Il “mal des ardents”: il pane che contamina

di Paolo Aldo Rossi

Una grande piaga infieriva tra il popolo con vesciche gonfie e ripugnanti che con la putredine le portò al disfacimento, così che le membra dissolte, prima della morte, la manifestavano apertamente [1]

Annali dell’Abbazia di Xanten, anno 857.

La claviceps purpurea è un fungo parassita che cresce nella spiga della Segale (la Secale cereale o Rye grain è una graminacea che prospera in tutta Europa) sulla quale si sviluppa particolarmente in annate calde e piovose e trasforma il chicco del ce­reale in un cornetto arcuato, lo sclerozio, una escrescenza di 3-4 centimetri, che si insedia nell’ovario del fiore della segale, di co­lore nero-violaceo, di consistenza cornea, di odore nauseabondo e penetrante e dal sapore ama­rognolo. Il fungo parassita, essendo macinato con i grani del cereale esente da malattie (a volte anche il 30%), in un mulino comune, produceva una farina dal colore grigio-azzurrino (la gradazione della muffa fungina), di tanfo sgradevole e di gusto ripugnante, con cui si faceva un pane scadente che però non perdeva la sua tossicità nonostante la cottura. Questo era un alimento di pessima qualità, che però sfamava, sebbene letale e tossico, le masse degli indigenti che non prestavano molta attenzione al sapore, ma alla misura della loro inedia.

Détail du Retable d'Issenheim provenant du couvent des Antonins, peint par Grünewald vers 1514

Matthias Grünewald, Altare di Issenheim, 1514, dettaglio.

Tale sclerozio, la segale cornuta[2] (kornmutter, blé cornu, cock spur rye, cornezuelo de centeno …), fu l’agente patogeno delle endemi­che intossicazioni croniche che percorsero l’Europa contadina dal X al XIX secolo e che solitamente vengono de­finite epi­demie di ergotismo (da ergot = sprone del gallo, in francese; la plaga magna dell’ ignis sacer o l’epidemia non contagiosa, che dilagò inarrestabile come una “pestilenza a rapida diffusione”; una endemia discrasica che deriva da particolari forme di alimentazione delle popolazioni colpite). Le plebi abitanti dei pagi dell’Europa continentale, collinare e montuosa – la segale cresce fino al 69° di latitudine Nord e fino ai 2000 metri di altezza – facevano parecchio utilizzo di segale contro l’uso di orzo, farro e grano dell’area mediterranea classica. E difatti era conosciuta dagli agronomi latini come “mala erba” e Plinio la definisce “deterrimum et tanta ad arcendam famen fecundam” (deprecabile, ma tanto fruttifero da respingere la fame) e “Le si aggiunge il farro per mitigare il gusto amaro, ma è alimento ingrato al ventre”.[3]

Sembra che gli antichi popoli occidentali e orientali ignorassero completamente la Segale cornuta e gli accenni agli avvelenamenti prodotti da questo fungo infestante delle graminacce[4], che secondo alcuni si troverebbero in qualche passo della Bibbia, risultano vaghi e tali da dare adito a molti dubbi (ad es. nel Levitico si descrivono numerose pestilenze per le quali ci vorrebbe una grande fantasia per confonderle con l’ergotismo). Altrettanto incerto e immaginifico appare il riferimento ad una tavoletta assira, risalente al 600 a.C., in cui si afferma che quei popoli avevano individuato “una pericolosissima pustola dell’orecchio del grano”. Pure scarsamente degno di credito è ciò che si trova nei libri sacri Persiani (400-300 a. C.), dove si legge che “fra le cose malvagie create dai demoni del male vanno annoverate erbe nocive che provocano la caduta dell’utero delle donne gravide e le uccidono nel letto del parto”, in quanto effetti simili possono essere provocati anche da altre erbe dannose con le quali lo sclerozio della Segale non poteva essere confuso. E inoltre queste regioni hanno sì un habitat dove la segale può fruttificare, ma lo sclerozio, che vive nell’umido, sicuramente non può invadere l’ovario ospite come parassita del cereale.

Greci e Romani avevano escluso la segale dalla loro alimentazione come un “graveolente prodotto”, anche se sindromi di ergotismo sembrano già essere descritte nelle Georgiche di Virgilio: “E può rendersene conto ancora oggi/chi, dopo tanto tempo, visita le malghe del Norico/ alle pendici delle Alpi altissime/ e i campi del Timavo in terra già ripide:/ un regno privo di pastori, pascoli in ogni luogo abbandonati./Qui per corruzione dell’aria sorse un tempo, arroventata dal calore d’autunno,/ una stagione maligna/che condusse a morte tutte le fiere, gli animali domestici/e inquinò le acque, contaminò i pascoli di morbi./ Ma non era una morte naturale:/dopo che una sete di fuoco,/penetrata in ogni vena,/aveva contratto le membra inferme,/da queste grondava un umore viscido/che ad una ad una/disfaceva le ossa già corrose dal male”.[5] Nel De rerum naturae, libro VI di Tito Lucrezio Caro si parla della peste di Atene del 420 a. C. che, a leggersi bene, sembra un centone di diverse pestilenze fra cui vi sono sindromi anche di mal degli ardenti; invece è probabile che un accenno sia stato fatto da Galeno (129 – 201 d.C.) nel suo Alimentorum facultatis (libro I, cap. 37), là dove allude a un “grano nero” che si formerebbe per una “mutazione” del grano stesso. Egli però considera questo “grano nero” solo da un punto di vista economico, giudicandolo meno dannoso del lollio e della zizzania. Manifestazioni tossiche, con la comparsa di mal di testa e ulcere, che potrebbero ricordare le lesioni prodotte da intossicazione cronica da Segale cornuta, vengono però attribuite dallo stesso Galeno ad un imprecisato agente infestante del grano.

Certamente risalgono all’857, e si trovano negli Annali dell’Abbazia di Xanten, le prime notizie sicure di intossicazioni collettive che, in base alle cognizioni acquisite successivamente dalla tossicologia sugli effetti della Segale cornuta, possono essere con certezza attribuite a farine di cereali contaminate da questo fungo.

Identiche segnalazioni si trovano nel cronista dell’Anno Mille, Rodolfo il Glabro, che per quanto riguarda l’anno 993 tratteggia un fuoco misterioso o ignis sacer: “Infuriava in quel tempo un orribile flagello per gli uomini, un fuoco senza dubbio occulto, che qualsivoglia membro ghermiva e bruciando troncava dal corpo, e la maggior parte nello spazio di una notte quel fuoco consumava con il bruciore”.[6] O ancora Ademaro di Chabannes che ricorda[7] che, nel 994, a Limoges “Nell’anno del Signore MXCIV una reiterata pestilenza, a causa di un fuoco sottocutaneo, atrocissimamente ardeva consumando il popolo dell’Aquitania”.

Fra le numerose intossicazioni a tipo epidemico di cui si ha notizia, tristemente famose, per la loro gravità ed estensione, sono alcune di quelle che si verificarono nel X e XI secolo in Germania, in Inghilterra e in Francia e particolarmente catastrofica fu 1’intossicazione che colpì le regioni francesi di Aquitania e Limousine provocando la morte di decine di migliaia di persone.

Vediamone solo alcune. Nel 1085, nella Lotaringia occidentale, essendo imperatore Enrico IV: “ [vi fu]… una gran pestilenza così che molti erano straziati da uno spasmo dei nervi contorti e altri dal sacro fuoco avevano le membra bruciate simili a carboni diventati neri, così che miserevolmente morivano”.[8]  Nel 1096, Sigiberto di Gembloux scriveva: “L’anno della massima pestilenza nella parte occidentale della Lotaringia ove a molti le carni cadevano a brani, come li bruciasse un fuoco sacro che divorava loro le viscere; le membra, a poco a poco rose dal male, diventavano nere come carbone. Morivano rapidamente tra atroci sofferenze oppure continuavano, privi dei piedi e delle mani, un’esistenza peggiore della morte; a molti altri si contorcevano i nervi in convulsioni che deformati li tormentavano”.[9]

Nel 1099 Echhardo racconta che: “Toccato come da un fuoco invisibile in qualunque parte del corpo, per tutto la durata era sensibile al dolore, e nello stesso tempo un incomparabile tormento irrimediabilmente ardeva fino al punto in cui lo spirito abbandonava il supplizio o il sofferente perdeva lo stesso membro staccato. Lo testimoniano in molti che dalla pena ebbero le mani e i piedi troncati”.[10] E nel 1109 Autario Acquicinense ribadisce quel che ha detto Sigeberto: “dal sacro fuoco molti si accesero e le membra divennero come i carboni” (sacro igne multi accenduntur, membris instar carbonum nigrescentibus)[11]. E’ estremamente indicativo che l’unica cura possibile per i malati fosse l’ausilio della Madre Chiesa che, attraverso l’aiuto di Dio, della Santa Vergine e dei Santi, “… estinto l’incendio che si infiammava sempre più e regredito ne erano liberati”. La maggior parte dei colpiti da ergotismo, infatti, si rifugiava in chiese e conventi: là i monaci medicavano i malati, curavano le loro piaghe con il lenimento del lardo e li guarivano con diete esenti da farine contaminate.

Durante una di queste epidemie si racconta[12] che un certo Gastone, gentiluomo del Delfinato, dopo l’insperata guarigione del figlio Guerino dal “ignis et sacer morbus”, fondasse l’ordine degli Antonisti, incaricati di assistere e curare questo tipo di ammalati. Gastone, “giudicando e persuadendo se stesso che al figlio in pericolo non sarebbero venute un aiuto le arti mediche, si rifugiò devotamente e implorante all’ausilio divino e al suffragio del beato Antonio”[13] che apparve in sogno al supplice, assicurando il risanamento per il figlio, accettandone la promessa e il giuramento di curare i malati: “A causa delle buone proposte che voi mi porgete io voglio e dispongo ciò: che i miseri, bruciati e mutilati dal morbo igneo del fuoco sacro, coloro che estrema povertà opprime e dal flagello divino sono costretti  a consumarsi, tutti nessuno eccetto, coloro che giacciono nelle piazze con orrore di quelli che li vedono, sia data in perpetuo l’aiuto e la carità a conforto e sollievo e questi affido alla autorità della fede”.[14] I frati ospedalieri all’inizio sono pochi, una quindicina, con la tau[15] azzurra cucita dalla parte del cuore su un abito bianco, ma la loro popolarità aumenta parallelamente al santuario di Motte-st-Antoine (precedentemente Motte-st-Didier) nella diocesi di Vienne nel Delfinato, dove le reliquie di Sant’Antonio eremita sono state traslate e custodite per consiglio di Urbano II° (1088-1099, il Papa della prima crociata), durante il Concilio di Clermond. E’ però Callisto II° (1119-1124) che confermerà poi l’Ordine dei Frati di S. Antonio, i quali avranno proprio il preciso compito di soccorrere i colpiti da ergotismo. Il santuario di Sant Antonio diverrà, ben presto, un priorato benedettino dell’Abbazia di Montmajeur di Arles in Provenza. Ma di questa storia religiosa ed ecclesiastica ne parliamo in un altro lavoro.

L’alterazione delle farine infestate solo molto più tardi venne attribuita alla presenza del fungo infestante; la Claviceps era generalmente considerata una malattia del grano, ma il morbo, però, esisteva molto prima che se ne fosse identificato il colpevole.

Il primo a nominarlo sotto il nome di Clavus siliginis (chiodo della farina) fu Adam Lonicer (1528-1586) che, nel suo Kräterbuch, accenna alle proprietà tossiche di questo fungo, indicando anche l’uso che ne facevano le donne “per produrre dolori all’utero, assumendolo alla dose di tre sclerozi, ripetuta varie volte”. Johann Thalius la chiama la Secalis mater, nella sua Sylva hercynica (1588), mentre Caspar Bauhin, nel suo Pinax theatri botanici (1596), la chiama Secalis luxurians. Il Rotham, in Amoenitates Academicae (t. VI, p. 249), parla di un piccolo rafano[16] silvestre il cui odore e sapore è comune a tutte le piante crucifere. Perfino Linneo, ancora nel XVIII secolo, attribuiva la contaminazione del grano ad un rafano bastardo, un rafanistro. Ma sarà Denis Dodart a dimostrare, in una lettera del 1676 alla Reale Accademia Francese delle Scienze, che l’ergotismo (la gangrène de Solognais) è in stretto contatto con il blé cornu o la segale pazza. Va detto che l’anno dopo il naturalista inglese John Ray ribadisce la stessa idea, ma è soltanto nel 1808 che il medico americano John Stearn (1770-1848) pubblica quella che è la prima memoria scientifica sulla “pulvis parturiensis”. Venuto, infatti, a conoscenza, da parte di alcuni immigrati tedeschi, dell’uso ostetrico della segale cornuta e resosi conto della possibilità di usarla su basi cliniche, la sottopose ad indagine e nel 1808 pubblicò le sue osservazioni in una relazione considerata e celebrata. Ma già nel 1824 un altro americano, David Hosack, mettendo in risalto il rischio del suo impiego per affrettare il parto, consigliava un uso limitato al solo controllo dell’emorragia postparto. In ogni caso, nel 1853, Luis Renè Thulasne pubblicò il suo Mèmoire sur l’ergot des glumacee in cui descrive scientificamente il ciclo di vita della claviceps purpurea sulla segale e l’ergotismo su pazienti che avevano mangiato il pane intossicato.

Le grandi “epidemie” di ergotismo (dal 857 al 1347) furono una trentina. Va detto che tra il VI e l’inizio del IX e fra la metà del XIV e il XVII secolo l’Europa è stretta nella morsa della “peste nera” perché gli uomini si accorgessero d’altro[17]; non vi sono uomini che “giacciono nelle piazze con orrore di quelli che li vedono”, ma si “potrebbe sostenere, senza mentire, che la pe­ste bubbonica, o per caso o per un disegno divino, operò una scelta molto precisa, la­sciando so­pravvivere le per­sone peggiori”. Siamo all’inizio del VI secolo e a parlare è Procopio di Cesarea (De bello Gothico, II, XX) che la descrive come “un flagello che quasi se­gnava la scom­parsa dell’intero genere umano”. Come sappiamo dal 680 al 1348 questa non si fa più vedere lasciando il posto alla “morte in vita”, la lebbra, ai parassiti, agli ascaridi, ai vermi, ai pidocchi, alla scabbia, all’antrace, alla malaria … e ovviamente al mal degli ardenti: “Nell’Anno del Signore 1128 … fu concesso al potente avver­sario di colpire con una misteriosa e invisibile pestilenza le persone di ogni età e sesso nel territorio di Sois­son. I loro corpi infiammati ardevano con intollerabile tormento fino a che esalavano l’anima e solo la misericordia di Dio li poteva soccorrere. E’ questa una malattia che consuma a poco a poco, che corrode e separa la carne dalle ossa sotto la pelle tume­fatta e livida, e che comporta un progressivo intensifi­carsi di dolore e di crudele bru­ciore; di istante in istante spinge i miseri a desiderare la morte e tuttavia a costoro, che pur agognano di morire, il supremo rimedio è negato, fino a che, consunti gli arti, rapida la vampa invade gli organi vi­tali. Cosa stupefacente, questo fuoco capace di consumare senza calore pervade gli infelici con un freddo quasi glaciale, tanto che in nessun modo riescono a scaldarsi. Altrettanto straordinario è il fatto che, anche qu­ando per grazia di Dio il fuoco si è placato e il freddo mortale è cessato, un grande bruciore invade gli ammalati nelle stesse parti: e così il morbo della cancrena assai spesso si associa a questo ardore se non si viene in aiuto con medicamenti. E’ uno spettacolo or­rendo vedere i colpiti dal morbo e quelli appena guariti errare con le tracce della morte scampata sui loro corpi e con gli oc­chi fuori dalle orbite”. [Ugo di Farsit, De miraculis B. Mariae Suessionensis de cu­ratione Ardentium ]

Intossicazioni più o meno estese si verificarono, però, anche dopo che ne venne individuata la causa: nel XVII, XVIII e XIX secolo in alcuni paesi dell’Europa centrale e settentrionale, in dettaglio Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Svezia. Sul finire del 1600, ad esempio, si scatenò in Voigtlandia un’epidemia gravissima che fu descritta da J. Hoffmann nel suo De rebus venenatis che attribuiva l’intossicazione a un “solfo peregrino” contenuto nello sclerozio e ad un “recondito sale volatile caustico”. Questi fece anche molti esperimenti su galline e altri animali per dimostrare l’azione nociva della Segale. Continuarono a verificarsi poi altre epidemie: l’ergotismo si manifestò nel 1700 nell’orleanese, nel 1709 nella Sologna, 1711 nel Delfinato, nel 1716-17 in Sassonia e in Svezia, nel 1735 nel Wüttemberg, nel 1736 in Boemia, nel 1738 in Prussia, nel 1742 in Svizzera, nel 1749 a Lilla e nelle Fiandre, nel 1764 ad Arras e a Donai e pare negli stessi ospedali di Parigi, stando alle descrizioni di sanitari. Un medico della Slesia descrisse 500 casi di ergotismo da lui direttamente osservati: questi casi terminavano quasi sempre con stato comatoso, perdita della memoria, mania e cecità. I dolori colpivano il malato ad accessi, cosicché i malati stessi potevano negli intervalli accudire alle loro faccende. Ma dopo l’accesso si manifestava una fame furiosa e poi, all’autopsia, i vasi sanguigni si presentavano “ripieni di bile”.

I gravi sintomi di queste intossicazioni vennero descritti da Carlo Nicolò Lange nel 1717, nel 1770 da Jean Tissot, nel 1776 da Alexandre Henri Tessier e da altri, cosicché le autorità proibirono l’uso medicinale della Segale cornuta che, in quel periodo, veniva venduta dai ciarlatani come polvere adatta a facilitare il parto, con il nome di “pulvis parturiensis”. Verso la fine del XVIII secolo vari esperimenti furono condotti anche per conto dell’Accademia delle Scienze di Parigi; in particolare venne avvelenato un maiale con lo scopo di studiare i sintomi dell’intossicazione. L’animale perse l’uso delle zampe, le estremità caddero in cancrena e si manifestò la necrosi parziale del grugno e delle orecchie. Si fecero varie esperienze sui colombi somministrando dosi crescenti di Segala cornuta e, giudicandola innocua, si fecero esperimenti su mosche, cani, galline, maiali, pecore, scorpioni e si applicò la polvere di Segale al dito ferito di un uomo trovandola, anche in questo caso, non nociva. Solo se mista al tabacco provocava irritazioni al naso. Parmentier, nel suo scritto Observations et additions aux recreations chimiques de Mr. Möndel, confermava le osservazioni di questo autore e, dopo aver fatto ingerire la polvere degli sclerozi a colombi, galline e cani, non aveva constatato nulla di grave. Sperimentò anche su se stesso, prendendo ogni giorno a digiuno per intere settimane 1/2 dramma di polvere e mangiando carne di colombi e galli nutriti con la Segale, ma non manifestò inconvenienti di sorta. Comunque, nonostante la sua tossicità, la droga continuò ad essere raccomandata da molti medici e per facilitare il parto veniva venduta col nome di “polvere ostetrica di Desgranges” o “polvere ergotinica di Prescot”. Epidemie continuarono a manifestarsi qua e là: sulla fine del 1800, ad esempio, una colpì la Germania provocando 500 intossicati. Fra le più recenti sono da annoverare quelle che si ebbero a lamentare nel 1927-28 in Russia, nelle regioni degli Urali di Vostiak e di Perm, durante le quali si contarono 93 morti e oltre 11.000 intossicati.

L’ergotismo comporta tre fasi: un periodo iniziale nel corso del quale le dita si contraggono e formicolano e si è anoressici; dopo dieci giorni si manifestano le crisi esplosive (4 / 5 settimane) che possono condurre alla morte (rigidità alle articolazioni; vivissimo dolore; sensazione di bruciore e, al contrario, un freddo intenso; edema alle estremità che si coprono di eruzioni pustolose); l’ultimo periodo presenta un deperimento generale (cachessia) che rende spossato e stremato il sistema nervoso. L’affaticamento e la prostrazione mentale e cerebrale si accompagnano alle modificazioni somatiche. Si hanno allucinazioni visive e uditive.

Le intossicazioni collettive da Claviceps che si verificarono nell’Europa del Nord, e principalmente in Francia e Germania, durante il Medioevo, si presentavano sotto due forme, una cronica e una convulsiva. All’inizio le due forme presentano una sintomatologia comune: depressione, stanchezza, dolori lombari e alle estremità, specialmente al polpaccio, nausea, a volte vomito, spesso indebolimento delle facoltà mentali, formicolio della pelle. Dopo un periodo di incubazione, variabile da alcuni giorni a due o tre settimane, l’ergotismo cancrenoso si manifesta con infiammazione delle estremità, più frequentemente le inferiori, dolori lancinanti e senso di bruciore intenso, “come se un ferro rovente attraversasse le membra colpite”, da cui i vari nomi con i quali, durante il Medio Evo, era nota questa forma di ergotismo: mal des ardents, ignis sacer, fuoco sacro, fuoco di S. Antonio o di San Marziale. Dopo i primi sintomi seguono i tipici fenomeni cancrenosi: la cute delle parti colpite prima si arrossa, poi assume un colore azzurro-nerastro, quindi l’epidermide si stacca dalle zone cancrenose. Nei casi più gravi si può giungere alla cancrena secca delle dita del piede e al distacco degli arti senza fuoriuscita di sangue. Il processo cancrenoso si svolge inizialmente con dolori acutissimi, cui segue una fase di anestesia completa. Le parti più frequentemente colpite sono gli arti inferiori, meno frequente la perdita della mano, del naso o delle orecchie. Il malato, dopo aver subito queste amputazioni, può migliorare e anche guarire senza altre conseguenze. Le prime descrizioni dell’ergotismo cancrenoso risalgono, come si è detto, al X secolo, quelle della forma convulsiva si ebbero, invece, solo nel XVI secolo. L’ergotismo convulsivo, che si sviluppava con maggior frequenza nei paesi ad Ovest del Reno, si manifesta con sintomi di formicolio alle estremità, forti dolori, nausea, vomito, cecità, sordità, vertigini, mal di testa, convulsioni di tipo epilettico, delirio, indebolimento delle facoltà mentali, afasia, disturbi oculari. La morte può sopraggiungere entro tre giorni, oppure può seguire la guarigione, dopo una convalescenza prolungata e con postumi di emiplegia, paraplegia, o epilessia.

La presenza di turbe psichiche o sensoriali, che compaiono nel quadro della forma convulsiva dell’ergotismo, denoterebbe che responsabili di questa intossicazione non siano soltanto gli alcaloidi specifici contenuti nella droga, ma anche altre sostanze quali le ammine biogene e un concomitante stato carenziale di vitamina A.

Durante le già citate epidemie di ergotismo si manifestarono con grande frequenza aborti e parti prematuri e, già dal XVI secolo, si tentò di utilizzare la Segale cornuta come rimedio espulsivo per facilitare il parto. Ma l’impiego della droga, a causa di un’insufficiente conoscenza delle sue caratteristiche di tossicità e del suo meccanismo di azione, produsse gravi inconvenienti, cosicché il suo uso venne combattuto e poi abbandonato, sino alla fine del XVIII secolo. Soltanto all’inizio del secolo scorso questa droga fu restituita alla terapia.

Si noti comunque che, nel Medioevo, le pato­lo­gie carenziali non erano conosciute come tali, an­che quando i sintomi principali erano in­dividuati corret­tamente. Lo scor­buto, ad esempio, che fal­ciava i navi­ganti per carenza di vitamina C, era stato iden­ti­ficato all’epoca delle crociate, ma il so­spetto che di­pendesse da carenze ali­mentari sorse solo in alcuni individui appartenenti alla categoria a rischio (ad es., nel 1535, un na­viga­tore francese aveva impa­rato da­gli Indiani canadesi che il de­cotto di aghi di conifere era una preven­zione e una tera­pia effi­cace). Al contrario, i fattori dell’intossicazione dell’ergot de la siegle non pote­rono sfuggire a lungo all’osservazione, se non al­tro per il fatto che lo scle­rozio veniva utilizzato espressamente come abortivo e, in numerosi casi, aveva come ulteriore effetto l’ergotismo. Mentre, quindi, non si cono­scono gli agenti patogeni che hanno provocato la grande epidemia di epilessia del XVI secolo, cono­sciamo sia l’origine che gli esiti psicopa­togenetici dell’ergotismo. Va notato che, nella storia dell’Oc­cidente eu­ropeo, l’epilessia e l’ergotismo convul­sivo rappresenta­rono vere e pro­prie forme epidemi­che di malattie mentali ad ezio­logia organica (di­verse dalle patologie a carattere psicogeno).

L’unica cura, a quei tempi, davvero efficiente contro lo squilibrio del sistema ner­voso centrale e le distonie neurovegetative sarebbe stata (e in molti casi lo fu) l’uso “omeopatico” della claviceps pur­purea asso­ciata all’atropa belladonna (ancora oggi si usano, tra gli altri, farmaci a base di ergotamina e alcaloidi simpaticolitici della bella­donna: atropina e scopolamina).

La segale cornuta, presa sia in grani che in pol­vere, è inoltre un po­tentissimo utero­tonico (in pas­sato veniva detta “pulvis parturiensis”, ma ancora oggi viene sommini­strata sotto forma di metilergo­basina come facilitante del parto e come abortivo e serve a guarire varie forme di me­tro e menoraggia). Come abortivo essa veniva utilizzata fin dall’Alto Medioevo e di ciò fanno fede vari Penitenziali che ne contemplano l’uso da parte delle streghe ostetri­che. In più di un processo per strego­neria, inoltre, gli Inquisi­tori danno segno di conoscere le attività di “procuratrici d’aborto” delle donne che, tra gli altri metodi meccanici, facevano uso del fungo della segale. Molte delle intossica­zioni a sin­tomatologia convulsiva furono provocate, molto probabilmente, da in­ge­stione di forti dosi di segale cornuta, o suoi preparati galenici, a scopo abortivo. Come nel caso dei sedativi allucinogeni (atropino-si­mili), anche in questo caso non è irragio­nevole supporre che la te­rapia della strega si trasformi in preparazione di una nuova “sacerdotessa di Satana”.[18]

Tipico esempio d’epidemia a causa alimentare, l’ergotismo porta con sé tutta una serie di problema­tiche sociali che chiamano in gioco il “paese della fame”, diventato “il paese della paura”.

Rodolfo il Glabro (Raoul Glaber) doveva ancora scrivere in quell’Anno Mille della carestia del 1032-1033[19] un mondo che lo lascia senza parole: “In seguito la fame cominciò a diffondersi in ogni parte del mondo, minacciando di morte quasi tutta l’umanità. … Frattanto, dopo essersi cibata di quadrupedi e uccelli, la gente, sotto i morsi tremendi della fame, cominciò a prendere per nutrimento ogni sorta di carne, anche di bestie morte, e altre cose schifose. Taluni cercarono di sfuggire alla morte mangiando radici silvestri e piante acquatiche, ma inutilmente: non si trova scampo all’ira vendicatrice di Dio, se non rivolgendosi a se stessi. Si inorridisce a descrivere le perversioni cui l’umanità andò soggetta. In quel tempo – oh sventura! – la furia della fame costrinse gli uomini a divorare carne umana, come solo di rado si era sentito dire in passato. I viandanti venivano ghermiti da uomini più forti di loro, squartati, cotti sul fuoco e divorati. Molti tra coloro che migravano da un luogo a un altro per sfuggire all’inedia, furono sgozzati di notte nelle case dove venivano accolti e diedero nutrimento ai loro ospiti. Moltissimi adescavano i bambini con un frutto o un uovo, li inducevano a seguirli in posti appartati, li trucidavano e li divoravano. In innumerevoli luoghi perfino i cadaveri furono dissepolti e usati per calmare la fame.”.

Ma nell’anno 994 Rodolfo è ancora ottimista e fiducioso, “Sed cum in plurimis sanctorum me huius tremende pestis sint inventa rimedia”, indirizzando al culto dei santi l’aver trovato una soluzione al “male tremendo”. Nel 1088 sono appena state traslate le reliquie di Sant’Antonio Eremita per cui d’ora in poi questo flagello avrà il nome di un santo che era riuscito a vincere il fuoco della lussuria con i lunghi digiuni.


Note

[1] Annales Xantenses, in M. G.H., Scriptores, II, Hannover, 1828, p. 230: “Plaga magna vesicarum turgentium grassatur in populo, et detestabili eos putredine consumpsit, ita ut membra dissoluta, ante mortem, deciderent”.

[2] Segale cornuta o Clavice (Claviceps purpurea. Tulasne‑Fam. Ifomiceti/Ascomiceti/ Pirenomiceti) Etimologia: il termine “Claviceps” sembra derivare da cla­vus = chiodo e da cespes (o caespes) = zolla, cioè sclerozio a forma di chiodo in funzione di zolla germinante i corpi fruttiferi; “purpurea”, per indicare il colore rosso porpo­rino delle capocchie, dette sferidi, contenenti i pereteci ascofori. Lo sclerozio è denominato “Sclerotium clavus” D.C.‑ “Secale cornutum”, Auct. dal greco sklero = duro, secco e dal latino clavus = chiodo.  Secale, in quanto lo sclerozio, ingrandito, risulta simile alla cariosside della Segale. La parola “secale” deriva da seco = taglio, dal celtico segal, da cui sega = falce e dal latino seges = messi, biade; quindi piante che si tagliano con la falce. Cornutum, per la forma a cornetto dello sclerozio. Lo stato miceliale è indicato col termine “Sfacelia segetum” Tul., dal greco sfakelio = cancrena, per la massa vischiosa, mucillaginosa che invade l’ovario ospite. Segetum, dal latino seges, segetis = messe, seminato/genitivo plurale = delle messi. Si credeva che fosse una degenerazione del grano della segale dovuta all’umidità oppure alla puntura di un dittero, ma nel XIX sec. i naturalisti ne ammisero la natura fungica. Tulasne ne scopri il ciclo vitale nel 1853.

[3] Plinio il Vecchio, Botanica, Historiae Naturalis, I, XIII.

[4] Il fungo, oltre la segale, può infestare orzo, frumento e anche erbe selvatiche (Dactylis, Briza, Festuca, Phalaris, Calamagrostis, Lolium, il Paspalum distichum, l’Ampelodesos tenax, il Brachypodium sylvaticum ecc.); cresce in tutta l’Europa, in particolare in Svizzera, Germania, Austria, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Olanda, Polonia, Cecoslovacchia, Paesi scandinavi, Paesi Baltici, Russia… Inoltre nell’Africa del nord, isola di Tenerife (Canarie), America del sud, Asia (India). In Italia la Segale viene coltivata dovunque. Prolifera soprattutto nelle alte vallate alpine, nelle basse colline e si sviluppa in particolare durante le annate calde e piovose.

[5] P. Virgilio Marone, Georgiche, vv. 349-351 “Hic quondam morbo caeli miseranda coortast / tempestas totoque autumni incanduit aestu/ et genus onme neci pecudum dedit, omne ferarum/ corrupitque lacus, infecit pabula tabo./ Nec via mortis erat simplex, sed ubi ignea venis/ omnibus acta sitis miseros adduxerat artus,/ rursus abundabat fluvidos liquor ornniaque in se/ ossa minutatim morbo conlapsa trahebat”.

[6] Rodolfo il Glabro, Cronache dell’anno mille (Storie) II, VII, De incendiis, a cura di G. Cavallo, G. Orlandi, Milano, 1991, p. 88: Desaeviebat eodem tempore clades pessima in hominibus, ignis scilicet occultus, qui quodvis membrorum arripuisset, exurendo truncabat a corpore: plerosque etiam in spacio unius noctis huius ignis consumpsit exustio”.

[7] Chronicon Gaufredi coenobitae monasterii s. Martialis lemovicensis ac prioris vosiensi coenobii, in Rerum gallicarum et francicarum scriptores. Recueil des historiens des Gaules et de la France, a cura di L. Delisle, XII, Paris, 1869, p. 427.

[8] “… anno Henrici Imperator. xxix factus est terrae motus magnus, et in Occidentali parte Lotharingiae pestilentia magna, ita quod multi nervorum contractione distorti cruciabantur; alii sacro igne membris exesis, ad instar carbonum nigrescentibus miserabiiter moriebatur, Chronicon turonense, auctore turonensis Ecclesiae s. Martini canonico, in Rerum gallicarurn et francicarurn scriptores. Recueil des historiens des Gaules a de la France, a cura di L. Delisle XII, Paris, 1877, p. 465.

[9] Annus pestilens maxime in occidentali parte Lotharingiae, ubi multi sacro igni interiora consumente computrescentes, exesis membris instar carbonum nigrescentibus, aut miserabiliter moriuntur, aut manibus et pedibus putrefactis truncati, miserabiliori vitae reservantur; multi vero nervorum contratione distorti tormentantur. Sigebertus Gemblacensis, Chronographia, in M. CH., Scriptores, VI, Hannover, 1844, p. 366.

[10]Tactus quisquam igne invisibili, quaecumque corporis parte, tamdiu sensibili, immo incomparabili tormento etiam irremediabiliter ardebat quousque vel spiritum cum cruciatu vel cruciaturn cum ipso tacto membro amitteret. Testantur hoc hactenus nonnulli, manibus vel pedibus hac pena truncata” Ekkehardus, Chronicon Universale, in M. G.H., Scripotores, VI, Hannover, 1944, p. 213.

[11] Autario Acquicinense, Continuatio Sigeberti Chronica, in M. CH., Scriptores, VI, Hannover, 1844, p. 395.

[12] Aymar Falco, Antonianae historiae compendium, XXXI, Lyon, 1543, Il più eminente storico antoniano scrisse nel XVI secolo.

[13] Ibid., f. 45v. cernens sibique persuadens periclitanti filio nulla medicorum arte subveniri posse, supplex ad divinum auxilium beatique Antonii suffragium devote confugit”.

[14] Ibid., f 46r. “De bonis vero mihi per vos oblatis, volo, iubeoque hoc in loco miseris, igneo morbo sacroque igne perustis, et mutilatis, quos egestas premit et morbi vis divino iudicio contabescere cogit, quique a nemine excepti, cum horrore spectantium miserabiliter iacent in plateis, pie subventionis et charitatis solacium perpetuo exhiberi: illos fidei veste commendo”.

[15] La lettera tau (il carattere greco t minuscolo) sarebbe anche il simbolo dipinto dagli israeliti in Egitto sulle porte delle loro case per preservarle dalla pestilenza portata dall’angelo sterminatore ed era già stata usata per la peste bubbonica (cfr. Gregorio di Tours, Historia Francorum), ma anche per rappresentare le stampelle con le quali gli ammalati di ergotismo si sorreggevano.

[16] Radice piccante della famiglia delle crucifere, che comprende il ravanello e il ramolaccio. Da “rafano” deriva il termine “rafania” usato per indicare 1’ergotismo.

[17] Si vedano ad es. Procopio di Cesarea, De bello Gothico, II, XX, Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, II, 4, pp. 46-48: VI, 5, pp. 187-88; Gregorio di Tours, Historia Francorum, I, 1 e poi dal 1348 in poi, quando le galee genovesi la portarono da Caffa a Messina, e quindi in tutta l’Europa, dove vi restò

[18] Paolo Aldo Rossi, L’eclisse della ragione all’alba della  scienza moderna, Le Monnier,  Firenze, 1978, Paolo Aldo Rossi, La strega, il medico e l’inquisitore, Mimesis, Milano, 2006.

[19] Rodolfo il Glabro, Cronache dell’anno mille, Storie IV, 10-11, a cura di G. Cavallo, G. Orlandi, Milano, 1991, p. 217.


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