Praxis, 1693. L’addio di Newton all’alchimia

di Alessio A. Miglietta

Innumerevoli sono gli accidenti che possono sopravvenire ai viaggiatori, soprattutto se decidono di camminare a piedi, la notte, in luoghi sdrucciolevoli e perigliosi. Per tale impresa quattro son le cose assolutamente indispensabili, senza dire del necessario danaro e d’una robusta complessione.

M. Maier, Atalanta fugiens, xlii

 

Una schiera ancora molto folta (sempre troppo) di biografi, divulgatori e uomini di scienza, preferisce a tutt’oggi relegare a mera curiosità, a bizzarria di un genio smisurato ma un po’ folle, gli studi esoterici e tradizionali, durati decenni e di un’intensità strabiliante, che il più illustre tra gli interpreti della nuova scienza ha intrapreso nel suo percorso (dai notevoli successi, com’è noto) verso una conoscenza vera e certa della realtà fenomenica. Stiamo qui parlando di Isaac Newton, padre della teoria della gravitazione universale e dell’ipotesi sulla luce e sui colori, cioè di due dei punti fermi della fisica di fine Seicento che condizionarono l’intero cammino delle discipline scientifiche, almeno nei due secoli successivi. Due pilastri che sfidarono il meccanicismo puro coevo e che, è evidente, finivano per rintracciare princìpi, idee e prassi di un mondo che oggi si definisce pseudoscientifico o non scientifico, e che allora si fondeva in un’universale, e per certi versi più libera, filosofia della Natura. Ma questa schiera – popolata invero soprattutto da divulgatori ossessionati dall’idolo positivista più che da storici della cultura meglio avvezzi all’alterità del tempo passato –[1] ci appare combattere, in tutta chiarezza, una battaglia senza speranze e già vinta dall’evidenza delle innumerevoli testimonianze che giungono direttamente dalla mano del genio inglese, la quale vergò migliaia e migliaia di pagine (edite e inedite) nelle quali convivevano spontaneamente sia la terminologia allora in pieno sviluppo e tipica dell’approccio quantitativo e sperimentale, sia un lessico derivante dalla tradizione magica ed ermetica tipico delle filosofie più antiche e rinnovato a partire dal Quattrocento.[2] Del resto è noto che tutti i filosofi della natura coevi a Newton, come i precedenti, posero al centro dei propri interessi le discipline propriamente esoteriche, in particolare l’alchimia.

Praxis glossario

Dal glossario della Praxis

Chi non s’arrende ancora all’importanza storica e conoscitiva di un Newton attento studioso e convinto interprete della tradizione ermetica e alchemica (seppur tramite una personale rielaborazione razionalista, anti-allegorica e orientata all’esperimento), addita sovente come prova a proprio favore l’assenza di una sua qualsivoglia opera a stampa inerente tali discipline che abbia visto la luce negli anni della sua vita; ciò confermerebbe ‒ agli occhi di chi ancora si ostina a non vedere ‒ che l’interesse di Newton per l’Arte sia al più da ridursi a uno strampalato passatempo, preso mai sul serio e i cui risultati non lo indussero a pubblicare alcunché, incerto com’era sulla loro effettiva validità. Un’altra tesi, assai più verosimile e sostenuta dalla gran parte della letteratura (ma che noi non appoggiamo), indica nell’interruzione degli esperimenti alchemici, risalente al 1696 e in concomitanza con la partenza di Newton da Cambridge verso Londra, il segno di una forte disillusione verso la disciplina e le sue potenzialità; si cita sovente a questo riguardo il breve trattato teorico-pratico Praxis (1693-96),[3] individuato come l’ultimo e fallimentare tentativo newtoniano di ottenere valide risposte alle questioni da lui aperte alla fine degli anni sessanta del xvii secolo: primariamente la ricerca di spiriti attivi in grado di garantire una materia coesa e vitale, anche tramite azioni a distanza agenti nel vuoto, e secondariamente la decifrazione del linguaggio criptico e metaforico degli antichi alchimisti, depositari, sempre secondo la visione newtoniana (debitrice qui del neoplatonismo del cantabrigense Henry More), di una prisca sapientia ricevuta direttamente da Dio all’inizio dei tempi.

In opposizione a entrambe le tesi sopra citate, il seguente intervento si propone di dimostrare, tramite l’analisi del testo e la sua comparazione con alcuni lavori coevi, che la Praxis è in realtà il resoconto di un vero e proprio successo, di una valida risposta alle domande care a Newton che da buon filosofo esoterico, carpiti i segreti dell’opus, li conservava e li faceva suoi, distillandoli, poi, nella scrittura mimetica delle sue opere a stampa, comprese le loro tarde edizioni.

Altri manoscritti newtoniani collocabili nello stesso periodo della Praxis[4], cioè dell’ultimo periodo di sperimentazione alchemica risalente alla prima metà degli anni novanta del xvii secolo, sono di grande aiuto per la nostra indagine e verranno pertanto tenuti presenti per un’analisi comparata: l’Experiments and Observations (con varie ricette ed esperimenti risalenti all’annata 1692/93), l’Out of La lumière sortant des tenebres (un commento a uno dei tesi più noti della letteratura),[5] la lista di Authores optimi del Keynes Ms. 13 (contenente l’elenco delle fonti alchemiche ritenute le più attendibili) e il De natura acidorum (un breve saggio fondato su una concezione gerarchica delle sostanze chimiche)[6]. Quest’ultimo, in realtà, non si può definire un testo propriamente alchemico per almeno due ragioni: il suo linguaggio privo di metafore e del lessico proprio della disciplina (con significative eccezioni dovute però ad alcune precise reminiscenze), e la preferenza per una spiegazione puramente meccanicistica dei fenomeni chimici, alla quale si aggiunge solo un vago e indimostrato riferimento a processi vitalistici. L’elemento dirimente tra arte “nobile” e chimica meccanica “volgare” è la presenza o meno nelle operazioni, del fenomeno vegetativo della materia, un processo che abbisogna a sua volta di un principio attivo in grado di innescarla: ciò si verifica costantemente, a parere di Newton, nel mondo animale e nel mondo vegetale, con modalità però molto complesse da identificare. Nel mondo minerale, generalmente privo di manifestazioni vitali, la sola vegetazione riscontrabile avverrebbe nei metalli, a livello assai meno complesso di quanto può accadere negli altri due àmbiti: solo lì, quindi, l’alchimista può operare con il necessario rigore e in relativa semplicità. Per questo preciso motivo, Newton si convincerà a intraprendere una serie di esperimenti di alchimia metallurgica (com’è noto la più frequentata dai Maestri) che durerà quasi trent’anni, senza significative interruzioni e con straordinaria assiduità. Solo sporadicamente e in situazioni contingenti, come il decorso della malattia della madre, spinsero Newton a occuparsi anche di pratica iatrochimica, i cui rudimenti certamente aveva acquisito nella prima giovinezza presso l’apoteca di suo zio. Gli era comunque estranea tutta quella scuola di alchimisti praticanti, o praticoni, che perseguivano come unico loro obiettivo la trasmutazione dei metalli volgari in oro: come accadeva anche nei suoi studi sulle profezie, dove il suo vero obiettivo non fu la previsione del futuro, bensì la decifrazione del linguaggio profetico, così la sua alchimia sperimentale si concentrava tutta sulla ricerca della chiave di lettura dei testi dell’antica saggezza ermetica, e mai per ottenere una superficiale ed effimera ricchezza terrena. Un’antica saggezza che Newton vuole sfruttare nella sua ricerca di una presenza universale, agente vicaria di Dio nel mondo, che vivifichi e informi la materia altrimenti inerte, in un processo vegetativo che poi altro non è che quella fermentazione a cui egli stesso si riferisce, proprio in quegli anni, nelle lettere a Richard Bentley e che ritorna anche nelle pagine del De natura acidorum. Dove vi è fermentazione, agisce sempre uno spirito attivo: la Praxis contiene quasi trenta nomi diversi per designarlo, derivati da altrettante metafore e spesso legati a precisi oggetti della ricerca newtoniana, come il regolo stellato dell’antimonio o la rete di Vulcano. L’idea newtoniana di uno spirito attivo universale è protagonista non solo degli studi alchemici, ma anche di quelli inerenti la filosofia naturale: sia le particelle di luce, sia l’etere meccanicistico newtoniani, infatti, necessitano di un agente vitale, lo stesso che è in grado di conservare accesa la fiamma e che è responsabile di ogni vitalità dei corpi, in una concezione che abbraccia elementi neoplatonici mediati da Henry More ed elementi neo-stoici per lo più ripresi dall’alchimista cattolico Pierre-Jean Fabre,[7] e alla quale devono aver contribuito fattivamente anche le teorie di John Mayow. Ogni esperienza all’alambicco convoglierà gli sforzi di Newton verso l’individuazione di questo spirito vegetativo il cui segreto si tramandava da secoli attraverso la tradizione ermetica e alchemica, e che gli avrebbe consentito di convalidare le proprie convinzioni riguardo al suo sistema della natura.[8] Lo spirito attivo, così simile allo pneuma stoico nella rielaborazione neoplatonizzante e cristiana, agiva in sostituzione della divinità e obbediva alla sua volontà, essendo impregnato delle cause formali, custodi del progetto divino: individuarlo significava poter provare la presenza di Dio nella natura, il vero e ultimo obiettivo di Newton, e quindi di venerarlo attraverso una sua rigorosa rappresentazione; adorare Dio descrivendone la sua opera più sublime è il precipuo scopo del natural philosopher come dell’alchimista, un modo per divenire sapienti percorrendo un cammino di conoscenza, guidati dalla Natura stessa, compagna di Ratio, Experientia & lectio.[9] L’alchimia newtoniana si nutre evidentemente del filone cristiano della sua tradizione, dapprima originato dai medievali Arnaldo da Villanova e Pietro Bono che paragonarono l’elixir al Cristo, e che vide poi in George Ripley e in Thomas Norton (tra i più citati nella Praxis) i suoi maggiori interpreti nel secondo Quattrocento inglese; su quella stessa scia si mossero poi anche Pierre-Jean Fabre e il Sendivogius del Grande Disitllatore, altri due autori di riferimento dell’alchimia newtoniana. E con esiti e metodo del tutto simili a quelli sviluppati in sede d’interpretazione soteriologica dell’opus, lo spirito vegetale di Newton, direttamente accostato al processo alchemico dell’illuminazione, assume la stessa natura di quel Logos, e di quella Luce, che mediando tra Dio e il mondo infuse vita all’universo all’inizio dei tempi (idea già presente, peraltro, nei lavori di Robert Fludd e di Jean Baptiste van Helmont). Un percorso di universalizzazione dell’azione mediatrice del principio attivo che porterà Newton a considerare la stessa attrazione gravitazionale (dopo aver abbandonato speculazioni meccanicistiche di un etere materiale) un fenomeno a esso assimilabile per natura e funzione; anzi, è probabile che proprio gli esperimenti alchemici a questo riguardo abbiano suggerito a Newton una compiuta giustificazione in calce alle sue dimostrazioni matematiche,[10] come d’altronde è stato ampiamente dimostrato negli anni settanta del secolo scorso, da due tra i più grandi biografi newtoniani, Betty Jo Teeter Dobbs e Richard Westfall. Questo, tra tutti, è il motivo fondamentale per cui lo studio diretto dei trattati alchemici di Newton è di sostanziale importanza per la comprensione anche del suo pensiero scientifico.

In Italia, la Praxis è stata pubblicata in due diverse traduzioni, entrambe basate sulla trascrizione di Betty Jo Teeter Dobbs dalle pagine originali: la prima risale al 2002 ed è opera dell’alchimista Paolo Lucarelli, la seconda, successiva di quattro anni, è invece presente nella raccolta a cura della studiosa Michela Pereira.[11] Entrambe sostituiscono, per facilità di lettura, la numerosa e varia grafia stenografica utilizzata da Newton, dove la terminologia tecnica viene rappresentata tramite simboli, alcuni comuni a tutta la letteratura, altri del tutto originali. Se l’utilizzo dei simboli grafici nel dominio dei corpi celesti è senz’altro una pratica già all’epoca consolidata e codificata, la designazione grafica dei minerali relativi ai metalli si arricchisce nel vocabolario newtoniano con i simboli composti dall’effige del metallo e della lettera “o” (che sta per “ore”, cioè “minerale”):

Ferro (Marte)praxis simboli 1

Minerale di ferro

 

Altri simboli sono altrettanto inusuali, come l’asterisco che a fianco al composto vuole significare che quest’ultimo è stato reso volatile tramite sublimazione, o il simbolo del sale abbinato a un singolo minerale:

praxis simboli 2Sublimato di antimonio     

Sale di antimonio

 

L’elenco di tutti i segni sarebbe lunghissimo e improponibile da riportare in questa sede e, purtroppo, ancora non si è approntata la redazione di un dizionario esaustivo a cui si possa rimandare. Newton, dal canto suo, inaugurò i primi lavori alchemici preparando e completando un breve glossario di simboli alchemici e delle rispettive spiegazioni, come traccia per i suoi lavori d’indagine teorico-pratica[12] che in parte ricorda un simile apparato a firma Johann de Monte-Snyders, in uno dei rari momenti essoterici della sua produzione.[13] Almeno apparentemente, l’alchimia della Praxis si muove nella cornice concettuale e stilistica di Ireneo Filalete (il quale, a sua volta, deve molto in questo contesto a George Ripley). L’utilizzo insistente di metafore e, più in generale, di un lessico esoterico e volutamente occulto è comune sia ai testi del Filalete sia a quelli di Newton; ma se per entrambi ciò rimane una mera modalità della trasmissione del sapere, per il secondo vale nella cornice di un approccio sperimentale assolutamente quantitativo, sulle orme soprattutto del maestro Robert Boyle (a sua volta, tra l’altro, amico del Filalete). Le metafore e gli “enigmi”, per Newton e per l’alchimia più tradizionale, sono soltanto uno speciale codice di comunicazione, utilizzato fin dall’antichità per celare ai profani la vera sapienza, e non assumono mai un ruolo di giustificazione dei fenomeni in “una curiosa smania di astrattezza”[14], né tantomeno veicolano un vero e proprio nesso causale tra favola e pratica: non vi è pertanto in essi un simbolo fermo che unisce l’archetipo al fenomeno particolare, ma semmai un segno cangiante che collega il fenomeno a una serie di elaborate suggestioni. Insomma, Newton è, in questa come in altre occasioni, interprete insieme tradizionale e innovatore di un’alchimia segretamente professata sulla base dei testi più antichi, ma riletta secondo i nuovi parametri della scienza. Il metodo di Newton, alla prova anche nelle discipline alchemiche, dopo la sua applicazione nell’esegesi biblica e nella filosofia sperimentale, si pone come primo obiettivo l’individuazione delle metafore più oscure della letteratura ermetica: più il loro significato nascosto appare imperscrutabile, più attira le sue attenzioni, fedele al motto obscurum per obscurius ignotum per ignotius. Non stupirà, quindi, se moltissimo del suo materiale manoscritto riguardi la decifrazione delle opere di Monte-Snyders e di Ireneo Filalete, tra i più esoterici del panorama filosofico-chimico.[15] Dopo l’individuazione degli enigmi più oscuri, segue un tentativo d’interpretazione, il quale potrà essere confermato o meno dal passaggio ultimo dell’esperimento. È uno straordinario sistema che, non violando affatto le regulae philosophandi imposte dall’autore stesso secondo un più generale schema induttivo-deduttivo, si affida a un’indagine ipotetico-deduttiva per eliminazione. L’intero procedimento, è chiaro, presuppone la ferma persuasione che nei testi alchemici sia racchiusa la vera conoscenza, la prisca sapientia, la cui chiave d’interpretazione è l’oggetto ultimo degli sforzi conoscitivi newtoniani. In questa selva di simboli e di metafore per soli eletti, Newton si addentra con lo spirito di un filosofo naturale prestato all’alchimia e che aspira a diventare un adepto (secondo alcuni senza riuscirvi, secondo lui stesso riuscendovi senz’altro), della quale elabora una versione personale ma sovente in linea con i Maestri, e che porta con sé, oltre a un metodo codificato di derivazione baconiana e galileiana, una concezione della struttura della materia di tipo corpuscolare (in linea con la “filosofia mosaica” antimaterialista e insieme ai vari Boyle, van Helmont, Sennert, de Monte-Snyders e Lemery) e moderatamente meccanicista.[16]

Authores Optimi

Gli authores optimi secondo Isaac Newton

Tutte queste premesse sono necessarie per affrontare la lettura della Praxis, che a prima vista può sembrare il lavoro di un alchimista del tutto tradizionale, cosa che non è affatto. Il trattato è diviso in due parti distinte, nella prima (costituita da quattro capitoli) Newton percorre i passaggi cruciali della teoria della trasmutazione (oggetto di studio tra i più frequentati anche dagli alchimisti più scettici, come Bacone e Boyle) mantenendo un approccio eminentemente teorico e i cui fondamenti tradizionali sono facilmente ravvisabili dai frequentatori della letteratura alchemica più conosciuta (in particolare dal Quattrocento in poi), mentre nella seconda (composta dall’unico capitolo finale che dà il titolo anche all’intero trattato) viene descritta la pratica, la prassi alchemica, cioè il resoconto degli esperimenti, avvalorati da una precisa teoria e da ulteriori riferimenti alla tradizione precedente, nelle due vie, la “secca” e la “umida”. In quest’ultima parte è presente la ricetta per la produzione dell’alchaest, il dissolvente universale oggetto delle maggiori attenzioni della spagirica, soprattutto da van Helmont in poi.

Nel primo capitolo, l’unico in latino, Newton affronta il tema delle cosiddette “materie spermatiche”, cioè gli agenti vitali e vicari di Dio in grado di generare nuova materia dal caos, seguendo la via tracciata oscuramente da Nicolas Flamel con il suo Livre des figures hiéroglyphiques (1612) – un testo approfondito proprio in quegli anni, quando la stretta collaborazione con Nicolas Fatio de Dullier gli consentì di avere accesso a molta della letteratura di lingua francese in argomento –[17] e dal commento del suo maestro Ireneo Filalete al Liber duodecim portarum di George Ripley (un testo che Newton trascrisse di proprio pugno)[18]: i princìpi maschile e femminile, in grado di generare nuove strutture chimiche dalla materia putrefatta,[19] rappresentano quella dualità, sempre presente nelle interpretazioni newtoniane, che si risolve nell’unità in cui sono racchiusi, nel loro principio sintetico (“una sola radice”, l’anfisbena a due teste uccisa da Bacco), ovvero nel sale dove si differenziano per diversa digestione o maturità.[20] Si pensi agli opposti superiore/inferiore, fisso/volatile, femmina/maschio, passivo/attivo, umido/secco e, come si vedrà più avanti, terra/acido ovvero mercurio/zolfo, i termini ultimi della struttura della materia nella concezione newtoniana. Spicca poi il riferimento, tratto anch’esso dal Filalete, alla simbologia astrologica per la realizzazione dell’opus (in particolare, l’evocazione delle costellazioni invernali, simbolo di morte e caducità, ma in una prospettiva di rinascita) che è territorio assai frequentato dagli alchimisti moderni e che Newton esplora in abbondanza (in questo capitolo anche con l’aiuto di autori come il prediletto Michael Maier,[21] o come Johann Grasshof e l’anonimo del Clangor buccinae) ma, è necessario sottolinearlo, mantenendo sempre ferma la convinzione di una corretta interpretazione limitata al linguaggio esoterico e metaforico, lui che mai si fece sedurre dalle scienze predittive basate sui segni celesti. Ed ecco che allo sposo e alla sposa delle nozze chimiche si accostano le “due pietre principali” delle tradizionali sette pietre dei metalli, che Jean d’Espagnet assicura possano tingere e moltiplicare,[22] e che infondono una lo zolfo visibile che riscalda e asciuga, l’altra il mercurio spirituale che raffredda e umidifica, cioè l’acciaio e il magnete, il Sole e la luna: ancora gli opposti che, uniti, creano le condizioni per la genesi di una nuova materia.

Non vi è trasmutazione senza il tramite di una materia informe e caotica, ottenuta dalla putrefazione, da cui ricostituire una nuova struttura materiale: così il ferro reso informe dalla decomposizione potrà rinascere oro tramite gli agenti vitali infusi dall’alchimista. Si legge in altro manoscritto di Newton dello stesso periodo:

Senza la putrefazione è impossibile conseguire il nostro scopo, ossia la liberazione dello zolfo, o seme, chiuso nella prigione degli elementi naturali. Ecco il solo mezzo […].[23]

Il secondo capitolo è quindi dedicato alla descrizione della materia prima dei metalli, che il filosofo può ricreare in laboratorio tramite le reincrudazione[24] e che ha la sua replica nella materia primigenia, in quel caos primordiale su cui Dio operò, infondendovi forma e vitalità e creando così l’universo. Qui è fondamentale richiamare i concetti presenti sia nel già citato De natura acidorum (che traduce, in sostanza, i princìpi alchemici in termini di forze newtonianamente intese), sia in altri lavori, anche successivi, che Newton dedica alla meccanica e all’ottica in particolare (ci riferiamo soprattutto alle edizioni dell’Opticks).[25] Dal combinato disposto degli esiti sperimentali sulle proprietà della luce e sulle reazioni chimiche, Newton si convinse della possibilità che la materia prima fosse costituita dalle particelle più piccole esistenti in natura, le uniche composte da un plenum privo di parti e pori: grazie alla loro semplicità strutturale (basata sugli opposti terra/acido, ovvero mercurio/zolfo) esse rappresenterebbero il primo mattone della realtà; tutte le altre sostanze chimiche sarebbero invece costituite da particelle più complesse, di maggiori dimensioni e divisibili. Quel composto informe e nero,[26] la dark matter della putrefazione o il prodotto combusto dell’azione purificatrice del fuoco, sarebbe quindi l’insieme di minuscoli e freddi corpuscoli primordiali; la realtà variopinta dei corpi, invece, sarebbe la combinazione di particelle più grandi, diretta responsabile dell’emissione dei colori:[27] il sincretismo di Newton è ancora una volta ben evidente in questa mirabile crasi tra fisica e alchimia, tra esperimenti sulla luce e sui colori ed esperimenti sulla trasmutazione alchemica, tutti sullo sfondo di una metodologia comune e di una ferma fiducia nella ragione umana, in grado di ricavare una rappresentazione certa del fenomenico. Il caos da cui il Tutto ebbe origine è per Newton una materia assolutamente informe, assolutamente nera e assolutamente fredda: null’altro in natura possiede tali caratteristiche; nell’universo creato da Dio e da Dio costantemente guidato (come esigeva il filo-volontarismo newtoniano),[28] infatti, “nulla è assolutamente freddo a eccezione degli atomi privi di vuoto”.

La materia prima metallica, scrive Newton nella Praxis, è innanzitutto una materia pura, una terra virginale, un composto di mercurio e zolfo viscoso al tatto (non è acqua, ma scorre nel fuoco; non è pietra, ma si spezza), pesante e grasso, di color sabbia (nella scala di colori vicino al nero della materia primigenia) e freddo, come sa il lettore di Opticks e De natura acidorum. Essa è una terra che l’alchimista, al contrario del chimico volgare, saprà trovare nel suo luogo naturale: non sotto ai suoi piedi ma appesa sulla testa degli uomini, in séguito alla sua sublimazione. Ecco il processo necessario: come nei precetti del Filalete, la materia prima (la pietra dei filosofi) va preparata e resa volatile, dopo un doppio processo di trasformazione, prima in acqua e poi in terra (così come prescritto da Basilio Valentino, tra gli autori preferiti da Newton[29]) e poiché, come sentenzia lo stesso Maier nel suo Symbola aureae mensae duodecim nationum (1617), nulla entra nell’opus senza essere puro od omogeneo (in aderenza coi precetti della spagirica paracelsiana), essa deve sublimare tutta, o tutta residuare al fondo del crogiolo: il corpo nudo (cioè spogliato dall’impurità) della regina (la materia prima), figlia del Sole e della luna (cioè del principio maschile e femminile, dello zolfo e del mercurio) e in quanto femmina preparata soltanto dai raggi lunari,[30] sfida il fuoco uscendone intatta. Newton trascrive poi un intero passaggio dall’Instructio de arbore solari (presente nel volume vi del Theatrum Chemicum del 1661) che prima istruisce sulla modalità di realizzazione della materia prima e poi conduce alla preparazione con questa del mercurio e dell’acqua secca con i quali sarebbe infine possibile la duplicazione del mercurio. La materia in sé è per Newton assolutamente inerte, è il principio passivo che abbisogna di uno spirito agente che la informi e la vivifichi (evidenti gli influssi della fisica stoica): a maggior ragione, la materia prima è il prototipo di questo principio passivo, è quel deserto ove non albergano spiriti che evocava lo pseudo-Lullo nei suoi scritti alchemici.

Newton prosegue la dissertazione citando la favola di Cadmo e dei serpenti debellati da Forbante (così come riportata da Maier) e propone una sua interpretazione come ricetta alchemica celata in enigma; in altro luogo, di converso, Newton l’aveva reinterpretata in senso evemerista, più precisamente nei suoi studi storici e antiquari.[31] Nella Praxis, invece, l’autore richiama l’allegoresi mitologica e la interpreta in chiave alchemica, operazione certo non rara né per lui né per lunga tradizione della letteratura in argomento che, partendo dall’Augurello e passando attraverso Giovanni Bracesco, giunge all’Atalanta fugiens e alle opere di Basilio Valentino.

Dopo i due capitoli sui princìpi spermatici e sulla materia vergine, Newton affronta nei due seguenti l’impalcatura stessa della materia metallica ordinaria, per lui costituita da zolfo e mercurio.[32] Un ritorno alla tradizione più antica che fa di Newton, in questo caso, un critico della spagirica paracelsiana dei tria prima, in maniera assai diversa da Boyle e con alcuni punti di contatto con la chimica del medico francese François André.[33]

Lo zolfo dei filosofi, il principio maschile estratto dalla materia, è la “vera chiave dell’opera” che, nella versione essoterica e meccanica del De natura acidorum, si traduce nell’acido composto da particelle di media grandezza in grado di interagire con i pori delle particelle di materia ordinaria, in un’azione mediatrice e attrattiva. Anche qui gli esperimenti dedicati allo zolfo partono dalla sublimazione, processo indispensabile per la raffinare la materia e per renderla più volatile possibile, cioè composta da particelle più semplici (quella semplicità necessaria per la trasmutazione): lo zolfo viene così sublimato con mercurio, poi con antimonio o con metalli. Altrove Newton annota quanto sia semplice estrarlo dal vitriolo.[34] Il risultato è un metallo estremamente volatile, con il quale Newton vorrebbe procedere alla trasmutazione. Ma lo zolfo ottenuto da Newton, che dovrebbe assomigliare al dissolvente universale di memoria paracelsiana, appare più una sostanza in grado dapprima di dividere le particelle più grandi della materia ordinaria e poi, combinandola con materia putrefatta, di originare una nuova mistura, senza però raggiungere la semplicità delle particelle più piccole: così facendo egli non raggiunge il risultato di una trasmutazione illimitata. Come di consueto, Newton rintraccia nei simboli e nelle metafore della tradizione alchemica, presenti nelle ricette della pratica di laboratorio come nelle speculazioni della teoria, la via da seguire: lo zolfo è il drago infuocato del Filalete, senz’ali per Flamel, che si nasconde nella casa d’Ariete (cioè della rinascita), è il figlio (maschio) della regina (l’opera), è il “re vestito di luce raggiante” (è sempre il Filalete a parlare), è il rubino di Marte che insieme allo smeraldo di Venere era infisso nella corona di Diana, così come voleva l’analogia del Monte-Snyders (l’autore che più di ogni altro diede filo da torcere all’esercizio newtoniano di “decodificazione” del linguaggio metaforico); è, infine, il pesciolino Echidna di Sendivogius che giace nel fondo del mare, piccolissimo ma in grado di trattenere gli spiriti del mondo.

Il mercurio, invece, è il primo agente, la terra umida della materia e il “sale dei sapienti” che trasforma la materia e che ferisce lo zolfo liberandolo dalla prigione degli elementi naturali a cui è costretto, cioè “da quell’involucro così resistente da non poter essere esposto all’aria, se non con estrema laboriosità dell’arte”, scrive Newton in altre carte;[35] la metafora di Sendivogius aderisce alla perfezione con l’idea newtoniana di una materia composta da particelle di terra (mercurio) in cui sono incastrate le particelle di acido (zolfo). Nella Praxis Newton ne disegna il simbolo: il bastone alato, poiché il mercurio è volatile ed è estraibile sublimando i metalli, che riconcilia i due serpenti unendoli (Maier) è Venere che funge da legame (Filalete), è il tralcio che Bacco utilizzò per uccidere l’anfisbena. Newton rimanda, in conclusione, alle preparazioni ritrovate dal leggendario Abramo l’Ebreo e rappresentate iconograficamente ne Les figures hiéroglyphiques de Nicolas Flamel e dal Filalete nel Fons Chemicae Philosophiae (1668). Il mercurio è l’oggetto più risalente nelle ricerche newtoniane: già alla fine degli anni Sessanta, nel laboratorio di Cambridge si susseguono centinaia di esperimenti e tentativi d’estrazione: le indicazioni bibliografiche presenti nel quarto capitolo della Praxis sono, quindi, particolarmente meditate. Uno dei manoscritti più importanti di questa sua produzione, il Liber mercuriorum corporum[36], contiene una raccolta delle migliori ricette degli autori antichi e moderni, compresi i membri di quell’Hartlib Circle di Londra intorno al quale orbitavano alchimisti del calibro di Robert Boyle e Ireneo Filalete.[37] Anche il regolo (🜰) stellato, l’altro grande oggetto di studi ed esperimenti trentennali,[38] è ben presente tra le ricette della Praxis. Consapevole della proprietà magnetica del regolo stellato – magnificata da auctoritates come Basilio Valentino, Sendivogius e d’Espagnet – e affascinato, sotto l’influsso della signatura paracelsiana, dalla sua morfologia che richiama da vicino forme e simboli delle configurazioni celesti e macrocosmiche, Newton raccoglie le ricette, tutte provate, su come prepararlo, e ne studia soprattutto le implicazioni nelle sue idee di una sostanziale identità tra fenomeni celesti e terrestri (ricomponendo così la frattura aristotelica) e di una fermentazione universale (studi, quest’ultimi, risalenti anch’essi all’attività intensissima del 1693). Da notare che i regoli sono intesi in maniera assai particolare da Newton: quando egli si riferisce, ad esempio, al Regolo di ferro (🜰 ) egli intende in realtà il Regolo di antimonio ottenuto tramite il ferro. Il regolo per lui si ottiene sempre e solo partendo dall’antimonio (la sostanza più attiva ai suoi occhi), mai da un altro metallo.[39]

Più recenti, invece, gli esperimenti per la produzione dell’alchaest, uno degli oggetti principali dell’ultimo capitolo, tutto dedicato alla pratica di laboratorio. L’helmontiano alchaest, l’aqua ardens non coagulabile, lo spirito ermafrodito “che si trova in tutte le cose” e che è accostato alla funzione dello spirito attivo, era ritenuto dagli alchimisti (da Webster a Fabre, da Ripley a de Monte-Snyders, fino a Ireneo Filalete e Robert Boyle), in grado di purificare le sostanze e trasformarle nel caos primordiale,[40] di riportare, cioè, “ogni cosa alla materia prima” e quindi di “aprire i metalli” (che per Newton significa innanzitutto spezzare le grandi particelle e dividerle in strutture il più semplici possibile, preferibilmente con metodi alternativi all’immissione di calore).[41] Esso, quindi, veniva identificato con lo spirito attivo, con quell’agente alchemico di derivazione stoica che doveva impregnare ogni corpo della natura e che era responsabile della loro dissoluzione nella materia primigenia. Newton aveva già dedicato a questo argomento un manoscritto di tremila parole.[42] Ecco uno stralcio dalla prima ricetta riportata nella Praxis (il corsivo è mio):

Se vuoi sbiancare Latona, allora non distillare il tuo spirito rosso ma metti in incubazione lo spirito bianco sulla materia nera, digerendolo di tanto in tanto, finché non porti alla superficie tutto lo spirito rosso […]. Quando […] Latona sarà diventata bianca e fluida come cera e si alzerà, sublimala, eliminandone i residui, e avrai il piombo bianco dei sapienti, la bianca Diana (☽). Imbevi una parte di questo sublimato con tre dello spirito digerito per 24 ore, distilla, imbevi il resto con tre volte il suo peso di nuovo spirito, digerisci altre 24 ore e distilla. Imbevi e digerisci ancora una terza e una quarta volta, e tutto si alzerà. Fallo circolare per otto o nove settimane e avrai l’alchaest.[43]

Godfrey Kneller 1689

Isaac Newton nel 1689 (ritratto di Godfrey Kneller)

Il linguaggio metaforico della tradizione, dapprima tratto dai testi e poi smontato dallo stesso Newton nella sua decodifica, viene nuovamente ricostruito nella stesura del trattato, in modo da parlare lo stesso linguaggio ermetico dei Maestri (anzi, ancora più oscuro a ben notare). Un velo esoterico che non deve far dimenticare quanto l’alchimia newtoniana si basi su un approccio quantitativo, rigoroso, anti-allegorico e dichiaratamente anti-mistico, che è tipico della nuova scienza. Il testo riprende temi e concetti dei primi capitoli teorici (con citazioni dirette da Basilio Valentino e Thomas Norton) e riporta quelli che a tutti gli effetti sono i risultati ultimi della trentennale attività sperimentale di Newton: lo stile delle ricette, il piglio sicuro, le indicazioni precise, non lasciano adito a dubbi; egli è convinto delle certezze raggiunte tramite la sua indagine che con modalità tutte particolari, in bilico tra tradizione e innovazione, gli ha consentito d’interpretare autenticamente l’antica arte di Ermete; non sarebbero altrimenti giustificabili frasi come “avrai l’alchaest” o, come si legge in altro passo, “potrai moltiplicare ogni pietra quattro volte”[44]. L’alchaest e la moltiplicazione sono per Newton dei dati di fatto, provati sperimentalmente.

E se è vero che il testo di questo trattato non è concepito per essere pubblicato, nemmeno in questa forma così esoterica, è altrettanto certo che la sua versione manoscritta fosse destinata a un circolo che, seppur ristretto, avrebbe diffuso i suoi contenuti a esperti del settore, tutt’altro che sprovveduti. Non è un gioco, dunque, non è uno strampalato passatempo: è la sapienza antica tramandata per enigma, è la scienza che indaga l’azione divina del mondo, è il segreto della vita e la chiave di decrittazione che rende intelligibile l’universo. Tutto torna: filosofia meccanica e spagirica, forze attrattive macrocosmiche e spiriti vitali microcosmici, il superiore e l’inferiore, gli opposti princìpi nell’Uno; tutto si accorda: Ermete e Newton, alchimia e scienza, antichi e moderni, metafora ed esperimento; se il lettore seguirà le ricette della Praxis, assicura Newton, farà Visita all’Interno della Terra, Rettificando Incontrerà l’Occulto Lapis Vera Medicina[45]; la verità è unica, molte le strade per raggiungerla, l’alchimia è una di queste, una delle più antiche, quindi una delle più autorevoli. Ma perché, allora, Newton non pubblicherà alcun suo testo di alchimia, Praxis compresa, fino alla morte, pur ritenendo di aver ottenuto risultati tangibili dai suoi esperimenti? La risposta è semplice e la si trova direttamente nei carteggi newtoniani (mio il corsivo):

se nei testi ermetici dovesse esserci una qualsiasi verità, potrebbe forse trattarsi di un modo per accedere a qualcosa di più nobile da non comunicare al mondo se non con immenso danno; non chiedo altro, quindi, se non che la grande saggezza del nobile autore lo induca al silenzio.[46]

L’autore citato da Newton è Robert Boyle, propugnatore di un moderato approccio essoterico delle discipline alchemiche, una moderazione che agli occhi di Newton si deforma in una pericolosa e indiscriminata apertura ai profani.[47] Spesso Newton e i suoi interlocutori preferiscono distruggere le lettere in cui si scambiano preziose informazioni su esperimenti e interpretazioni alchemiche:[48] il suo circolo si rivela in tutto e per tutto un sodalizio di iniziati, votato all’assoluta segretezza, dove l’alchimia essoterica di Boyle (che muore alla fine del 1691) non ha più quartiere. Un vero filosofo ermetico non diffonde indiscriminatamente le proprie conoscenze, ma le condivide esclusivamente con gli iniziati: da Pitagora in poi, gli autori del pensiero antico, amati e studiati anche e soprattutto con senso critico da Newton, tracciano una strada, quella dell’approccio esoterico alla comunicazione del sapere, che egli percorrerà nella sua personale ricerca del significato ultimo dell’Arte, facendosi accompagnare dalla guida della Natura e dotandosi, per evitare gl’inciampi, del bastone della ragione, degli occhi dell’esperienza e dalla lanterna della lettura.[49] Ed è del tutto evidente che questo approccio sia ravvisabile anche in tante altre delle discipline studiate da Newton, perfino in fisica e matematica.[50] Mentre, di norma, gli alchimisti pubblicarono migliaia di libri, seppur velati da oscure metafore, Newton ancora più esotericamente non pubblica nulla, ma diffonde i manoscritti nella sua cerchia ristretta. E’ un’abitudine, tra l’altro, che si riscontra anche nelle altre discipline affrontate da Newton, comprese quelle non esoteriche: egli, in definitiva, non nutre mai interesse a rendere pubbliche le sue conoscenze; quando l’ha fatto, l’ha fatto per insistenza esterna (si pensi al contributo di Halley per la pubblicazione dei Principia) o in séguito a diatribe (qui basti l’esempio del testo della Chronology, approntato per la stampa); mai di sua sponte.

Va detto che all’epoca della stesura della Praxis, qualcosa di oscuro e opprimente causò in Newton un repentino cambiamento nelle abitudini quotidiane come nel modo di operare delle sue ricerche. Dal 1693 fino al 1696 si avvicendano infatti tre anni tormentati e difficilissimi per Newton, i più critici della sua vita.[51] Una crisi che si risolverà soltanto con la definitiva partenza da Cambridge a Londra, quasi una fuga da se stesso, che costituirà una vera e propria rinascita e che sfocerà in un nuovo atteggiamento, molto più aperto, verso l’alterità. Londra per Newton rappresenterà la consacrazione, l’inserimento nel tessuto istituzionale del regno, la celebrità. Con queste, una maggiore disponibilità verso la comunicazione, anche se certi segreti del suo sapere continueranno a essere da lui celati ai più (le sue convinzioni teologiche eterodosse, alcune speculazioni sulla gravità, le stesse convinzioni maturate con gli esperimenti d’alchimia).

Si torni, però, al periodo cruciale per i nostri scopi, quel triennio 1693-96 che viene dai biografi indicato come il periodo della disillusione di Newton verso le discipline ermetiche e l’alchimia, a séguito di un periodo intensissimo di esperimenti la cui genesi risaliva all’anno stesso della pubblicazione dei Principia (1687) e che giunse alla frenetica primavera del ’93, culmine da cui l’attività newtoniana scemerà fino ad arrestarsi ai primi mesi del 1696.[52]

L’attività intellettuale di Newton, soprattutto dai primi anni Novanta, non fu intensa soltanto in relazione all’ars regia, bensì anche nei temi rimasti aperti o incerti dall’enunciazione delle sue leggi sul moto, che gli suggerirono la possibilità di predisporre una nuova edizione dei Principia.[53] Non trascurò affatto i suoi lavori di ottica in vista della pubblicazione della sua summa in argomento (l’Opticks del 1704), né lesinò energie per il progetto di un’opera a stampa dei suoi lavori di matematica. Il ritmo di lavoro, che Westfall definisce maniacale,[54] è talmente forsennato da minare inevitabilmente la salute fisica e mentale del Nostro, il quale cede a un periodo di frenesia che ha del patologico. Non vi è disillusione verso l’alchimia, ma eccesso di lavoro: troppi esperimenti che, di volta in volta confermando le ipotesi del suo autore, lo inducono a nuove esperienze, che così lievitano in modo esponenziale. Un lavoro che dà risultati, ma che non è più possibile proseguire. Senza giungere a semplicistiche e vaghe analisi psicologiche, è comunque possibile tracciare alcuni punti fermi sulla personalità che trapela dalle lettere e dai manoscritti dell’epoca, riferiti direttamente o indirettamente alla crisi di Newton.

Negli anni incerti immediatamente successivi alla Gloriosa Rivoluzione (che portarono, poi, a una stabilità politica e sociale i cui frutti seppe cogliere anche il Newton presidente della Royal Society e governatore della Zecca Reale), Newton, di per sé già poco avvezzo alla cordialità nei rapporti personali e non affatto interessato ad alimentare la propria cerchia di conoscenze, se da una parte intensifica sensibilmente la propria corrispondenza, dall’altra si fa sempre più diffidente e scontroso con i suoi interlocutori. Il rapporto con Nicolas Fatio de Dullier, conosciuto nel 1689, vede un periodo di grande affiatamento, di vera fusione intellettuale nei primi anni Novanta (nel 1691 sono entrambi a Londra per un breve periodo), una condivisione che tra l’altro porterà Newton verso un rinnovato approfondimento degli autori francesi della tradizione alchemica; è infatti dalle mani di Fatio che Newton riceve testi fondamentali per la maturazione del pensiero alchemico presente nella Praxis, testi come la Bibliothèque de philosophes (1672-78) e il Le Triomphe hermétique di Alexandre-Toussaint de Limojon de Saint-Didier (1689).[55] Ma nell’autunno del ’93 i due interrompono il loro sodalizio e, tranne rare eccezioni, non si leggerà più alcun riferimento nelle carte di Newton a quel brillante giovane filosofo di cui probabilmente in quegli anni egli s’invaghì.

Ancora il 1693. Il fatidico, terribile anno di crisi. S’incaponisce anche la sfortuna: risale al mese di febbraio il piccolo incendio che mandò in cenere numerosi manoscritti di ottica, pregni di resoconti di esperimenti sulla luce: è un accumulo costante d’incidenti e frustrazioni. Gli amici John Locke (con il quale spesso discuteva di alchimia) e Samuel Pepys ne subirono le conseguenze: in una calligrafia visibilmente alterata, Newton lanciò a loro strali velenosi, accuse di complotti nei suoi confronti. Poi l’ammissione, un modo indiretto di porgere scusa, in una lettera del 15 ottobre: l’insonnia lo ha divorato, la sua mente non ricorda i fatti nel breve periodo, probabilmente ha dimenticato anche gli insulti indirizzati agli amici.[56] L’elenco dei sintomi si accorda parzialmente a quello tipico di un’intossicazione da esalazioni di mercurio, ma non ci si può sbilanciare con così pochi elementi. Quel che è sicuro è che Newton ebbe un contatto diretto e continuativo con il metallo intossicante.[57] Comunque sia, da questa situazione Newton sembra uscire faticosamente soltanto nei primi mesi del ’94, se si prendono per buone le parole vergate nel diario privato di uno dei maggiori filosofi naturali di quei tempi, Christiaan Huygens.[58] La ripresa di Newton, comunque, non è ancora completa, tanto che nel 1695 una voce insistente, ma infondata, lo dichiara morto.[59]

Newton supera la soglia dei cinquant’anni proprio quando mette mano alla Praxis, proprio quando la crisi esistenziale e il crollo fisico si fanno più acute. Ma se è vero che la constatazione di un declino creativo nell’àmbito delle discipline matematiche, peraltro del tutto naturale, deve aver afflitto non poco Newton (che non a caso si limita a raccogliere i lavori del suo passato, riuscendo solo in minima parte a contribuire a un loro perfezionamento), è altrettanto certo che ciò non bastò da solo a determinare quella profonda depressione che preoccupò non poco i suoi amici e colleghi.[60] La letteratura in merito è in gran parte concorde nell’individuare una serie di concause che portarono Newton alla crisi di quegli anni. Tra queste concause s’inserirebbe anche la delusione verso l’alchimia sperimentale come disciplina in grado di dare una conoscenza autentica. Ma questa non è, a nostro avviso, una delle concause, ma al contrario una delle conseguenze: Newton, nonostante i risultati certi ottenuti fino ad allora, interrompe gli esperimenti poiché non è più in grado di sostenere i ritmi, l’intensità e le energie che gli esperimenti richiedono; ed è per di più la stessa tradizione alchemica che lo consiglia di smettere, tra le righe dei trattati più illustri; si pensi a Michael Maier, studiato con rinnovata intensità da Newton proprio nei primi anni Novanta: il passo indietro di Newton può avere quindi una sua giustificazione nel precetto esplicito e fondante a cui si deve assoggettare l’alchimista sperimentatore, cioè operare sempre in ottima salute, fisica e psichica; senza di essa tutti gli sforzi per raggiungere la Grande Opera saranno perfettamente inutili.

S’interrompono nel 1696, quindi, gli esperimenti di Newton, ma non l’interesse e il profondo rispetto nutriti per l’Arte. La sua elaborazione teorica, infatti, proseguì nel periodo londinese, cioè negli ultimi trent’anni della sua vita (1696-1727): dalle carte private di Newton si possono agevolmente estrapolare sia cospicui acquisti di nuovi libri manoscritti di alchimia – in particolare di provenienza francese e di William Y-Worth –[61], sia continuativi contatti con la sua cerchia occulta di alchimisti, sia infine nuovi approfondimenti teorici e riflessioni sulle fonti (come le Sententiæ luciferæ et Conclusiones notabiles del 1698,[62] alcune note aggiuntive all’Out of La lumière sortant des tenebres risalenti allo stesso periodo, e altri appunti sparsi sulla fermentazione e sulla trasmutazione nel Babson Ms. 421). Ma come abbiamo anticipato, è tra le righe dei testi editi e inediti di fisica che il portato delle esperienze newtoniane maturate in trent’anni di sperimentazione alchemica si estrinseca compiutamente, seppur nei meandri di un discorso che apparentemente riguarda soltanto la meccanica pura o i processi non vegetativi. Erano già evidentissime le tracce di un forte influsso dell’alchimia nell’Hypothesis of Light (1675), ma ciò che più può stupire è che questi non si affievoliscono affatto nelle opere più mature, quando, come molti biografi sono pronti a giurare, la stima di Newton verso l’alchimia sarebbe nettamente declinata.

Come spiegare, allora, la presenza di quello “spirito sottilissimo” che pervade i corpi, quel principio attivo vitalistico che agisce nel mondo e la cui prova di esistenza, lo scrive Newton a chiare lettere nello Scolio generale alla seconda edizione dei Principia (1713), pur non supportata da sufficienti esperimenti, sarebbe alla portata dei filosofi della natura? No, non è la delusione a dettare le parole di Newton, ma l’impossibilità di procedere ulteriormente nella sperimentazione (già foriera di successi); un’attività che egli assegna idealmente ai posteri, nel convincimento che la strada indicata sia proprio quella corretta. Un concetto che si fa ancora più articolato e complesso nell’Opticks, soprattutto nella sua terza edizione (1718): già la sua versione latina, risalente al 1706, dove compaiono alcuni esperimenti sul mercurio con aqua fortis e dove si trattano le affinità chimiche (“attrazioni elettive”),[63] e dove il lessico si colora di termini evocativi quali “sublimazione, “regolo”, “trasmutazione”, “fermentazione”, denuncia il debito verso l’attività di laboratorio e la confidenza con la prassi alchemica, nonché l’attribuzione implicita dell’autore di un valore di certezza e di verità alle risposte che l’alchimia, teorica e pratica, gli ha dato per una corretta descrizione della realtà naturale. E il messaggio che Newton lancia al futuro della filosofia della natura, le questioni ancora aperte che consegna alla posterità, non sono indirizzati necessariamente e soltanto agli interpreti di quella che oggi si definisce “scienza”, ma anche ad alchimisti e filosofi ermetici, indagatori di quell’aspetto incomparabile, di quella causa misteriosa e occulta, che dona al mondo il suo vero motore, la sua linfa, la vita stessa, in una continua trasmutazione delle forme e delle sostanze, guidata da un pantocratore unico e universale, in grado di “modificare i corpi in luce e la luce in corpi”. Ciò grazie all’incessante attività di quei princìpi attivi senza i quali

i corpi della Terra, dei pianeti, delle comete, del Sole, e tutte le cose in essi, sarebbero fredde e congelate e diventerebbero masse inerti; e putrefazione, generazione, vegetazione e vita cesserebbero, e i pianeti e le comete non potrebbero permanere nelle loro orbite.[64] […] Finché le particelle rimangono intere, esse possono costituire i corpi di un’unica natura e struttura in eterno, ma se possono essere erose o spezzate, la loro natura può essere modificata. […] Queste particelle […] si muovono tramite certi princìpi attivi, come la gravità, causando la fermentazione e la coesione dei corpi.


Note

[1] Citiamo qui, nel novero dei secondi, senza alcuna presunzione di completezza, i lavori di Maurizio Mamiani, Betty Jo Teeter Dobbs, Richard Westfall e John E. McGuire.

[2] Quindi in parte in opposizione a quella diffidenza verso le più risalenti auctoritates che caratterizzava ad esempio un Bacon o un Paracelso).

[3] Cioè il Babson Ms. 420 del Catalogue of the Portsmouth Collection. Nelle prossime note sarà indicato sinteticamente con il titolo “Praxis”.

[4] Il testo della Praxis è stato lungamente analizzato, soprattutto nella grafia, ed è stato definitivamente collocato nel periodo compreso tra il 1693 e il 1696: è assai probabile che esso sia stato per la gran parte redatto nel 1693, come testimonierebbe indirettamente anche una lettera inviata a Nicolas Fatio de Dullier, e che vi siano stati apportati alcuni ritocchi negli anni immediatamente successivi. Cfr., su tutti, R. Westfall, Never at Rest, A biography of Isaac Newton, Cambridge, 1980, p. 530. L’Experiments and Observations (Portsmouth Collection, Ms. Add. 3973.8) è datato all’interno del testo, quindi non può costituire alcuna perplessità. L’Out of La lumière sortant des tenebres è stato collocato nel periodo tra il 1687 e il 1692. La datazione della lista di Authores optimi (Keynes Ms. 13) apre problemi più rilevanti e ci sentiamo di restringere il lasso di tempo individuato dal Newton Project diretto da Rob Iliffe (www.newtonproject.sussex.ac.uk), cioè dal 1684 al 1696, almeno al periodo tra il 1689 e il 1696, in ragione delle due citazioni presenti relative a un libro, il Le Triomphe hermétique di Limojon de Saint-Didier, pubblicato ad Amsterdam nel 1689. Nessun problema di datazione, invece, per il De natura acidorum che, anche se pubblicato nel 1710 a Londra, risale in realtà al 1692.

[5] Si utilizzerà la traduzione italiana di Davide Arecco, presente in appendice a D. Arecco e A.A. Miglietta, La mente nascosta dell’imperatore, Novi Ligure, 2016.

[6] Qui si prenderà in considerazione la versione manoscritta del trattato, più estesa di quella pubblicata nel 1710, e presente in I. Newton, H.V. Turnball, The Correspondence of Isaac Newton (1688-1694), Cambridge, 1961, vol. iii, pp. 205-214.

[7] Per un approfondimento sugli influssi del neo-stoicismo nella concezione newtoniana della materia, rimando al mio Newton nell’orto degli Stoici. Gli alberi e i frutti, in «Anthropos & Iatria», xix, 1, pp. 63-77.

[8] Ermete scrive: “[…] Il soffio vitale [o principio attivo], che dona vita e nutrimento a tutte le cose che sono nel mondo, è come un organo o uno strumento soggetto alla volontà del sommo Dio. […].” E. Trismegisto, Asclepio, 16, tr. it. a cura di B. M. Tordini Portogalli, Corpo ermetico e Asclepio, Milano 1997, p. 126.

[9] Cfr. M. Maier, Atalanta fugiens, xlii.

[10] Se è vero che Newton dichiara di non fingere ipotesi in filosofia sperimentale, non è raro incontrare suoi scritti, anche pubblicati, che al contrario tentano spiegazioni non rigorosamente dimostrate tramite la matematica.

[11] Cfr. B.J. Teeter Dobbs, Isaac Newton scienziato e alchimista. Il doppio volto del genio, tr. it. di P. Lucarelli, Roma, 2002, pp. 224-233 e Pereira, Alchimia, Milano, 2006.

[12] Keynes Ms. 31 f. 4v.

[13] Cfr. J. de Monte-Snyder, Commentatio de pharmaco catholico, Amsterdam, 1665, xviii.

[14] P. Lucarelli, «Abstracta», 15, maggio 1987, p. 21.

[15] Si pensi, ad esempio, ai vari tentativi interpretativi del The Metamorphosis of the Planet in Keynes Ms. 58.

[16] Non quindi meccanicista in senso stretto e cartesiano, una versione che Newton giudica a rischio di ateismo.

[17] Soprattutto grazie alla Bibliotheque de philosophes Paris, 1672-78. Cfr. anche Keynes Ms. 13, f. 3r.

[18] Cfr. Keynes Ms. 54.

[19] Cfr. anche Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A.

[20] Cfr. anche Hermes, Keynes Ms. 28, f. 6r.

[21] Cfr. Keynes Ms. 13, f 3r.

[22] Newton si appella all’edizione del 1638 dell’Arcanum Hermeticae Philosophiae Opus, p. 57. D’Espagnet compare nella lista degli autori prediletti da Newton. Cfr. Keynes Ms. 13, f. 3r.

[23] Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A. Tr. it. di Davide Arecco, v. nota precedente.

[24] Cfr. anche Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A.

[25] Per una sintesi su tutti B.J.T. Dobbs, The foundations of Newton’s alchemy, Cambridge, 1984, pp. 218-19.

[26] Cfr. anche Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A.

[27] “Le piccole particelle di materia possono avere coesione dalle attrazioni più forti e comporre le particelle più grandi attraverso forze più deboli; e così per altre successioni, finché la progressione si conclude con le particelle più grandi di tutte dalle quali dipendono i processi chimici e i colori dei corpi naturali”. I. Newton, Opticks, iii ed., London, 1718, Query 31. Poco a che vedere, quindi, con l’idea paracelsiana dell’emissione dei colori.

[28] Cfr. anche l’ Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A.

[29] Cfr. Keynes, Ms. 13, f. 3r.

[30] Qui Newton cita Sendivogius, uno degli “authores optimi” della lista newtoniana. Cfr. ibidem.

[31] Cfr. I. Newton, Chronology of Ancient Kingdoms Amended, London, 1728, p. 180.

[32] Cfr. anche Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A.

[33] Cfr. F. André, Entretiens sur l’acide et l’alcali, Paris, 1672.

[34] Cfr. Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A.

[35] Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A.

[36] Cioè il Keynes Ms. 31.

[37] Un circolo frequentato probabilmente anche dallo stesso Newton.

[38] Resoconto di una serie di esperimenti e ricette in Ms Add. 3973.8, ff. 2r e ss.

[39] V., ad esempio, ibidem, f. 3v.

[40] Si legge nell’Out of La lumière sortant des tenebres, Babson Ms. 414A: “[…] l’artefice deve soltanto separare, purificare e riunire i diversi principi tramite le leggi di natura sino a generare il vero Caos, che è insieme un nuovo cielo e una nuova terra.” Tr. it. Davide Arecco, v. nota precedente.

[41] Cfr. P.J. Fabre, Manuscriptum ad friederici, XXIX, trad. it. a cura di M. Pereira, Alchimia, cit., p. 1139.

[42] Of the Alcahest, Keynes Ms. 41, ff. 5r-10v.

[43] Praxis p. 18.

[44] Ibidem, p. 17

[45] Parafrasi dell’acronimo latino “Visita Interiora Terrae Rectificando Inveniens Occultum Lapidem Veram Medicinam”.

[46] A Henry Oldenburg. A.R. Hall, L. Tilling, The Correspondence of Isaac Newton (1676-1687), Cambridge, 1976, vol. ii, 143.

[47] Cfr. Newton rifiutò di comunicare con Boyle su questioni di alchimia (Boyle morirà alla fine del 1691) poiché lo accusava di parlare con ogni sorta di persona e di essere “troppo aperto e troppo desideroso di fama” (a Nicolas Fatio de Dullier. H.V. Turnball, The Correspondence of Isaac Newton (1688-1694), cit., vol. iii, 346.

[48] Fatio scrive a Newton su questioni di alchimia e lo prega di distruggere la lettera dopo averla letta. Cfr. H.V. Turnball, The Correspondence of Isaac Newton (1688-1694), cit., vol. iii, 414.

[49] Cfr. M. Maier, Atalanta fugiens, xlii.

[50] Per un approfondimento sull’approccio esoterico della scienza newtoniana, rimando al mio Lo sguardo e il silenzio. Le ragioni del Newton più occulto, in «Anthropos & Iatria», xviii (1), 2014, pp. 42–54..

[51] Il primo a rendere conto della crisi del 1693 è Jean-Baptiste Biot nella sua Biographie universelle del 1821.

[52] Dal dicembre 1692 al giugno 1693 si assiste a un’intensificazione degli esperimenti sulla fermentazione dei metalli; Newton è senz’altro in laboratorio nel dicembre del ’92 e nei mesi di gennaio, aprile, giugno ‘93. Si hanno poi altre testimonianze di attività in aprile ’95 e febbraio ’96.

[53] Per un approfondimento R. Westfall, Never at Rest, A biography of Isaac Newton, cit., pp. 504 e ss.

[54] Cfr. ibidem, p. 524.

[55] Tra l’altro, quest’ultimo autore è tra i preferiti da Newton in assoluto. Cfr. Keynes Ms. 13, f 3r.

[56] Cfr. H.V. Turnball, The Correspondence of Isaac Newton (1688-1694), cit., vol. iii, 426.

[57] Cfr. R. Seitz e J.Y. Lettvin, Mercury and Melancholy: The Decline of Isaac Newton, «Bulletin of the American Physical Society», ser. ii, 16 (1971), 1400 e R. Westfall, Never at Rest, A biography of Isaac Newton, cit., p. 537.

[58] Huygens annota nel suo diario in data 29 maggio 1694: “[Newton] ha recuperato la sua salute tanto da essere di nuovo in grado di comprendere i suoi Principia”.

[59] Cfr. J.F. Scotto, The Correspondence of Isaac Newton (1694-1709), vol. iv, Cambridge, 1967, 84.

[60] Cfr. F. Manuel, A Portrait of Isaac Newton, Cambridge, 1968, pp. 218 e ss.

[61] Tra le sue carte vi è un trattato anonimo dal titolo “Sendivogius explained” e tre trascrizioni di un lavoro sconosciuto di William Y-Worth. Cfr. J. Harrison, The Library of Isaac Newton, Cambridge, 1978, p. 9.

[62] Cioè il Keynes Ms. 56.

[63] Cfr. I. Newton, Opticks, cit., Query 31.

[64] Si legge nella quinta chiave di Basilio Valentino: “[…] se la terra venisse privata del suo spirito, sarebbe morta e non darebbe più nutrimento, perché al suo zolfo e alla sua untuosità verrebbe a mancare lo spirito, che conserva la forza vivificatrice e dà a tutte le cose la crescita mediante il nutrimento.” B. Valentino, Le chiavi della sapienza segreta, tr. it. in M. Pereira, Alchimia, I testi della tradizione occidentale, cit., p. 984.


Articolo pubblicato per la prima volta in AAVV, Come si legge un testo antico di alchimia e astrologia medica, Virtuosa-Mente, 2017, riprodotto per gentile concessione dell’autore. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata con qualsiasi mezzo.

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