Tutto il mondo andrà in fuoco. La profezia di Isaac Newton, dall’Anticristo alla grande cometa

di Alessio A. Miglietta

La Bestia cade nel fuoco, da un’illustrazione dalla Bibbia di Lutero (1534)

Anno 1725: Isaac Newton, il filosofo naturale più celebre e venerato d’Inghilterra, il padre della legge di gravitazione universale, il trionfatore in patria della disputa sulla paternità del calcolo infinitesimale (con buona pace delle rivendicazioni dell’ormai defunto Leibniz), il direttore della Zecca Reale (implacabile cacciatore di falsari), il precettore dei giovani Hannover, il temuto presidente (e autocrate) della Royal Society, si era, nei fatti, ritirato a vita privata: la sua avanzata età – aveva da poco superati gli ottant’anni –, la sua salute compromessa da una vita mai in quiete e la sua proverbiale misantropia, lo portarono a centellinare le visite presso la sua nuova tenuta di Kensington. Ma per il suo amico John Conduitt, le porte delle sue stanze private erano sempre aperte e, se i dolori gli concedevano una tregua temporanea, non disdegnava affatto di trascorrere qualche ora conversando con lui, in particolare di storia sacra e cronologia (discipline al centro dei suoi studi di allora) o, più in generale, di filosofia. Durante una notte di fine inverno,[1] spossato ma ancora vincitore sull’ennesimo attacco di gotta, Newton raccontava a Conduitt, seduto accanto a lui, le proprie speculazioni cosmologiche. Entrambi fissavano il camino davanti a loro, in cui ardeva un fuoco vivace, quell’elemento ineffabile apportatore di calore e movimento, mezzo privilegiato di Dio nella sua opera di artefice e di distruttore, compagno inseparabile di ogni alchimista sperimentatore, quale era stato lo stesso Newton. Come quel fuoco, pensava Newton, anche il Sole avrebbe avuto bisogno di essere alimentato per potersi rigenerare; se è vero che la fiamma della stufa rinvigorisce grazie a una fascina di legna, allora anche il calore vitale del Sole avrebbe dovuto necessitare di una “fascina celeste” per contrastare il suo lento ma inevitabile raffreddamento: una funzione, questa, che poteva essere attribuita a una cometa, magari quella, luminosissima, che solcò i cieli invernali del 1680. Con le comete, infatti, Newton trovò un meccanismo preciso tramite il quale la dissoluzione del cosmo, periodicamente, veniva scongiurata attraverso una nuova energia, sotto forma di princìpi attivi (del tutto simili allo pneuma stoico) che le stesse, simboli insieme di nascita e morte, di generazione e distruzione, infondevano precipitando nelle stelle. Anche grazie agli influssi degli astronomi Edmund Halley e John Flamsteed, Newton si convinse che le orbite delle comete non fossero rettilinee, ma che descrivessero sezioni coniche, il che implicava che molte avrebbero dovuto ruotare periodicamente intorno al Sole.

Sul tema dibattuto con Conduitt (grazie al quale abbiamo una delle poche testimonianze in argomento, insieme a un simile memorandum dell’astronomo scozzese David Gregory e a un accenno nei Principia), i due aspetti – meccanica celeste e letteratura sapienziale – s’incontrano in Newton in un’unica visione della realtà basata sulla ricerca della corretta decifrazione del linguaggio divino, sia esso si esplichi tramite i caratteri del libro della natura, sia attraverso le fonti sacre o storiche: l’impatto cometario sul Sole potrebbe essere, infatti, la grande conflagrazione tramite il fuoco che Pietro e Giovanni avevano profetizzato,[2] causa della fine del mondo degli uomini empi e della sua rinascita. Non solo: Newton e Conduitt, attenti studiosi delle antichità, avevano certamente ben presente le parole di Cicerone che, nel riportare le teorie cosmogoniche degli stoici, scriveva: “Tutto il mondo andrà in fuoco […], dal quale nuovamente, essendo esso animato e divino, avverrà la genesi del cosmo e si attuerà di nuovo il medesimo ordine originario.”[3] Anche Newton propendeva per i cicli cosmici teorizzati dall’antica scuola del Portico ed era, nel contempo, fermamente convinto, come ogni cristiano, della relativa imminenza del Secondo Avvento e della successiva fine dei tempi, dalla quale si sarebbe generato “un nuovo cielo e una nuova terra”[4]. Ma se è chiara la sua vicinanza ai millenaristi Joseph Mede, Henry More, del ramista Johann Heinrich Alsted e del geologo Thomas Burnet, con i quali condivideva l’approccio empirico e razionalista a discipline teosofiche (che si esplicava con l’utilizzo di applicazioni derivate dalla qabbaláh, come la gematria), era decisamente netta la sua distanza da coloro che ritenevano prossima la fine del mondo e che ne annunciavano pubblicamente la data precisa (per Newton impossibile da determinare, essendo la sua conoscenza un’esclusiva prerogativa divina), per poi essere costretti a smentirla alla prova dei fatti (cioè all’immancabile scadere del tempo annunciato senza che sia accaduto nulla di “apocalittico”).

In chiave epistemologica, egli non rilevava alcuna differenza di valore, sul piano della certezza dei risultati e sul metodo per acquisirli, tra i suoi lavori editi di filosofia naturale (Principia e Opticks su tutti) e i suoi lavori meno noti (e quasi tutti inediti fino al secolo scorso) dedicati all’interpretazione delle profezie, all’alchimia e alla cronologia. Il conseguente ragionamento newtoniano è in fondo molto lineare: se per la prima volta nella storia della scienza moderna, una teoria universale, descritta in termini rigorosamente matematici, è in grado di ricostruire il passato dei fenomeni celesti e di prevederne il futuro, perché la medesima mente e il medesimo metodo che l’hanno supportata non possono ottenere risultati simili anche in discipline come l’esegesi biblica o la storia? In fondo, tutte le discipline che descrivono la realtà hanno l’unico obiettivo di svelare l’opera divina decifrandone il linguaggio, poiché scienza e storia sarebbero entrambe, in ultima analisi, delle teofanie, in tutto simili a quelle presenti nella Scrittura. Una fonte, quella biblica, da interpretare alternativamente alla lettera e in senso anti–allegorico, nel caso dei libri di carattere storico-narrativo, e decifrandola come un codice crittografato, nel caso dei libri profetici, e il cui valore di autenticità, al netto degli errori di traduzione e di trascrizione, comporta la sua assoluta superiorità rispetto a qualsiasi altra testimonianza.

Lieve Verschuier, La grande cometa del 1680 sopra Rotterdam (1680).

Il messaggio del Pentateuco è scritto in modo da essere compreso da tutti gli uomini, con un approccio definito da Newton divulgativo, che, pur non utilizzando mai l’allegoria, semplifica i contenuti per renderli accessibili a tutti: compito dell’esegeta interpretare la scrittura mosaica individuando le verità più complesse che la sottendono. Diverso il linguaggio dei profeti successivi, volontariamente oscuro, che abbisogna di un’interpretazione, anzi di una decifrazione, sostituendo parola con parola. Così il discorso profetico si può ricodificare in termini legati alla realtà storica, sociale e politica: “il raccolto” diventa la fine del mondo, “la bestia” la Chiesa romana, “il terremoto” la rivoluzione, “un tempo” un anno.

Vent’anni prima di quel colloquio a Kensington, Newton annotava in due manoscritti,[5] da poco riscoperti tra le migliaia di pagine autografe custodite nella biblioteca di Gerusalemme, il suo calcolo della data del Secondo Avvento (più precisamente il lasso di tempo in cui sarebbe dovuto avvenire): non erano che appunti, forse poco più di un gioco, mai concepiti per essere pubblicati o divulgati. Ma in poche righe si possono ritrovare tutti i princìpi ermeneutici cari a Newton, e forse anche, in filigrana, le ipotesi riguardanti il ruolo cosmologico delle comete, già da lui ben elaborato in quei primi anni del secolo XVIII. Punto centrale di entrambi i manoscritti sono i giorni del dominio della Bestia, indicati nell’Apocalisse di Giovanni come i giorni dolorosi che precedono la parusìa: “Un tempo, più tempi e la metà di un tempo.” Newton, e insieme la precedente tradizione ermeneutica, calcolò questo periodo in 42 mesi (un anno, due anni e metà anno) che corrispondono a 1260 giorni (30 giorni per ogni mese degli antichi calendari); nel suo codice, anche “giorno” equivale ad “anno”: la durata del tempo della Bestia dovrà essere quindi di 1260 anni. Rimaneva da risolvere il problema di quando far partire questo periodo di tempo: Newton – segretamente ariano, pubblicamente tiepido protestante, ma nel contempo energico anti-cattolico –, era convinto che dietro l’Anticristo si celasse il Papa, in sintonia con le idee dei più illustri filosofi inglesi suoi contemporanei (da Henry More a Thomas Burnet); individuò, così, i due limiti temporali in cui collocare storicamente l’inizio del potere temporale della Chiesa: da una parte l’incoronazione di Carlo Magno (800), dall’altra il pontificato di Gregorio VII (terminato, scrive Newton, nel 1084).

Sommando 1.260 anni alle due date, Newton individuò i due limiti tra i quali dovevano collocarsi l’Armageddon e il Secondo Avvento: il 2060 e il 2344. Se si seguono, poi, le parole dell’Apocalisse di Giovanni, a tale evento dovrà seguire un millennio di pace, prima della definitiva fine dei tempi che, in conseguenza del ragionamento newtoniano, dovrebbe avvenire tra i secoli I e IV del 3000. Sappiamo, inoltre, che Newton stimava in circa 575 anni il periodo di rivoluzione della grande cometa del 1680: aveva quindi previsto un suo ritorno nel 3405, una data che potrebbe riassumere le sue convinzioni sia filosofiche, sia esegetiche. Oppure, se interpretiamo i “mille anni” non in senso letterale, ma come un generico periodo di tempo di lunga durata, e teniamo conto anche di un’altra affermazione newtoniana, riportata da Gregory e che prevedeva almeno cinque passaggi della cometa prima della Fine, potremmo fissare la fatidica data al 4555 (il discepolo John Craig, seguendo un’originale interpretazione del sistema newtoniano, calcolava il 3150). Ma è probabilmente una forzatura giungere a tali conclusioni, che dovrebbero presupporre un pensiero newtoniano unico e sempre fedele a se stesso in ogni occasione e nel corso di un tempo prolungato per molti decenni, il che è naturalmente un’ingenua pretesa: nulla più di un gioco, quindi. Al di la di queste nostre congetture, e di quelle sulle comete e sulla data del Secondo Avvento a opera del Newton privato (lui che in pubblico era aduso a non fingere ipotesi), emerge innanzitutto la sua più solida certezza, riassunta in calce ai suoi calcoli escatologici e tratta direttamente dalle Scritture: “Cristo giungerà come un ladro nella notte e a noi è preclusa la conoscenza della data in cui Dio ci accoglierà al suo seno”. Questi appunti rimangono, quindi, semplici tentativi, calcoli a cui Newton affidava un valore del tutto speculativo e a cui non riconosceva alcuna pretesa di precisione. Opposto discorso, invece, va impostato nei confronti dei suoi calcoli cronologici che, per stessa convinzione di Newton, sono da considerarsi ragionevolmente precisi e frutto di circostanziate dimostrazioni.

L’orbita della grande cometa del 1680 ricostruita da Newton nei Principia


Bibliografia

Davide Arecco e Alessio A. Miglietta, La mente nascosta dell’imperatore, Novi Ligure, 2016

Isaac Newton, Cronologia emendata degli antichi regni, a cura di Alessio A. Miglietta, Aicurzio, 2017.


Note

[1] L’episodio, ricostruito da J. Conduitt, è stato pubblicato in Edmund Turnor, Collection of the History of the Town and Soke of Grantham, London, 1806.

[2] Cfr. 2Pt, III, 6–7 e Ap, XX, 9.

[3] M.T. Cicerone, De natura deorum, II, 46.

[4] Ap, XXI, 1.

[5] Cfr. Yahuda Ms. 7.3o, f. 8r e 7.3g, f. 13v. I calcoli sono leggermente differenti (e incoerenti) nei due manoscritti: in questo articolo si tenta una sintesi delle due versioni, con le inevitabili approssimazioni. Si rimanda quindi al contenuto di quelli per un maggiore approfondimento.


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