Gli aforismi brasiliani di Eglinus Iconius (Angelus Medicus)

di Massimo Marra e Michela Brindisi

Quello che presentiamo di seguito nella prima traduzione italiana dall’originale latino, è un testo alchemico seicentesco di evidente impostazione paracelsana, nato in ambito luterano, la cui attribuzione, nascosta da uno pseudonimo, può essere oggi determinata con sicurezza. Un testo che testimonia una ricchezza di riferimenti dottrinari ad una tradizione ermetico-alchemica che, nel seicento, e proprio in ambito luterano, produrrà forse i suoi frutti più maturi, che sfoceranno poi nella formazione della tradizione ermetico-rosicruciana.

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Ritratto di Paracelso attribuito a J. Van Scorel (1495-1562).

L’alchimia seicentesca si caratterizza, sopra ogni altra cosa, per il carattere particolare che la diffusione delle idee paracelsiane imprime ad una vasta produzione di testi e studi. Questo carattere, se impronta parte consistente della letteratura medica, è altrettanto presente nella letteratura alchemica di natura più scopertamente iniziatica ed ermetica.

Le teorie paracelsiane fanno così da sfondo, oltre che alla trattatistica propriamente medico-scientifica, anche ad una vasta produzione di natura più o meno scopertamente esoterica, specialmente concentrata nell’Europa centrale e settentrionale, in ambienti assai spesso interni alla riforma luterana e calvinista.

Gli aforismi ermetici che presentiamo qui costituiscono un esempio abbastanza emblematico di questa vasta produzione. Essi godono di una certa notorietà per essere stati oggetto dell’attenzione di una delle menti più fertili delle rinascita occultistica a cavallo dei secoli XIX e XX, l’erudito ermetista Emile Grillot de Givry, noto traduttore di Paracelso ed autore del celebre Musée des sorciers, mages et alchimistes (Paris, 1929)[1]. La versione francese degli Aforismi presentata da de Givry, è quella recentemente portata alle stampe dalla Arché di Milano[2].

L’edizione di de Givry, non fa che riproporre senza alcuna modifica il testo degli aforismi in francese, così come sono riprodotti nelle Oeuvres tant medecinal que Chymiques [Paris 1661[3]] del padre Gabriel de Castaigne[4], alchimista francese della seconda metà del XVII secolo, cui talvolta, gli aforismi vengono addirittura disinvoltamente attribuiti. Pure, lo stesso de Givry, non aveva mancato di specificare, a proposito dell’attribuzione degli aforismi:

L’autore di questi aforismi è sconosciuto; è poco probabile che essi siano del R.P. de Castaigne; essi, semplicemente, sono stati tradotti dal latino da questo sapiente medico ed alchimista, che non li presenta come opera sua.

In effetti Grillot de Givry segnala unicamente il testo di de Castaigne come fonte degli aforismi.

Un’altra edizione a stampa era però comparsa già tra il 1608 ed il 1609, in redazione latina, in appendice ad un’opera di Basilio Valentino, di cui riportiamo per intero il frontespizio:

De microcosmo deque magno mundi mysterio et medicina hominis liber geminus, magni Basilii Valentini, quondam ordinis benedectini philosophi germani: exterorum in gratiam recens, ab Angelo Medico latinitate donatus, cum interpretis aphorismis Basilianis et praefatione philosophica, ad Illustriss. Celsissimumque Principem Dn. Augustum Anhaltinum. Marpurgi, Typis Guolgangi Kezelii, 1609[5].

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Gli aforismi compaiono alla fine dell’opera, con un proprio frontespizio datato però 1608. È questa l’edizione di riferimento su cui abbiamo condotto il nostro lavoro.

Dal frontespizio principale del libretto risulta che le operette attribuite a Basilio Valentino sono tradotte da un Angelo Medico[6] e che, unitamente alle traduzioni, il lettore potrà leggere gli aforismi basiliani e la prefazione filosofica del traduttore[7]. A ben ragione, dunque, padre de Castaigne, non si attribuisce gli aforismi, la cui paternità è dichiarata dal frontespizio dell’edizione latina del 1609. Gli aforismi non sono adespoti: essi si devono a un Angelus Medicus di cui, d’altro canto, non si sa proprio nulla. Non conosciamo alcun testo a stampa o manoscritto – d’alchimia o d’altro – alcuna testimonianza storica o d’archivio che ci confermi l’esistenza di un tale personaggio. Unica traccia che possa ricondurci almeno ad una collocazione storica dell’autore – oltre, ovviamente, alla data dell’edizione – è la dedica dell’opera a quel Principe Augusto di Anhalt (1565-1653), conte di Aschersleben e signore di Zerbst, intellettuale raffinato con cui anche Keplero si era incontrato e con cui, intorno al 1607, intratteneva corrispondenza di materia scientifica, discorrendo anche dei rapporti tra astronomia, musica e numeri pitagorici[8].

Un principe, per quel che ne sappiamo, tutt’altro che rozzo o incolto, e dunque destinatario privilegiato di un’opera di alchimia sui misteri del macrocosmo, del microcosmo e della medicina ermetica.

Tuttavia, l’edizione latina degli aforismi uscita nel 1608/1609 per i tipi Wolgangus Kezelius non è l’unica. Gli aforismi erano già apparsi quasi contemporaneamente in un trattato di Raphael Eglinus Iconius, di cui riportiamo il frontespizio:

Disquisitio de Helia Artista, in qua de metallorum transformatione adversus Hagelii et Pererii Jesuitarum opiniones, evidenter et solide disseritur. Editio postrema correctior et melior. Accesserunt recens Canones Hermetici de Spiritu, Anima et Corpore majoris et minoris Mundi, cum appendice. Marpurgi, Typis Hutwelckerianis, 1608.

In seguito, troviamo gli aforismi inclusi nel trattato attribuito ad un Nicolaus Niger Hapelius[9]:

Cheiragogia Heliana de Auro Philosophico necdum cognito: undo iuxta facile percipi potest tum opus Universalissimum totius Monarchiae Chymicae in regno Minerali: tum omnes in suo quiq; genere Universales ejusdem Regni Mineralis Lapides, Tincturaeve particulares, cujus author Nicolaus Niger Hapelius Anagrammatizomenos … Marpurgi Cattorum, ex officina Rudolphi Hutwelckeri, 1612[10].

Ed è sempre con l’attribuzione Happelius che ritroviamo gli aforismi a pag. 327 del quarto volume del Theatrum Chemicum di Zetner[11], insieme alla Cheiragogia (pag. 300) ed alla Nova disquisitio de Helia Artista, quest’ultima attribuita ad un Heliophilus Philochemico. Ma Nicolaus Niger Hapelius è in realtà l’anagramma di Raphael Eglinus Iconius, che amava firmarsi anche come Heliophilus Philochemicus[12].

Chi era Raphael Eglinus Iconius?

Era il figlio di Tobia Eglinus, funzionario svizzero che ricoprì diversi incarichi nel cantone di Zurigo ed in altri cantoni svizzeri, poeta, morto nel 1571 a Coire, che aveva cambiato l’originale patronimico Goetz nel latinizzante Iconius (Goetze in tedesco significa letteralmente “idolo”, e, dunque, la forma latinizzata è appunto iconius). Raphael nacque a Frauenfeld, in Turgovia[13], nel 1559. Si formò a Coire, a Zurigo, a Ginevra e a Basilea. La Biographie Universelle del Michaud racconta che egli si perde dietro ad un ciarlatano italiano, per poi ritornare all’insegnamento, a Ginevra, del teologo calvinista Theodorus Beza (1519 – 1605), di cui ottiene la fiducia e la stima. Nel 1583 il suo primo incarico di insegnamento è a Sondrio, in Valtellina. L’anno successivo appare il suo Via ac ratio scholae raethorum, ma, nel 1586, egli viene scacciato dalla Valtellina dalle persecuzioni cattoliche. Dopo un breve soggiorno a Winterthour dove esercita la professione di maestro di scuola, viene richiamato a Zurigo dove ha diversi incarichi ecclesiastici, e si impegna negli studi e nelle dispute teologiche. È durante questa sua permanenza che incontra Giordano Bruno, da cui rimane, a quanto pare, profondamente influenzato. Per motivi economici (secondo la Biographie del Michaud e secondo vari altri autori, è la passione per l’alchimia che lo getta sul lastrico, ma, più probabilmente, i suoi studia ermetici gli creano solo delle difficoltà con l’autorità ecclesiastica) è costretto ad espatriare, e, nel 1607 è all’università di Marpurgo, dove occupa la cattedra di teologia. La sua è una produzione copiosa di scritti di teologia, retorica, grammatica, poesia, letteratura, filosofia. Egli muore proprio a Marpurgo nell’agosto del 1622. Di tutta la sua produzione scientifica, curiosamente, oltre agli scritti di alchimia – che ebbero vasta risonanza fra gli studiosi della crisopea – si ricorda sempre la Conjectura halietica characterum piscium marinorum ad latera stupendo prodigio insignitorum desumta, Hannover 1611, in cui Eglinus dava la sua spiegazione delle misteriose lettere impresse su dei pesci pescati al largo della Norvegia e nel Baltico.

Rimane dunque da dirimere il senso dell’attribuzione, che abbiamo visto espressa sul frontespizio del De Microcosmo, del 1609, degli aforismi ad Angelus Medicus. Abbiamo visto come lo pseudonimo non fosse una pratica nuova per Eglinus, e, se dovessimo pensare ad un caso di plagio, ci risulterebbe senz’altro difficile immaginare un plagio stampato nella città stessa in cui risiedeva ed insegnava pubblicamente l’Eglinus. Vieppiù rischioso, ci parrebbe poi un plagio dedicato ad una personalità in vista e colta come Augusto di Anhalt. D’altro canto, l’angelo della medicina nella tradizione biblica è Raphael, e dunque, con buona probabilità, ci pare di poter ragionevolmente ipotizzare che anche il misterioso Angelus Medicus non sia altri che il nostro Raphael Eglinus Iconius, che aggiunge così un nuovo pseudonimo alla sua collezione.

Quella che presentiamo qui, grazie alla gentilezza della accorta e valente traduttrice Michela Brindisi, è la prima edizione in lingua italiana condotta sull’originale latino, che riproduciamo, del resto, in appendice. Quanti hanno già avuto contatti col testo nella sua redazione francese, noteranno che, in non pochi punti, nello stabilire il testo italiano, si è preferito riconsiderare parzialmente le scelte di traduzione del padre de Castaigne.

Ciò che induce a ritornare su questo testo, di là della semplice esercitazione filologica, è senz’altro la densità dei contenuti ermetici e dei riferimenti simbolici e dottrinari che emergono dalla lettura di questi brevi aforismi, un piccolo gioiello della letteratura ermetica del XVII secolo.

Il tema centrale, è la definizione del mercurio filosofico, la materia prima allo stato virginale, che anima e sottende alla natura creata, e che rappresenta, in sintesi, contemporaneamente l’anima mundi e la scaturigine della medicina ermetica, la fonte di quel sale filosofico o tintura che, nel microcosmo corporeo dell’operatore rappresenta il medium conjungendi tincturas, legame del microcosmo al macrocosmo. Lo stesso candido mercurio la cui fissazione costituisce il conseguimento, sul piano microcosmico, dell’obiettivo ultimo della scienza di Ermete.

Il nostro Angelus Medicus, o se si preferisce, come risulta dal frontespizio interno, Hermophilo Philochemico, nell’apporre i propri aforismi in appendice al De Microcosmo, ha voluto definirli Basiliani, anche in rapporto specifico con il tema della relazione tra macrocosmo e microcosmo, sviluppato nelle due operette attribuite al misterioso monaco-alchimista Basilio Valentino.

Tuttavia, a giudicare dalla densa dottrina esposta, gli aforismi potrebbero, in maniera forse anche più appropriata, definirsi paracelsiani, tanto, in filigrana, è evidente l’impianto dottrinario del grande Elvetico Monarca dei Fisici, Filippo di Hohenheim, ossia Paracelso[14].

Come si evidenzierà ulteriormente nelle note al testo, la dottrina dei tre principi [Vis animans, Vis vegetans e Mineralitas][15] esposta negli aforismi è, né più né meno, che quella paracelsiana della triade Zolfo, Mercurio e Sale[16].

Lasciamola esporre brevemente allo stesso Paracelso:

Tra tutte le sostanze, ve ne sono tre che danno corpo a tutte le cose, vale a dire che tutti i corpi sono fatti di queste tre cose. I loro nomi sono Zolfo, Mercurio e Sale. Se queste tre cose sono riunite, allora prendono il nome di corpo; e nulla gli si aggiunge, se non la vita e quanto è inerente a questa … innanzi tutto, bisogna conoscere queste tre sostanze e tutte le loro proprietà nel macrocosmo. Allora, le si troveranno assolutamente consimili nell’uomo (microcosmo) … per farvi comprendere meglio, prendete l’esempio del legno … Bruciatelo. Ciò che ne brucerà è lo zolfo; ciò che ne esalerà in fumo è il mercurio; ciò che resta in cenere è il sale … Bisogna notare, al riguardo di questi tre principi, che ogni cosa li contiene in ugual maniera. Se essi non si offrono immediatamente alla vista in modo uniforme, nondimeno essi si rivelano sotto l’influenza dell’arte che li isola e li rende visibili. Ciò che brucia è lo zolfo. Tutto ciò che entra in combustione è zolfo. Ciò che si leva in fumo è mercurio. Nulla sublima all’infuori del mercurio. Ciò che si risolve in cenere è il sale. Nulla si riduce in cenere che non sia sale: Ciò che rimane cenere è la sostanza, vale a dire la parte di cui il legno è costituito. E benché sia l’ultima e non la prima materia, essa, ciò nonostante, testimonia della prima, di cui essa è l’ultima allorché è unita ai corpi viventi … E benché la materia prima di questa non sia visibile, nondimeno l’ultima materia della prima è visibile …È in queste tre cose che si trova la sanità, come anche la malattia e tutto ciò che vi si riferisce. E così, come queste tre sole cose esistono, così esse formano le sole cause di tutte le malattie, e non i quattro umori, qualità ed altri simili argomenti tanto dibattuti…

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Frontespizio dell’edizione italiana del 1751 del Conte di Gabalì edita dal principe Raimondo De Sangro (il vero luogo d’edizione, con ogni probabilità, è Napoli).

Se ora vogliamo parlare delle proprietà e della natura di questi tre principi, bisogna considerare la questione in questo modo: la Natura è nel mercurio, nello zolfo e nel sale, sia essa buona, cattiva, sana o malata. Perché ogni sostanza, quale essa sia, possiede la sua natura caratteristica. Se, ora, il miscuglio di questi tre principi ha luogo in un solo corpo, allora le nature si manifestano sotto una sola forma, e ciò nonostante devono essere poste ciascuna nella sua propria sostanza, e non nella sostanza comune … Se esse non sono favorevoli appare la malattia. Da ciò potrai dunque saper quale parte della sostanza si separa. Perché la separazione di una è l’accesso di un’altra…[17]

La teoria paracelsiana, insomma, spaccia la centralità dei quattro umori della scuola ufficiale per introdurre la teoria delle tre essenze. Lo stato di sanità del corpo deriva dall’equilibrio perfetto delle tre essenze, che sono emanazione diretta della potenza degli astri. Quando una delle tre essenze si separa dalle altre, allora si ha uno squilibrio nella composizione dell’essere che genera le multiformi malattie. L’uomo è generato dal limbo in cui la materia prima dell’uomo è allo stato potenziale, generata dall’unione dei tre principi, ed è dunque a questo livello che si formano squilibri e malattie. La vera composizione delle cose è nascosta dalla vita, che getta un velo di illusione innanzi agli occhi dell’uomo; solo la morte e la corruzione svelano la separazione dei principi. Attraverso il fuoco alchemico, il fuoco di Vulcano, tuttavia è possibile penetrare parzialmente il velo di illusione e percepire la verità. Il fuoco lascia intatta solo la parte fissa, immutabile, purificata della materia nel sale.

È questo il sale dei filosofi, il mercurio candido e puro che rappresenta la conquista fondamentale della ricerca filosofale, il misterium magnum dell’alchimia.

Il simbolismo ed il linguaggio paracelsiano degli aforismi si mostra evidente, ma denso e complicato nei riferimenti e nell’esposizione. Esso presuppone una certa familiarità, anche minima, del lettore con il linguaggio ermetico. Anche a partire da tale familiarità, tuttavia, la specificità di alcuni riferimenti può rendere ostica la lettura.

Abbiamo pertanto arricchito di un apparato critico di note il testo, laddove la complessità del simbolismo e la sinteticità della forma aforismatica lo richiedevano.



AFORISMI BASILIANI o CANONI ERMETICI sullo spirito, l’anima e il corpo del Mondo Maggiore e Minore, composti da HERMOPHILUS PHILOCHEMICUS Ermete Trismegisto

Queste cose appaiono vere al sapiente: incredibili all’ignorante.

Marpurgo
Dall’officina di Wolgangus Kezelius
1608

  1. Ermete Trismegisto meritò di essere chiamato Padre dei Filosofi per aver indagato il triplice regno Minerale, Vegetale e Animale; anzi per aver indagato la triplica sussistenza in un’unica essenza creata, in cui esplorò ogni virtù della Natura vegetale, animale e minerale.
  2. La forza vegetante nella natura del Mercurio volatile, candido a guisa di neve, coagulato, non è comune; questo è in qualche modo lo Spirito sia del mondo maggiore che del minore, da cui dipendono la mobilità e la fluidità della stessa natura umana, secondo l’anima razionale.
  3. La forza animante, d’altra parte, in quanto legame del mondo, è in mezzo tra lo Spirito ed il corpo e vincolo per entrambi. Si trova nello Zolfo di un certo olio rosso e trasparente, simile al Sole nel Mondo Maggiore ed è il cuore del Microcosmo.
  4. La mineralità, infine, possiede un corpo quasi a guisa di Sale, di mirabile virtù e odore; quando il sale sarà stato separato dalle scorie della terra, non sarà dissimile dal Mercurio se non per lo spessore del corpo e la consistenza della terra.
  5. Queste tre sussistenze in un’unica essenza creata, costituiscono il limbo del mondo maggiore e minore da cui fu creato il primo uomo, plasmato dalla polvere della terra. Qui accede, come Regina, l’anima razionale del Microcosmo, la quale è immortale, immediatamente insufflata da Dio nonché causa motrice e direttrice di queste tre e di tutte le funzioni nell’uomo.
  6. In effetti, come dai quattro elementi, grazie alla polvere coagulata della terra, la forza e la vita dei nostri corpi traggono salute se lo spirito mercuriale, l’umido radicale, l’anima sulfurea e il caldo naturale – assieme alla consistenza del sale che preserva dalla putredine – si armonizzano in uno, così, viceversa, è necessario separare l’anima immortale dal corpo di polvere coagulata della terra, se sopraggiunge difetto in uno o più dei tre principi. Se la mancanza è totale, allora sopravviene la morte, se parziale, la malattia. L’anatomia consiste precipuamente nel vedere ciò che si trova nei sette membri Principali.
  7. A questa triplice mancanza niente può ugualmente rimediare quanto quella massa del limbo[18], coagulata dai tre principi in uno solo, da cui fu animato il primo uomo, e che equivale alla potenza della natura ed alla forza che deve essere suscitata e alimentata, quando nel corpo astrale fisso sarà stata debitamente convertita.
  8. Da ciò si comprende come il Balsamo del soggetto Ermetico, abbia una singolare armonia col corpo umano: perciò quell’Elvetico Monarca dei Fisici, Filippo di Hohenheim, ossia Paracelso, nel Libro sulla Pietra Fisica, detto anche Manuale, giustissimamente asserisce che il Microcosmo, situato nel limbo terrestre e formato dalla polvere della terra, non solo secondo un’opinione, ma veramente e propriamente, può essere condotto alla sanità e conservato radicalmente, grazie a questa Medicina, del pari che dal suo simile.
  9. Invero, tanto più occorre fare attenzione, quanto più la medicina comune è debole nei confronti di quei tre principi del microcosmo e della loro armonia, che deve essere radicalmente preservata e mantenuta: è senza dubbio per caso che essa aiuta la nascita dei tre principi [dal momento che la sua forza è impiegata quasi tutta nei quattro umori].
  10. Al contrario, la Medicina Minerale Chimica, estratta dai metalli e dai minerali, raramente è sia preparata che amministrata correttamente: per questo Paracelso, nel suo libro, preferisce la sua medicina ad ogni altra: egli non nega, tuttavia, che vi siano analogamente grandi Arcani nelle altre cose Minerali, ma di più lunga opera e lavoro, non facilmente conquistabili in modo corretto, soprattutto dagli inesperti: questi, imbattendosi in queste cose, procurano più danno di quanto possano giovare.
  11. Cerchiamo dunque il Limbo nel Microcosmo in cui questo è situato; cerchiamo cioè quel viscido globo terrestre, coagulato dal Mercurio, dallo Zolfo e dal Sale: dal momento che questo certamente nasce da una certa sostanza umida, secondo Geber può ben essere definito viscosa umidità dell’umidità.
  12. Infatti sebbene il Mondo abbia avuto origine dal Nulla, deve la sua origine all’Acqua, sulla quale aleggiava lo Spirito del Signore: da essa provengono tutte le cose sia Celesti che Terrestri. Così, a questo punto, il Limbo emerge da un’Acqua non volgare, e non dalla rugiada celeste o dall’Aere condensato nelle caverne della Terra o nel Recipiente stesso, né è attinto dall’abisso del Mare, dalle fonti, dai pozzi o dai fiumi: ma piuttosto da una certa Acqua che ha patito sofferenza, sotto gli occhi di ognuno, ma conosciuta da pochissimi, che ha in sé tutte le cose che le sono necessarie per il compimento di tutta l’opera, a prescindere da ogni moto esterno.
  13. D’altra parte la Natura è quel certo spazio intermedio tra il Mondo Maggiore e Minore, che è reperibile ovunque e sia presso il povero che presso il ricco, come riferiscono tutti i Filosofi. Infatti essa fu gettata per le strade e calpestata, sebbene tuttavia sia fonte di mirabili operazioni. Ne consegue che dovranno essere reintegrati quei tre principi del nostro corpo che godono di diverse proprietà.
  14. Questa materia dissolta nella sua propria Acqua [dall’Acqua scaturisce infatti ogni Generazione] è fatta ruotare attraverso i quattro Elementi, finché non si trasformi nella Natura Astrale fissa, nell’Uovo Fisico, così detto per il calore della Gallina che cova le uova all’infinito: diversamente perirebbe la speranza di ogni discendenza[19].
  15. Così l’Uccello Ermetico[20] una volta chiuso nella Gabbia, che è la Fornace, deve essere eccitato gradatamente dal calore continuato del nostro fuoco denso di vapori, finché non si schiuda e risani ognuno col suo parto.
  16. Come d’altra parte nella preparazione dei tre Principi di quest’Acqua – che ha sofferto pazientemente – non aggiungiamo nulla alla Materia sostanziale, e niente sottraiamo alle tre proprietà sussistenti, ma rimuoviamo piuttosto dalla sola preparazione le cose superflue, cioè eterogenee, come la Terra inaridita e l’acqua insipida, così l’opera Ermetica viene intrapresa grazie alla congiunzione dei tre Principi preparati in una certa proporzione. Naturalmente, il peso del corpo corrisponde quasi alla sesquialtera parte dello Spirito e dell’Anima[21].
  17. Dopo di ciò tutte le cose devono essere rette da un calore continuo, affinché la Natura, come Agente più profondo, non si arresti né patisca un eccesso. Al principio si faccia dunque un fuoco mite, inizialmente di quasi 4 gocce ovvero fili, finché la Materia annerisca. Poi aumenta fino ad arrivare quasi a 14 fili, finché la Materia si purifichi e l’Iride che appare finisca in colore Grigio. Quindi persevera fino a quasi 24 fili, fino alla perfetta Albedo, superiore alla Neve, fluente, fissa, che è la Luna del Microcosmo[22].
  18. Perciò se vuoi procedere verso la perfetta Rubedo, continuerai il fuoco per 70 giorni, finché il Lapis si muti in Rubino trasparente, massiccio e pesante, che è proprio il Sole del Microcosmo, che deve essere aumentato nello stesso modo in cui fu incominciato. Un grano di questo equivale a seimila grani, per cui deve essere amministrato in dosi piccolissime.

RADIX ELIXIRIS

Δ
R.     E. 

        I.[23]

Vigore e immagine celeste sono ispirati da colui dal quale fluisce a noi questa medicina di Dio.

FINE


Testo latino (edizione 1608)


APHORISMI BASILIANI sive CANONES HERMETICI DE SPIRITU, ANIMA, ET CORPORE Majoris et Minoris Mundi, Conscripti ab HERMOPHILO PHILOCHEMICO Ter Maximus Hermes

Haec scienti quidem vera videantur:
Ignoranti vero incredibilia

MARPURGI
Ex Officina Guolgangi Kezelii
MDCVIII

  1. Hermes τρισμεγιστος ob triplicis regni Mineralis, Vegetabilis, Animalis, imo ob triplicis in una creata essentia subsistentiae indagationem, in qua vim omnem vegetabilis, animalis et mineralis Naturae exploravit, Pater Philosophorum dici meruit.
  2. Vis vegetans in natura Mercurii volantis, instar nivis candidi, concreti, non vulgaris inest; qui tam majoris, quam minoris mundi quidam Spirutus est, unde naturae ipsius humanae, secundum animam rationalem, pendet mobilitas, atque fluxibilitas.
  3. Animans autem vis, tanquam Mundi glutinum, inter Spiritum atque corpus medium est, atque utriusque vinculum, in Sulphure nimirum rubentis atque transparentis olei cujusdam, veluti Soli in Majore Mundo et cor Microcosmi.
  4. Mineralitas denique tanquam corpus instar Salis obtinet, mirabilis virtutis et odoris, ubi sal a scoria terrae separatum fuerit, a Mercurio non nisi corporis crassitie, et consistentia terrae distans.
  5. Hae tres subsistentiae in una creata essentia limbum minoris et majoris mundi constituunt, ex quo formatus est primus homo, cum fingeretur e pulvere terrae. Huc accedit anima rationalis Microcosmi immortalis a Deo immediate inspirata, horum trium et omnium functionum in homine motrix atque directrix causa, veluti Regina.
  6. Caeterum ut e quatuor elementis conglobato pulvere terrae vis corporum nostrorum atque vita integra est, si spiritus Mercurialis, tanquam humidum radicale, et anima sulphurea, tanquam calidum naturale, una cum salis consistentia a putredine asservantis, suaviter in unum conspirent: ita vice versa animam immortalem a corpore conglobati pulveris terrae separari necesse est, si vel in uno principiorum trium pluribusve defectus oboriatur: in toto quidem unde mors; in parte vero, unde morbus : quod in septem Principalium membrorum anatomia praecipue videre est.
  7. Huic triplici defectui nihil aeque mederi potest, quam illa limbi, ex quo primus homo conflatus est, conglobata in unum e ternis principiis massa, quae ad quamvis naturae potentiam atque vim excitandam ac fovendam valet, si in corpus astrale fixum debite fuerit versa.
  8. Ex quo intelligitur Balsamum subjecti Hermetici cum corpore humano singularem harmoniam habere: unde Helveticus ille Physicorum Monarcha PHILIPPUS AB HOHENHEIM sive PARACELSUS, libro de Lapide Physico, Manuali dicto, hac Medicina Microcosmum, qui in limbo terrae situs et ex pulvere terrae formatus est, RADICALITER TANQUAM A SUO SIMILI, non autem secundum opinionem, sed vere ac proprie ad sanitatem posse perduci et conservari, rectissime asserit.
  9. Tanto vero id magis attendum est, quanto medicina vulgaris debilior est ad tria illa principia microcosmi, eorundemque harmoniam radicaliter tuendam atque instruendam: quippe veluti ex accidenti (quandoquidem tota fere in quatuor humoribus occupatur) tribus illis principiis obstetricans.
  10. Mineralis autem Medicina Chymica e metallis et mineralibus raro vel recte paratur vel administratur: unde Paracelsus eodem in libro Medicinam suam omnibus praefert: negare tamen sese negat, magna Arcana item aliis in rebus Mineralibus inesse, sed longioris operae et laboris, neque facile recte usurpari, praesertim ab imperitioribus; qui in haec incidentes plus damni dent, quam prodesse queant.
  11. Quaeramus igitur Limbum Microcosmi in quo is situs est; hoc est, globum illum viscidum terrae, ex Mercurio, Sulphure, et Sale concretum: qui quidem quoniam ex humido quodam existit, pulchre viscosa humiditatis humiditas, secundum Gebrum, dici potest.
  12. Sicuti enim Mundus licet ex Nihilo conditus, originem debet Aquae, cui Spiritus Domini incubabat: rebus tam Coelestibus quam Terrestribus omnibus inde prodeuntibus: ita Limbus hic emergit ex Aqua non vulgari, neque ex rore coelesti, aut ex Aëre condensato in cavernis Terrae, vel in Recipiente ipso, non ex abysso Maris, fontibus, puteis, fluminibusve hausto: sed ex Aqua quadam perpessa, omnibus obvia; paucissimis cognita; Que in se habet, quaecunque ad totius operis complementum sunt ei necessaria, omni a moto extrinseco.
  13. Est autem Natura haec quaedam media inter Majorem et Minorem Mundum ubique repertitia, et tam ad pauperem, quam ad divitem: uti adferunt omnes Philosophi. Projicitur enim in viis, et conculcatur pedibus: licet tam admirandarum operationum sit fons. Unde tria illa corporis nostri principia, diversis proprietatibus gaudentia, sunt instauranda.
  14. Haec materia resoluta in suam propriam Aquam (ab Aqua enim omnis Generatio profluit.) per 4. Elementa rotatur, donec in Naturam Astralem fixam abeat, in Ovo Physico; quod a fotu Gallinae indesinenter ovis incubantis dicitur: alioqui spes omnis sobolis periret.
  15. Sic Avis Hermetis semel inclusa Caveae, quae Furnus est, vaporosi ignis nostri calore continuato gradatim excitanda est, donec seipsam excludat, et suo partu omnes sanet.
  16. Ut autem in trium Principiorum perpessae hujus Aquae praeparatione nihil addimus substantiali Materiei, nihilque subsistentibus tribus proprietatibus in ea adimimus, sed sola praeparatione superflua removemus, hoc est, heterogenea, sive Terram emortuam, et aquam insipidam: ita opus Hermeticum trium Principiorum praeparatorum conjunctione inchoatur sub certa proportione, nempe pondere corporis sesquialtera parte Spiritum Animamque propemodum aequantis.
  17. Exinde fotu continuo regenda sunt omnia, ut Natura Agens interior, neque cesset, neque excessum patiatur. Fiat igitur initio ignis mitis, et primus quidem quasi 4. guttarum sive filorum: donec Materia nigrescat. Post adde, ut sit quasi 14. filorum: donec se abluat, et Iris apparens in colorem Gryseum desinat. Inde urge quasi 24. filis, usque ad Albedinem perfectam, Nive superiorem, fluentem, fixam, quae est Luna Microcosmi.
  18. Quod si procedere cupis ad Rubedinem perfectam, per dies 70. continuabis ignem, donec Lapis vertatur in Rubinum pellucidum gravem, atque ponderosum: qui quidem est Sol Microcosmi, eodem modo augmentandus, quo fuit inchoatus. Hujus unum granum, sex mille granis aequipollet: unde in tenuissima Dosi est administrandus.

RADIX ELIXIRIS

Δ
R.       E.
I.

Entheus est olli vigor et coelestis imago,
Unde fluit nobis haec medicina Dei.

FINIS


Note

[1] Nato a Parigi nel 1874 da una antica famiglia della Borgogna, si forma presso i gesuiti, ed apprende latino, greco ed ebraico, padroneggiando, nel contempo, italiano e tedesco. Entra presto in contatto con gli ambienti occultistici parigini, con personaggi come Stanislas De Guaita, Papus (Gérard Encausse) e Péladan, divenendo ben presto uno degli ermetisti più autorevoli e degli studiosi più stimati. Si guadagna da vivere con l’insegnamento del francese, compie studi musicali e, tra il 1910 ed il 1920, suona come organista in una chiesa parigina. Il suo debutto letterario avviene con la traduzione francese del Trattato dei sette gradi della perfezione di Savonarola. Studioso infaticabile, gli si debbono, oltre alle opere citate, il saggio Lourdes, etude hiérologique (1902) – reperibile in traduzione italiana presso le edizioni Mediterranee col titolo di Lourdes, città iniziatica – e l’ispirata operetta Le grand Oeuvre (anch’essa reperibile in traduzione italiana per i tipi delle Mediterranee). Muore nel 1929, poco dopo l’uscita del Musée.

[2] Grillot de Givry, Aphorismes basiliens ou Canons Hermétiques – Traité des sept grades de la perfection, préface de Philippe Monville (Milano, 1980), raccoglie la prima traduzione di de Givry (quella del trattatello savonaroliano, come abbiamo detto) e la riproposizione, con una introduzione di poche righe, della versione francese degli aforismi comparsa nell’opera di de Castaigne. L’edizione originale degli aforismi curata da de Givry era uscita sotto forma di opuscolo a tiratura limitata (72 esemplari numerati, a l’usage des initiés) nel 1909.

[3] Il frontespizio dell’opera recita Seconde édition, ma non abbiamo alcuna notizia della eventuale edizione precedente. Grillot de Givry cita un’edizione del 1681.

[4] Gabriel de Castaigne, cappellano di Enrico IV e Luigi XIII, dottore in Teologia, francescano conventuale di Avignone e vescovo di Saluces, alchimista rinomato, uomo di fiducia di Maria de’ Medici ed amico di Beroaldo da Verville. Il Ferguson (John Ferguson – Bibliotheca Chemica – a bibliography of books on alchemy, chemistry and pharmaceutics, s.d. ma reprint dell’ediz. del 1954 di Londra – Kessinger publishing, pp. 148-149) segnala, prima della raccolta citata, l’uscita de L’Or Potable qui guarit de tous maux (Paris 1611) e Le Gran Miracle de la Nature Metallique (Paris 1615). Entrambe queste opere, insieme a Le Paradis Terrestre e Le Trésor Philosophique de la medecine Metallique, sono incluse nell’edizione de Les Oeuvres del 1661. Il de Castaigne viene annoverato dallo Chevreul, nella sua lunga recensione al Cours de Philosophie Hermétique di Cambriel, tra i pochi che nel XVII secolo acquisiscono fama come alchimisti (Journal des Savants, Maggio 1851, pag. 291). Il de Castaigne è pure citato di sfuggita da Hoefer (F. Hoefer, Histoire de la chimie depuis les temps les plus recules jusqu’a notre époque, Hachette, Paris 1843, vol. II, pag. 331) e dal Figuier (L. Figuier, L’alchimie et les alchimistes, essaie historique et critique sur la philosophie hermétique, Hachette, Paris 1860, terza ediz., pag. 60) che però lo chiama de Chataigne. Sul de Castaigne ed il suo milieu, ultimamente, vedi François Secret, De quelques traités d’alchimie au temps de la régence de Marie de Médecis, in Chrysopoeia, III, fasc. 4, Octobre-Décembre 1989, in particolare L’Or Potable (1613), Le grand miracle de Nature (1615) e Le paradis terrestre (1615) de Gabriel de Castaigne.

[5] L’opera, che sfugge ai consueti repertori bibliografici specialistici, viene citata di sfuggita da Hoefer in un’edizione di Strasburgo del 1681 (F. Hoefer, Histoire de la chimie… cit. vol. I pag. 466) di cui non abbiamo, però, altre segnalazioni.

[6] Un’edizione in tedesco dei trattatelli contenuti nel De Microcosmo era uscita, qualche anno prima, in: Ein kurtz summarischer Tractat, von dem grossen Stein der Uralten, daran so viel tausend Meister anfangs der Welt hero gemacht haben, darinnen das gantze werck nach Philosophischer art für Augen gestalt, mit seiner eigenen Vorrede für etlich viel Jahren hinterlassen, Und nunmehr allen filijs doctrinæ zu gutem Publiciret den Druck ans Leicht bracht. Durch Iohannem Thölden Hessum. VIII Gedruckt zu Eisleben, durch Bartholomæum Hornigk, 1599. Una seconda edizione, che includeva anche Le dodici chiavi, era uscita nel 1602 (cfr. Duveen, Biblotheca alchemica et chemica, Weil, London 1949, pgg. 46-47). È probabilmente da una di queste due edizioni che traduce Angelo Medico.

[7] Come abbiamo visto il frontespizio recita testualmente: “…cum interpretis aphorismis Basilianis et praefatione philosophica“. Sarebbe dunque il traduttore delle due operette di Basilio Valentino l’Hermophilo Philochemico autore degli aforismi. Faremo tra beve qualche ipotesi sull’identità del misterioso personaggio.

[8] Cfr. Joannis Kepleri astronomi: Opera Omnia. Edidit Ch. Frisch, 1858, volumen I, pgg. 203-204.

[9] Ferguson, che riprende la notizia da Roth- Scholtz, segnala l’esistenza di questa edizione (Ferguson, op. cit., Vol. I, pag. 233).

[10] Ferguson, op. cit., Vol. I, pgg. 364-365. Duveen segnala due edizioni di una traduzione in inglese, una del 1659, l’altra, ristampa della prima, del 1667 (Duveen, op. cit., pag. 189). Riportiamo il frontespizio della prima, in cui la Cheiragogia è unita all’Epistola sul Fuoco Filosofico del Pontano: Cheiragogia Heliana. A Manuduction to the Philosopher’s magical Gold: out of which Profound and Subtile Discourse Two of the particular Tinctures, That of Saturn and Jupiter Conflate: and of Jupiter Single are recommended as shirt and profitable Works, by the Restorer of It to the Light. To which is added: Zoroaster’s cave: Or an intellectual Echo & c. Together with the Famous Catholic Epistle of John Pontanus upon the Minerall Fire. By Geo. Thor, Astromagus. London, printed for Humphrey Moseley at the Prince’s Armes in St. Paul’s Church-yard. 1659.

[11] THEATRUM chemicum, praecipuos selectorum auctorum tractatus de chemiae et lapidis philosophici antiquitate, veritate, iure, praestantia et operationibus, continens: In gratiam verae chemiae, et medicinae chemicae studiosorum, (ut qui uberrimam inde optimorum remediorum messem facere poterunt) congestum, & in sex partes seu volumina digestum; singulis voluminibus, suo auctorum et librorum catalogo primis pagellis: rerum vero et verborum Indice postremis annexo. Volumen primum [-sextum]. Argentorati : sumptibus heredum Eberh. Zetzneri, 1659-61.

[12] Più precisamente si ritrova, in calce ad alcune edizioni dei suoi scritti alchemici, la firma Heliophilus à Percis. Philochemico. Vediamo cosa ne dice il Ferguson: “Quale fosse l’oggetto di questa mistificazione, al di là del gioco dell’anagramma, è difficile da capire. Per quanto riguarda il nome Heliophilus, mi pare semplicemente un epiteto, che per qualche equivoco è stato eretto a pseudonimo. “Heliophilus à Percis.” non è molto lontano dall’essere un altro anagramma di Raphael Eglin Iconius, allo stesso modo in cui “Spes mea est in Agno “lo è di Joannes d’Espagnet…” (Ferguson, op cit, pag. 365).

[13] Abbiamo presentato data e luogo di nascita desumendoli dall’articolo omonimo della Biographie universelle di Michaud, ma vi è discordanza in merito. Per il Ferguson Eglinus nasce a Götz, nel Münchhof. Per The New Schaff-Herzog Encyclopedia of Religious Knowledge di Phillip Schaff [1819-1893] Edited by Samuel Macauley Jackson. Grand Rapids: Baker Book House, 1952, alla voce Eglinus, il teologo e alchimista è nato a Rüssickon, vicino Zurigo.

[14] Vedi più oltre, l’aforisma n. 8.

[15] Vedi gli aforismi nn. 2, 3, 4 e 5.

[16] Abbiamo già trattato sommariamente del simbolismo dei tre principi paracelsiani in rapporto al simbolismo del tre e del quattro in Vas Electionis: Cenni introduttivi al simbolismo del Vaso, seconda parte in “Atrium”, anno IV numero 3 (la prima parte era stata pubblicata sul numero 2 dello stesso anno), in particolare pgg. 8-19.

[17] Paracelso, Oeuvres médico-chimiques ou Paradoxes – liber Paramirum I-II, Sebastiani, Milano 1975, tomi 2 in uno, reprint dell’edizione parigina del 1913, t. I, pgg. 158-162. La struttura paracelsiana della creazione come espressione dell’unione dei tre principi di zolfo, mercurio e zolfo, rivoluzionerà l’intera cultura medico-scientifica ed alchemica, per penetrare perfino, a meno di due secoli di distanza, anche nella simbologia mistica. Cfr. Angelo Silesio: “Che Dio sia uno e trino, te lo mostra ogni erba / Dove in uno si vedono sale, mercurio e zolfo” (A. Silesio, Il Pellegrino Cherubico, a cura di Giovanna Fozzer e Marco Vannini, Edizioni Paoline, Cuneo 1992, pag. 151).

[18] “L’uomo ha la sua materia prima nel limbo, che è lo zolfo, il mercurio ed i sali dei quattro elementi, coagulati in un sol uomo”. (Paracelso, op. cit., t. I, pag. 163). Non sarà inutile richiamare brevemente l’antropogonia paracelsiana: “Prima che il cielo e la terra fossero formati, lo Spirito del Signore fluttuava sulle acque ed era come sostenuto da queste. Queste acque erano la matrice, poiché è nella acque che il cielo e la terra sono stati creati, ed in nessuna altra matrice. In queste era portato lo Spirito del Signore, vale a dire lo Spirito di Dio che è nell’uomo e che tutte le altre creature non posseggono … Poiché, dunque, il mondo non è altra cosa che un’acqua … così essa è la matrice del mondo e di tutte le creature che sono in esso. E poiché doveva esistere anche una matrice dell’uomo, nella quale Dio ha formato l’uomo … la matrice di quest’uomo era il mondo intero; la sua semenza era il limbo, vale a dire una semenza nella quale risiedeva l’intero mondo … In seguito l’uomo è stato separato da questa matrice, e da lui, è stata formata la sua propria matrice, vale a dire quella femmina che non è altro che il mondo intero; e lo Spirito del Signore è in essa … Vi sono così tre matrici. La prima è l’acqua, sulla quale era portato lo Spirito del Signore, ed era quella matrice in cui sono stati formati il cielo e la terra. In seguito furono formati cielo e terra; poi, dalla mano di Dio, fu formata la matrice di Adamo. Infine, dall’uomo fu formata la femmina, che è la matrice di tutti gli uomini fino alla fine del mondo … poiché il Limbo è la prima materia dell’uomo, è indispensabile al medico conoscere cos’è questo Limbo: Perché tutto ciò che è Limbo è uomo. Chi conosce il Limbo conosce cos’è l’uomo … in verità il Limbo è il cielo e la terra, la sfera superiore e quella inferiore, i quattro elementi e tutto ciò che è in essi contenuto” (Paracelso, op. cit., t. II, pagg. 166-170). Risulteranno assai più chiari, a questo punto, i riferimenti degli aforismi successivi (11-12-13-14).

[19] È la rotazione degli elementi, ovvero la reiterazione delle operazioni filosofiche di cottura della materia e sublimazione delle materie sottili, mediante l’azione del fuoco. Attraverso la reiterazione delle cotture, si ottiene appunto quel sale filosofico che è il vero soggetto dell’arte.

[20] Ovvero la parte volatile eccitata ed accresciuta dalla reiterazione delle sublimazioni. Spesso, nella simbologia alchemica, questo uccello è l’aquila, condotta nelle operazioni ad uccidere il leone – il fisso. Cfr., ad es., il Filalete, Introitus apertus ad occlusum regis palatium (1645), in traduzione italiana in Filalete, Opere tradotte e curate da Paolo Lucarelli, Mediterranee, Roma 2001.

[21] Il corpo pesa cioè quasi una volta e mezzo lo Spirito e l’Anima, ovvero corrisponde ai 3/2 dello Spirito e dell’Anima.

[22] “Quel fuoco non brucia la materia e non separa niente da essa, non separa le parti pure dalle impure, come dicono i Filosofi, ma converte tutto quanto il soggetto in purezza … quel fuoco si comprende solo per mezzo della profonda meditazione: allora può essere capito nei libri, e non prima” (Giovanni Pontano, Epistola sulla Pietra Filosofale, citiamo dalla traduzione italiana in Il Filo di Arianna: 44 trattati di alchimia scelti e tradotti da Sabina e Rosario Piccolini, Mimesis, Milano 2001, 3 vol., vol. 1, pag. 330).
La questione dei regimi del fuoco è, in alchimia, della più profonda importanza. In questo caso, l’autore si uniforma al dettame tradizionale che prescrive l’applicazione di un fuoco progressivo nella cottura filosofica. Il Fuoco – il sistema di misurazione in fili adoperato negli aforismi ci è tuttavia sconosciuto – deve seguire una andamento progressivo, dal fuoco debolissimo a quello rosso, di fiamma, delle fasi finali. A partire da questa indicazione di base, il numero e l’intensità dei fuochi consigliati dai testi possono variare. Spesso se ne contano quattro: “Generalmente si distinguono nel fuoco quattro gradi di calore, il primo è quello del bagno, del letame, o di digestione. È il più dolce, quello che noi chiamiamo Tiepido … Al tatto, bisogna che la mano possa sostenere l’effetto del fuoco senza una sensazione viva … Il fuoco vaporoso dei Filosofi è di questo genere; essi lo paragonano al calore che sentono le uova quando sono covate dalla gallina … Il secondo grado è quello del bagno di ceneri; è più vivo di quello del bagno di acqua tiepida o del bagno vaporoso; nondimeno deve essere così moderato che, facendosi sentire più vivamente, gli organi non ne siano affatto alterati. Il terzo è un calore che non si deve poter sopportare senza bruciarsi, come quello del bagno di sabbia, o di limatura di ferro. Il quarto è un calore così violento che di più non si può dare; è quello dei carboni ardenti e della fiamma, che separa, disunisce le parti dei misti, e li riduce in ceneri o le fonde; è il fuoco di riverbero. Tutti questi gradi, però, hanno ciascuno vari gradi di intensità” (Dom. A.G. Pernety, Dizionario Mito-ermetico, traduzione di Giacomo Catinella, Phoenix, Genova 1985, vol.I, pag. 148). Altre volte, invece, come nel caso degli Aforismi, gli Artisti ne contano tre: “Propriamente abbiamo tre fuochi, senza i quali l’arte non è portata a compimento e chi lavora senza loro fatica invano. Il primo è di lampada ed è continuo, vaporoso, aereo e fatto ad arte per scoprire, infatti la lampada deve essere proporzionata alla chiusura e in essa bisogna usare grande giudizio, cosa che non capita ad un artefice di testa dura, perché se il fuoco di lampada non è proporzionato geometricamente e nel modo dovuto o non è di calore perfetto, non vedrai in tempo i segni designati: o per l’eccessivo ritardo ti sfuggirà ciò che attendi, o per l’eccessivo ardore i fiori dell’oro si bruceranno e crudelmente piangerai la tua fatica. Il secondo fuoco è delle ceneri, nelle quali è chiuso il vaso sigillato ermeticamente, o piuttosto è quel calore dolcissimo che [provenendo] dal vapore temperato della lampada avvolge in modo uguale il vaso; esso non è violento se non viene eccessivamente eccitato, è digerente, è alterante, è preso da un corpo diverso dalla materia, è unico, umido e innaturale, etc. Il terzo è quel fuoco naturale della nostra acqua, il quale è anche chiamato contro natura, perché è acqua e nondimeno dall’oro fa un puro spirito, cosa che il fuoco comune non può fare; è minerale, eguale, partecipa dello zolfo, dirompe, congela, scioglie e calcina tutte le cose…” (Artefio, Il libro segreto dell’arte occulta e della pietra dei filosofi, in Il Filo di Arianna, cit., vol. III, pag. 25).
Arnaldo Da Villanova, a proposito dell’applicazione di un fuoco violento sulla materia non preparata, nel Flos Florum, mette il lettore in guardia dal sublimare “non con sublimazione volgare, come intendono gli idioti”, essi “per mezzo del fuoco gagliardo fanno ascendere i corpi con gli spiriti e dicono allora che i corpi sono sublimati; si sono invece sbagliati perché dopo li trovano più immondi di quanto prima non fossero” (in Il Filo di Arianna, cit., vol. I, pag. 37). Ciò avviene essenzialmente perché la materia volgare, sottoposta ad una azione dissolvente violenta con un fuoco eccessivamente eccitato, lascia innalzare, insieme al mercurio filosofico spirituale, una grande quantità di fecce ed impurità volgari. Un altro grave rischio del fuoco eccessivo è riportato dal Filalete: “La combustione dei fiori prima che le tenere materie siano state estratte bene dalla loro profondità è un grave errore, tuttavia si commette facilmente. Bisogna cautelarsene, specialmente dopo la terza settimana. Infatti all’inizio l’umido è così abbondante che se hai retto l’opera con fuoco troppo forte, il vaso fragile non sopporterà la grande quantità di venti e si romperà, a meno che il tuo vaso non sia estremamente grande, ma allora l’umido si disperderà in così tanto spazio da non tornare più al proprio corpo, o almeno non abbastanza da rianimarlo” (citiamo da Filalete, Opere, cit.).

[23] Senza poterci dilungare sul significato simbolico del triangolo all’interno della tradizione esoterica occidentale, diremo solo, in questa sede, che il delta posto in fine degli aforismi richiama il simbolo alchemico del fuoco, la vera base delle operazioni alchemiche, il quale è a sua volta collegato con il significato pitagorico del tre e, nella tradizione cristiana, con la Trinità. L’autore gioca inoltre sulla presenza, all’interno del segno greco equivalente alla D latina, che delimita in triangolo isoscele simile ad uno di quelli delimitati dalle due metà di una X, sulla presenza, nel Δ, delle forme approssimative e stilizzate della L e della A. In tal modo, l’acrostico R.I.E. è scioglibile con RADIX ELIXIR. Il triangolo trinitario precede significativamente il riferimento religioso finale.


Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Abstracta n. X – mese 198X, pp. aa-bb, riprodotto per gentile concessione dell’autore. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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