Un newtoniano a Stonehenge. William Stukeley e l’origine dell’archeoastronomia

di Alessio A. Miglietta

L’esserci è lontananza

è profonda profondità

Chi lo scandaglierà?

Qoelet VII 24[1]

Una notte a Grantham, nel freddo di un inverno ormai alle porte che era soltanto un pallido ricordo di quel gelo formidabile che scosse quelle latitudini a inizio secolo, William Stukeley volse lo sguardo al firmamento, come spesso amava fare, avvolto da una totale oscurità e sovrastato da un’atmosfera così limpida che noi, cittadini del xxi secolo, non possiamo far altro che immaginare. Erano gli ultimi giorni del 1725 ed egli, volgendosi indietro al suo recente passato, poteva senz’altro sentirsi appagato dalle sue eterogenee attività: autore di uno dei testi più letti della periegesi inglese del tempo,[2] amico dei migliori ingegni del regno e della più rispettata aristocrazia, naturalista e medico pubblicista, erudito di fama, primo segretario della Society of Antiquaries (la prestigiosa associazione di Burlington House tuttora in attività), maestro della massoneria speculativa della Gran Loggia d’Inghilterra, godeva di una notorietà e di un’autorevolezza che pochi suoi contemporanei potevano vantare. Tuttavia, mentre scrutava quelle immensità siderali, che per lui erano prova evidente della volontà ordinatrice di Dio, nella grazia della contemplazione e del silenzio, rifletteva sulle parole, schiette quanto veementi, del suo sodale Samuel Gale, figlio del celebre antiquario Thomas: parole a favore della vita campestre, di un’esistenza scandita dai ritmi della natura, a diretto contatto con la creazione divina lontana dalla concitazione e dal disordine delle metropoli e senza la mediazione degli artifici cittadini.[3] Nel contemplare il luminoso percorso della Via Lattea, sul quale aveva formulato un’ipotesi che anticipava di un secolo le intuizioni di Olbers,[4] Stukeley, raggiunta in quel modo una condizione che si può ben definire estatica, prese la decisione, anzi accolse la richiesta che sentiva giungere dall’Alto, di abbandonare ogni posizione di prestigio e ogni privilegio già accordato dalla società londinese, e ritirarsi, a soli trentotto anni, nella campagna del Lincolnshire. Gli pareva che quel cielo stellato volesse parlare a lui e ai suoi contemporanei: l’eclisse totale del 3 maggio 1715, la grande congiunzione planetaria nel Sagittario del dicembre 1722, il raro transito di Mercurio sul disco solare del 9 novembre 1723, non gli sembravano soltanto i segni dello splendore e della grandezza del Creato o la più viva delle esortazioni a perseverare nell’individuazione delle cause dei fenomeni naturali, ma anche un vero e proprio messaggio della Provvidenza indirizzato a chi, come lui, ricercasse la via più retta da seguire nella vita terrena.[5]

Nella primavera successiva si recava in visita all’ormai ottuagenario Isaac Newton, suo ispiratore e confidente, informandolo della propria decisione alla quale non concedeva appello. Insieme alla propria benedizione, il padre della fisica moderna affidò a Stukeley la ricerca e l’acquisto di un’abitazione dove poter trascorrere gli ultimi suoi anni, proprio in quelle campagne del Lincolnshire che avevano visto trascorrere l’infanzia di entrambi.[6] Newton morirà a Londra circa un anno dopo e non farà più ritorno alla sua terra natale, Stukeley invece si ritirerà proprio a Grantham, dove poco tempo dopo sarà ordinato sacerdote. Lì continuerà a coltivare i suoi numerosi ed eterogenei interessi: la medicina, che era la sua originaria professione, l’astronomia, l’antiquaria, la storia delle religioni e dell’antichità. A queste si aggiunse la passione per la botanica e i giardini: nel terreno di fronte alla sua casa, cominciò dapprima a tracciare un recinto che delimitasse con esattezza ciò che vi era all’interno e ciò che ne rimaneva fuori; si preparava, così, a costruire un tempio, ispirandosi a quello che riteneva il modello più arcaico, secondo il quale divinità e natura, come religione e agricoltura, s’intrecciavano fino a confondersi:[7] il sacro e il recinto (dal radicale indeuropeo sak) e il culto e la coltivazione (da kwel, cioè far ruotare, prendersi cura) condividevano le stesse radici.[8] Delimitato, quindi, il sacro dentro il recinto, e stabilito il culto solcato dall’aratro, Stukeley allineò colonne a formare una struttura molto simile a quella da lui osservata in numerosi templi disseminati nelle terre inglesi; ma non si trattava colonne di marmo né dell’arenaria tipica di quelle zone: erano invece tronchi di vive e rigogliose querce disposti a cerchio: tutti insieme costituivano un piccolo bosco sacro, un tempio del tutto naturale il cui tetto era il cielo.[9] Gli amici di Londra che si recavano a fargli visita, trovavano sempre più bizzarre quelle sue idee e sempre meno sensati i suoi comportamenti; qualcuno tra loro si spinse a definirlo un folle.[10]

Stukeley non era affatto impazzito: semplicemente si spingeva più avanti ma con lo sguardo fisso al passato, sperimentava incessantemente con impegno febbrile ma con attenzione rigorosa, con l’intento di avvicinarsi sempre più alle remote frontiere dello spazio e del tempo. Incompreso da molti dei suoi contemporanei, da una parte troppo legato alla tradizione scientifica secentesca, dall’altra troppo in anticipo rispetto al pensiero romantico ancora a venire,[11] non si rispecchiava del tutto nella sua epoca e cercava altrove la sua vera identità: con l’astronomia sondava le immensità siderali, con l’antiquaria gli abissi del tempo; ma la ricerca astratta non gli era sufficiente, egli sentiva la necessità di sperimentare, d’impersonare gli antichi, fino a identificarsi nell’antico druido Chyndonax, scoperto nelle pagine di un vecchio testo francese: come lui, infatti, talvolta si vestiva e col suo nome firmava le proprie missive.[12] Non era il gioco di un folle: era la fuga di un savio dalla realtà contingente, da un luogo e un’epoca a lui fondamentalmente estranei. Anche al prezzo della rinuncia al benessere e al compiacimento di una carriera ben avviata, o di compensi materiali di varia natura, il saggio vota la sua intera esistenza all’incessante ricerca della verità e non si cura d’altro. E per quanto Stukeley coltivasse giardini che erano templi, scavasse nelle tombe più antiche, misurasse da ogni angolazione le enormi pietre dei templi protostorici, indagasse il passato della sua terra e l’origine della sua religione e osservasse ogni notte le stelle e i pianeti, non riusciva mai a estinguere la sua sete per tutte quelle lontananze; ma se inseguire remoti se non irraggiungibili traguardi non lo rese mai sazio, il coltivare tutte le discipline necessarie ad avvicinarli, ha consentito a Stukeley, grazie all’indubbio influsso del pensiero di Newton e di Halley, di realizzare una sintesi tra antiquaria e astronomia che è, in fondo, il suo lascito più prezioso. Fu il primo, infatti, ad accorgersi che i cerchi di pietre di Stonehenge e Avebury erano edifici orientati e fu anche il primo a realizzare, di suo pugno, una particolareggiata ed estremamente precisa riproduzione grafica dei siti, priva di quegli abbellimenti, tipici dei suoi predecessori, che finivano per sacrificare, pesantemente, la realtà delle cose. Fu però anche fautore di altrettante ipotesi che nel tempo si riveleranno completamente false, accolte sì con favore alla sua epoca, ma che per secoli ingenereranno molta confusione sull’origine e la funzione di questi antichissimi templi. È un errore, infatti, attribuire, come lui fece, la costruzione di Stonehenge ai druidi, i sapienti celti; è un errore, inoltre, pensare che questi druidi avessero a disposizione una vera e propria bussola, avendola ereditata dai Fenici; è un errore credere che l’orientamento della struttura di questi templi sia stato concepito in relazione alla posizione del polo magnetico terrestre. Eppure tutti questi sbagli hanno aperto le porte a un nuovo metodo d’indagine ‒ che vede i monumenti antichi nel contesto naturale e nel loro orientamento rispetto agli astri, e applica i paradigmi della nuova scienza nelle rilevazioni e misure dei siti d’interesse storico ‒ in grado di unire insieme, in un fitto dialogo, l’antiquaria e la filosofia naturale, un dialogo che si farà ancora più limpido e particolareggiato quando quest’ultime lasceranno il passo all’archeologia e alla scienza, arricchendo così lo scibile umano di una nuova disciplina: l’archeoastronomia. Per queste ragioni che William Stukeley può essere a ragione definito il vero primo pioniere di quest’ultima disciplina, al di là degli oggettivi errori di valutazione, assolutamente fisiologici in ogni attività pioneristica. D’altronde, chi si occupa assennatamente di storia del sapere, non nasconderà mai la vera natura del suo cammino, un percorso di tentativi sbagliati e di relative correzioni (esse stesse altrettanto sbagliate) che molti credono si diriga sempre in avanti, ma che al contrario talvolta indietreggia, gira su se stesso, balza improvvisamente o precipita inaspettatamente. E raccontarsi gli sbagli, rendersene conto, non averne paura, rispettarli, significa in fondo comprendere, che ha il suo etimo nel capire senza escludere. Non è quindi vano il ricordo di questi errori, di frequente dimenticati nelle pagine, spesso irriconoscenti, delle monografie scientifiche.

Quando Stukeley giunge la prima volta a Stonehenge, il 19 maggio 1719, ha trentuno anni: accompagnato dai fratelli Gale, comincia una prima ricognizione sia del celebre cerchio di pietre della piana di Salisbury, sia delle sconosciute rovine di Avebury, non troppo lontane. A quell’epoca Stonehenge è al centro del dibattito tra gli antiquari britannici, ma il suo fascino sembra aver contagiato diversi settori della conoscenza, compresi gli ambienti anglicani e i sodalizi di norma più avvezzi allo studio della filosofia naturale, come la Royal Society. Il sito era noto all’élite culturale dell’isola almeno dal XII secolo, mentre è difficile stabilire, tramite le fonti a disposizione, se fosse universalmente conosciuto in epoca classica; di certo lo conoscevano gli abitanti di quei luoghi, principalmente dediti alla pastorizia: un misto di venerazione e timore reverenziale sfociava in innumerevoli favole che a volte raccontavano di pietre trasformate in patiboli (henge in sassone significa forca) e di giganti pietrificati durante una danza demoniaca, a volte di rovine miracolose e curative abitate da fate. Ed è con ogni probabilità che da quel retaggio popolare affidato a una diffusione esclusivamente orale siano scaturite le principali leggende sulla sua origine e i suoi scopi. Al di là delle supposte proprietà taumaturgiche delle acque poste a contatto con le rovine,[13] l’imponenza delle pietre e la loro posizione isolata rendevano ovviamente increduli gli abitanti di quelle colline e stimolavano la loro fantasia sul modo in cui quegli enormi massi d’arenaria potessero essere stati lì trasportati e poi issati in piedi. Si diffuse, per questo, l’opinione che antichissimi costruttori avessero materializzato quelle pietre attraverso sofisticate tecniche artificiali, che fossero state realizzate in loco come una sorta di cemento: sarà un’ipotesi ancora in voga in tutto il XVII secolo. Qualcuno credette d’intravedere l’orma di una mano nel solco presente in uno dei megaliti e prontamente l’attribuì al segno lasciato dal diavolo sconfitto da Merlino, il mago che grazie alle sue arti avrebbe trasportato quei colossi facendoli volare dall’Irlanda (ma le pietre sarebbero addirittura africane): questo materiale leggendario confluirà, poi, nei testi medievali di Henry di Huntington e, soprattutto, di Geoffrey di Monmouth,[14] nonché nella letteratura teatrale di sei-settecento.[15] In epoca più recente, il sito sarà sede di una rinomata fiera annuale che contribuirà a renderlo noto in tutto il regno (siamo negli ultimi decenni del Seicento), una notorietà già amplificata dalle visite dei re Giacomo I (nel 1620) e Carlo II (nel 1651); i pellegrinaggi all’enigmatico monumento si accrebbero sempre più (tra i più illustri quelli di Jonathan Swift e Daniel Defoe), con conseguenze non positive per la sua integrità e conservazione: quel che i pastori del Wiltshire non fecero in millenni, grazie al timore reverenziale che incuteva loro quel misterioso cerchio di pietre, lo fecero in pochi secoli i più nobili e più eruditi, ma meno rispettosi, visitatori moderni.

Sono invece praticamente nulle le testimonianze che giungono dall’antichità: i principali autori classici che scrissero dei Celti (Cesare, Tacito), mai menzionano esplicitamente Stonehenge, mentre l’unico passo, riportato da Diodoro Siculo,[16] che apparentemente sembra citarlo, si riferisce più probabilmente a un monumento da localizzarsi molto più a nord. Il secolo XII, vero incipit della modernità, vedrà, nella combinazione di ricostruite reti di sentieri che consentono una rinnovata mobilità e di inediti percorsi della letteratura d’evasione, la scoperta di Stonehenge da parte delle cultura dotta che ne fece icona della saga arturiana. In quest’epoca è il fantastico la chiave prevalente di lettura delle rovine antiche:[17] se nei menhir di Carnac si vollero vedere i conquistatori romani pietrificati da Dio nell’atto di marciare contro la Britannia, i megaliti della piana di Salisbury vennero issati a vessillo dell’ascesi e caduta dei cavalieri della Tavola Rotonda. Così Stonehenge viene a confondersi – sia nella letteratura immediatamente successiva, sia nelle idee di antiquari molto più recenti – con la Carola dei Giganti, le pietre danzanti del mago Merlino. Si dovrà attendere il Cinquecento per un’interpretazione razionalistica delle leggende legate al sito, quando tra i molti escursionisti che ormai si avvicendano con continuità sotto le hanging stones, William Lambarde propone come loro origine la vena di arenaria della vicina Marlborow.[18] Ma l’ombra lunga della leggenda non abbandona del tutto le rappresentazioni di questo scorcio di secolo: l’artista e topografo Joris Hoefnagel realizza nel 1568 un disegno (perduto) che servirà a modello per tutto il resto del secolo, dall’acquerello di Lucas de Heere del 1574,[19] all’incisione comparsa nella seconda edizione del Britannia di William Camden (1600): Stonehenge appare da una prospettiva artificiosa, utile per apprezzare molti particolari ma assolutamente irrealistica; le sue pietre hanno un aspetto insolitamente flessuoso, sicuramente nell’intento di dare un senso, del tutto fantasioso, di un cerchio danzante: è chiaro che l’influsso delle antiche leggende riguardanti la danza dei giganti si riversò in queste prime rappresentazioni che a discapito della precisione proponevano un monumento immaginato più che realmente osservato.

Figura 1.  Le pietre sinuose di Stonehenge in un particolare dell’incisione presente in W. Camden, Britannia, Londra, 1600.

Se durante il Cinquecento il velo del mito ancora stenta ad alzarsi su Stonehenge, il secolo successivo determinerà un netto cambiamento di paradigma verso un approccio vieppiù scientifico e quantitativo che si accompagnerà peraltro a un contemporaneo passaggio da un’antiquaria legata alla periegetica e ai reperti di superficie a una sempre più incline allo scavo e alla profondità conoscitiva; dall’orizzontalità dei tour si passò alla verticalità dell’indagine archeologica, in un processo che è bene ricordarlo non si esaurirà in poco tempo:[20] sarebbe d’altronde totalmente fuorviante ritenere che il secolo che ha ospitato la consacrazione della nuova scienza possedesse già gli schemi e la forma mentis anche soltanto simili a quelli vigenti nell’archeologia com’è intesa oggi. A quel tempo, nessi che ai nostri occhi appaiono quantomeno bizzarri, erano presi per acquisiti: monumenti megalitici e giardini, acquerelli e scavi di tumuli, druidi e deisti, erano legati a doppio filo e fondavano la propria esistenza l’uno sull’altro.[21] Ciò che più probabilmente ha inciso nel superamento di un’antiquaria basata esclusivamente sulla ricostruzione storico-mitica e sulla paesaggistica, verso una nascente archeologia fondata sulle quantità misurabili e su un primo abbozzo di cognizione stratigrafica,[22] fu da una parte l’ossessione per la misura tipica dell’età barocca e dall’altra il nuovo approccio a materie come le scienze della Terra e la cosmogonia. Non è infatti un caso che Stukeley abbia più volte fatto riferimento nelle sue opere edite ad autori come Antoine Babuty Desgodetz e Athanasius Kircher.

Gli anni che seguirono l’opera del padre riconosciuto degli studi di questo genere, William Camden, e che sono considerati unanimemente gli anni d’oro dell’antiquaria inglese (che all’incirca coprono tutto il secolo XVII), videro susseguirsi e contrapporsi uomini di scienza sui temi delle origini delle civiltà e delle loro evidenze materiali rimaste sopra o sotto il territorio britannico, sia attraverso la speculazione squisitamente teorico-erudita, sia tramite vere e proprie ricognizioni sul campo. Senza la pretesa di essere esaustivi ed evitando di sciorinare un elenco troppo folto qui fuori luogo, possiamo ricordare nel novero di coloro che si occuparono più specificatamente dei monumenti megalitici e delle origini dei popoli stanziati nell’isola britannica, i seguenti antiquari: il celebre medico e fisiologo William Harvey; il naturalista John Ray che tentò di applicare le sue classificazioni anche in àmbito antiquario; l’architetto reale Inigo Jones (su cui necessariamente dovremo tornare); il glottologo Aylett Sammes che inaugurò l’ipotesi di un’origine fenicia dei Celti; il medievista William Dugdale che recensì alcuni siti nel Cumberland; l’autore delle Brief lives John Aubrey che scoprì Avebury e fu il vero precursore del Nostro a Stonehenge; l’araldista John Anstis che disegnò numerose rovine preistoriche; il linguista Edward Lhuyd celebre compilatore del vocabolario celtico; il filosofo libertino John Toland il cui deismo attribuito agli antichi druidi fece non poco scandalizzare il reverendo Stukeley; il protostorico e geografo Johann Georg Keyßler che descrisse i megaliti nord-europei, compreso Stonehenge; Andrew Paschal, William Musgrave, John Strachey e Walter Moyle con le loro descrizioni dei megaliti di Cornovaglia; Henry Rowlands che si occupò dell’Anglesey; il chimico Robert Plot che oltre ai fossili dell’Oxfordshire e dello Staffordshire citò pure antichissimi cerchi di pietre; infine il medico scozzese Robert Sibbald che recensì i siti della sua terra d’origine.

È nel ribollire di tutti questi contributi e idee che, a cavallo del secolo XVII, l’idea di Stonehenge subisce la metamorfosi più importante: da monumento dalle proporzioni armoniose e dalla fattura raffinata si rivela più autenticamente edificio rude e imperfetto, così come dalle prime ipotesi sulla sua origine relativamente recente ed endogena che attribuiscono la costruzione ai conquistatori d’oltremare, si passa alle più mature ricostruzioni che vedono negli stessi abitanti della Britannia, in età assai più remote, i veri fondatori (cosa che, ovviamente, soddisfaceva la fame di nazionalismo crescente a quell’epoca e che da almeno un secolo si faceva sentire anche tra gli antiquari inglesi). Così, se a metà XVI secolo lo svizzero Hermann Folkerzheimer lo definisce un accampamento di legionari romani,[23] cent’anni dopo Walter Charleton lo vede come un tempio costruito sul modello dei dysser censiti da Olaus Worm in Olanda e ne attribuisce la costruzione ai Danesi che invasero l’isola nel IX secolo;[24] e proprio l’anno successivo all’approdo di Stukeley a Stonehenge, è Keyßler che individua la sua paternità negli anglo-sassoni.[25] La disputa, in sostanza, vede contrapporsi i fautori di una genesi romana e di un conseguente modello architettonico vitruviano (fortemente avversata da Stukeley) che suggerisce un’installazione armonica e geometricamente perfetta (in prima fila Inigo Jones e John Webb) e chi ritiene invece che sia opera dei Danesi su antichi modelli nordici più rozzi (come Walter Charleton).[26] Ma si sta affermando, in quegli anni, una terza via che legava con un fil rouge le ipotesi sull’antica colonizzazione fenicia delle coste britanniche propugnate da Aylett Sammes e Samuel Bochart (poi accolte anche da Isaac Newton nella sua Cronologia emendata degli antichi regni)[27] con i tentativi di sapore nazionalistico di rivalutare le popolazioni celtiche e segnatamente delle classi sacerdotali autoctone (i druidi) come portatrici di una sapienza di derivazione pitagorica e, per alcuni, di segno pre-cristiano e patriarcale, e che hanno accomunato studiosi delle più disparate dottrine e convinzioni, da Edmund Bolton a John Toland, fino allo scozzese Martin Martin.[28] Sarà su questo tracciato alternativo che s’incamminerà William Stukeley, portando con sé, oltre alla tradizione testé citata, gli specifici influssi di John Aubrey e David Loggan: il primo, vero ispiratore delle sue convinzioni sull’origine druidica del templi protostorici britannici e di un metodo più rigoroso d’indagine in situ (e che avrebbe, tutto sommato, meritato maggior riconoscenza, visto che la testimonianza del suo contributo sembra scomparire nelle pagine dei lavori di Stukeley),[29] il secondo, preso a modello di precisione e realismo nella riproduzione grafica di Stonehenge, in una coppia di incisioni realizzate a fine secolo.

 

Figura 2. Uno dei disegni di David Loggan che impressionarono e ispirarono William Stukeley

Nelle sessioni di scavo, Stukeley sarà coadiuvato, oltre ai già citati fratelli Gale, dall’amico Edmond Halley, da poco nominato Astronomo Reale, e da due suoi nobili protettori, nonché ottimi antiquari e collaboratori: Henry Herbert, Conte di Pembroke e Heneage Finch, Conte di Winchilsea. Tutti loro saranno ampiamente citati nelle pagine del libro Stonehenge: A Temple Restor’d to the British Druids (1740), dove troverà posto la prima pubblicazione del resoconto delle rilevazioni durate cinque anni, a partire dal 1719, con una sensibile intensificazione dal 1721. Le condizioni climatiche non propriamente miti della zona e le numerose e personali attività che coinvolgevano i membri del team di scavo e che richiedevano la loro prevalente permanenza a Londra, resero necessarie cicliche sessioni estive che si dividevano anche con frequenti e contemporanee ricognizioni ad Avebury. Destino dei pionieri, oltre all’onere del procedere a tentoni e a cadere inevitabilmente in qualche errore magari grossolano, è il coniare nuovi termini, indispensabili per indicare forme e oggetti mai visti prima e mai nemmeno immaginati. Alla regola non sfugge nemmeno Stukeley che, per praticità, battezza i megaliti di Stonehenge, costituiti da due pietre verticali e un architrave sulla sommità, ‘triliti’ (trilithons) mutuando un termine scovato nella Cronaca di Giovanni Malalas,[30] e definisce “il viale” (the Avenue) l’asse descritto da due fossi paralleli e rinvenuto insieme a Roger Gale nell’agosto del 1721, che per circa 580 iarde attraversa il monumento e che scopre essere orientata all’incirca in direzione del sorgere del Sole al solstizio estivo. Quest’ultimo contributo inaugurerà di fatto un nuovo approccio allo studio e all’analisi dei siti archeologici e darà il via a quella disciplina oggi nota come archeoastronomia. Anche il cursus, l’immensa distesa parallela di cumuli, lunga tre chilometri e larga trecento metri e perimetrata da fossati esterni di forma rettangolare, che viene individuata il 6 agosto 1723 a nord del monumento, è una scoperta tutta di Stukeley, che la immaginava un ippodromo per le feste e che molto probabilmente era in realtà una costruzione per scopi cerimoniali. Tutti questi nuovi nomi permangono ancora oggi nel lessico degli archeologi, non solo nell’àmbito più specifico di Stonehenge ma anche in quello più generale dell’archeologia preistorica: anche sotto questo particolare punto di vista il nostro pioniere si è eternato. Sempre intorno al monumento principale, Stukeley e lord Pembroke compiono vari scavi e rinvengono numerosi tumuli, in gran parte in forma discoidale e circondati da un largo fossato circolare che non tardano a individuare come tombe di singoli re e a chiamare ‘tumuli druidici’: in essi rilevano una simmetria nelle misure che ritengono evochi ragioni simboliche.[31] Il 5 luglio 1723, scoprono anche la sepoltura di un’adolescente corredata da numerosi ornamenti e monili che verranno poi riprodotti in disegno nel testo pubblicato nel 1740.[32]

Figura 3. Da William Stukeley, Stonehenge: A Temple Restor’d to the British Druids, cap. XI. Prospetto dal limite occidentale del cursus di Stonehenge. A. Meta orientale; B. L’ala orientale della strada; C. Stonehenge.

Si è detto: la metamorfosi degli studi antiquari in atto nel Seicento non interessò soltanto il passaggio a un’indagine verticale, cioè di profondità, dei siti d’interesse, ma comportò anche un metodo maggiormente rigoroso e, soprattutto, un sistema basato sempre più sulla misurazione dei monumenti e sulla proporzionalità delle strutture architettoniche: non è un caso se in Inghilterra saranno studiosi come John Greaves e Isaac Newton, che prima di essere antiquari furono uomini di scienza, a dedicarsi con attenzione a quest’ultimo approccio. Stukeley, estremamente critico con la ricostruzione di Camden (le cui pietre danzanti della sua rappresentazione grafica, oltre a essere una mera imitazione di un’originale di mezzo secolo prima, sono un semplice sogno a occhi aperti) e con i metodi di Walter Charleton e John Webb (che non prevedevano né disegni né topografie dal vero), segue la via tracciata dai due filosofi naturali che l’hanno preceduto: “Senza disegni e planimetrie lo studio delle antichità o qualunque altra scienza sarebbe zoppa o imperfetta”; così si esprimeva nel 1717, insediandosi come segretario della Society of Antiquaries londinese. Ottimo disegnatore e architetto dilettante, realizzò infatti una serie di disegni e di cartine, con l’aiuto fattivo dei suoi incisori, che non hanno precedenti per ricchezza di dettagli e per rigore e che, anche se saranno superati da John Wood nel 1747 (non con poco scorno dell’interessato), comunque non soltanto conserveranno il primato cronologico ma rappresenteranno anche l’unica vera testimonianza della condizione di Stonehenge negli anni venti del secolo. Già all’epoca, infatti, il sito era continuo bersaglio dei vandali e vittima delle condizioni ambientali (famigerati i conigli devastatori del terreno sottostante, capaci nei secoli di far crollare a terra anche quei colossi di pietra): anche per questo motivo non pochi antiquari dell’epoca si riversarono con ansia nei territori del regno per raccogliere la maggior quantità di informazioni sui resti materiali del passato, con il terrore che questi finissero distrutti da un momento all’altro per incuria o dalle intemperie o dalle guerre. Stukeley non fece eccezione con Stonehenge: la prima delle sue preoccupazioni fu di conservare il suo ricordo da eventuali distruzioni, crolli o danneggiamenti. Il tempo gli darà ragione: alcune pietre presenti alla sua epoca oggi sono scomparse o crollate. Ma la realizzazione di cartine e disegni aveva anche altro scopo: individuare la struttura, la forma degli elementi architettonici, la proporzione della struttura dell’edificio, tutto per comprendere i significati sottesi a quelle disposizioni di pietre, non casuali e mai approssimative, che avevano a che fare, secondo lui, con simboli e nozioni legate alla religione e alla cosmologia.

L’ovale inscritto nel cerchio, quella figura che le pietre descrivono al centro del tempio e che Stukeley, prendendo a prestito la nomenclatura greca, definisce l’adytum, non è ai suoi occhi uno schema senza significato, ma riproduce innanzitutto l’idea druidica dell’ovale come forma dell’uovo cosmico, e del cerchio come richiamo alla divinità e alla sua perfezione (o anche, tradizionalmente, al cielo), poi scorge in tale struttura un retaggio del platonismo.[33] Oltre, nell’opera edita su Stonehenge, l’autore non si spinge; è invece nelle pagine del manoscritto del 1723 che si trovano altri accostamenti, ancor più coraggiosi: l’ellisse che descrive l’adytum richiamerebbe l’orbita degli oggetti celesti, tra i quali le comete, che grazie all’eccentricità più accentuata delle loro rotazioni intorno al Sole sarebbero le più vicine alla struttura del sito e le più adatte a ispirare sentimenti religiosi a chi le osserva.[34] L’adytum di Stonehenge consta di cinque triliti: Stukeley, certamente sotto l’influsso newtoniano,[35] sfiora l’idea di un nesso con i cinque pianeti (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno) in orbita intorno al Sole, poi coglie nelle due curve concentriche di pietre il richiamo alla Luna e alla Terra,[36] ma infine cancella entrambe le suggestioni delle quali evidentemente non è certo, tracciandovi una riga sopra: ritroveremo queste idee cinquant’anni dopo, pubblicamente e compiutamente elaborate, nell’opera di John Smith.[37] Questa intuizione poi abbandonata ci consente di comprendere meglio quale fosse l’intento principale di Stukeley: interpretare i monumenti dell’antichità in chiave cosmologico-simbolica, quindi in una prospettiva in cui il legame tra architettura e scienza delle stelle si fa più stretta, approdando di lì a poco a un approccio compiutamente archeoastronomico.

Figura 4. Da William Stukeley, Stonehenge: A Temple Restor’d to the British Druids, cap. III. Planimetria delle fondamenta di Stonehenge.

Chiunque costruisca un complesso architettonico di una certa imponenza e varietà, dovrà necessariamente fare i conti con proporzioni matematiche e dimensioni non semplici da dominare: imprescindibile, dunque, affidarsi a unità di misura che siano, almeno negli elementi di partenza, in numeri interi; costruzioni antiche o moderne si affidano così a standard con i quali stabiliscono dimensioni e proporzioni: un tempio romano sarà riconducibile a cubiti romani interi, come un edificio moderno inglese a piedi o pollici privi di decimali. Ogni civiltà, quindi, ha la sua particolare unità di misura, ricostruibile analizzando le sue stesse costruzioni. Stukeley compie oltre duemila misure del sito e trova che esse sono perfettamente compatibili con uno standard pari a 20,8 pollici: sarà quella per lui la dimensione del cubito druidico. Quello stesso standard era stato da lui individuato in altri templi simili nel territorio[38] e lo identificherà col medesimo utilizzato dagli Egizi per le piramidi e dagli Ebrei ai tempi di Salomone e individuato da John Arbuthnot nel 1705 grazie ai dati raccolti da John Greaves nella sua spedizione al Cairo del 1637, poi leggermente corretto dai calcoli di Newton e Richard Cumberland.[39] Se è vero che a ogni civiltà corrisponde un’unità di misura, allora per Stukeley il cubito dei costruttori di Stonehenge, essendo uguale a quello del popolo dei patriarchi, testimonia la derivazione ebraica di questi, diretta o mediata da altri popoli; ma in quale epoca Stonehenge sarebbe stato edificato da questi supposti eredi dei patriarchi? Per rispondere Stukeley tenta due vie, entrambe con la collaborazione scientifica di Halley. Sulla scia di Henry Rowlands ‒ che negli stessi anni degli scavi di Stukeley, pubblicava il primo tentativo di datazione della civiltà dell’isola di Anglesey attraverso le evidenze ambientali e materiali e non solo tramite il tradizionale strumento storiografico e mitografico ‒[40] i due provano a stimare l’età d’installazione delle pietre sulla piana: l’osservazione al microscopio di un frammento di sarsen (l’arenaria tipica della zona) prelevato da Stonehenge, oltre a rilevare, se ce n’era ancora bisogno, la sua origine naturale (fugando ogni dubbio su una sua possibile realizzazione attraverso una sorta di cemento artificiale come prefigurato da alcuni in passato), induce Halley a datare il monumento, tenuto conto dell’erosione degli agenti atmosferici, tra il 300 a.C. e il 1300 a.C. Ma Stukeley vuole circoscrivere meglio la datazione ricavata da Halley: concepisce allora un metodo alternativo davvero geniale che ricorda molto da vicino quello messo a punto da Newton nel suo sistema cronologico basato sulla precessione degli equinozi;[41] come quest’ultimo ha utilizzato le osservazioni degli antichi e le ha confrontate con quelle dei moderni per calcolare lo spostamento del Sole nel punto vernale e, quindi, il tempo intercorso tra le diverse osservazioni, così Stukeley ritiene di poter calcolare la data di fondazione di Stonehenge applicando la variazione del polo magnetico terrestre rispetto all’orientamento stesso dell’edificio. Si era da tempo accorto, infatti, che il tempio, come anche i tumuli e le costruzioni periferiche, erano orientati in direzione nord-est ma non precisamente al punto della levata del Sole al solstizio, scostandosi di circa 6° in senso antiorario. Per Stukeley questa era la prova sufficiente per ritenere possibile che gli antichi costruttori avessero orientato il sito basandosi non sul sorgere del Sole al solstizio, bensì sulla posizione del polo magnetico. Utilizzando le tabelle delle sue variazioni rese pubbliche da Halley nelle Philosphical Transactions, ricava la data, dopo averne scartate alcune troppo recenti, in cui l’orientamento di Stonhenge si sarebbe trovato a coincidere con i valori del campo magnetico della Terra: il 460 a.C.[42] Sebbene ingegnosa, l’idea si rivela completamente sbagliata, basata com’è su due dati assolutamente falsati: le misurazioni effettuate da Stukeley con il teodolite, infatti, sono inficiate da un danno subìto nel trasporto, di cui nessuno si accorse, e che causerà risultati sfasati di un margine nell’ordine di almeno -4° a est e +4° a ovest di Stonehenge;[43] inoltre, la data del solstizio fu individuata erroneamente: il calendario in vigore all’epoca in Inghilterra, che com’è noto non aveva ancora accolto la riforma gregoriana (lo farà solo nel 1752), era in anticipo di dodici giorni, cosicché il solstizio non cadeva il 21 giugno bensì il 3 luglio. La confusione che s’ingenerò fu fatale nei risultati, ma importantissima nel metodo: è da quegli errori, infatti, che nasceva l’archeoastronomia.

Non fu secondaria, infine, la ricostruzione storica che Stukeley basò sulle fonti classiche, a dire il vero piuttosto forzata, per dimostrare che la bussola, necessaria a orientare Stonehenge nel modo in cui egli teorizzava, fosse conosciuta già nel secolo V secolo a.C.[44] La fiducia dell’autore nella sapienza degli antichi, che riprendeva una lunga tradizione che avrà il suo culmine alla fine dell’età moderna nell’opera di Louis Dutens ma che sarà di fatto avversata dagli ambienti baconiani, lo spronava a rintracciare, magari oltre il velo del mito e tra le righe della storia, la presenza di uno strumento in grado di puntare il polo magnetico; Stukeley riuscirà a scovarla addirittura sulla nave Argo: il celebre vello d’oro non sarebbe stato altro, infatti, che una bussola con la quale solcare l’alto mare.[45] Conoscenze di questo tipo possono per Stukeley essere state accessibili ai popoli eredi degli antichi patriarchi, veri detentori del primigenio sapere dispensato da Dio, e in parte rintracciabili nelle filosofie pitagoriche e neoplatoniche. Ricalcando, anche in questo caso, le idee di Newton, individua nei mercanti fenici il collegamento tra cultura ebraica e britannica, dopodiché si spinge a considerare i druidi, classe sacerdotale dei Celti, i diretti discendenti dei magi.[46] Ispirato dai lavori di Aylett Sammes, si concentra così sul mito, interpretato in senso evemeristico, di Ercole di Tiro, re pastore d’Egitto, nobile e dotto in astronomia, cronologia e navigazione, che sarebbe giunto sulle coste britanniche e lì avrebbe costruito i cerchi di pietre oltre a diffondere la scrittura, ancor prima che Cadmo la portasse in Grecia.[47] In netta antitesi con lo scetticismo di antiquari del calibro di Camden e di esponenti di spicco della cultura dell’epoca come lo stesso Defoe, Stukeley è convinto che il mistero sui fondatori di Stonehenge possa essere svelato, ma la chiave che intende utilizzare non è la stessa di Inigo Jones o di Walter Charleton; la sua soluzione prevede un’origine fenicia, quindi indirettamente ebraica, del tempio. I druidi, l’élite celtica, sarebbero discendenti dei patriarchi, eredi della loro remotissima sapienza e i suoi veri costruttori. Stukeley, per dimostrarlo, non si affida esclusivamente alle fonti classiche, come farebbe un tipico antiquario secentesco, ma prova anche sentieri inediti di ordine deduttivo sia sul fronte delle evidenze materiali, sia sul piano dell’incrocio dei dati e della cronologia.

Figura 5.  Da William Stukeley, Stonehenge: A Temple Restor’d to the British Druids, cap. III. Prospetto di Stonehenge da sud-ovest.

Gli oggetti ritrovati a Stonehenge non appartengono, per Stukeley e compagni, né ai Romani (confutando Inigo Jones), né ai Danesi (confutando Walter Charleton), ma sono attribuibili per foggia e materiali soltanto agli antichi Celti e alla classe sacerdotale druidica: gli stessi tumuli, inoltre, essendo orientati esattamente come il tempio, vanno ascritti con ogni probabilità ai medesimi costruttori. Stukeley si chiedeva, come già Edmund Bolton cent’anni prima, dove fossero le consuete iscrizioni tipicamente presenti presso i monumenti romani o in che modo potessero coincidere le fantasiose ricostruzioni di Inigo Jones ispirate all’architettura di Vitruvio, con le evidenze che il sito archeologico aveva restituito. Nemmeno il rinvenimento di alcune monete romane interrate lo poté smuovere: sicuramente erano state smarrite molto dopo la fondazione del tempio. Inoltre, altri resti certamente attribuibili ai Romani appartenevano a edifici costruiti sopra o in mezzo a quelli dei druidi, il che prova che quest’ultimi li hanno preceduti.[48]

Alle evidenze materiali Stukeley aggiunge deduzioni basate sulle testimonianze storiche: quella lasciata da Diodoro Siculo sulla Carola dei Giganti (di cui, l’abbiamo detto in precedenza, non si è certi dell’identificazione con Stonehenge) è senza dubbio risalente a un’epoca precedente all’arrivo dei Romani, come anche è precedente all’invasione belga che avrebbe impedito ai costruttori di reperire nel nord del Wiltshire le pietre necessarie. Le tre vie delle fonti storiche, delle evidenze materiali e delle deduzioni logiche e, per la prima volta, scientifiche, convergono verso il vero obiettivo finale: negare le tesi di un’origine romana di Stonehenge e dimostrare la sua paternità druidica, così come degli edifici dello stesso genere disseminati in tutte le isole britanniche. Tra quest’ultimi anche il complesso megalitico di Avebury, che sarà oggetto di un libro pubblicato tre anni dopo il primo su Stonehenge (quindi nel 1743) e che conterrà le più importanti speculazioni sulla religione druidica. In quel testo comparirà una compiuta schematizzazione delle diverse tipologie di templi presenti sul territorio, sia dal punto di vista strutturale sia da quello cronologico. Il primo tempio della storia fu per Stukeley il bosco sacro, il modello archetipico per tutti quelli successivi. Quando poi l’umanità decise di imitare la natura, inventò l’architettura e lo fece seguendo gli stessi modelli: l’armonia e la semplicità degli alberi disposti uno accanto all’altro si trasfuse nelle colonne di pietra allineate, mentre la bellezza e maestosità delle chiome venne stilizzata con i capitelli;[49] il bosco sacro dunque si pietrificò e diventò un cerchio aperto al cielo. Su questo modello si sarebbero poi fondati Stonehenge e gli altri edifici simili, anche nell’Europa continentale. Quando,  attraverso i mercanti fenici, giunse notizia di un nuovo modello più complesso, la forma circolare venne sostituita con la forma squadrata, mentre il tempio si muniva di un tetto, esattamente come a Gerusalemme. Tale nuova struttura si sarebbe resa necessaria per opporsi da una parte all’idolatria sviluppata nei confronti degli astri, suggerita dalla forma del cerchio simbolo del cielo, dall’altra per ribadire la profezia biblica di un’imminente comparsa del Messia che doveva giungere incarnato (cioè coperto di pelle) sulla terra (il cui simbolo è appunto il quadrato): il tempio squadrato e provvisto di tetto costruito da Salomone sarebbe quindi il simbolo del corpo del Salvatore.[50] Secondo Stukeley, però, la metamorfosi in Britannia non fu immediata e si preferì dapprima rendere più complessi i templi druidici circolari con due nuove tipologie: i dracontia, che al cerchio aggiungono una figura serpentiforme, come a Avebury (che Stukeley considererà però più antico di Stonehenge), e quelli disegnati sul modello del geroglifico dell’ophio-cyclo-pterygo-morphus (o Cneph-Phthah),[51] che hanno in più le ali all’estremità, come ad Humber.[52] Così i templi circolari in tutta Europa sarebbero stati abbandonati – non prima però di realizzare l’ultimo grande edificio, Stonehenge – e sostituiti con i templi squadrati e coperti, come se ne vedono, ad esempio, in Grecia.[53]

Tutta questa serie di speculazioni, presenti in gran parte in Abury, a Temple of British Druids (1743), diparte, lo si ribadisce, dalla dimostrazione dell’origine druidica dei templi resa in Stonehenge: A Temple Restor’d to the British Druids (1740), testo che rimane fondamentale e che diverrà nei decenni successivi pietra miliare per la cultura del neo-druidismo. Dalla fine degli scavi alla data di pubblicazione del libro, trascorsero circa quindici anni, un periodo di tempo che vide Stukeley, come abbiamo visto, cercare rifugio nella vita più semplice e gratificante della campagna. Nel 1729 si trasferì a Stamford dove venne ordinato sacerdote e lì rimase fino al 1747, continuando a coltivare tutti i suoi interessi e a costruire reti associative negli àmbiti dell’antiquaria e dell’astronomia, nonostante i dolori di una gotta sempre più invalidante e alla scomparsa della prima moglie. Pubblicò in quegli anni un trattato sulla sua stessa malattia, poi il Paleographia sacra (1736) che raccoglieva i suoi studi dedicati all’esegesi biblica e alla storia sacra. Nel 1739, l’ultimo duca di Ancaster, Peregrine, lo nominava suo cappellano e gli concedeva una residenza vicino a Grantham: con il suo patrocinio Stukeley mandava finalmente alle stampe il suo Stonehenge.[54] All’interno fece confluire tutti i risultati dei suoi vecchi scavi, le sue rilevazioni, le sue misurazioni (forse con qualche omissione volontaria per scongiurare alcune contraddizioni rispetto alle sue teorie generali)[55] e tutte le idee e ipotesi circa l’origine druidica e patriarcale dei templi che a nostro avviso già appartenevano, almeno nelle loro forme generali, al suo pensiero. Non possiamo, infatti, concordare con alcuni biografi di Stukeley che insistono su uno sviluppo di tali speculazioni a partire da un periodo molto successivo agli scavi, durante i quali, invece, la teoria druidica non sarebbe stata dominante;[56] essi consegnano come testimonianza decisiva il resoconto manoscritto del 1723 che, a loro dire, sarebbe frutto di un’analisi più rigorosa e di una mente assai meno incline all’immaginazione di quelle che concepirono il testo del 1740.[57] L’origine druidica dei templi, quindi, sarebbe stata un’ipotesi sì già presente ma solo marginalmente, mentre della derivazione patriarcale della classe sacerdotale celtica e del suo impianto protocristiano non vi sarebbe stata ancora alcuna traccia. Ma le molte iterazioni del termine “druidi” riscontrabili in quello stesso manoscritto[58] e la testimonianza di alcune pagine del diario personale,[59] inducono al contrario a pensare che Stukeley avesse bene in mente il ruolo che voleva attribuire ai druidi nella storia della Britannia e della fondazione dei templi circolari nel suo territorio, come anche il loro portato religioso, fin dai tempi delle sue sessioni di scavo dei primi anni venti. Né è da credere che questa supposta tarda conversione al druidismo e ai suoi contenuti spiccatamente religiosi sia da apporre all’altrettanto supposta scelta di sapore opportunistico che Stukeley avrebbe intrapreso legando la sua antiquaria ai temi dottrinali a lui cari e forse sponsorizzati dalla stessa chiesa anglicana.[60] Il druidisimo di Stukeley non è né una speculazione nata da interessi inconfessabili, come sembra vorrebbero alcuni storici, né una bizzarria di un erudito un po’ folle che ha voluto ritirarsi in campagna nel pieno del suo successo mondano, come invece avrebbero voluto alcuni suoi contemporanei. È stata, al contrario, l’ipotesi di un pioniere delle discipline archeoastronomiche che, a cavallo tra il Seicento della nuova scienza e il Settecento dei poemi ossianici, ha dimostrato come ‒ al di là degli inevitabili errori e mancanze ‒ la scienza e l’immaginazione (ma non la fantasia) siano le necessarie compagne della ricerca; e come la ricerca più feconda non si limiti, anche quando è rigorosa, a una generica indagine sulla realtà, ma implichi innanzitutto un percorso personale di arricchimento, un’occasione d’introspezione individuale, che non può fare a meno di una riflessione profonda sui suoi aspetti morali, etici, politici, addirittura esistenziali. Quel che sembra davvero ispirare lui e gli altri come lui, assetati di lontananze, non è soltanto l’esigenza di evadere dalla realtà contingente, a volte banale, a volte crudele: è anche e soprattutto la necessità impellente di scandagliare al meglio la realtà umana, di andare in fondo “al principio su cui tutto si regge, in un viaggio verso il confine estremo dell’esistente”[61], perché ciò che è massimamente lontano è più vicino che mai alla nostra più intima natura; perché è la nostra genesi e il nostro senso ultimo; perché scavare la terra è scavare la nostra identità, e scrutare le stelle è scrutare la nostra luce. È questo il vero e dorato grano di verità che l’antiquaria di Stukeley ha donato ai posteri.

Si è discusso lungamente sulla notevole e curiosa somiglianza tra i lineamenti dello scopritore della maschera di Agamennone (o chiunque fosse in realtà) e quelli in essa raffigurati. Ci si è domandati se fosse solo un caso o se invece Heinrich Schliemann avesse di proposito assunto la stessa espressione del re degli Achei, la sua medesima acconciatura dei baffi, quando veniva fotografato. Qualcuno ha osato pure dubitare dell’autenticità del reperto, vedendo in quella straordinaria somiglianza un’ulteriore malizia dell’archeologo. Allo stesso modo, il druido Chyndonax raffigurato nel frontespizio di Stonehenge: A Temple Restor’d to the British Druids assomiglia moltissimo al suo autore; anzi, a dirla tutta, la figura che appare in quell’incisione è proprio quella di William Stukeley, ritratto in abiti celtici. Non si tratta di un gioco e nemmeno di una truffa: è al contrario la fedele e inoppugnabile testimonianza di chi, avendo cercato il fine ultimo della conoscenza nelle profondità della terra e alle sommità del cielo, ha infine rinvenuto, sondando gli abissi del tempo e dello spazio, uno specchio nel quale intravedere il proprio volto.

Figura 6. Confronto tra il ritratto di “Chyndonax” presente nel frontespizio di Stonehenge: A Temple Restor’d to the British Druids (1740) e un autoritratto di William Stukeley, risalente al 1735.

   


Bibliografia essenziale

Opere di William Stukeley

Itinerarium curiosum, London 1724.

Paleographia Sacra, London 1736.

Stonehenge: A Temple Restor’d to the British Druids, London 1740.

Abury, a Temple of British Druids, London 1743.

The Family of the Rev. William Stukeley M.D., vol. I-III, London 1882.

Stukeley’s ‘Stonehenge’: An Unpublished Manuscript, 1721-1724, a cura di Aubrey Burl e Neil Mortimer, Yale University Press, London 2005.

Biografie su William Stukeley

David Boyd Haycock, William Stukeley: Science, Religion and Archaeology in Eighteenth-Century England, Boydell Press, Woodbridge 2002.

Stuart Piggott, William Stukeley: An Eighteenth-Century Antiquary, II ed., Thames and Hudson, New York 1985.

Monografie su Stonehenge

Aubrey Burl, Stonehenge. A Complete History and Archaeology of the World’s Most Enigmatic Stone Circle, Carroll & Graff Publishers, New York 2007.

Christopher Chippindale, Stonehenge Complete, Thames & Hudson, IV ed., London 2012.

Monografie sul druidismo

Ronald Hutton, Blood & Mistletoe. The History of the Druids in Britain, Yale University Press, New Haeven-London 2009.

Françoise Le Roux e Christian-J. Guyonv Arc’h, I druidi, Ecig, Genova 1990.


Note

[1] Traduzione italiana di Guido Ceronetti in Qoelet. Colui che prende la parola, Adelphi, Milano 2001.

[2] Cfr. William Stukeley, Itinerarium curiosum, London 1724.

[3] Cfr. The Family of the Rev. William Stukeley M.D., vol. I, London 1882, pp. 77 e ss. e 188 e ss.

[4] Cfr. David Boyd Haycock, William Stukeley: Science, Religion and Archaeology in Eighteenth-Century England, Boydell Press, Woodbridge 2002, cap. IV.

[5] Cfr. William Stukeley, Itinerarium curiosum, op. cit., pref.

[6] Lì, tra l’altro, raccolse tutto quel materiale di testimonianze e ricordi che costituiscono una delle prime biografie dedicate a Newton. Il celeberrimo episodio della mela è narrato proprio da Stukeley. Cfr. William Stukeley, Memoirs of Sir Isaac Newton’s Life, Ms/142, Royal Society Library, London, f. 14r.

[7] Cfr. William Stukeley, Abury, a Temple of British Druids, London 1743, p. 4.

[8] Cfr. Massimo Angelini, Ecologia della parola, Pentàgora, Savona 2017, pp. 36-41 e 96.

[9] Stukeley chiamò quel bosco “il cerchio di Chyndonax”. Cfr. William Stukeley, Templum Druidorum, Oxford 1728, Bodleian MS Eng Misc., c. 538, f. 10r.

[10] Cfr. The Family of the Rev. William Stukeley M.D., vol. I, cit.

[11] Cfr. Stuart Piggott, William Stukeley: An Eighteenth-Century Antiquary, II ed., Thames and Hudson, New York 1985, p. 10.

[12] Stukeley trovò la descrizione di un’urna cineraria con l’iscrizione greca del nome di un sacerdote: Chyndonax. Nel testo si conclude che Cyndonax fosse un druido. Cfr. Jean Guenebault, Le Réveil de l’Antique Tombeau de Chyndonax, prince des Vacies, Druides, Celtiques, Dijon 1623.

[13] Goffredo di Monmouth, Historia Regum Britanniae, VIII 11.

[14] Stonehenge è citato per la prima volta da Henry of Huntingdon (1129) che la definisce la seconda meraviglia di Britannia; nel 1136 Goffredo di Monmouth riporta la leggenda di Merlino e della Carola dei Giganti, ma cita direttamente Stonehenge solo come tomba di Uther Pendragon. Cfr. Enrico di Huntingdon, Historia Anglorum e Goffredo di Monmouth, Historia Regum Britanniae (1136) VIII 10-12 e XI 4. Le due fonti saranno poi riprese da diversi altri autori, tra cui Giraldo Cambrense nella Topographia Hibernica (1188).

[15] Cfr. ad esempio Thomas Rowley, The Birth of Merlin, 1622; Lewis Theobald, Merlin or the Devil of Stone-Henge, musica di John Galliard, 1734.

[16] Cfr. Pitea di Marsiglia in Diodoro Siculo, Biblioteca storica, II 47, 2.

[17] Cfr. Vittorio Bracco, La lunga illusione dell’archeologia, Castelvecchi, Roma 2014, p. 14.

[18] Jo William Lambarde, Angliae Topographicum et Historiarum, 1730 (1580), pp. 314-315.

[19] Lucas de Heere, Corte Beschryvinge van England, Scotland, and Ireland,1573-75, Add. Mss. 28330, British Library.

[20] Cfr. Vittorio Bracco, La lunga illusione dell’archeologia , cit., p. 111.

[21] Cfr. Stuart Piggott, William Stukeley: An Eighteenth-Century Antiquary, cit., p. 11.

[22] Uno dei primi a parlare di stratificazione geologica fu l’amico di John Locke, John Strachey, fonte d’ispirazione per lo stesso Stukeley. Cfr. John Strachey, A Curious Description of the Strata Observ’d in the Coal-Mines of Mendip in Somersetshire, in «Philosophical Transactions of the Royal Society», London 1717, XXX, p. 351-363.

[23] Cfr. Hermann Folkerzheimer, Zurich Letters, 39.

[24] Cfr. Olaus Worm, Danicum monumentorum, Hafniae 1643 e Walter Charleton, Chorea Gigantum, London 1663.

[25] Cfr. Johann Georg Keyßler, Antiquitates selectae septentrionales et celticae, Hannover 1720, pp. 97, 199, 230. Stukeley e Keyßler s’incontrarono in Inghilterra nel 1716, ma per Keyßler Stonehenge era una tomba e non un tempio.

[26] Cfr. Inigo Jones, The Most Notable Antiquity of Great Britain Vulgary Called Stone-heng, on Salisbury Plain. Restored, London 1652; Walter Charleton, Chorea Gigantum, London 1663 e John Webb, Vindication of Stonhenge Restored, London 1665. Tutti questi testi sono stati raccolti in un libro del 1735, ristampato in anastatica da Stuart Piggott nel 1971. Quello di Inigo Jones è il primo libro dedicato esclusivamente a Stonehenge e il primo dedicato a un edificio preistorico.

[27] Cfr. Isaac Newton, Chronology af Ancient Kingdoms Amended, London, 1728, tr. it. a cura di Alessio A. Miglietta, Cronologia emendata degli antichi regni, Virtuosa-Mente, Aicurzio 2016.

[28] Cfr. Edmund Bolton, Nero Caesar, London 1624, pp. 181-182; John Toland, A History of the British Druids in The Misellaneous Works of Mr. John Toland. Now first published from his Original Manuscript, vol. I, London 1747 e M. Martin, A Description of the Western Isles of Scotland, London 1703.

[29] John Aubrey (1626-1697) visitò Stonehenge a otto anni e a ventidue scoprì Avebury, durante una battuta di caccia. Lavorò per anni a una sorta di metodo algebrico per comparare gli edifici del Wiltshire e ridurre le loro proporzioni a un’equazione matematica, da confrontare poi con i cerchi di pietre delle regioni occidentali e settentrionali, oltre a quelli del Galles e della Scozia. I suoi risultati lo condurranno a ritenere questi edifici dei templi pagani, ma la loro matrice druidica è da lui considerata soltanto come una mera possibilità (cfr. Michael Hunter, John Aubrey and the Realm of Learning, pp. 175-176). Il suo testo più importante, i Monumenta Britannica (divisi in due parti generali – Templa Druidum e Chorographia Antiquaria – e due più analitiche, ma più variegate nei contenuti) non fu mai concluso e rimase in forma manoscritta fino al 1695, quando venne pubblicato da Edmund Gibson in una sua raccolta. Aubrey, nonostante un invito proveniente direttamente dal re, non scavò mai a Stonehenge. Lo stesso Toland giudicò il suo Templa Druidum troppo confuso per essere pubblicato (cfr. John Toland, A History of the British Druids in The Misellaneous Works of Mr. John Toland. Now first published from his Original Manuscript, cit.). Ciononostante il manoscritto sarà lungamente studiato da Stukeley che ne sarà profondamente segnato. La prima cartina topografica di Stonehenge è stata effettuata nel 1666 proprio da Aubrey (Monumenta Britannica, tav. VII) ed è chiaro che anche le sue ipotesi, di sapore squisitamente antiquario, sull’origine druidica dei templi lasciò un’orma indelebile sul giovane Stukeley, anche più di quanto fece il deista Toland.

[30] Cfr. Giovanni Malalas, Cronaca, xiii, 37 e Stukeley’s ‘Stonehenge’: An Unpublished Manuscript, 1721-1724, a cura di Aubrey Burl e Neil Mortimer, Yale University Press, London 2005, p. 62 (f. 42).

[31] Cfr. William Stukeley, Stonehenge: A Temple Restor’d to the British Druids, cap. X.

[32] Cfr. ibidem, cap. XII.

[33] Cfr. ibidem, cap. V.

[34] Cfr. Stukeley’s ‘Stonehenge’: An Unpublished Manuscript, 1721-1724, cit., p. 59 (f. 41).

[35] Secondo Newton, i pritanei antichi avrebbero rimandato all’antica idea pitagorica dell’Hestìa, centro dell’attività cosmica, che ha molti punti di contatto con la sua meccanica celeste; l’architettura di tali edifici, infatti, prevedeva un fuoco centrale intorno al quale si trovava uno spazio sacro circolare in cui si riunivano i membri del consiglio degli anziani (in realtà era la tholos ad avere struttura circolare, non il pritaneo come si riteneva a quei tempi): questa struttura avrebbe dovuto richiamare la disposizione dei pianeti intorno al Sole. In un manoscritto databile intorno ai primi anni novanta del Seicento, Newton, peraltro, accenna ai ruderi del sito di Stonehenge, individuando in esso la medesima struttura degli antichi pritanei che avrebbe caratterizzato tutti i primi edifici religiosi e politici in ogni parte del mondo. Cfr. Isaac Newton, Yahuda Ms. 41, National Library of Israel, Jerusalem, Israel, f. 2v. Per una traduzione italiana del passo newtoniano dedicato a Stonehenge, si veda Alessio A. Miglietta, La scienza delle origini: Newton storico e cronologo, in Isaac Newton, Cronologia emendata degli antichi regni, a cura di Alessio A. Miglietta, cit., pp. 73-74.

[36] Cfr. Stukeley’s ‘Stonehenge’: An Unpublished Manuscript, 1721-1724, cit., p. 60 (f. 40).

[37] John Smith, Choir Gaur. The Grand Orrery of the Ancient Druids, London 1771.

[38] Cfr. William Stukeley, Abury, a Temple of British Druids, London, 1743, p. 11.

[39] Cioè circa 53 cm. Il cubito corrispondeva idealmente alla lunghezza di un avambraccio e variava a seconda dei luoghi geografici. Secondo John Greaves nella Pyramidographia (1646), Marin Mersenne nel Tractatus de Mensuris Ponderibus, atque, nummis tam Hebraicis, quam Graecis, & Romanis ad Parisiensia expensis (1644), Richard Cumberland nell’Essay towards the Recovery of the Jewish Measures and Weights, comprehending their Monies (1686) e lo stesso Newton nella Chronology of Ancient Kingdoms Amended (1728), il cubito egizio (o sacro) sarebbe stato pari a poco meno di 22 pollici (ca. 55 cm). Ci sarebbe, quindi, uno scarto di un paio di cm, rispetto alla misura presa per buona da Stukeley e suffragata dai calcoli di John Arbuthnot nelle Tabulae antiquorum numorum, mensurarum et ponderum in lat. linguam conversae (1705).

[40] Cfr. Henry Rowlands, Mona Antiqua Restaurata: An Archaeological Discourse on the Antiquities, Natural and Historical, of the Isle of Anglesey, the Antient Seat of the British Druids, London 1723.

[41] Nonostante fosse piuttosto critico con le datazioni di Newton, in particolare con il suo ridimensionamento della durata delle civiltà egizia e greca, è innegabile il suo influsso in questa applicazione come anche nell’utilizzo che Stukeley fa del cubito sacro come unità di misura standard dei templi patriarcali.

[42] Cfr. William Stukeley, Stonehenge: A Temple Restor’d to the British Druids, cit., cap. XII.

[43] Cfr. R.J.C. Atkinson, William Stukeley and the Stonehenge sunrise, in «Archeoastronomy», n.8, p. 61-62 e Stukeley’s ‘Stonehenge’: An Unpublished Manuscript, 1721-1724,p. 152 n. 159.

[44] Le prime testimonianze certe dell’utilizzo della bussola in Occidente risalgono al XII secolo d.C.

[45] Cfr. William Stukeley, Stonehenge: A Temple Restor’d to the British Druids, cit., cap. XII.

[46] Cfr. idem, Abury, a Temple of British Druids, cit., p. 55.

[47] Cfr. ibidem, pp. 70 e ss.

[48] Cfr. William Stukeley, Stonehenge: A Temple Restor’d to the British Druids, cit., cap. XI.

[49] Cfr. William Stukeley, The Creation, Music of the Spheres King Solomon’s Temple Microcosm and Macrocosm Compared, London Freemason’s Library e idem, Paleographia Sacra, London 1736, pp. 17-18. Per Stukeley anche in Israele si trovavano anticamente i boschi sacri simili a quelli druidici. Per avvalorare tale tesi, riprende un passo del Genesi (XII, 6-7) sulla piana di Moreh, che con una forzatura fa diventare il bosco di Moreh.

[50] William Stukeley, Abury, a Temple of British Druids, cit. pp. 5-8.

[51] Cfr. A. Kircher, Prodromus Coptus sive Aegyptiacus, 1636, pp. 162-163.

[52] L’interesse per l’antico Egitto, sembra essersi acutizzato proprio all’epoca degli scavi a Stonehenge, quando il Conte di Pembroke gli concesse di studiare una statua egizia presente nella sua collezione. A quegli anni, infatti, risale un manoscritto dedicato alla decifrazione dei geroglifici, nel quale si evince, tra l’altro, che Stukeley fosse all’epoca convinto assertore della profondità e del valore della cultura egizia, da ritenersi alla stessa stregua di quella dei druidi. Cfr. Ronald Hutton, Blood & Mistletoe. The History of the Druids in Britain, Yale University Press, New Haeven-London 2009, p. 94

[53] William Stukeley, Abury, a Temple of British Druids, cit., p. 2, 9, 39 e 91.

[54] The Family of the Rev. William Stukeley M.D., cit. p. 55.

[55] La Slaughter Stone (pietra n. 95) e la Heel Stone (pietra n. 96), le due pietre esterne rimaste e apparentemente non lavorate, delle quali la seconda ancora in piedi, sono state misurate da Stukeley e Roger Gale con il teodolite in due diverse sessioni di misure, insieme alle cavità dove presumibilmente erano installate altre due simili non più presenti sul terreno, ma nel libro del 1740 quest’ultime non compaiono: Gale glielo farà notare. Nell’agosto del 1721, infatti, Stukeley disegna una cartina che raffigura la Slaughter Stone sdraiata, le due sarsen mancanti e la Heel Stone in piedi, ma già in un disegno del 6 giugno 1724 tutte le pietre sono sparite a eccezione della Heel Stone, interpretata come una colonna sacra, davanti alla quale i religiosi s’inginocchiavano prima di entrare nel cerchio: un gesto che farebbe parte del rito patriarcale. Una serie di pietre sulla strada d’ingresso, invece, avrebbe potuto ricordare, a parere di Stukeley, gli idoli piazzati all’entrata dei templi pagani: decise, così, di eliminarle. Cfr. Aubrey Burl, Stonehenge. A Complete History and Archaeology of the World’s Most Enigmatic Stone Circle, Carroll & Graff Publishers, New York 2007, p. 47 e Stukeley’s ‘Stonehenge’: An Unpublished Manuscript, 1721-1724, cit., p. 18.

[56] Si veda, per esempio, Stuart Piggott, William Stukeley: An Eighteenth-Century Antiquary, cit., p. 87.

[57] Si veda, per esempio, Stukeley’s ‘Stonehenge’: An Unpublished Manuscript, 1721-1724, cit., pp. 11-12.

[58] Il druidismo è trattato, nel manoscritto del 1723, per esempio nei ff. 20, 40, 89, 91, 110 e 111. Nel f. 111, inoltre, vi si trova un nesso diretto ed esplicito tra druidismo e sapienza patriarcale.

[59] Scrive, infatti, di aver effettuato gli scavi a Stonehenge e Avebury “con particolare attenzione ai monumenti druidici che mi pareva appartenessero alla cultura patriarcale” (The Family of the Rev. William Stukeley M.D., cit. p. 52).

[60] Di simile avviso anche Peter Ucko e David Boyd Hayckok. Cfr. Peter Ucko, Michael Hunter, Alan Clark e Andrew David, Avebury Reconsidered, Unwin Hyman, London 1991, pp. 39-92 e David Boyd Haycock, William Stukeley: Science, Religion and Archaeology in Eighteenth-Century England, cit.

[61] Elemire Zolla, Che cos’è la tradizione, Bompiani, Milano 2011, p. 33.


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