Segni del tempo. Le stelle nel mondo rurale, dai cicli naturali all’immaginazione popolare

di Alessio A. Miglietta

Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, intrattenetevi col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete.[1]

Pavel A. Florenskij

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Illustrazione da Camille Flammarion, L’Atmosphère, 1871.

Lo sguardo di molti volge raramente al cielo; si è spesso troppo distratti dal vivere quotidiano, così come si configura nell’oggi, che costringe a concentrare tutte le attenzioni al mondo materiale, sotto questo cielo sempre più solidificato.[2] Distratti, ovvero lacerati, separati, divisi, quindi lontani dal Tutto unificante: non distratti, come recita un vecchio modo di dire, perché si ha “la testa fra le nuvole”, ma perché si è troppo ben piantati per terra, così ancorati al mondo materiale e alle zavorre del vivere quotidiano, quel “peso dell’animo” che a volte può atterrire, da non avere il desiderio, né forse il coraggio, di fermarsi a contemplare ciò che sta al di sopra. Se si esclude l’abitudine di scrutare la volta celeste per meglio comprendere e prevedere gli eventi meteorologici[3] che interessano per la loro diretta e materiale influenza sulle cose terrene, sembra che il cielo abbia perso le sue attrattive; l’esistenza, smarrito il contatto con ciò che è superiore, sovente si svolge a un livello d’astrazione più basso che del mondo ha una visione incompleta, frazionata, quindi sostanzialmente falsata, oppure, più semplicemente, non si ha a disposizione il tempo sufficiente o, ancora, ci si vergogna a fermarsi e ad alzare la testa verso il cielo, presi dal timore che altri ne deridano il gesto, considerato il più delle volte un atteggiamento da ozioso, un atteggiamento improduttivo (l’otium, oggi, è visto comunemente solo come una semplice perdita di tempo). Naturalmente, alla regola generale sfuggono varie eccezioni: vi è ancora chi dedica alla semplice contemplazione del cielo, e della sua regolarità, parte del tempo a lui assegnato e ne trae conforto. Ed è anche vero che, le rare volte in cui, invece di essere deriso, il coraggioso osservatore del cielo è affiancato e imitato, ciò solitamente accade per il solo desiderio del suo imitatore di scorgere qualcosa di “nuovo”, di eccezionale: l’unico motivo valido che potrebbe giustificare quello strano comportamento, come se la sola contemplazione fosse un’attività vuota e inutile. È l’evento straordinario, “spettacolare”, ciò che colpisce, poiché siamo stati abituati, e costretti, ad apprezzare prima di tutto l’inconsueto, il bizzarro, il mai visto o il mai udito, a prescindere, al di là del fenomeno in sé e del suo valore intrinseco, ma solo per la sua novità, qualunque essa sia.[4] Ciò che è continuamente davanti agli occhi non attira più, è preso per scontato, ma nella regolarità dei fenomeni celesti, nella loro ciclicità, nel loro eterno tornare, nella loro rivoluzione, la nostra anima “troverà la quiete”: si unirà cioè al tutto, senza distrazioni, cucendo quello strappo tra Cielo e Terra che ha diviso l’uomo e accogliendo, così, la verità.

 Se è vero che il mondo rurale ha conservato un modo di rapportarsi con la natura molto più stretto e costruttivo, è anche giusto ricordare come tale mondo si stia progressivamente restringendo a favore di un inurbamento sempre più intenso. È tuttavia ancora possibile individuare, nel mondo contadino, la traccia di un fitto dialogo tra terra e cielo, gelosamente conservata e protetta dalla forza tenace della tradizione – sapere tramandato nella catena delle generazioni -, anche se i segni evidenti di una progressiva lacerazione sono ben percepibili anche qui. Una forza, quella della tradizione, che resiste pervicacemente grazie al passaparola delle generazioni, una trasmissione orale la cui voce, però, ogni giorno si fa sempre più flebile, sempre più sussurrata, mentre il grido della modernità (nei suoi aspetti positivi e negativi) la sovrasta sempre più, lanciando ai quattro venti le parole, non sempre a tutti ugualmente intelligibili,[5] del progresso, dell’evoluzione, della marcia dei tempi.[6] In un passato non troppo lontano, possiamo però individuare un modo di porsi verso il cielo molto diverso, caratterizzato da una rete di collegamenti più stretti tra umanità e astri, nella cultura dotta come in quella popolare; soprattutto in quella popolare. Un dialogo che presuppone una ben maggiore importanza, una centralità, del ruolo del cielo nella vita umana e nelle manifestazioni del reale – visibili e non visibili –, accompagnate a un interesse spiccato verso gli astri e i suoi movimenti, soprattutto nella loro ciclicità e regolarità.

 Gli astri, dai “grandi luminari” (Sole e Luna) alle stelle erranti (i pianeti) o fisse, rappresentano da sempre, dall’inizio dei tempi, una duplice funzione: “Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra”[7]. Due elementi, questi, che da una parte afferiscono all’universo semiologico deputato al computo del trascorrere del tempo, e dall’altra assumono, con la loro luce che si proietta sulla terra, un vero e proprio valore di simbolo. Vedremo, infatti, come le stelle, intese come segni, ci ricordino le miriadi di granelli di sabbia[8] di una clessidra, una clessidra grande come il cosmo, che scandiscono, “cadendo” una dopo l’altra sotto l’orizzonte, il passare dei giorni, i momenti del lavoro agricolo, le cadenze dei riti, i grandi cicli del cosmo; vedremo anche come le stelle abbiano sempre rappresentato i segni di un comune (e semplificato) “teatro della memoria”, tramandato oralmente, come un insieme di immagini che, costruite astrattamente, raccontano una storia – più spesso sacra -, così come facevano fino a non molto tempo fa i cantastorie, o come accadeva, dapprima nelle corti elitarie delle città rinascimentali, giocando con i rimandi delle lame di un mazzo di tarocchi.[9]

La clessidra del cosmo

“Perché il tempo fosse generato, furono generati il Sole, la Luna, e altri cinque astri che si chiamano pianeti”[10]: Platone – si esprimevano in termini simili lo stoico Arato[11] e il pitagorico Igino[12] – ribadisce ciò che già abbiamo sostenuto con le parole della Bibbia, la funzione, cioè, dei segni celesti di pianeti e stelle nello scandire il tempo naturale nel suo ordine periodico, costituito da diversi cicli, alcuni più duraturi altri più brevi, che si succedono concentrici uno all’altro, nella perfezione e nell’armonia, e a “imitazione dell’eterna natura [del Dio]”[13]. Il Cielo, che si muove con i suoi percorsi circolari, in un cammino perfetto e immutabile, scandisce, o meglio, crea il tempo sulla terra attraverso i suoi segni, quei granelli di luce che con il loro scorrere nell’immensa clessidra del Cielo e della Terra consentono all’uomo che l’osserva di tenere il conto del succedersi dei giorni e delle stagioni. Tale computo del tempo considera, già da epoche assai remote, sia gli intervalli limitati tra il sorgere di un astro e di un altro – le ore[14] –, sia cicli brevi come il ritorno del Sole (o di qualunque altra stella) al suo meridiano dopo il suo giro completo intorno alla terra[15] – il giorno –, sia i cicli un poco più lunghi come la lunazione – la settimana e il mese – o il ritorno del Sole al suo solstizio – l’anno –, o cicli più estesi in cui entrambi i numeri delle lunazioni e delle rivoluzioni solari risultano interi – il ciclo metonico[16] – o cicli di lunghissima durata come il ritorno dei solstizi nella medesima posizione – il cosiddetto anno platonico[17] –, il ritorno di tutti i pianeti al punto di partenza – il numero del tempo perfetto[18] – o la congiunzione di tutti i pianeti nella costellazione del Cancro – il Grande Anno caldeo –. Fino al tardo medioevo, epoca in cui l’orologio meccanico, in città, comincia lentamente a distrarre i primi uomini dal tempo della Natura per condurli al tempo, misurato sempre più precisamente e in senso sempre più astratto, dell’artificio umano e delle sue attività materiali (Le Goff parlerebbe di “tempo del mercante”), l’ombra del Sole (con le meridiane pubbliche, a Roma adottate dal III secolo a.C.) e la naturale tendenza degli elementi più pesanti – l’acqua e la terra – a dirigersi verso il basso[19] (con la clessidra) erano gli unici elementi che si affiancavano all’osservazione diretta del cielo. Ma questi sistemi di computo potevano venir utili soltanto per brevissimi periodi di tempo: i grandi cicli non potevano (alcuni, in realtà, non possono tutt’oggi) che essere computati con l’ausilio del movimento dei corpi celesti.

Secondo principi che ricordano da vicino le filosofie antiche del neoplatonismo e dello stoicismo,[20] il cosmo dei premoderni, e non solo di questi, si configura come un organismo armonioso le cui manifestazioni sono paragonabili, se non del tutto simili, a quelle di un essere vivente, in una relazione di simpatia tra ciò che è superiore e ciò che è inferiore, in una sostanziale uniformità, monismo peraltro negato dalla concorrente tradizione aristotelica, che avvolge gli esseri viventi in una Natura davvero universale in cui Dio è onnipotente, onnisciente e onnipresente con la sua volontà. È un vitalismo che nega, però, ogni tentazione di panteismo. E il respiro dei viventi, essenziale battito del loro ritmo naturale, si rispecchia nel respiro del cielo che si alza e si abbassa, percepibile nel corso della giornata e nell’avvicendarsi delle stagioni.[21] Nel medesimo modo in cui si utilizzano, specie nelle tradizioni orientali, tecniche di respirazione per rigenerarsi e raggiungere la pace interiore,[22] così la semplice contemplazione del “respiro” del Cielo concilia l’animo dell’uomo con i ritmi del cosmo e con la sua eterna immutabilità: gli eventi accidentali, al contrario, rompendo questa armonia, evocano nell’animo il senso della caducità, della mortalità; forse anche per questo che quest’ultimi erano spesso così mal considerati e assimilati dagli antichi.

Le idee di un tempo ciclico e di un eterno ritorno, anch’esse eredità dell’antica stoà, convivono parallelamente alla convinzione cristiana di un tempo storico lineare finalizzato alla salvezza eterna, che prevede una sola Creazione e una sola Apocalisse, e alla tradizione giudaica di un cammino di inesorabile decadenza che, da un originaria età dell’oro, si dirige verso la caotica e oscura fine dei tempi: il tempo storico lineare si dipana, però, attraversando vari tempi ciclici, dai più duraturi ai più brevi. All’interno dei grandi cicli, i cicli più brevi si succedono concentrici e per loro natura sono meglio evidenti agli occhi umani; tutti i cicli sono stampi che hanno in comune un calco del tutto simile: il percorso giornaliero del Sole è paragonabile a quello annuale, l’anno solare richiama da vicino il Grande Anno; e tutti possiedono la stessa struttura, fondata da fasi ascendenti e discendenti, ognuna con le proprie caratteristiche, con la propria durata e la propria velocità, ma che conservano sempre la loro caratteristica bipolarità tra discesa e salita, tra crescita e diminuzione. Quando la fase di un ciclo è ascendente, il percorso parte dal sostanziale e giunge all’essenziale, cioè passa dal materiale allo spirituale, all’esatto contrario si comporta quella discendente. Il rapporto tra i cicli e gli eventi temporali di tipo lineare, come nel caso della vita di Cristo, ripercorsa annualmente attraverso la liturgia, o della vita di ogni uomo accostata al succedersi delle stagioni, si estrinseca in una fitta rete di corrispondenze tra le cose celesti e le cose terrene. E la velocità con la quale cicli e fasi si dipanano varia sensibilmente a seconda del momento e della loro natura: se per esempio pensiamo alla nostra esistenza su questa terra, possiamo constatare con tutta chiarezza quanto la percezione del tempo, e del suo scorrere, cambi con l’avanzamento della nostra età: è principio condiviso, di per sé evidente, che la durata di un anno per un bimbo è assai più lenta di quella percepita da un anziano settantenne. Infatti, secondo un ordine prettamente quantitativo, se una vita è durata un anno in tutto, il trascorrere di un ulteriore anno corrisponderà a metà dell’intera esistenza e sarà quindi percepita come un lasso di tempo assai lento; al contrario, se si è già vissuto per settant’anni, un ulteriore anno sarà solo la settantesima parte della vita intera, e passerà in un attimo. Per di più, secondo un ordine qualitativo, il percorso della nostra vita condivide con i cicli universali la “progressiva contrazione della sua durata”[23], poiché, così come accade nella fase discendente di un ciclo, la rapidità con la quale esso volge al suo termine aumenta in modo progressivo. Rapidità e lentezza, termini direttamente riferiti al concetto di tempo, sono percepiti in senso qualitativo dai nostri sensi e possono essere misurati secondo un ordine quantitativo dagli strumenti a ciò deputati, ma il tempo stesso non sarebbe percepibile senza la presenza necessaria dello spazio, in particolare del movimento in esso degli oggetti materiali che, secondo determinate leggi, impiegano, appunto, un periodo di tempo a coprire un certo spazio. Un esempio è proprio il movimento delle stelle nella volta celeste, anzi, come abbiamo prima spiegato con le parole di Platone, ne è il paradigma originario. Nel Timeo,[24] il “tempo perfetto” è quello della riunione planetaria, cioè il momento in cui le stelle erranti si congiungono tutte al loro punto di partenza, mentre per la dottrina caldea, abbracciata da Aristotele nel perduto Protrepticus, quando esse si trovano tutte nel Capricorno, ne segue il diluvium, e quando accade nel Cancro il mondo viene distrutto dal fuoco purificatore, con la conflagratio. In tutti i casi si tratta del culmine di una fase che la chiude e ne apre un’altra, secondo quel senso ciclico che fa convivere insieme la visione pessimistica di un progressivo declino e la visione ottimistica di un nuovo inizio che vede nella morte l’indispensabile passaggio verso la rigenerazione. L’idea arcaica di un principio dei tempi perfetto, la mitica età dell’oro, presuppone quindi una altrettanto perfetta, cioè totale, distruzione che lo preceda.

Alla base di ogni ciclo più grande, si presentano all’esperienza dell’uomo i cicli più brevi – quindi più evidenti ai sensi di un vivente la cui esistenza terrena è anch’essa breve – e perfetti nella loro semplicità,[25] cioè il giorno, il mese lunare e l’anno lunisolare.[26] In tutti è ben percepibile la successione evocativa che richiama la morte e la successiva resurrezione, cioè l’alba dopo la notte, il primo spicchio dopo il novilunio, il giorno dopo il solstizio d’inverno; e tutti e tre assumono un’importanza cruciale per la vita quotidiana e per le attività umane, tra cui il lavoro agricolo, fondamento di molte società (e civiltà). Senza trascurare l’importanza dei primi due cicli citati, su cui torneremo, è vero che l’anno lunisolare, in particolare, richiama con efficacia i cicli più duraturi; le sue fasi, comprese tra i due solstizi e i due equinozi, suggeriscono l’esistenza di continui rimandi ad altri significati legati sia al mondo naturale sia a quello a esso superiore. Secondo questo punto di vista, ogni inizio d’anno corrisponde a una rigenerazione, a una ripetizione della cosmogonia, a una ri-creazione del mondo,[27] e, come vedremo in seguito, ciò acquisirà, soprattutto nella tradizione contadina (che ha sì percorso una strada parallela a quella della cultura dotta, ma che con essa ha condiviso reciproche influenze), un’importanza cruciale per l’interpretazione dei segni celesti. Basti pensare che l’uomo arcaico talvolta affermasse che “il Mondo era passato” riferendosi alla fine dell’anno, sottolineando così la fitta corrispondenza tra cosmo e tempo e il significato di rinascita di un mondo nuovo con l’inizio di un nuovo ciclo.[28] Un concetto, questo, che, riprendendo Mircea Eliade, consentirebbe di arricchire sensibilmente l’animo di noi contemporanei: “basterebbe soltanto a un uomo moderno una sensibilità meno chiusa al miracolo della vita, per ritrovare l’esperienza della rinnovazione, quando fonda un nuova casa e quando vi entra (come anche il capodanno), la costruzione di un tempio ripete una cosmogonia[29]”. Per questo, ogni rito di ricostruzione è imitazione della cosmogonia: l’elevazione di un edificio, soprattutto se sacro e orientato rispetto al Cielo, è la ripetizione della nascita, che sia la nascita del Mondo, di un uomo, del giorno, di Gesù figlio di Dio.

La vita sacra ed esemplare del Cristo, esistenza storica e quindi lineare nel tempo, assume nella liturgia un ordine circolare esteso per tutto il ciclo annuale: è la linea che, chiudendosi su se stessa, si fa cerchio, trasmutando così il tempo storico in ritmo naturale. Un rapporto, quello tra linearità “terrena” e circolarità “celeste”, che si palesa in tutta la sua forza nella struttura architettonica delle chiese: è infatti nei templi del culto che, attraverso la ripetizione ciclica dei riti, il tempo storico si annulla a favore del ritmo naturale del cosmo.[30] In modo analogo si esprime la simbolica massonica, ove il compasso, cioè il cielo o lo spirito, si unisce alla squadra, la terra o la materia, e nel cui mezzo, non a caso, campeggia la stella fiammeggiante del pentagramma.

La funzione prima della liturgia annuale, scandita dai riti e dalle stagioni, è la partecipazione da parte dei fedeli, attraverso la ciclicità delle ricorrenze strettamente legate alle configurazioni celesti, delle fasi della vita di Cristo, per poter così avere continuamente presente il contenuto di quegli archetipi.[31] Esemplare, su questo piano, la corrispondenza di origine pitagorica,[32] largamente trattata da Guénon,[33] tra i momenti dei solstizi e le ricorrenze dei due san Giovanni (che sostituiscono il Giano bifronte della cultura precristriana), figure così importanti nella vita di Gesù, che cadono in prossimità una del solstizio d’estate, il “Giovanni che piange” (il battista) e l’altra del solstizio d’inverno, il “Giovanni che ride” (l’apostolo); il primo, che ha sentenziato: “bisogna che Egli cresca e che io diminuisca”[34], è celebrato, in un giorno pieno di prodigi,[35] con i fuochi della purificazione e del rinnovamento (un fuoco che ricorda Eraclito e, ancora una volta, gli stoici) e apre metaforicamente la “porta degli uomini” che consente la discesa delle anime verso la terra, quando il Sole transitava alto all’orizzonte nella costellazione del Cancro, per poi incamminarsi nel suo percorso discendente verso il suo punto più basso, nella costellazione del Capricorno[36] che ha al “suo fianco” la zona più luminosa della via Lattea che proprio lì tocca la terra, in occasione della celebrazione dell’altro san Giovanni, il discepolo che Gesù amava, quando la “porta degli dèi” si apre e le anime immortali possono ascendere al Cielo.

Se i cicli cosmici, secondo parte della cultura cristiana segnati o, piuttosto, creati dal movimento degli astri, possono influenzare, senza altresì costringere, il percorso e il contesto dell’esistenza umana, per alcuni autori[37] anche gli astri stessi hanno influenza sui cicli biologici della terra e delle sue creature. E sia i cicli sia le singole influenze dei grandi luminari e delle stelle, erano presi in gran considerazione anche dalla tradizione contadina e popolare, particolarmente attenta ai fenomeni legati al movimento del Sole, della Luna e delle costellazioni, ma meno interessata, a differenza della cultura “dotta”, alle rivoluzioni planetarie e alle loro influenze.[38] Ciò che è da tenere in considerazione, secondo quegli autori, non è tanto l’astrologia come arte divinatoria, come tecnica predittiva, molto in voga nel mondo romano soprattutto dopo l’opera di Manilio, ma come dottrina iniziatica, parte integrante della scienza sacra,[39] una disciplina, cioè, che tenti una decifrazione del linguaggio divino scritto sul mondo sensibile in forma di segni. Come il vero obiettivo della scienza alchemica non è la pietra filosofale, ma la chiave della corretta interpretazione delle sue metafore naturali, come il vero traguardo dello studio delle profezie non è la conoscenza del futuro, bensì la corretta interpretazione della parola divina, così l’astrologia tradizionale non si cura di scrutare i segni del cielo per conoscere ciò che non è concesso sapere, ma per alfabetizzarsi alla comprensione del linguaggio del gran libro della Natura che, come in cielo così in terra, è aperto e a disposizione di chi vuole e può leggerlo.[40] Esisteva sin dall’antichità un rapporto stretto e privilegiato tra astrologia, da una parte, e agricoltura e meteorologia dall’altra, cioè tra sapienza dei cicli cosmici e sapienza dei cicli biologici, che legava il lavoro dei campi al cielo e ai contadini dava senso di protezione e riparo dal precario esito delle colture. Ed è eternamente vero il comune insegnamento di queste tre discipline: l’inverno non è mai definitivo. L’agricoltura è rituale: nel miracolo della germinazione dei semi e della crescita della vegetazione vi è qualcosa di prodigioso che riguarda la terra, nella quale i morti sono sepolti in attesa della resurrezione e i semi attendono il loro momento per gettare i propri germogli.[41] I gesti dei contadini s’inseriscono naturalmente nei cicli cosmici, siano essi di natura sacra o legati al lavoro agreste.[42] Il tempo dei contadini, il cui ciclo principale è descritto dall’anno lunisolare, è scandito sia dalle quattro stagioni e da altrettante tempora (brevi periodi di tempo che le preparano), strutturate nelle due grandi fasi ascendente e discendente, sia dal sorgere o tramontare delle stelle più luminose o delle costellazioni più rappresentative. E il periodo che inaugura il ciclo annuale, quel periodo di dodici giorni che parte a Natale e termina con l’Epifania (in altre tradizioni da Capodanno in poi[43]), dodici come i mesi dell’anno, ha sempre avuto per i contadini un’importanza assoluta, avendo ai loro occhi una funzione predittiva per l’andamento dell’annata successiva: il sorgere e tramontare delle stelle visibili in quel periodo, oltre che della Luna, erano direttamente associati alle condizioni atmosferiche di quell’istante, nella convinzione che i fenomeni riscontrati in quei giorni, in particolare il primo dell’anno, fossero un’anticipazione dell’intero anno successivo.[44] In fondo, il breve ciclo dei dodici giorni è lo stampo di quel calco del tutto simile che determina, in scala maggiore, il ciclo annuale. In tutte le campagne, nei secoli, generazioni e generazioni di contadini si sono succedute nell’osservazione del cielo in quei particolari giorni, e, se è vero che la tradizione tramandata dalle generazioni non avrebbe nessun motivo valido di trasmettere un sapere falso privo di un fondamento di verità, è altrettanto vero che nessun contadino accetterebbe mai di perdere tempo in attività prive di utilità. Ed è sempre secondo questo principio, caratteristico di una mentalità pratica, di carattere utilitaristico (e non potrebbe essere altrimenti), per la quale unicamente ciò che dà frutto è degno di attenzione, che solo alcune costellazioni e stelle assumono un ruolo nella vita dell’agricoltore: alle costellazioni dell’Orsa Maggiore, del Boote, di Orione, del Cane e delle Pleiadi, ammasso aperto di stelle della costellazione del Toro, si aggiungono le altre costellazioni dello Zodiaco, ove i grandi luminari compiono i loro cicli.

Proprio la configurazione peculiare delle Pleiadi, per citare uno dei numerosi esempi che si possono ricavare dalla tradizione, sette stelle di media o bassa luminosità una accanto all’altra, conserva da sempre un particolare legame con le piogge e i temporali: già in tempi antichissimi il Toro, il cui muggito non era altro che il tuono apportatore di pioggia e fecondità, era accostato alle precipitazioni atmosferiche.[45] Sono trascorsi i millenni, le costellazioni hanno mutato i tempi del loro sorgere e tramontare, ma ancora sembrano possedere la stessa valenza semiologica, se è vero che nel corso del XX secolo, in alcune comunità contadine, l’apparizione delle Pleiadi, “asterisma tempestoso”[46], è sempre annunciatrice di pioggia e cielo coperto, un “brutto tempo” per i cittadini, che però sa essere fecondo, in certi casi, per i contadini:

[Le Pleiadi] sono le lumachine che salgono con la pioggia.[47]

In campagna la pioggia è benedetta o male accetta, a seconda del momento in cui cade: se nei periodi della crescita delle colture essa dona la vita, in altri, come il periodo della vendemmia tra metà settembre e metà ottobre, può compromettere il lavoro di tutto l’anno.[48] Nel medesimo modo permane traccia del legame, anch’esso tramandato da millenni, tra Pleiadi e produzione vinicola, testimoniata già in età classica, e, al di là delle singole configurazioni celesti concomitanti con le fasi del lavoro agricolo, nella memoria dei contadini vissuti fino a pochi decenni fa.

Anche la stella più luminosa del cielo, Sirio, astro principale della costellazione del Cane, è da sempre punto di riferimento per ogni civiltà agraria, stella sacra agli antichi Egizi (direttamente legata alle piene del Nilo) e fulcro del calendario astrologico romano: la stessa cerimonia della Robigalia, nata per scongiurare la “ruggine” del grano e celebrata in onore di Cerere, dea dell’agricoltura, e divenuta in tempi più recenti il tradizionale “rito” di purificazione delle piante durante la Rogazione e nel giorno di San Marco, si celebrava al tramonto della stella, proprio nel periodo in cui le prime spighe di grano, appena nate, rischiavano, e rischiano, di essere coperte e bruciate dalla brina.[49] Gli influssi attribuiti alla stella, che implicavano sempre i due elementi del fuoco e dell’acqua insieme, spesso erano nefasti; Jean Stade, astrologo e matematico del Cinquecento, seguendo l’ampia letteratura a sua disposizione, dall’astrologia caldea e greca a quella latina, la descrive così: “Al sorgere mattutino di Sirio si agitano i mari, ribolle il vino nelle botti […], si muovono le acque stagnanti, i cani sono colpiti dalla rabbia e alcuni pesci sono presi da assideramento[50]”. Per questo le feste in onore della stella sono celebrate nel perenne tentativo di allontanarne le influenze negative.

Ferma restando la centralità della lunazione nei riti e nelle usanze contadine, ampiamente trattata da Piercarlo Grimaldi,[51] molte altre ricorrenze e festività legate ai movimenti delle stelle regolavano, sia nel mondo romano sia in quello cristiano successivo, la vita dei campi: l’inizio dell’aratura, il riparo del bestiame, la raccolta dell’uva, la vendemmia erano regolate da altrettante apparizioni di stelle e costellazioni. Ce lo tramandano autori come Esiodo, Ovidio, Virgilio, Plinio (il XVIII libro delle sue Storie naturali sono una miniera di informazioni), Pietro De Crescenzi, in età tardo-medievale, e la tradizione contadina, in buon parte orale e a volte riportata, dal Cinquecento in poi con l’avvento della stampa, in forma scritta in almanacchi e lunari.

Dai trattati di agronomia e di economica del XVI e XVII secolo, che dedicavano ampio spazio ai fenomeni e ai movimenti celesti, con la consueta particolare attenzione a quelli lunari, si passò, nel corso del Settecento, al più eterogeneo almanacco, vero e proprio bestseller dell’epoca moderna, dove i segni naturali più generici iniziarono a occupare pian piano il posto privilegiato dell’astrologia classica, la quale resistette soltanto per gli elementi riferiti ai grandi luminari, e dove gli elementi di costume e le curiosità riempivano la maggior parte delle pagine.[52] Con la fine del Settecento, complice la condanna pronunciata dalla “nuova scienza” e da parte cospicua della cultura cattolica, s’inaugura un periodo di forte scetticismo nei confronti dell’antica scienza astrologica, scetticismo che si accompagna, dall’inizio della rivoluzione industriale, con la “distrazione” degli uomini nei confronti del cielo, di cui abbiamo parlato nell’introduzione; nonostante ciò, il successo di vendite degli almanacchi e dei lunari non conobbe interruzioni, e possiamo dire che anche oggi continuano a riscuotere un piccolo seguito; ma, come abbiamo già detto, si tratta di pubblicazioni eterogenee, che conservano, in materia astrologica, soltanto indicazioni sulla lunazione. Quel che oggi permane con più forza nella memoria dei contadini contemporanei, oltre alla tradizione del sapere sui ritmi naturali, ancora testimoniato dai lunari, sono i racconti legati ad alcune costellazioni, deputate a illustrarne l’intreccio, immagini che rafforzano e consolidano la memoria di ognuno, e che, generazione dopo generazione, preparano gli animi più disincantati alla meraviglia del sacro e spiegano il mondo con la semplicità di una fiaba.

Immagini per un racconto

Pressoché tutta la letteratura contemporanea dedicata alla storia dell’astronomia considera, senza alcuna incertezza, le costellazioni e gli asterismi – configurazioni più piccole all’interno delle prime – insiemi di stelle costruiti in modo del tutto convenzionale, nati dalla fervida mente dell’uomo che intravede in quei punti luminosi del cielo le tracce di immagini complesse ed evocative, ma che rimarrebbero comunque semplici associazioni arbitrarie, e quindi mutevoli a seconda del punto di vista dei diversi osservatori: non si tratterebbe di una descrizione oggettiva bensì di una visione soggettiva. Ragionando, però, secondo il principio che vuole le creature e le loro funzioni non frutto del caso, ma di una precisa volontà intelligente, come sostenuto da filosofie e religioni anche di diversissime origini e tradizioni, allora non dovremmo accettare di buon grado questa definizione. Quando ammiriamo le sette stelle del Grande Carro, riconosciamo una figura a sé e, anche se magari ignoriamo la sua descrizione presente nei libri di astronomia, non le assoceremo mai alla vicina stella Arturo, che ci appare estranea, appartenente a qualcos’altro. Lo stesso fecero prima di noi tutti gli uomini, di qualunque luogo o tempo. Quella configurazione di sette stelle è lì nel cielo e nessuno penserebbe mai di escluderne una o aggiungerne un’altra: possiamo allora definire con certezza tale associazione priva di un significato naturale, come un semplice arbitrio della mente umana, come una convenzione?[53] E se invece quei segni fossero in realtà i distinti caratteri scritti su una pagina – il cielo – di un libro – il mondo – che gli uomini hanno la possibilità e il dono di poter leggere? Ciò che i nostri sensi percepiscono potrebbe davvero non essere “una massa opaca di oggetti arbitrariamente gettati assieme, ma un Cosmo vivente, articolato e significativo”[54]. Quei segni potrebbero parlare oltre che del cielo anche di noi stessi, la loro luce potrebbe aiutarci a trovare la nostra, conservata nel profondo.[55] In un passo della Bibbia,[56] Dio stesso fa comprendere a Giobbe la sua inferiorità di uomo, ammonendo che i “ legami” della costellazione di Chima[57] possono essere stretti soltanto da Lui. Seguendo il senso di questo messaggio possiamo non solo sostenere ciò che ci sembra già ovvio, cioè che nessun uomo può unire materialmente le stelle e mantenerne i legami, potere incommensurabile ed esclusiva forza divina (quella che sarà la gravità newtoniana), ma nemmeno stabilire soggettivamente i loro legami, attribuendo agli stessi diverse configurazioni rispetto a quelle da Egli create. Le costellazioni, legami di stelle strette da Dio e suoi segni scritti nel libro del mondo, si presentano all’uomo perché egli tenti di decifrarle. E sia che si ritengano casuali disposizioni senza significato o tratti di un più grande disegno intelligente, i tentativi dell’uomo di classificarle e di intravederne immagini di un racconto, assumono il valore di testimonianza sul suo modo di interagire con la realtà e, quindi, sulla sua mentalità e, indirettamente, sulle trasformazioni della società in cui vive. Lo stesso paesaggio, la stessa configurazione geografica, sono processi, sì di lunga durata, ma comunque in continua trasformazione: le stelle e i loro raggruppamenti in costellazioni, al contrario, non subiscono modifiche percepibili se non in molte decine di migliaia di anni.[58] Si può quindi sostenere che, da questo punto di vista, gli uomini di ogni epoca storica hanno vissuto sotto il medesimo cielo stellato. E prendendo il cielo stellato come punto di riferimento, praticamente immutabile, sarà più semplice individuare le trasformazioni nelle idee dell’uomo, vagliandone le varie testimonianze. Un esempio può chiarire meglio il concetto: gli antichi Celti raffiguravano nelle loro monete la costellazione di origine orientale del Cinghiale, animale che simboleggia la casta sacerdotale, ma in seguito accolsero la tradizione proveniente dalla Grecia, cambiando il nome della costellazione in Orsa, animale simbolo della casta dei guerrieri.[59] Ciò a testimoniare, con ogni probabilità, il passaggio di quella civiltà dall’autorità spirituale a quella temporale. La stella Arturo, in greco “il guardiano dell’Orsa”, ci rimanda con il suo nome al leggendario re della tavola rotonda (forse rotonda come il percorso apparente della costellazione intorno al polo celeste) sul cui mantello campeggiava proprio un’orsa, mentre Merlino, il mago, aveva come insegna l’effige di un cinghiale: non sembra così improbabile una lettura del ciclo arturiano tramite la chiave dei segni celesti.[60] Ad ogni latitudine e in ogni tempo, le stelle, solo apparentemente sparse a caso nel cielo notturno, vengono interpretate come segni dagli uomini e da essi vengono variamente interpretati.

Tolomeo suggerisce che l‘etimologia del termine zodiaco derivi proprio da ζωδιο, che vuol dire “segno”;[61] Arato, il cui pensiero è intriso di stoicismo, lo chiamava il “circolo delle figure animate”[62], mentre la tradizione dell’astrologia antica lo tramanda con il suggestivo nome di “cerchio delle immagini”. Sin dall’antichità, in Grecia a partire da Esiodo e Omero, l’uomo ha tentato di decifrare il significato di queste “immagini”, attribuendo a esse altrettanti racconti legati al mito. Lo stesso zodiaco contiene segni che hanno origine dal racconto delle fatiche di Ercole,[63] la gran parte delle altre costellazioni dai miti più antichi e dal viaggio degli Argonauti. Non tutte in realtà vennero classificate dall’uomo nella stessa epoca: furono dapprima individuate le stelle più luminose (come Sirio, Vega, Arturo); poi quelle costellazioni che, come abbiamo visto prima, avevano un particolare interesse per l’agricoltura e la meteorologia, quelle cioè che appaiono anche nella celebre descrizione dello scudo di Achille e nei passi di Giobbe[64]; poi le costellazioni dello zodiaco, ove transitano i pianeti e i grandi luminari; infine le altre costellazioni, i cosiddetti “catasterismi”. Se da una parte gli astrologi, come anticamente gli stoici, credevano che le stelle fossero veri e propri esseri viventi capaci di emozioni,[65] la tradizione derivante dal mito delle metamorfosi, confluita poi nell’opera ovidiana, indicò le costellazioni come il risultato delle trasformazioni dei corpi di eroi e personaggi mitologici in luce celeste, ovvero proprio i già citati catasterismi: una trasfigurazione delle vicende mitiche ritenute storicamente esistite, in immagini celesti visibili a tutti, per conservarne la memoria e illustrarne i prodigi. Tale consuetudine non si fermerà con la fine del mondo classico, anzi, proseguirà nel medioevo e nella modernità, con nuovi protagonisti e nuove storie da raccontare: se da una parte i miti pagani sopravvivono cristianizzandosi, soprattutto nel mondo rurale, dall’altra i nomi antichi delle costellazioni, secondo una visione ormai comune, permangono inalterati fino ai nostri giorni; ma nel secondo caso si tratta di un fenomeno strettamente legato all’umanesimo e alla “nuova scienza”, che, riprendendo nomi e fenomeni direttamente dalla tradizione classica, escludono di netto sia la tradizione medievale “dotta”, sia la tradizione contadina e popolare. Se leggiamo, infatti, la breve opera di astronomia scritta da Gregorio di Tours nel VI secolo,[66] già troviamo la descrizione di costellazioni che, mantenendo inalterati i loro “legami”, hanno però cambiato nome: così il Cigno diviene la Croce della Passione, il Delfino diviene la Croce Minore, l’Auriga diviene il Signum Christi. Circa mille anni dopo, Julius Schiller, nel suo Coelum Stellatum Christianum (1627), tentava una razionalizzazione dei nuovi nomi attribuiti alle costellazioni dalla tradizione popolare e dalla cultura cristiana, attraverso una personale rielaborazione; dovendosi però scontrare con gli astronomi moderni, eredi a loro stesso dire del sapere greco-romano, questo tentativo non avrà alcuna fortuna. Nemmeno la tradizione contadina, tramandata dalle generazioni, sembra essere stata affatto influenzata da tale razionalizzazione, sia perché Schiller aveva raccolto solo una parte dei nomi e delle storie nate dalla fantasia popolare, integrandole con proprie interpretazioni, sia perché la tradizione si divideva in mille rivoli locali, ognuno con storie differenti. Nel testo di Schiller, per esempio, la costellazione a noi nota come Orione si trasforma in San Giuseppe, mentre nella tradizione contadina, soprattutto della penisola italiana, era l’asterisma dei Re Magi (le tre stelle centrali di quella costellazione) ad attirare l’attenzione di molti e a ispirare storie e leggende sulla nascita di Gesù; ma l’opera di Schiller, così vituperata dalla letteratura successiva, sarebbe da rivalutare alla luce di quanto appena detto: non si trattò di un tentativo di sostituire, ex abrupto, nomi radicati nella tradizione per impiantarne di totalmente nuovi, scelti ad arbitrio, bensì la raccolta e la sintesi di tradizioni diverse da quella classica che finì, in ultimo, per prevalere.

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Qui e nelle immagini successive: La costellazione del Cigno secondo diverse interpretazioni: la versione mitologica ripresa dagli astronomi moderni (Hevelius, 1690), la versione disegnata nel testo di Gregorio di Tours (575), la versione di Julius Schiller (1627) e, infine, la posizione che essa assume nelle tarde serate di inizio aprile, quando sorge a oriente salendo dall’orizzonte al cielo.

Nelle fredde serate di dicembre, quando i lavori dei campi si interrompono forzatamente, i contadini, liberati dalla fatica, trascorrono il loro tempo in attesa delle festività e del nuovo anno dedicandosi ai riti e abbandonandosi a un breve periodo di riposo.[67] Se poi le serate che precedono il Natale non si rivelano troppo fredde e il cielo è sgombro da nubi, essi non disdegnano affatto la contemplazione del cielo stellato che, nella visione di un cristianesimo cosmico che non è però paganesimo, si rivela ai loro occhi come una delle meravigliose opere di Dio.[68] A soffermarsi sono soprattutto i bambini, ammaliati dallo splendore del cielo terso dell’inverno e dai racconti dei grandi, che con l’ausilio di quello spettacolo raccontano e tramandano la storia sacra e, in particolare, la vita di Gesù. Così per i più piccoli il teatro del cielo, con le sue meraviglie e le sue storie, diviene motivo di continuo stupore e prezioso strumento mnemonico: ogni segno conosciuto serve alla mente per recuperare una storia che in questo modo non viene più dimenticata. Le immagini che quasi per magia emergono dalle associazioni di quei puntini luminosi, non sono come le incisioni che da molti secoli accompagnano i libri di fiabe, non hanno cioè la funzione di “illustrare” il racconto con il solo scopo di aiutare la fantasia del lettore a visualizzarne intreccio, ambienti e personaggi; servono, invece, a riportare alla memoria il racconto stesso che non è affidato alla scrittura ma alla tradizione orale. Con le debite proporzioni, si tratta di imbastire quell’antico “teatro della memoria” la cui origine si fa risalire a Metrodoro di Scepsi,[69] dove la memoria del bambino, e dell’adulto che con il ricordo ritorna bambino, è stimolata dalle coordinate, cioè i luoghi, l’ordine e la loro disposizione,[70] che sono rappresentate dalle configurazioni delle costellazioni e della loro posizione nel cielo. Si tratta in realtà di un “palazzo della memoria” assai semplificato e basato su immagini piuttosto vaghe, e per questo diversamente interpretabili, ma, seppur in maniera ben più precisa, anche i segni impressi nei tarocchi, con ogni probabilità predisposti per soddisfare la medesima esigenza, sono soggetti da secoli alle più diverse interpretazioni, pur essendo immagini ben definite e intelligibili. Nel caso delle configurazioni celesti, appare quindi inevitabile che si generi l’equivoco,[71] che la stessa impalcatura del “palazzo della memoria” mirerebbe a scongiurare, in cui “il medesimo vissuto è affidato a più segni e ognuno di questi segni vuol essere parola per dire l’uguale e il diverso dalle altre”[72]. Anche se semplificato per essere compreso dai bambini, il “palazzo della memoria”, che è il cielo, rivela le sue storie, come accade con le stelle visibili in prossimità del Natale che accompagnano con i loro racconti l’attesa del grande evento.

  L’attesa del Natale era ben rappresentata dal lento percorso che le tre stelle, luminose e allineate tra loro,[73] compivano la sera dall’orizzonte orientale verso occidente: in molti abitati della penisola italiana, queste stelle sono state identificate con i Magi, tre per la tradizione, nel loro viaggio verso la capanna di Betlemme. In una versione leggermente differente, di cui abbiamo testimonianza nel territorio del vercellese, i tre Re Magi si fanno strada con le loro lanterne, che sarebbero poi le luci delle tre stelle:

a Natale […] [la mamma] mi faceva sempre vedere le tre stelle dei Re Magi che vanno a trovare Gesù; quando si vedevano alla sera noi bambini eravamo contenti perché […] era la festa più bella dell’anno.[74]

In prossimità dei Re Magi brilla la stella più luminosa del cielo, Sirio: ciò avrebbe suggerito ad alcuni che potesse essere la stella di Betlemme citata dal Vangelo, una congettura che appare davvero forzata. Gli stessi contadini sembrano ignorare quest’aspetto della storia,[75] per un motivo semplice e convincente nello stesso tempo: Sirio si trova a oriente rispetto alle stelle dei Magi, e tutte si dirigono verso occidente, così che è la prima a “inseguire” le altre, non il contrario. Una contraddizione, questa, che non avrebbe aiutato a capire e a ricordare, e che non poteva di certo superare il vaglio dei contadini e della loro concretezza.

2Come accadeva agli uomini nati tremila anni prima, anche oggi Orione (e le sue tre stelle della cintura) condivide con le Pleiadi (insieme al Toro che le accoglie) e con l’Orsa Maggiore il primato d’interesse da parte dei contadini. Delle prime due abbiamo già parlato: la prima assume il significato sacro del racconto della Natività, alle seconde è attribuito il ruolo di scansione dei ritmi agricoli, il legame specifico con la viticoltura e la caratteristica di essere apportatrici di pioggia e temporali. L’Orsa Maggiore, invece, colpisce l’immaginazione per le sue sette stelle luminose e per la sua posizione nel cielo, molto prossima al polo celeste, che le consente di essere visibile, nell’Italia centrale e settentrionale, per tutto l’anno. Leggendo Arato[76] troveremo che nella costellazione dell’Orsa era già noto l’asterisma del “carro”, Cicerone[77] tradusse quel passo dal greco al latino sostituendo il termine αμαξα con septem triones, “i sette buoi”, essendo quello l’appellativo con cui era noto nel mondo romano. Un carro trascinato da sette buoi – le sette stelle da cui era formato – era pressoché riconosciuto in tutte le civiltà, con leggere modifiche che vanno dal cocchio al catafalco funebre. Per i Sassoni rappresentava il carro di re Artù, per i Franchi quello di Carlomagno, per i primi cristiani il carro funebre di Lazzaro; la tradizione contadina ha scelto ciò che più le era congeniale, che era più vicino alla propria quotidianità: i sette buoi della tradizione latina che, ruotando incessantemente intorno al polo celeste, si comportano come se stessero girando intorno a una macina, un’immensa macina celeste[78]:

a nord c’è la stella Polare e i sette buoi che tirano l’aratro intorno alla macina. Sembrano immobili, ma noi bambini aspettavamo ore per vederli muovere.[79]

3Anche l’imponente croce latina della costellazione del Cigno, formata da cinque fulgide stelle e da altre due meno luminose (immagine 1), è ancora visibile alla sera, bassa all’orizzonte, nelle serate di dicembre, ma essa è legata a un altro importante periodo dell’anno, quello della Pasqua, resurrezione del Signore e della natura. Il segno potente della croce, dal profondo e antico significato simbolico legato ai concetti di spazio, di tempo e degli stati dell’essere,[80] ha colpito l’immaginazione dei Cristiani, che, sin dalle origini, attribuì l’asterisma alla croce della Passione. Gregorio di Tours la identifica come la Croce Maggiore, Julius Schiller la battezza Croce di Sant’Elena, per la tradizione contadina del primo Novecento è semplicemente la croce, quella che a Pasqua sorge la sera verso oriente e che “sale dalle colline al cielo”. Ecco, in tutta la sua semplicità, l’ascensione di Cristo, raccontata attraverso il segno celeste delle stelle, un’immagine indelebile che si ferma nella mente – tramite la memoria – e nel cuore – tramite la fede – come si stesse assistendo a una processione, proprio quella alla quale partecipano gli abitanti di tanti villaggi durante la Settimana Santa:

La notte prima della processione potevamo andare a dormire più tardi e mia mamma mi portava in giardino a vedere la croce di Gesù che saliva dalle colline al cielo, mi diceva che era arrivato il momento quando Gesù crocifisso saliva al Padre […].[81]

Così la passione, la morte e la resurrezione di Gesù non vengono solo commemorate, ma ripetute attraverso i riti e le immagini, nei quali il fedele si sente contemporaneo e testimone diretto degli eventi.[82]

Il cielo sensibile e le sue luci – lo vedremo più approfonditamente in un prossimo articolo – sono il ponte che unisce due mondi – il terreno e l’ultraterreno –, e la morte, il momento cruciale in cui l’anima dell’uomo transita da uno all’altro, è tradizionalmente rappresentata come un’ascensione, come una salita verso il Cielo dell’aldilà, oltre il cielo stellato. Questa salita, nelle diverse religioni, deve essere intrapresa attraverso i sentieri di una montagna, i gradini di una scala[83], una corda, un albero,[84] o anche attraverso una strada celeste fatta di luce, quel fulgido percorso che fende il cielo, formato da miriadi di stelle, e che si presenta come una immensa fascia lattiginosa: la via Lattea. Tradizioni diversissime, da quelle dei nativi americani alla scuola pitagorica greca,[85] tanto da far pensare alla presenza di un archetipo culturale, parlano di porte celesti di comunicazione con la divinità e di sentieri verso l’aldilà, entrambi aperti in prossimità della zona del cielo ove il Sole raggiunge il punto più basso del suo percorso – nel giorno di San Giovanni apostolo – e la via Lattea tocca l’orizzonte nella sua zona più luminosa. Un racconto del tutto simile si tramanda di generazione in generazione nel mondo contadino della nostra penisola, nel quale si trasforma in senso cristiano il mito del passaggio all’aldilà attraverso l’ascesa al cielo, quando “le anime vanno verso il Paradiso”[86]: una storia che permane viva e presente nella memoria dei bambini, grazie all’affabulazione degli adulti e all’incisività delle immagini che il cielo stellato suggerisce.

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Note

[1] Esortazione di Pavel A. Florenskij indirizzata ai suoi figli, nei giorni della prigionia. Florenskij, 2000: 418.

[2] Forse superfluo ricordare la paternità del concetto: Guénon, 1945 / 1982: 53-56.

[3] Che comunque, come si vedrà più avanti, saranno centrali nell’interesse della scienza astrologica e nelle attenzioni della cultura popolare, ma non nell’esclusivo significato materiale.

[4] Cfr. Eliade, 1963 / 1966: 224.

[5] Cfr. Angelini, 2010.

[6] Cfr. Zolla, 1971 / 2011: 24.

[7] Gn, I, 14-15.

[8] Eb, XI, 12.

[9] Cfr. Rossi, 2011.

[10] Timeo, 38b.

[11] Fenomeni, vv. 10-14.

[12] Sull’astronomia, IV, 4.

[13] Timeo, 39e.

[14] Ci riferiamo alle ore notturne, tenute in gran conto soprattutto nell’alto medioevo, per meglio seguire i dettami della Sancta Regula; le diurne risultavano dalla approssimata divisione del tempo che intercorre tra il sorgere e il tramontare del Sole, adottata a Roma dal III secolo a.C.

[15] Siamo ben consapevoli della validità delle moderne teorie eliocentriche, ma qui vogliamo riferirci al punto di vista dell’osservatore terrestre, antico e moderno, nel mero atto della percezione dei fenomeni, così come gli si presentano.

[16] L’astronomo greco Metone trovò che ogni 19 anni solari si verificano 235 Lunazioni.

[17] Noto dalla tradizione con questo nome, ha una durata complessiva di 25.920 anni, ma non è, in realtà, il ciclo cosmico indicato da Platone nel Timeo.

[18] Che inizia quando tutti i corpi celesti si ritrovano nell’identica posizione. Cfr. Timeo, 39d.

[19] Ovviamente secondo la fisica aristotelica, ma la teorizzazione della forza di gravità dovrà aspettare il XVII secolo.

[20] E come sostengono le tradizioni ermetica e alchemica, da quei principi derivate.

[21] Cfr. Angelini, 2011 (2).

[22] Non a caso le antiche tradizioni orientali parlano di “piccolo circuito celeste”.

[23] Guénon, 1945 / 1982: 24.

[24] Timeo, 39d.

[25] Timeo, 39c.

[26] L’anno lunisolare è contato sia attraverso il corso del Sole che quello della Luna, con l’utilizzo di giorni intercalari.

[27] Cfr. Eliade, 1949 / 1966: 68, 74-75, 78.

[28] Eliade, 1963 / 1966: 71-72.

[29] Eliade, 1949 / 1966: 105.

[30] Cfr. Eliade, 1949 / 1966: 126.

[31] Cfr. Hani, 1962 / 2000: 55.

[32] Numenio in Porfirio, Sull’antro delle Ninfe, XXI e XXII. Vedi anche Omero, Odissea, XIII, vv. 109-112.

[33] In Guénon 1962 / 1990: 120, 123, 209, 214.

[34] Giovanni, III, 30.

[35] Grimaldi, 1993 / 1995: 206-208.

[36] A causa della precessione degli equinozi, alla nostra epoca i solstizi d’estate e d’inverno avvengono rispettivamente in Gemelli e Sagittario.

[37] Ci riferiamo, per esempio, ad autori precristiani come Manilio e Tolomeo, e cristiani, come Clemente Alessandrino, Teodereto e Tommaso d’Aquino.

[38] Cfr. Casali, 2003: 142.

[39] Cfr. Guénon, 1962 / 1990: 126.

[40] Cfr. Angelini, 2011 (2). Per un approfondimento del tema: Blumenberg, 1979 / 2009.

[41] Come nel mito di Osiride. Cfr. Plutarco, Iside e Osiride, 65 e 70.

[42] Eliade, 1949 / 1999: 300-301 e 316.

[43] Grimaldi, 1993 / 1995: 178-179; Casali, 2003: 142.

[44] Cfr. Casali, 2003: 142; Grimaldi, 1993 / 1995: 178.

[45] Cfr. Plinio, Storia della natura, XVIII, 251; Eliade, 1949 / 1999: 76 e 93.

[46] Stade, 1560: 206.

[47] Così ricorda Celestina, nata nel 1920 a Vercelli da genitori contadini, in un’intervista effettuata dall’autore.

[48] Grimaldi, 1993 / 1995: 237-238.

[49] Cfr. Ovidio, Fasti, IV, 907. In realtà la definizione “stella del Cane” con cui si individua generalmente Sirio, appartenente alla costellazione del Cane maggiore, può indicare, più raramente, anche Procione, astro principale del Cane minore, come nel caso del celebre passo di Plinio, sempre riguardo la Robigalia. Cfr. Plinio, Storia della natura, XVIII, 284-286.

[50] Stade, 1560: 201.

[51] Grimaldi, 1993 / 1995: 78-123.

[52] Casali, 2003: 249-256.

[53] Cfr. Cicerone, Sulla natura degli dèi, II, 115.

[54] Eliade, 1963 / 1966: 175.

[55] Cfr. Angelini, 2011 (3).

[56] Gb XXXVIII, 31.

[57] Confrontando questo con altri passi della Bibbia (Giobbe IX, 9 e Amos 5, XIII) si deduce che ci si riferisce all’ammasso delle Pleiadi.

[58] Ci riferiamo alla luminosità delle stelle e alle loro rispettive posizioni apparenti, non alla configurazione del cielo rispetto ai solstizi e agli equinozi che, come descritto sopra, muta sensibilmente con il passare dei secoli.

[59] Analogamente, questo “passaggio” di era è testimoniato in Grecia dal mito del cinghiale calidonio.

[60] Cfr. Allen, 1899 / 1963: 425.

[61] Tetrabiblos, III.

[62] Fenomeni, v. 544.

[63] Alcuni dei segni zodiacali greci derivano dai miti più antichi dei Babilonesi. Cfr. F. Cumont, 1919 / 2012: 17-21.

[64] Cioè Pleiadi, Orione e Orsa Maggiore, cfr. Iliade, XVIII, vv. 481 e ss; Gb IX, 7-9 e XXXVIII, 31 e ss.

[65] Casali, 2003: 105.

[66] De cursu stellarum ratio.

[67] Cfr. Casali, 2003: 137.

[68] Eliade, 1963 / 1966: 208-209.

[69] Il cui metodo mnemonico si basava, infatti, sui segni zodiacali. Non a caso la tradizione dell’arte della memoria sovente consigliava come luogo di memoria, oltre al cielo stellato, la chiesa (ad esempio, v. Pietro da Ravenna, Phoenix sive artificiosa memoria, Venezia, 1491.

[70] Cfr. Rossi, 2011.

[71] Cioè l’Enigma, contrapposto al Labirinto (l’univoco), ovvero fluidità dei significati contrapposta alla fissità dei significati. Cfr. ibidem.

[72] Ibidem.

[73] Come già detto, sono note all’astronomia ufficiale come le tre stelle della cintura di Orione.

[74] Dalla stessa intervista citata in precedenza.

[75] Cfr. ibidem.

[76] Fenomeni, vv. 26-27.

[77] Sulla natura degli dèi, II, 41, 105.

[78] Cfr. Petronio, Satyricon, 39.

[79] Dalla stessa intervista citata in precedenza.

[80] Per un approfondimento si veda Guénon, 1931: 33-34. Cfr. anche Angelini, 2011 (2).

[81] Dalla stessa intervista citata in precedenza.

[82] Eliade, 1949 / 1999: 352.

[83] Come nel caso della scala di Giacobbe. Cfr. Gn XXVIII, 10-12 e Florenskij, 1922 / 2008: 43.

[84] Cfr. Eliade, 1949 / 1999: 87-88.

[85] Cfr. De Santillana e Von Dechend, 1969 / 1990, p. 294; Guénon, 1962 / 1990: 120, 123, 209, 214.

[86] Così ricorda Virgilio, nato nel 1919 a Genova, in un’intervista effettuata dall’autore.


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