a lungo. Questo carattere ritmico dell’organismo permea la musica, che è una presentazione simbolica delta più elevate reazione organica, la vita emotive degli esseri umani. La grande finzione della musica è di organizzare la nostra concezione del sentimento entro una consapevolezza più che occasionale dell’imperversare dell’emozione, cioè di darci la capacità di penetrare ciò che veramente potrebbe chiamarsi la “vita del sentimento”, o unità soggettiva dell’esperienza; e questo essa fa in virtù dello stesso principio che organizza l’esistenza fisica in uno schema biologico: il ritmo[18].

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Musicisti indiani, miniatura della fine del XVIII secolo.

Date queste premesse che ritroviamo variamente formulate e applicate ma onnipresenti dal lontano storico all’altro geografico, dalla cultura greca a quella cinese, dal vudu haitiano al tarantismo, dalle culture sciamaniche ai benandanti, pur non rappresentando realtà, culturalmente e storicamente, a noi estranee vengono messe al bando come manifestazioni superstiziose di società popolari o arcaiche. Eppure in ogni rito terapeutico, sia esso sciamanico o di possessione, la musica interviene ad intensificare ogni atto, a chiamare a riconoscere entità-sintomo estranee al corpo ma cause del disagio, a stimolare a contenere la crisi, a esprimere a comunicare l’incomunicabile, ad accedere a uno stato di coscienza modificato, soglia da varcare per raggiungere una verità altra che riconduce all’equilibrio e alla reintegrazione del sé e dell’altro.

Ogni qualvolta cantiamo una ninnananna, una filastrocca o uno scongiuro ricorriamo, anche se inconsapevolmente, alla “magia” della musica e al potere incantatorio del suono e della parole che si fa suono; eppure, quando si parla di musicoterapia, si riscontra molto scetticismo, la stessa incredulità che ha visto coinvolte l’astrologia e l’astronomia megalitica di cui abbiamo parlato precedentemente. Il problema è sempre lo stesso: forme di conoscenza così come terapie che non rispondano a parametri sperimentali e quindi ripetibili in situazioni decontestualizzate, che non appartengono a logiche analitiche a quantitative, che non offrono risultati razionali e oggettivi, non possono essere considerati veri, scientifici a quindi affidabili.

Dov’è la teoria incompatibile con l’idea che la danza della pioggia porti la pioggia? Naturalmente, quest’idea è imperniata su alcune convinzioni fondamentali condivise dalla gran maggioranza degli scienziati, ma, per quanto ne capisco, queste convinzioni non trovano espressione in teorie specifiche, che potrebbero essere usate per escludere i miti. Tutto quello che abbiamo è una vaga benché fortissima sensazione che nel mondo della scienza le danze della pioggia non possono funzionare. Non vi è un insieme di osservazioni che contraddice quest’idea. E, attenzione, vedere che le danze della pioggia oggi falliscono, non è sufficiente. Una danza della pioggia deve essere eseguita con la preparazione adeguata, nelle circostanze appropriate, tra cui troviamo la vecchia organizzazione tribale a gli atteggiamenti mentali corrispondenti. La teoria hopi spiega molto chiaramente che, con la distruzione di queste organizzazioni, l’uomo ha perso potere sulla nature. Rifiutare l’idea che la danza della pioggia sia efficace semplicemente perché non funziona nelle condizioni attuali, è come rifiutare la legge d’inerzia, perché non si vede nessun oggetto the si muova in linea retta a velocità costante[19].

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Scene di caccia con l’arco musicale. Pittura rupestre del Paleolitico (1500 a.C. ca.), Grotta dei Troi-Fréres, Francia.

In questo modo si liquidano molto sbrigativamente logiche qualitative a conoscenze empiriche relegate all’attività dei così detti ciarlatani. Risale al 1784 il primo episodio nel quale la comunità scientifica, in questo caso la corporazione medica, si è adoperata per sottomettere ad analisi scientifica l’operato del medico magnetista viennese Franz Anton Mesmer the dichiarava a applicava i poteri terapeutici del fluido magnetico.

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Ballo di tarantella degli effeminati di Napoli, Acquerello della fine del Settecento.

La commissione poté allora giungere alla conclusione che “il fluido senza l’immaginazione è impotente, mentre l’immaginazione senza il fluido può produrre gli effetti the si attribuiscono al fluido”. In breve, il fluido, nella misura in cui gli effetti ne dimostrerebbero l’esistenza, non esisteva[20].

Ne segue che le guarigioni non sono considerate una prove della validità e scientificità del metodo terapeutico etichettato come placebo, basato sul potere curativo della suggestione, tecnica diffusa nella medicina tradizionale, metodo squalificante per ogni prodotto e pratica che voglia definirsi medica e medicinale.

Allo stesso destino è condannata la musicoterapia, divisa fra arte e medicina, incapace di definirsi ed essere definita, esempio di razionalità pratica priva di uno statuto di scientificità a di un metodo, luogo privilegiato di sviluppo dove l’ambiguità concettuale stimola la pluralità dei punti di vista e supera il riduttivismo degli specialisti. Crediamo che il vantaggio della musicoterapia risieda proprio nel suo non essere una tecnica decodificata, misurata a quantificata, ma nel1’offrirsi come processo terapeutico creativo e relazionale, più vicino all’operato di sciamani e guaritori di quanto non si creda, esempio di sincretismo capace di usare e contenere i più diversi approcci. Solo immergendosi nel flusso del cambiamento che coinvolge corpi e spazi, tempi a luoghi la musicoterapia può scongiurare l’aridità della decontestualizzazione a la sterilità della spersonalizzazione dove la terapia si confonde con il modo di Early, il terapeuta è assimilato alla terapia a la vita non si distingue dalla sopravvivenza.


Note

[1] Tobie Nathan, Isabelle Stenghers, Medici a stregoni, Boringhieri, Milano 1996.

[2] Paul K. Feyerabend, Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, Feltrinelli, Milano 1994.

[3] Giorgio de Santillana, Hertha von Dechend, Il mulino di Amleto. Saggio sul mito a sulla struttura del tempo, Adelphi, Milano 1993.

[4] Emanuele Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1995.

[5] Paul K. Feyerabend, Dialogo sul metodo, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 34.

[6] Cfr. Nathan, op. cit.

[7] Cfr. George Lapassade, Stati modificati e trance, Sensibili alle Foglie, Roma 1993.

[8] Nathan, op. cit., p. 24.

[9] Santillana, op. cit., p. 27-28.

[10] Marius Schneider, Le fondaments intellectuels et psychologiques du chant magique, Les Colloques de Wégimont, Bruxelles 1956.

[11] Marius Schneider, La musica primitiva, Adelphi, Milano 1992, p. 27.

[12] Marius Schneider, Il significato della musica, Rusconi, Milano 1970, p. 117.

[13] Paul Zumthor, nella Prefazione a Corrado Bologna, Flatus Vocis, Il Mulino, Bologna 1992, p. 10.

[14] Ivi, p. 23 (i corsivi sono dell’autore).

[15] Ombretta Franco, Stefano Zuffi, Musica Maga. Teoresi e storia della meloterapia, Erga, Genova 1996.

[16] Schneider, Il significato della musica, p. 156.

[17] Ombretta Franco, Stefano Zuffi, op. cit., pp. 28-29.

[18] Susine K. Lager, Sentimento e forma, Milano 1975, p. 146.

[19] Paul K. Feyerabend, Dialogo sul metodo, p. 78.

[20] Tobie Nathan, Isabelle Stenghers, op. cit., p. 109.


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