Cappuccetto rosso o il mercurio

di Giuseppe Sermonti

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Cappuccetto Rosso nel bosco (illustrazione di L. Richter).

Con l’inseparabile cappuccio e la sua borsa in mano, Cappuccetto Rosso salta nella fiaba come il dio Mercurio, messaggero e portatore di farmaci. Ella è anche l’elemento chimico mercurio nascosto nella pietra cinabrina, oppure discolo e scorrevole come argento vivo. L’alternanza cinabro-mercurio (HgS-Hg) rappresenta nell’alchimia cinese il passaggio dalla morte alla vita, l’eterna resurrezione.

Cappuccetto Rosso, la bimba della fiaba dei Grimm e di Perrault, è un piccolo dio Mercurio aleggiate nei boschi di castagni e di querce. Messaggera tra la mamma e la nonna, con il paniere contenente focaccia e vino (o burro), ella compie le mansioni del dio dai piedi alati, viandante, portatore di farmaci e consolazioni, intermediario. Del romano Mercurio (o del greco Hermes, del germanico Odino – Wotan, dell’etrusco Turm) ha alcuni attributi peculiari. Innanzi tutto quel suo cappuccio, da cui prende il nome. Mercurio è una divinità col cappello, il pètaso, qualche volta accompagnato da una mantellina. Wotan è descritto con il volto coperto da u cappuccio. Il cappello-cappuccio protegge il dio nei suoi viaggi e lo nasconde nelle sue furfanterie. Che quel copricapo fosse rosso è difficile stabilire, ma rosso era il cappello dei Frigi, rossi i capelli di Mercurio, violetta la mantellina di un Mercurio rappresentato in un dipinto murale sul viale dell’Abbondanza a Pompei. Loge, il demone del fuoco compagno preferito di Wotan, indossava un cappuccio e una mantellina rossa. Di Mercurio, Cappuccetto rosso ha anche la borsa, con cui reca le “medicine” alla vecchiaia”. Con Wotan la piccina condivide l’inquietante rapporto con un lupo. Rivelazioni essenziali di Mercurio[1] sono l’incontrare e il trovare e la sua tendenza ad associarsi volentieri a qualcuno (amalgamarsi?), tendenza quest’ultima che rende Cappuccetto Rosso affabile, ma la conduce anche a fidarsi della compagnia poco raccomandabile di un figuro incontrato per caso.

Il Mercurio Alchemico

L’equiparazione della bambina del bosco alle divinità mercuriali è un primo passo per giungere all’equiparazione chimica di Cappuccetto Rosso al metallo liquido, il mercurio. Come il dio dai piedi alati, il mercurio è lo scorrevole, l’intermedio, il disceso dall’alto. Nella nostra esegesi metallurgica, esso si candida subito a scivolare tra le paginette della fiaba della bambina messaggera e a fornirle il suo senso ermetico. Il mercurio è l’unico metallo liquido a temperatura naturale, e di colore grigio lucente, volatile, solvente dell’oro e dell’argento. Ha peso atomico 200,61 e numero atomico 80; è vicinissimo dunque all’oro che ha peso atomico 197,2 e numero atomico 79. Fino ad epoca recente si tentò di trasformare un elemento nell’altro e non può escludersi che ciò sia avvenuto in minute proporzioni, Il suo simbolo è Hg, dal nome latino del metallo Hydrargirium, che significa “argento liquido” o “argento vivo”. Il nome attuale gli fu dato dagli alchimisti nel VI secolo. Essi adottarono il simbolo del pianeta Mercurio per indicare l’argento vivo, così connettendo il metallo fluido al pianeta dalla rotazione più veloce e al dio alato. In alchimia il mercurio non designa solo il metallo grigio, ma un più generale principio umido e passivo, femminile, sottoposto al principio secco e attivo, lo zolfo, come la donna soggiace all’uomo. Il mercurio dei cinesi[2] il shui yin, corrisponde al drago e agli umori del corpo, al sangue, al seme. L’alchimia cinese contrappone il mercurio non allo zolfo, ma al solfuro di mercurio (HgS), il cinabro, che è il minerale rosso entro cui il mercurio è catturato, racchiuso in natura. Se si sottopone il cinabro ad arrostimento (calcinazione) si libera mercurio, secondo la reazione:

(cinabro)   HgS   +   O2   →   SO2   +   Hg   (mercurio)

Dalla polvere rossa del cinabro il mercurio riemerge come goccioline splendenti, a rappresentare la rigenerazione attraverso la morte (la combustione).

Hg   +   S   →   HgS

Si ottiene il cinabro come polvere di un bellissimo rosso vivo. L’alternanza cinabro/mercurio è, per gli alchimisti cinesi, simbolo della morte e della rinascita, della perpetua rigenerazione, alla maniera della Fenice che rinasce dalle sue ceneri. Ma non si dà vera morte, e il cinabro, per la sua capacità di rigenerare il mercurio, è simbolo di immortalità. Esso è rosso come il sangue, che sempre si rigenera nel corpo umano, e quindi può procurare il ringiovanimento e l’immortalità. Pau Put’zu prescrive di

mescolare tre libbre di cinabro con una libbra di miele, far seccare tutto al sole e ricavarne pillole della grandezza di un grano di canapa: dieci di queste pillole, prese nell’arco di un anno, fanno diventare neri i capelli bianchi e fanno rispuntare i denti caduti, e se si continua oltre l’anno si ottiene l’immortalità.[3]

Dentro il corpo umano gli alchimisti cinesi individuavano, nelle parti più segrete del cervello e del ventre, i tan- t’ien o “campi di cinabro” ove si preparava l’embrione dell’immortalità. Attraverso la meditazione si raggiunge uno “stato caotico” che consente di penetrare nei “campi di cinabro”, ovvero nella Montagna mitica K’ouen-louen, abitata da Immortali[4].

Il cinabro

Il cinabro è la forma quasi esclusiva nella quale si trova il mercurio in natura. Esso si presenta come concrezioni o spalmature su altre rocce, di colore rosso intenso, variabile dal rosso cocciniglia al rosso bruno. È proprio per questo rosso rifugio nella pietra cinabrina che il mercurio, il metallo del dio dal cappuccio, entra nella fiaba come Cappuccetto Rosso.

Da tempi antichissimi il cinabro, naturale o ottenuto dal mercurio solfurato, è usato come colorante vermiglio (vermiglione) per la pittura ad olio o per tessuti, in virtù del suo fortissimo potere ricoprente.

L’estrazione industriale del mercurio dal cinabro è una pratica antichissima. È sicuro che gli Etruschi coltivassero le miniere di cinabro del Monte Amiata, sull’antiappennino toscano, e ne traessero coloranti.

Il mercurio dagli alberi

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Il vapore mercuriale che ricade nei vasi viene posto in connessione con il simbolismo della Vergine in questa miniatura del Tractatus qui dictur Thomae Aquinatis de alchimia (manoscr. del 1526 circa).

Nel Medio Evo era invalso l’uso di far condensare i vapori di mercurio che salivano dal cinabro combusto sulle foglie fresche degli alberi a fogliame largo[5]. Questo procedimento si realizzava in grande all’aperto nei boschi, o entro appositi locali a campana, nei quali erano posti il combustibile, il cinabro e gli alberelli di condensazione.

Cosi descrive l’ operazione Giorgio Agricola, in De re metallica (1550)[6]:

Altri sono che fanno una cammera in volta: lo spazzo de la quale molto ben incrostato, inverso il mezzo fanno concavo, e accanto al grosso muro de la cammera fan le fornaci … Sopra le fornaci ci metton le pentole, empiendole di vena pesta … Dipoi tra la volta e il pavimento metton degli alberi verdi, poi serran l’uscio e le finestrelle chiudono Con occhi di vetro … dipoi dato fuoco à le legne Cuocon la vena: la qual finalmente stilla fuori l’argento vivo, il quale non potendo soffrire il caldo, e disideroso sendo del freddo, se ne vola sopra le foglie de gl’alberi, che hanno virtù di rinfrescare. Il cocitore, finita l’opra, spegne il fuoco, e raffreddato ogni cosa, apre l’uscio e le finestre e raccoglie l’argento vivo, il quale per esser grave, per la maggior parte, da se cade giù de gl’alberi, e in quella parte cavata del pavimento se ne corre: ma se tutto da se non caschi, bisogna scuotere gli alberi, e farlo cadere.

Metallica rugiada, materializzata da invisibili vapori, cadente dall’alto, scorrevole come acqua vivente, il mercurio è l’ambiguo tra i metalli, solido e liquido, soggetto e operatore universale dell’opera alchemica, e in ogni caso femmina, yin. Gli alchimisti lo chiamavano aqua simplex, aqua maris, aqua permanens, ma anche aqua aggrediens, venenum, Draco, Serpens.

Velenoso nel corso dell’estrazione e delle manipolazioni, il mercurio metallico, attenuato in empiastri od unguenti e sciroppi, ha continuato a mantenere un rispettabile posto nella farmacopea sino ai nostri giorni. Come “unguento cinereo” è stato usato contro la lue e contro le affezioni di natura parassitaria della pelle.

“Draco mitigatus”

Di più larga adozione medicinale è il mercurio combinato al cloro: il cloruro mercuroso (HgCl2), noto come calomelano.

Calomelano significa “bel nero” (gr.: kalòs, melas). È invece una polvere bianca, insolubile, blanda, tuttavia infida poiché dal suo bel biancore può emergere il nero. Se lo si tratta con ammoniaca assume rapidamente una colorazione nera; lasciato alla luce lentamente si altera e si ingrigisce, trasformandosi in sublimato corrosivo (HgCl2) e separando mercurio. Questa alterazione lo rende tossico ed è paventata nella farmacopea, che prescrive un metodo per .controllarla.

Il calomelano fu introdotto in terapia nel ‘500 e per la sua mitezza lo si chiamò mercurius dulcis o draco mitigatus. La denominazione di “drago ammansito” gli conferisce connotati mitici. Esso appare come un essere malvagio dall’aspetto mite, ed è infatti candido e dolce, ma può rendersi grigio e corrosivo. Esso è la seconda via attraverso cui il mercurio penetra nella fiaba come bestia sorniona, come falso amico[7].

In terapia il calomelano era adottato frequentemente come purgante e come diuretico. Era anche usato come disinfettante intestinale ed entrava in parecchie pomate impiegate nelle malattie della pelle. Sospeso nell’olio è stato proposto per iniezioni intramuscolari contro la sifilide.

Esso forma, con il sublimato corrosivo, un’alternanza di mite e caustico, di buono e cattivo. Se si espone il calomelano alla luce si liberano sublimato corrosivo e mercurio.

Il sublimato corrosivo è il responsabile di quasi tutti gli avvelenamenti da mercurio, volontari o accidentali. Produce sulle mucose alterazioni gravi e dolorose, violenti dolori gastrici, dissenteria, paresi, tremori e infine la morte. Nell’avvelenamento cronico causa stomatiti, caduta di denti, cachessia, nefrite.

Le leghe che il mercurio forma con vari metalli, ed in specie con l’oro e con l’argento si chiamano amalgame. Il termine, che sembra risalga al greco màlagma (da “malasso”, rammollisco) è stato usato da San Tommaso e esprime metaforicamente la coesione, l’unione, la fusione.

“Ouverture” della fiaba

Possiamo ricapitolare le proprietà del mercurio ricordando che esso si amalgama con gli altri metalli, è usato nella cura dei malanni e nella purificazione dei metalli preziosi e si trova in natura in una forma quasi esclusiva: il rosso cinabro. Esso è altresì l’unico metallo liquido, scorrevole, sfuggente.

La fiaba dei Grimm[8] inizia narrando di una cara ragazzina; “solo a vederla le volevan tutti bene” La generale amorevolezza già accenna ad amalgami mercuriali, ma il mercurio si fa avanti più palese alla menzione dell’abbigliamento della piccina. La nonna le aveva donato

un cappuccetto di velluto rosso, e, poiché le donava tanto ch’essa non volle più portare altro, la chiamarono sempre Cappuccetto Rosso.

La piccolina è protetta e occultata nel suo cappuccio rosso, che la identifica come “mercurio” nella qualità di metallo nascosto nella pietra vermiglia e solo in quella. Essa ricorda anche il Mercurio divino col suo immancabile pètaso sul capo.

Messaggero e ristoratore, come il dio e come il metallo, la bambina si rivela subito, allorché la mamma le dice:

Eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà…

Le tre querce

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Dama etrusca (part. da una tomba di Tarquinia); il cappuccio rosso, la giovane età, e l’atteggiamento generale fanno pensare ad una “antenata” della favola dei fratelli Grimm.

Appena giunta nel bosco, Cappuccetto Rosso incontra il lupo che subito le chiede ove ella vada. La risposta della bambina è un vero enigma. Alla domanda del lupo: “Wo wohnt deine Grossmutter?” (dove abita la tua nonna?), Cappuccetto Rosso risponde “Unter den drei grossen Fichbäunen” (sotto le tre grosse querce), come se la nonna abitasse sotto gli alberi, e precisa: “Da staht ihr Haus” (Là sta la sua casa). Poi aggiunge: “Untern sind die Nusshecken” (sotto sono i noccioli).

Come possono i noccioli essere sotto la casa? Questa strana descrizione della nonna sotto le querce e sopra i noccioli acquista senso se si immagina la casa della nonna come la camera a volta per l’estrazione alchemica del mercurio. Lì gli alberelli sono dentro la casetta; sotto gli alberelli sono le fascine (noccioli?), su cui è posta la pietra di cinabro (la nonna?)[9]. La triplice quercia fornisce un altro richiamo mercuriale. Il grande albero fronzuto rimanda all’albero gigante della mitologia nordica, al frassino di Wotan-Odino, Yggdrasill. La triplicità del tronco si addice al germanico Mercurio, che era infatti rappresentato da tre persone: Odhinn, Vili e Vé. Per altro anche il metallo mercurio è uno e trino.

La nostra pietra – si legge nel Manuscriptum di P.G. Fabre – si presenta trina ed una: trina perché in essa sono il sale, il mercurio e lo zolfo, una perché questa triade costituisce un oggetto omogeneo e affine … Esso contiene il simbolo della divinità che è trina ed una.

Sul Monte Arniata, in Toscana[10], che da millenni è la sorgente mediterranea del mercurio, (insieme alle miniere di Almaden, in Spagna), si narra una strana leggenda di fondazione. Vi si parla di un re longobardo, Rachis; questo è informato da alcuni suoi legati che nella montagna toscana, in un albero bellissimo si vedeva uno splendidissimo fulgore, di cui si dice che salisse verso l’albero, vi restasse per tre ore e quindi “la luce risorta tornava alla terra”. C’è poco dubbio che ciò che i legati riferirono a Rachis, che poi andò a constatare di persona, era l’immagine splendente dell’estrazione del mercurio dal cinabro, che si praticava nel Medio-Evo sul Monte Amiata. I vapori di mercurio, salendo dalla pietra infocata alla base dell’albero, si condensavano sulle fresche fronde, dove formavano goccioline d’argento. Queste, colpite dai raggi del sole, emettevano un abbagliante fulgore, che Rachis interpretò come rivelazione della cristiana Trinità. Detto fulgore era infatti “or uno or trino”, come Odino, come il mercurio e come il Dio cristiano. Sul luogo del prodigio il re fece costruire una chiesa

In onore del Salvatore Signore Nostro Gesù Cristo, e fufabbricato l’altare maggiore ov’era l’albero in cui era stato veduto I’igneo fulgore…

Quella chiesa è ancor oggi alla periferia di Abbazia San Salvatore, sul Monte Amjata, e presso l’altare si trova un affresco del Nasini (1652) rappresentante un albero con tre tronchi. Nelle fronde unite appare in una gran luce il Cristo con una triplice falce. Di fronte all’albero si vedono in ammirazione, il Re a cavallo, con la moglie (Erminia), la figlia (Rotruda) e la sua corte.

Nella iconografia alchemica la luce stillante dall’alto come celeste rugiada è il mercurio, ed esso rappresenta la parola di Dio.

Fratellino e sorellina

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Illustrazione di G. Doré per un’edizione francese del 1867 delle fiabe di Perrault.

In una nota fiaba dei Grimm la piccola nel bosco è sdoppiata. Le metamorfosi della viaggiatrice (che è Odino-Mercurio) sono ripartite tra un fratellino e una sorellina. L’albero, che come Yggdrasill presenta un’ampia cavità, si incontra subito.

La sera giunsero in un gran bosco ed erano così stanchi per il pianto, la fame e il lungo cammino, che si misero dentro un albero cavo e si addormentarono. La mattina dopo, quando si svegliarono, il sole era già alto nel cielo e i suoi raggi penetravano ardenti nell’albero…

Strana dizione questa, che fa intravedere tra le chiome “l’igneo fulgore” del re longobardo, e che si trova anche nella fiaba di Cappuccetto Rosso:

Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e … vide i raggi del sole danzare attraverso gli alberi…

I bambini proseguono nel loro cammino e incontrano tre sorgenti. Sono tre le sorgenti a cui portano le radici del frassino Yggdrasill. Ad una di queste sorgenti si recò Odino, e chiese di bere un sorso, ma l’ottenne solo al costo di subire una trasformazione.

Il fratellino ha sete, ma alla prima sorgente può bere solo trasformandosi in tigre, alla seconda deve trasformarsi in lupo, alla terza cede alla sete e si trasforma in un capriolo.

La trasformazione cui Odino è costretto per abbeverarsi alla fonte consiste nella perdita di un occhio. Nella fiaba che stiamo commentando è la sorellastra dei due bambini che compare in scena “con un occhio solo”. Alla fanciulla trovata nel bosco, che nel contempo è diventata regina e madre, tocca un’altra sorte che ci riporta d’improvviso in mezzo ai rituali infuocati dei boschi del mercurio.

Ella è trascinata in uno stanzino dove è sottoposta a combustione e sublimazione:

Ma nella stanza da bagno avevano acceso un fuoco d’inferno, così che la bella giovane regina ne fu presto soffocata…

Ella diviene una silenziosa immagine di sogno, che appare tre volte nella stanza oscurata del bambino, sinché, alla terza, richiamata dal re, torna in vita “fresca, rosea e sana”. Lo stanzino infuocato corrisponde alla pancia del lupo.

Il Lupo

Sulla via che conduce alle tre querce, Cappuccetto Rosso ha incontrato il lupo. Il lupo è un’altra manifestazione del mercurio, un altro tramite attraverso cui il metallo cangiante si affaccia nella fiaba. Ricordiamo per inciso che sino a tempi recenti il Monte Amiata era noto e temuto per i suoi grossi lupi.

Il lupo della fiaba ha tutte le malizie ed insidie del cloruro mercurioso, che già conosciamo col nome di calomelano (il “bel nero“) come prodotto medicinale bianco e dolciastro.

In una favola dei Grimm, che possiamo considerare una variante di Cappuccetto Rosso, incontriamo un altro lupo truccato. È la favola de Il lupo e i sette caprettini (i sette metalli?)[11]. Il lupo cattivo, per non farsi riconoscere, mangia prima un grosso pezzo di creta “e così s’addolcì la voce”, poi s’imbianca la zampa di farina. Riuscirà a farsi aprire la porta e ad inghiottire i piccoli imprudenti. Dolce, bianco e infido come il calomelano.

Il nome alchemico del cloruro mercurioso era, come s’è detto, quello di draco mitigatus, dragone attenuato, mostro nascosto. Questa è la natura del lupo delle fiabe, e precisamente anche quella del calomelano che, per azione degli agenti naturali, si trasforma in una mistura corrosiva grigio-nera, che contiene sublimato corrosivo.

Da dolce e mite il lupo si trasforma in caustico e vorace, da bianca polvere in cenere spaventosa. Il mostro nascosto si svela, esprimendo, di fronte all’innocenza della pietra naturale, le pericolose proprietà del mercurio officinale.

Il dragone attenuato si informa sul percorso della bambina e sulla casa della nonna. Con voce suadente il lupo s’impegna poi ad indurre la bambina a perdere il tono sostenuto e contegnoso e abbandonarsi a una dolce festosità dionisiaca.

Vedi, Cappuccetto Rosso, quanti bei fiori? Perché non ti guardi intorno? Credo che non senti neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne vai tutta contegnosa, come se andassi a scuola, ed è così allegro fuori nel bosco!

La bambina si lascia sedurre, se ne va fuori del sentiero. e si perde in cerca di fiori.

Passaggio agli Inferi

Lo strappo del fiore è il momento della violazione originaria, l’apertura della via verso gli Inferi, che sono in agguato nelle profondità del bosco. Anche Proserpina è intenta a cogliere fiori quando s’apre per lei la via dell’Ade. Qui pure c’è un Ade appostato: il lupo.

Dal sentiero corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno più bello e ci correva e si addentrava sempre più nel bosco.

Da qui è tutto un precipitare verso l’antro infernale che s’apre con la bocca spalancata del lupo e si chiude con il suo ventre ingordo:

Ma Cappuccetto Rosso aveva girato in cerca di fiori, e quando ne ebbe raccolti tanti che più non ne poteva portare, si ricordò della nonna e s’incamminò.

Il lupo era intanto arrivato alla casetta della nonna. Dopo l’arrivo del lupo, la casetta nel bosco rappresenta un recesso infero, la apertura del precipizio. Il lupo, con le sue fauci spalancate, va a farvi la parte della bocca della fornace, pronta ad accogliere le rosse pietre del cinabro. Prima egli inghiotte le esaurite ossa della nonna, quindi si dispone ad attendere l’arrivo del bocconcino tenerello, della fresca rossa pietra cinabrina. Egli compie il rituale dell’imbiancamento dell’aspetto e dell’addolcimento della voce, come nella fiaba dei Sette Caprettini. All’arrivo della piccina, rivela via via la sua natura e infine spalanca la bocca spaventosa e inghiotte tutta intera Cappuccetto Rosso.

Il ventre del lupo è una caverna nel folto bosco. Vi giace, nell’oscurità, una bella sepolta o addormentata in attesa di un liberatore. Minerale racchiuso nella miniera, o pietra gettata nel forno; il cinabro attende di tornare scintillante mercurio.

Il salvatore appare nelle vesti di un cacciatore; la spada che trafigge la belva sono un paio di forbici affilate, che tagliano la pancia del lupo addormentato. La ricomparsa della bambina-mercurio è annunciata da uno splendore, da una luce che emerge dall’oscurità.

Dopo due tagli, vide brillare il cappuccetto rosso e dopo altri due la bambina saltò gridando: – Che paura che ho avuto! Com’era buio nel ventre del lupo!

Luce che splende nelle tenebre, vita che si rigenera, Cappuccetto Rosso torna, come la Fenice, a rinascere dopo la combustione.

Per Attilio Mordini

il senso più profondo della fiaba di Cappuccetto Rosso è quello del momentaneo sopravvento del male sul bene, simile al sopravvento di Renris sugli asi nel crepuscolo degli dei per i germanici; e, nella versione dei fratelli Grimm, il cacciatore, che con la sua scure sventra il lupo, è anche figura della redenzione finale e del trionfo del bene e dell’essere[12].

In realtà, è proprio attraverso il passaggio agli Inferi – o in altre parole, il tragitto nel ventre-forno del lupo – che la bambina conquista la luce. Che la pancia del lupo sia forno per la Combustione delle pietre, come quello che si usa per la sublimazione del cinabro, è attestato dall’operazione che la bambina salvata compie in chiusura della fiaba.

E Cappuccetto Rosso corse a prendere dei pietroni, con cui riempirono la pancia del lupo.

La piccina apparecchia il ventre del lupo per quella operazione, dalla quale ella è appena sortita. Lo stesso fanno i Sette Caprettini nella loro favoletta:

Allora i sette caprettini trascinarono in gran fretta le pietre e ne cacciarono in quella pancia Quante ne poterono portare…[13]

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L’albero della giovinezza. Illustrazione dall’Atalanta Fugiens di M. Maier (Oppenheim 1617).

Ricaduta del mercurio

L’estrazione del mercurio nel forno, a partire dalla pietra di cinabro, si svolge in tre fasi. Alla combustione segue la sublimazione, durante la quale il vapore di mercurio si solleva e raggiunge il tetto obliquo del forno. Lì si condensa e scivola lungo la pendenza, andando a cadere in apposito recipiente ricolmo d’acqua. È uno sdrucciolìo che abbiamo già incontrato lungo i pendii delle Montagne di Vetro, uno scivolare di gocce condensate, che, quando le gocce sono di mercurio, scorrono lungo i declivi della Montagna mitica K’ouen-Iouen.

Dopo la nota fiaba di Cappuccetto Rosso, i Grimm aggiungono una chiosa, nella quale è offerta un’altra versione della fine del lupo. Qui il nostro orco, chiamato Testa Grigia, in una operazione chimica che lascia pochi dubbi, sublima, si condensa e ricade, come fa il mercurio nel forno.

…Testa Grigia gironzolò un po’ intorno alla casa e infine saltò sul tetto … Ma la nonna si accorse di quel che tramava. Davanti alla casa c’era un grosso trogolo di pietra, ed ella disse alla bambina: “Prendi il secchio, Cappuccetto Rosso, ieri ho cotto le salsicce, porta nel trogolo l’acqua dove han bollito”. Cappuccetto rosso portò l’acqua, finche il grosso trogolo fu ben pieno. Allora il profumo delle salsicce salì alle narici del lupo, egli si mise a fiutare e a sbirciare in giù, e alla fine allungò tanto il collo che non poté più trattenersi e cominciò a sdrucciolare: e sdrucciolò dal tetto proprio nel grosso trogolo e affogò.

Proprio nella coda della fiaba si verifica esplicitamente la sublimazione. È il lupo Testa Grigia che si solleva sul tetto, sdrucciola, sdrucciola e ricade da basso. Qui parrebbe aver luogo uno scambio delle parti, perché il processo si addice specialmente al mercurio del Cinabro. Ma anche il Calomelano si ottiene per sublimazione, riscaldando un miscuglio… (grigiastro) di quattro parti di sublimato corrosivo e tre parti di mercurio metallico.

Testa Grigia è un mercurio sublimato, opportuna chiosa alla fiaba e suo finale granguignolesco, giacche il terribile e sublime Mercurio precipita e muore nell’acqua di bollitura delle salsicce.

“Per meglio divorarti!”

La combustione-consumazione di Cappuccetto Rosso avvengono in metafora. Il suo ingresso nel forno-fuoco è rappresentato dall’inghiottimento, in un sol boccone, nelle fauci del Lupo.

– Che bocca spaventosa!
– Per meglio divorarti!
E subito il lupo … ingoiò il povero Cappuccetto Rosso.

La fine di Odino, del dio dal cappuccio, è ben conosciuta. Siamo al crepuscolo degli dèi, e sul mondo in dissoluzione, Odino è divorato dal grande lupo Fenzir, che lo inghiotte nelle sue immense fauci.

È il terribile ragnarokkr, la fine del mondo:

…era di venti, era di lupi, prima che il mondo crolli. Il lupo Fenzir avanzerà con le fauci spalancate, la mascella superiore contro il cielo e quella inferiore contro la terra; ma le spalancherebbe di più se ci fosse posto. ..Odhim cavalcherà verso la fonde di Mìmir al quale chiederà consiglio per sé e la sua stirpe. Il frassino Yggdrasill si scuoterà e nulla sarà senza terrore, né in cielo né in terra.

…il lupo ingoierà Odhim, e questa sarà la sua morte[14].

Lo spirito nella bottiglia

La infocata metamorfosi del mercurio ha lasciato tracce in altre fiabe.

In una d’esse incontriamo un ragazzetto in giro per il bosco. Egli passa quando tutte le favole sono già passate, tutte le feste concluse, tutti i fuochi spenti e il mercurio è rimasto come Lo spirito nella bottiglia. Il viandante nel bosco è uno studente universitario, ma ancora sbarazzino e allegro, come gli altri folletti del bosco. Incontra una quercia secolare esotto la quercia trova la fiaschetta col mercurio. Questo gli si rivelerà per la sua potenza astuta e terribile, e mitigato, per le sue tradizionali proprietà di molcere i metalli (tirar fuori l’argento dal ferro) e medicare i malanni. Lo studente va nel bosco con il padre a tagliar legna, “ed era allegro e spedito”. Quando il padre lo invita a riposare, risponde:

“Riposatevi pure, babbo; io non sono stanco; andrò un po’ a zonzo per il bosco, in cerca di nidi”.
“Tu, farfallino”, disse il padre, “dove vuoi bighellonare? …

Ma il figlio andò nel bosco, mangiò il suo pane ed era tutto allegro, e guardava tra il verde dei rami, se mai potesse scoprire un nido. Così girellando, arrivò a una quercia paurosa, che certo era vecchia di molti secoli, e le spanne di cinque uomini non l’avrebbero potuta circondare … All’improvviso gli parve di udire una voce. Ascoltò e sentì come un cupo grido: “Fammi uscire, fammi uscire!”. Si guardò intorno; ma gli parve che la voce uscisse di sottoterra. Allora gridò: “Dove sei?”. La voce rispose: “Son qua sotto, fra le radici della quercia. Fammi uscire, fammi uscire”. Lo scolaro si mise a rimuovere la terra sotto l’albero e a cercar tra le radici, finché, in una piccola cavità, scorse una bottiglia. La sollevò e la tenne controluce e vide un cosino a forma di rana, che saltellava su e giù. “Fammi uscire, fammi uscire” gridò di nuovo; e lo scolaro, che non s’aspettava nulla di male, tolse il tappo dalla bottiglia. Subito ne uscì uno spirito, e si mise a crescere, e crebbe così in fretta, che in pochi istanti si rizzò davanti allo scolaro, come un orrendo mostro, che arrivava a metà albero.

Lo spirito lo minaccia di rompergli il collo e grida:

Credi forse che io sia stato rinchiuso tanto tempo per grazia? No, era per punizione. Io sono il potentissimo Mercurio; a chi mi libera devo rompergli il collo.

Lo scolaro riesce a convincere lo spirito a rientrare nella bottiglia,

ma appena fu dentro, lo scolaro rimise il tappo, gettò la bottiglia al suo antico posto fra le radici della quercia, e lo spirito fu gabbato.

Rinnovate preghiere e promesse dello spirito nella bottiglia finiscono per convincere lo scolaro:

Tolse il tappo e lo spirito uscì come la prima volta, s’ingrandì e diventò come un gigante. “Adesso avrai il tuo premio!”, disse; porse allo scolaro uno straccetto grande come un cerotto e disse: “Se con un capo tocchi una ferita, la risani e se con l’altro tocchi ferro e acciaio, lo tramuti in argento”.

Lo studente sperimenta le virtù mercuriali. Passa un capo del cerotto sull’ascia d’acciaio e la tramuta in argento. Ne cava quattrocento scudi. Trecento ne dà al padre,

e col resto del denaro, tornò all’Università e continuò a studiare; e siccome col cerotto poteva risanare tutte le ferite, diventò il dottore più famoso in tutto il mondo.

La storia dello studente si svolge tra i boschi in qualche località dove si trovano miniere di mercurio, e dove si praticava, nei secoli addietro, quando l’antica quercia era ancora giovane e fronzuta, l’estrazione del mercurio sotto gli alberi, come ai tempi dei Longobardi.

Rotruda

In margine alla leggenda del Re Rachis, si narra che la moglie del re, Erminia, si sarebbe fatta anch’ essa monaca, costruendo un modesto oratorio, non lontano dal monastero, che fu chiamato l’Ermeta. Il mercurio (Ermes) domina tutta la storia. Questa contrada è ricca ancor oggi di cinabro e fu fra quelle che alla fine del secolo XIX per prime furono acquistate per l’esplorazione del sottosuolo alla ricerca del mercurio. Anche la figlia di Erminia, Rotruda, vestì l’abito dimesso della monachina e le due “condussero la vita con santa cautela e regolare distinzione“. Rotruda (o Rotrudis) viene dall’antico germanico Hrodtrud, col valore di roth-traut, la “rossa Amata”[15]. Trud (Traut, Traude) può avere anche il significato di fanciulla, di vergine (Thrud, come in Gertrude). E allora Rotruda avrebbe il preciso valore di “Vergine rossa”, di “Bambina in rosso”. Cappuccetto Rosso era forse lei, la figlia del Re Rachis.

Mi sia concesso allora di immaginarla, con il suo cappuccio di monachina, recante il cestino con le offerte per la S. Messa. Ella è avviata lungo il sentiero dei castagneti sul Monte Amiata, verso le tre grosse querce mercuriali.

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Distillazione del mercurio (De re metallica, di G. Agricola, 1556).


Note

[1] C. Kereny, Miti e misteri (cfr. Hermes, la guida delle anime, pp. 47-134), Einaudi, Torino 1950.

[2] M. Eliade, Arti del metallo e alchimia (cfr. 11, L’alchimia cinese, pp. 57-112), Boringhieri, Torino 1980.

[3] Cit. in W.A. Martin, The love of Cothay, New York-Chicago 1901, p. 60.

[4] M. Eliade, op. cit.

[5] V. Spirek, Metallurgia del mercurio, ed. Cassone, Torino 1906.

[6] G. Agricola (Georg Bauer), L’arte dei metalli, tradotto in lingua toscana (1563), ed. Bottega d’Erasmo, Torino 1969, p. 372.

[7] Wotan, come guida di Sigmund, aveva assunto il nome (wolfe) e l’aspetto del lupo.

[8] Grimm, Le fiabe del focolare, Einaudi, Torino 1951, pp. 120 sgg. Ci atterremo a questa versione della fiaba.

[9] Le tre querce, vicino ad una sorgente, si incontrano in altre fiabe, come La guardiana della fonte (Grimm, cit).

[10] Cfr. G. Volpini, Abbadia S. Salvatore, storia del monastero e del paese, Ed. Paoline, anno VII n. II, Aprile-Giugno 2003, 1966, p. 95.

[11] Il capro è la mitica preda del lupo.

[12] A. Mordini, Dal mito al materialismo, Ed. Il Campo, Firenze 1966.

[13] Anche Zeus è sostituito, nella pancia di Crono, da un pietrone.

[14] Edda di Snorri, Rusconi, Milano 1975, pp. 148-150.

[15] E. Fraenkel, Indogermanische Eigenammen als Spigel der Kultur geschichte, Heidelbeerg 1922.


L’ermeneutica alchemica delle fiabe di Giuseppe Sermonti venne esposta per la prima volta in tre successive pubblicazioni da tempo esaurite: Fiabe di luna. Simboli lunari nella favola, nel mito, nella scienza (Rusconi, 1986), Fiabe del sottosuolo. Analisi chimica delle fiabe di Cappuccetto Rosso, Biancaneve, Cenerentola (Rusconi, 1989), Fiabe dei fiori (Rusconi, 1992). Il contenuto di queste tre pubblicazioni, ulteriormente rivisto ed accresciuto dall’autore, è ora raccolto in Fiabe dei tre regni, per i tipi dell’editore La Finestra di Trento.

 


 

Articolo pubblicato per la prima volta sulla rivista Abstracta n. 34 – febbraio 1989, riprodotto per gentile concessione dell’autore. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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