Alkahest. Vizi e virtù di un dissolvente universale

di Marco Ghione

Alchimie_de_Flamel_7«Alchaest- afferma Martin Ruland nel suo Lexicon Alchemiae[1]– è il nome del mercurio preparato, da alcuni identificato con il tartaro; è possibile comprendere l’idea dell’autore dalla descrizione della sua preparazione». Con questo periodo ambiguo Martin Ruland, medico di indirizzo paracelsiano a Praga nello straordinario convento di scienziati, astrologi e alchimisti  che fu la corte rodolfina, compendia i dibattiti e gli interrogativi intorno al misterioso Alkahest[2], di cui si fa menzione per la prima volta negli scritti di Paracelso. Peraltro, poche righe dopo lo stesso Ruland  presenta una voce simile questa volta illustrandola come una utile medicina epatica: «Alchahest è il mercurio preparato come farmaco per il fegato»[3].

Come vedremo tra poco, questo sdoppiamento nella grafia e nei contenuti riposa su una base ben precisa.  Secondo Bernard Joly, vi fu una vera e propria quaestio de alkaest, sorta dall’apparente libera interpretazione di Jean Baptiste Van Helmont che scambiò una medicina per il fegato e le malattie epatiche, tale era il significato di Alkaest  secondo Paracelso, con il dissolvente universale della tradizione alchemica, capace di ricondurre tutti gli elementi visibili alla loro materia prima.

Proprio Joly in un approfondito saggio[4] ha  illustrato la serie di dibattiti, contrasti e polemiche che l’Alkahest suscitò nel periodo che intercorre tra il Seicento e la prima metà del secolo dei Lumi. Infatti, con la diffusione delle opere di Van Helmont, per altri versi un “paracelsiano infedele”, che rifiutò di riportare l’origine delle sostanze ai tria principia dell’alchimista svizzero, il termine, già  noto per la diffusione di dizionari di stampo paralcelsiano, come il Lexicon  di Ruland  ed altri, finì per essere  associato al tema alchemico del dissolvente universale.

In Paracelso il liquore Alkahest compare una sola volta nel secondo libro  del De viribus membrorum, in cui vengono elencati una serie di farmaci per i disturbi dei diversi organi del corpo. L’Alkahest compare dopo che è stato citato un misterioso rimedio epatico, il Cheiri[5]:

Vi è pure il liquore Alchahest, che possiede grande forza e  efficacia per preservare e irrobustire il fegato, e anche per preservarlo dagli edemi che i disturbi epatici possono causare. Persino se il fegato risulti già in rovina, questa sostanza lo rimette in funzione, come se non avesse mai subito danno. Perciò chiunque di voi si occupi di medicina dovrebbe impegnarsi col più grande zelo ad apprendere la preparazione dell’alchahest per scacciare i numerosi disturbi di origine epatica

Seguendo in effetti le parole di Paracelso l’Alkahest sembra limitarsi ad essere un prodigioso filtro in grado di risanare il fegato da ogni danno che lo abbia colpito. Paulo Porto nel suo interessante  contributo sull’Alkahest sottolinea come il significato del termine cambi già prima di Van Helmont[6], e del resto lo si è  potuto notare nelle definizioni di Martin Ruland. Ancora prima nel dizionario del medico ed erudito Gerard Dorn[7] incontriamo una definizione uguale alla prima voce sul dissolvente del Ruland, senza però trovare alcun riferimento  alla meravigliosa medicina epatica.

Joly fa risalire la più antica attestazione dell’Alkahest fuori dal corpus paracelsiano al lessico di Michael Toxites (Michael Schütz; 1514–1581), l’Onomastica[8], dove  il dissolvente, come ci recita la seconda voce di Ruland,  è un mercurio preparato per il fegato.

E’ probabile che Toxites e gli altri, sulla scorta della philosophia naturalis paracelsiana, abbiano individuato nel liquore per il fegato una particolare forma di mercurio curativo. E’ necessario, per inquadrare la natura dello slittamento semantico intorno all’Alkahest, esaminare brevemente la dottrina medica di Paracelso, su cui si fondava l’ars medendi dei dottori che a lui si rifacevano. Chiave di volta della medicina di Paracelso è il principio similia similibus curantur, secondo il quale solo una medicina omologa al male è in grado di rimuoverlo. Per la teoria medica dell’alchimista svizzero l’origine delle patologie è esterna al corpo. Gli agenti che le provocano si attaccano all’uomo e ai suoi organi;  i farmaci per rimuoverle dovranno per conseguenza avere uno speciale legame di  affinità  con  essi.  In altre parole  Il rimedio per un  determinato malanno avrà una qualità  analoga a quella del male stesso. Lo schema da seguire sono i tria principia, zolfo e mercurio e sale,  che secondo Paracelso compongono tutti i corpi. La teoria dei principi di Paracelso era essenzialmente un’estensione dell’antica teoria alchemica per la quale lo zolfo e il mercurio erano gli ingredienti primari di tutti i metalli. Ad essi Paracelso aveva aggiunto il sale, fino ad allora non contemplato. Ma i tre principi non sono puramente materiali; essi possiedono qualità spirituali, ovvero caratteristiche che ne fanno le forze plasmanti l’essenza interna e l’aspetto esteriore dei corpi: lo zolfo origina la combustibilità, il sale invece è causa della solidità di un corpo, mentre il mercurio è responsabile delle sue proprietà umide e vaporose. In altri termini il mercurio è l’agente trasformatore, il sale l’agente che dona al corpo massa e stabilità, mentre lo zolfo lo organizza. Tali principi agiscono sui quattro elementi, chiamati anche matrici, perché subiscono l’azione dei tre principi che li strutturano. Ogni corpo ha, inoltre, un principio prevalente che estrinseca i suoi effetti su di esso. Ne deriva, ad esempio, che per malattie dalle caratteristiche  saline come certe patologie della pelle il farmaco adatto sarà un sale.

Con mercurio-tuttavia-è possibile indicare oltre alla qualità principale che può informare, al pari del sale  e dello zolfo, un morbo e i suoi necessari e correlati rimedi, anche il prototipo stesso del malanno e della cura. Spiega infatti Walter Pagel nella sua insuperata esposizione della medicina di Paracelso[9]:

 Le cose sono ciò che sono in base a determinate  qualità,  e mantengono tra loro vincoli di simpatia e repulsione. Tutto ciò accade in virtù del principio mercuriale presente in esse. E’ per questa ragione che ogni rimedio è chiamato mercurio, perché in questo modo si fa riferimento alla proprietà specifica di una determinata pianta o di un determinato farmaco chimico. Ogni corpo, quindi, è retto dai tre principi, ma il dottore che cura e guarisce è il principio mercuriale, lo stesso che d’altra parte causa paralisi, letargia, tumori e corrosioni. Qui si rivela un principio omeopatico: nella causa della malattia si nasconde la cura. Ne consegue che il  mercurio è il prototipo di ogni  agente patogeno come di ogni medicina, poiché la sua natura mutevole può portare a  miglioramenti  come ad esiti più severi. Va tuttavia precisato che la singola malattia, nello specifico, può essere generata in alternativa da ognuno dei tria principia, sale, mercurio, o zolfo.

Sotto  questa prospettiva il mercurio appare il modello per antonomasia  di ogni pharmakon, che può essere validamente usato come sinonimo di medicina o filtro atto a curare una specifica affezione del corpo, essendo l’archetipo dell’agente trasformante. Così si spiegherebbe l’associazione tra il mercurio preparato e l’Alkahest che comparve nei dizionari. Porto e Joly hanno presentato due ulteriori ragioni per spiegare l’identificazione dell’Alkahest col mercurio. Il primo si rifà alla monografia di Pagel dove il grande storico della medicina mostra come per Paracelso sia il mercurio che l’Alkahest erano rimedi contro l’idropsia, generalmente associata al fegato[10]. Joly invece crede  che Toxites, primo tra i lessicografi, nel suo dizionario abbia sovrapposto l’ estratto sull’Alkahest  del De viribus membrorum, con un passo dal De gradibus cui rinvia, ove Paracelso parla del mercurio come medicina  epatica.

Tra gli scritti di Joan Baptiste Van Helmont (1580-1644), forse il medico più influente del secondo Seicento europeo[11],  non si trova un trattato o un volume dedicato specialmente all’Alkahest. In tutta la sua ampia produzione letteraria vi sono però riferimenti continui al prezioso composto, anche nei carteggi con altri studiosi. Pur non possedendo una trattazione organica, tuttavia si può ritenere  l’Ortus Medicinae[12],  la raccolta dei testi più significativi di Van Helmont, il locus classicus sul dissovente helmontiano, dove troviamo il maggior numero di citazioni dell’Alkahest.

Tutta una serie di sinonimi, poi-e in questo l’influenza della tradizione alchemica appare evidente-sostituiscono la preziosa sostanza nei passi in cui è trattata. Nomi dotati di un certo potere evocativo come ignis acqua, ignis gehennae, liquor unicus, universale solvens, ci ricordano le proprietà  dell’Alkaest helmontiano: è un solvente che trasforma tutte le sostanze materiali senza mutare o cambiare in quantità, rimanendo in altre parole inalterato a contatto con i soluti. Le sostanze sciolte vengono ridotte al loro primum ens, uno stato in cui mantengono le loro caratteristiche, prive però di ogni sorta di impurità. Van Helmont pensava che l’Alkaest fosse in grado di scomporre la sostanza trattata in particelle più piccole, ma non fino al punto di far perdere loro le qualità possedute, e quindi tramutarle in acqua. Infatti, secondo Van Helmont oltre un certo grado di riduzione le virtù seminali delle sostanze sono destinate a disperdersi[13]:

 I corpi possono essere ridotti fino a un determinato  limite, oltre il quale si tramutano in una sostanza differente, perdendo le loro proprietà seminali. Ed entro questo limite l’Alkaest di Paracelso è in grado di ridurre ogni corpo naturale, penetrando in esso. Lo stesso fenomeno tuttavia non accade con  gli elementi, l’aria e l’acqua, poiché la loro composizione basica e la  natura mobile che li caratterizza tramuta i corpi in qualcosa di  ancora più semplice e primordiale.

Il medico fiammingo riteneva che il segreto operativo dell’Alkahest fosse imputabile alla sua struttura, composta dalle particelle più sottili del mondo naturale, fatta eccezione per acqua e aria. Inoltre, dopo che l’Alkahest aveva svolto la sua mirabile opera di riduzione delle sostanze al loro primum ens o  materia prima, era possibile recuperarlo per distillazione senza che avesse subito cambiamenti di sorta.  Un altro momento interessante nelle  riflessioni di Van Helmont sul solvente universale è dato dalla sua equiparazione tra l’Alkahest ed il sal circulatum di Paracelso. L’alchimista fiammingo espresse per la prima volta questa idea in una lettera dedicata a padre Marin Marsenne datata quindici  gennaio 1631[14]. In risposta  al quesito se solo il fuoco potesse riuscire a separare la materia nei suoi principi costitutivi, Van Helmont scrive di un solvente universale, in grado di mutare e sciogliere tutti i corpi senza lasciare traccia, citando Paracelso, il quale lo aveva chiamato nel suo De renovatione e t restauratione sale circolato o dissolto.

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In verità in quest’ultima opera paracelsiana[15],  come già ci suggerisce in parte il titolo, si tratta di riportare alla loro essenza perfetta i corpi corrotti e guastati dei metalli, per poi estendere il processo risanatore  alla salute e alla longevità dell’uomo. Tra le medicine più adatte all’opera palingenetica, Paracelso pone i prima entia di minerali e piante, senza peraltro definire con chiarezza cosa intenda. In analogia con la materia prima alchemica, è possibile ritenere che il primum ens indichi uno stato in cui la sostanza ha tutte le sue virtù senza essere ancora coagulata nella sua forma finale. Il sale circolato viene menzionato  da Paracelso solo al termine dell’opera, quando espone  le ricette dei prima entia, senza però chiarire in cosa consista o quale sia la sua composizione. Il sal circulatum, ancora una volta legato ai prima entia, fa un’altra apparizione nell’Archidoxis[16], la summa chimica paracelsiana, dove è fornita qualche informazione sul modo di prepararlo, che comprende l’uso dello spirito di vino e del salgemma. Proprio che lo spirito di vino sia contemplato  nella preparazione di un ingrediente necessario a confezionare il primum ens, rimanda alla quintessenza dei trattati attribuiti allo pseudo-Lullo. In tali testi la quintessenza è ottenuta tramite l’azione di un solvente alchemico, lo Spiritus vini, ricavato dalla distillazione del vino. Il legame si rende ancora più evidente  per via di un titolo del quarto libro dell’Archidoxis su cui si è concentrata l’attenzione di Paulo Porto[17], in cui  l’ente primo è definito come quintessenza. Nonostante questo punto di contatto, che fa pensare se non ad un debito diretto di Paracelso verso il corpus alchemico lulliano, perlomeno a un denominatore comune, l’alchimista svizzero aveva sempre ferocemente criticato i suoi procedimenti e la sua concezione di quintessenza, a suo avviso un grave fraintendimento[18].

Anche tramite la mediazione di Paracelso, di certo non l’unica, il percorso intellettuale dell’Alkahest helmontiano sembra insomma riallacciarsi ai principi della filosofia ermetica. Uno degli elementi  centrali  dell’arte era proprio la materia prima metallorum, la condizione primitiva della sostanza  lavorata cui si poteva giungere solo per mezzo di un dissolvente che la liberasse totalmente dalle sue impurità, una tappa imprescindibile dell’opera ermetica. Ancora prima della Summa perfectionis di Geber, in cui William Newman ha visto il genitore più remoto del dissolvente universale helmontiano[19], è possibile rintracciare tale concezione nell’alchimia greco-alessandrina, che parlava di acqua divina o solforosa.

Un altro parente almeno in apparenza meno umido dell’Alkahest è il fuoco segreto di Artefio e Pontano, topos molto fortunato della letteratura alchemica di medioevo ed età moderna, destinato a fiorire in un incredibile numero di testi. Tale fuoco è spesso definito dai testi come acqua che non bagna le mani o acqua ignea; l’ignis aqua, appunto, che anche Van Helmont adotta come sinonimo del suo dissolvente.

Anche se i passaggi sull’Alkahest rimangono dispersi in tutto l’Ortus Medicinae e negli altri scritti helmontiani, è molto facile  comprendere che, secondo le intenzioni del medico fiammingo,  il rinvenimento dei prima entia dei corpi animali, vegetali  e minerali aveva per obiettivo un loro impiego a fini medici e curativi. Gli enti primi delle sostanze curative, infatti, come alcune piante, mantengono le virtù originarie prive però delle impurità precedenti. L’Alkahest è quindi un incredibile strumento per ottenere proprietà medicamentose  da sostanze che, se usate allo stato di natura, risulterebbero inefficaci per specifiche patologie o in ogni caso assai meno valide.

Van Helmont fu anche coinvolto nella ricerca di un elisir di lunga vita, sempre tramite il provvidenziale ricorso dell’Alkahest. Aveva individuato la materia prescelta nel cedro del libano, sulla scorta dei passi biblici che lo citano, ma soprattutto di un sogno rivelatore in cui gli apparve la terra sommersa dal diluvio, con la sola eccezione del Libano che sulle sommità aveva preservato i suoi cedri. A quel punto per Van Helmont si trattava di ricavare dal cedro il suo primum ens, capace di prolungare la vita dell’uomo[20].

Per Van Helmont tuttavia già di per sé, e non solo come mezzo deputato all’estrazione di altri farmaci, l’Alkahest costituisce una medicina prodigiosa, e ciò principalmente in virtù della sua facoltà di penetrare i corpi con le sue sottilissime particelle. La teoria patologica di Van Helmont ci aiuta a inquadrare meglio la cosa: esiste una forza o spirito artigiano, che  governa il corpo fisico dell’uomo nel suo complesso, dirigendone lo sviluppo, ed il suo nome è Archeus influus. Oltre ad esso  operano nei diversi organi gli archei insiti, che presiedono alle loro funzioni. La malattia nasce dallo squilibrio di queste forze, entrate in contatto accidentalmente  con le proprietà seminali dei morbi. Pertanto il rimedio non potrà che consistere in un ripristino della normale funzionalità dell ‘Archeo[21]: «..nulla possibilis esset laetarum virium reaestauratio, ut neque Archei pacatio: et per consenquens nulla sanatio, si verum usque fit. Quod naturae ipsae sunt morborum medicatrices, earumque minister medicus». Non vi è alcuna guarigione che non passi da un ripristino delle normali funzionalità dell’Archeo. Solo l’Alkahest e due altre medicine presenti nei trattati paracelsiani, la tintura lilei e il mercurio diaforetico, erano in grado di risanare l’Archeo, ma il solvente universale superava di molto le capacità risanatrici degli altri due farmaci.

Alkahest fortuna e polemiche

Le teorie di Van Helmont diffusero, e anzi-come abbiamo potuto vedere-mutarono sotto una nuova veste l’idea di un dissolvente universale, che riportava i corpi alla loro materia prima ed era anche fornito di meravigliose qualità curative. Tra i sostenitori di Van Helmont, si imponeva il principe Federico III di Schleswig-Holstein(1589-1653), illuminato mecenate che promuoveva lo sviluppo delle arti e delle scienze, benefici resi possibili anche dalla sua sostanziale posizione di neutralità assunta durante la guerra dei Trent’anni. Il principe coltivava anche una passione per l ‘arte alchemica, tanto da possedere un proprio laboratorio nel castello di Gottorp. Secondo Bernard Joly Federico III era fortemente interessato ai lavori di Van Helmont, tanto da ottenere dalla vedova dello studioso fiammingo dell’Alkahest di qualità mediocre.

Otto Tachenius scrisse a Venezia, dove esercitava la professione di medico, la sua Epistula de famoso liquore[22] dedicandola proprio al principe Federico. L’intento di Tachenius, iatrochimico piuttosto distante da influenze paracelsiane o ermetiche, era screditare agli occhi del principe le teorie di Van Helmont e dei suoi seguaci. La lettera è costruita su citazioni dell’Ortus medicinae, che Tachenius vigorosamente confuta. Accusa Van Helmont di aver frainteso la natura del liquore di Paracelso, ma estende la sua critica anche agli antichi alchimisti come Basilio Valentino e al paracelsiano Osvald Crollius. Il medico tedesco oppone alle teorie di Van Helmont la propria esperienza di laboratorio con le distillazioni sull’aceto e le pratiche con il sale di tartaro e l’antimonio. La stessa esperienza lo porta a identificare nella sua opera principale, l’Hippocrates chimicus, il solvente di Van Helmont con l’acido acetico. Una lettura, quella di Tachenius, completamente chimica, che riduce all’Alkahest a un prodotto piuttosto comune nei laboratori dell’epoca.

Di ben altro avviso è Pierre Jean Fabre (1588-1658), dottore in medicina alla corte di Lugii XIII di Francia, che nel 1653 inviava al principe Federico il suo Manuscriptum ad Fridericum[23]. Fabre, dopo aver prima passato in rassegna i topoi generali della ricerca alchemica, come il mercurio filosofico, dedica gli ultimi sei capitoli dello scritto al dissolvente universale, liquore a suo giudizio assolutamente necessario  per la preparazione della pietra Filosofale. Forse il Manuscriptum rappresenta il momento a partire dal quale  l’Alkahest inizia ad acquisire piena circolazione nella letteratura alchemica, mentre il più largo numero degli autori, come vedremo, sembra confinarlo negli usi medici e terapeutici. L’interpretazione dell’Alkahest esposta da Fabre si mantiene  perfettamente nel solco degli adepti:  dissolvente e materia prima non sono che lo stesso ente primordiale in forma liquida, la materia primigenia in cui i principi di zolfo, sale e mercurio sono meravigliosamente uniti senza alcuna impurità. E’ quindi una dissoluzione della materia su cui si opera, che avviene  in virtù  un estremo raffinamento della stessa, in altre parole un processo interno e non l’aggiunta di un liquore estraneo .

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Dopo l’epistula di Tachenius, dobbiamo al medico maceratese Luigi de Conti la prima dissertazione dedicata principalmente all’Alkahest, la Clara Fidelisque Admonitoria disceptatio[24], edita a Venezia nel 1661. Il libro è un documento di grande interesse perché rappresenta  una critica dei presupposti di Van Helmont su basi esclusivamente alchemiche, senza cioè che vengano mosse obiezioni di carattere medico o iatrochimico  allo studioso fiammingo che non passino attraverso la lente dell’antica disciplina di Basilio Valentino.

Conti attacca frontalmente la concezione helmontiana dell’Alkahest, valendosi soprattutto degli antichi testi della tradizione alchemica. E tuttavia nel confutare  la posizione di Van Helmont, colpevole innanzitutto per il medico italiano di aver ricondotto l’origine di ogni cosa all’acqua, il medico italiano  chiama in causa anche il Geber della Summa perfectionis, che ritiene il  nume tutelare dello scienziato fiammingo. Dagli scritti di Geber in poi si sarebbe affermata, secondo Conti, una visione errata in base alla quale lo zolfo dei corpi sarebbe da scartare per operare solo sul mercurio.

Detto altrimenti, l’alchimia di Van Helmont e con essa il suo elixir sono irrimediabilmente monche.

Il principio sulfureo è sacrificato come una superfluità da abbandonare, in favore del mercurio ovvero del principio umido dei corpi. Ma ciò a parere di Conti contraddice le maggiori auctoritates della  letteratura alchemica e, naturalmente, la stessa pratica di questa arte: le operazioni alchemiche si svolgono infatti per mezzo del matrimonio di entrambi i grandi poli entro cui si produce l’attività di laboratorio, zolfo e mercurio. Secondo il medico marchigiano, quindi, è’ un difetto nella comprensione dei principi della teoria alchemica a minare senza rimedio l’Alkahest helmontiano.

 L’opera di Van Helmont, e con essa anche il suo dissolvente incontrò una fortuna decisamente maggiore oltremanica.  Un vivo interesse verso l’ Alkahest e la medicina paracelsiana era ben presente nel  circolo di medici e scienziati che attorniava il poligrafo Samuel Hartlib[25](1600-1662), con base a Londra ma con una rete di corrispondenze che si estendeva per tutta l’Europa, e le cui idee elettive erano la pansofia di Comenio e il programma empirico di Bacone. Il circolo era composto da scienziati, medici, uomini di lettere spesso nella veste di riformatori sociali e religiosi, e pervaso da una forte simpatia per la filosofia ermetica. I membri del circolo confidavano nell’avvento imminente di una riforma scientifica basata sull’esperienza, che avrebbe spazzato via le vecchie conoscenze. Era quindi piuttosto comprensibile che vedessero con favore l’eredità teorica di Van Helmont.

Lo stesso Hartlib manifesta un forte interesse per il dissolvente universale in una lettera del sedici marzo 1660 al governatore del Massachusetts John Winthrop. Hartlib cercava l’Alkahest per curare i suoi disturbi fisici, che attribuiva ad un calcolo alla vescica, malattia all’epoca giudicata inguaribile se non per intervento di un farmaco fuori dal consueto.

George Starkey (1628-1665), alchimista e medico americano riparato in Inghilterra nel 1650,  era  indubbiamente tra i più eccellenti membri londinesi del circolo. Starkey usava il nom de plume di Ireneus Philalethes per scrivere le sue opere a carattere alchemico, destinate a superare per fama le altre composte con il suo vero nome. Tra queste l’Alkahest compare in Natures explication and  Helmonťs vindication[26], senza che però sia dedicato al dissolvente un particolare spazio. Va detto che Starkey precisa di non aver voluto includere nel suo trattato riferimenti alle preparazioni con l’Alkaest, perché- a suo dire- avrebbero distolto i più giovani dal dedicarsi a medicine più semplici.

L’alchimista americano rimanda i lettori interessati a due opere successive, una più generica sulla pirotecnia, e un’altra appositamente redatta sul liquore di Paracelso, dove l’Alkahest godrà della trattazione meritata[27].   Nell’opera Starkey prende piuttosto di mira la tradizionale medicina galenica, che con le sue cure tramite purghe e salassi giudica dannosa e inutile, mentre esalta i contributi  di Van Helmont.

Lo scienziato americano si trovava in questo modo in piena sintonia con le pronunciate simpatie helmontiane del circolo di Hartlib, dove alcuni membri erano persino in contatto con il figlio di Van Helmont, Franciscus Mercurius, savant itinerante e animatore di altri circoli, che aveva curato l’edizione delle opere paterne. Peraltro nelle Ephemerides di Samuel Hartlib del 1650, quindi sino dai tempi del suo arrivo in Inghilterra, esistono un paio di note intorno ai lavori di Starkey su una sostanza molto simile all’Alkaest.

La Pyrotechny asserted and illustrated[28]  offre cinque capitoli sull’Alkahest, che permettono a Starkey di distinguere tra il prodigioso solvente e il mercurio dei filosofi  dei testi alchemici. Starkey  impegna un intero capitolo per insistere sulla diversità tra le due sostanze. Il solvente di Paracelso è invece il protagonista indiscusso de il Liquor Alchahest[29], pubblicato postumo nel 1675. Qui Starkey si diffonde più che in ogni altra opera in dettagli pratici e di laboratorio. L’alchimista americano chiarisce il metodo per ottenere il sale armoniaco dalla volatilizzazione del sale di urina. Il lettore poteva subito pensarsi premiato dalle generosità di Starkey, che aveva finalmente illustrato il vero iter per arrivare  all’Alkahest, ma verso il termine del libro Starkey avvisa di aver descritto la preparazione dell’Alkahest volgare e non di quello filosofico. Torna con il distinguo tra volgare e filosofico, ovvero proprio dell’ Arte, il linguaggio alchemico, del resto fuso ancora in modo inestricabile con i primi sentori di quella che sarò la scienza chimica, inaugurata dalla rivoluzione quantitativa di Antoine Lavoiser.

Rimanendo sul piano operativo, Il virtuoso americano era inoltre convinto che con la volatilizzazione del sale di tartaro sarebbe riuscito ad ottenere una sostanza dai corpuscoli finissimi vicina all’Alkahest, capace di dissolvere moltissime sostanze. Il fine di una tale impresa era la creazione di un procedimento universale per confezionare farmaci, secondo l’ideale di riforma medica che lo stesso Starkey perseguiva, di chiara ascendenza paracelsiana ed helmontiana[30]. Già nell’aprile 1651, del resto, Starkey aveva dichiarato all’amico Robert Boyle di voler abbandonare l’usuale pratica medica, nella quale pure aveva conseguito diversi successi, per dedicarsi esclusivamente alla ricerca del mercurio filosofico, del primum ens paracelsiano, della pietra filosofale e naturalmente del solvente universale o Alkahest. In pratica gli arcana della ricerca alchemica e iatrochimica. Peraltro Starkey era pervaso da un deciso afflato mistico: in una lettera a Boyle del 1652 racconta una rivelazione sul metodo di fabbricare proprio l’Alkahest, grazie a un genio che gli sarebbe provvidenzialmente apparso in sogno.

Sotto l ‘identità di Philalethes Starkey dedica all’Alkahest un breve trattato, The Secret of the immortal liquor called Alkahest or ignis acqua[31], cui fa compagnia un altro libro dove si cita a più riprese il dissolvente,  An exposition upon Sir George Ripley’s epistle.[32] E’ quasi certo inoltre che in The Marrow of Alchemy Filalete torni ad occuparsi del dissolvente universale, poiché parla di un liquore atto a risolvere ogni corpo nella sua materia primitiva, che chiama Fire o f Hell, con ogni probabilità una traduzione dell’ignis gehennae helmontiano.

Allegorie e ambiguità tipiche del canone di scrittura alchemico rendono tuttavia quasi indecifrabili i lavori dell’alter ego di Starkey, di solito decisamente più comprensibile nelle opere redatte col suo vero nome.

Fin dagli esordi della sua lunga e proficua avventura sperimentale, Robert Boyle (1627-1691), l’uomo di scienza più celebre della seconda metà del Seicento, rimase attratto dal solvente universale e dai suoi padri Paracelso e Van Helmont, che salutava come patriarchi tra gli spagirici. Ciò è dovuto per buona parte al suo sodalizio intellettuale con George Starkey, che proseguì anche dopo la rottura del medico americano con il circolo Hartlib. Anche Boyle era del resto in contatto con gli esponenti del circolo, condividendo con loro l’entusiasmo per la ricerca empirica, in cui era insuperato maestro, ricordando anche solo i suoi esperimenti con la pompa ad aria e sulla salinità del sangue, e per la iatrochimica di Van Helmont. Al medico fiammingo, da cui fu profondamente influenzato, Boyle contestava però il principio dell’acqua come sostrato di ogni materia.

E tuttavia nel suo Sceptical Chemist Boyle ripeteva in sostanza la lezione di Van Helmont, affermando che il solvente universale dopo aver ridotto i corpi, poteva essere recuperato e nuovamente usato, non avendo subito alcuna variazione in pondere ac numero[33]. Fatto singolare in un’opera che è stata giudicata per lungo tempo un attacco feroce contro gli alchimisti e i sostenitori della filosofia ermetica. In realtà il bersaglio polemico di Boyle erano piuttosto alcuni paracelsiani che ancora ritenevano di riportare tutti i corpi ai tria principia del loro maestro. Contro l’immagine del genio empirico vocato esclusivamente alla costruzione della futura scienza chimica, la storiografia più recente, soprattutto tramite le ricerche di Lawrence Principe e William R. Newman[34], ha scoperto uno scienziato che non si limitava a credere nella possibilità delle trasmutazioni alchemiche , ma aveva aderito agli obiettivi dell’arte di Geber e Basilio Valentino, ed era fortemente influenzato dai principi della filosofia ermetica anche nei suoi lavori scientifici. Infatti talmente radicati e vigorosi erano gli interessi alchemici di Boyle da farlo entrare in corrispondenza, tra il 1677 ed il 1678 con Georges Pierre, sedicente patriarca di Antiochia di un segreto sodalizio di adepti, probabilmente in gran parte francesi, l’Asterisme[35].

L’alkahest helmontiano occupava perciò un ruolo importante, se non di primo piano, nella vita intellettuale e scientifica di Boyle. In un suo elenco di opere databile intorno 1680 compare il trattato Of the Liquor Alchahest and Other Analizing Menstruums, purtroppo perduto[36].

Come nella risposta di Van Helmont a padre Mersenne, il dissolvente universale serve a Boyle anche a mettere in secondo piano l’attenzione sperimentale verso il fuoco come mezzo privilegiato   per separare e ridurre i corpi nei loro componenti. Oltre che il paradigma del perfetto solvente, quindi, l’Alkahest diventa un’ipotesi sperimentale.

Recentemente il ritrovamento di alcuni documenti negli archivi della Royal Society ha confermato ancor una volta quanta fortuna incontrassero ricerche e speculazioni sull’Alkahest presso i virtuosi del Seicento Inglese[37]. I documenti hanno per oggetto una discussione tenutasi nell’accademia nell’ottobre 1661, un anno soltanto dopo la fondazione della Royal Society. Nelle note emerge l’iniziativa di dare sostanza ad un progetto di ricerca per un liquore estratto da animali simile all’Alkahest. E’ curioso osservare come negli scritti l’Alkahest sia definito liquore immortale e venga introdotto esponendo sia le teorie di Van Helmont che concetti tipicamente paracelsiani, come i tria prima. Quindi, come aveva fatto Starkey, il materiale di partenza per lavorare alla produzione del dissolvente è indicato nell’urina. Promotori di tale indagine erano Henry Oldenburg (ca 1617-1682), primo segretario della Royal Society ed il dottor Jonathan Goddard. L’impulso alla ricerca era giunto dal nuovo interesse per l’apparato linfatico degli animali, in cui si riteneva scorresse un umore dalle proprietà straordinariamente simili a quelle del dissolvente universale.

Risulta coinvolto nella rete di relazioni di Oldenburg, tra le più fitte dell’Europa seicentesca, anche Johann Seger Von Weidenfeld, autore del monumentale De secretis Adeptorum[38].

Il De secretis, opera dedicata a Robert Boyle, che Weidenfeld aveva conosciuto di persona, verte sull’Alkahest e sulle distillazioni alchemiche. Nelle prime pagine Von Weidenfeld chiarisce la sua concezione del dissolvente universale, tagliando con la tradizione di Paracelso, che pure dichiarava di aver inizialmente seguito [39]:

Quando iniziai ad esaminare più a fondo (i mestrui e solventi paracelsiani) e a confrontare le loro proprietà con quelle dell’Alkahest , mi accorsi che tra di essi passava la più grande differenza.

[…]Rimosso allora un tale impedimento passai dai testi di Paracelso alle opere di Basilio, Lullo e di altri Filosofi di tale levatura, che confermavano con una voce sola ciò che rimaneva disperso tra i solventi paracelsiani. A quel punto mi fu chiaro e lampante il senso di ogni cosa e appresi con grande semplicità il modo di prepararli e la loro natura. Mi rimase ignoto solo il massimo arcano, lo Spiritus vini filosofico, che rivela a chi ne abbia compreso il segreto e lo possieda i più grandi misteri dell’Arte, gli arcani medici, filosofici, alchemici e magici.

Weidenfeld rifacendosi allo Spiritus Vini si pone in diretta continuità con la linea teorica dello pseudo-Lullo, già ben nota a Paracelso ma da lui ferocemente criticata.

Nella fazione degli “alchimisti”, di coloro che in altre parole sposavano una lettura completamente alchemica del dibattito sull’Alkahest, accanto a Pierre Jean Fabre e Luigi de Conti può ben figurare Christian Adolph Baldwin (1632-1682), colto magistrato di origine sassone, autore dello Aurum superius et inferius [40]. Lo studioso è noto anche per aver scoperto una forma fosforescente del nitrato di calcio, chiamata da allora phosphorus balduini, di cui tratta nell’operetta Phosphorus hermeticus sive magnis luminaris[41]. Badwin, Badouin, o Balduinus, (la grafia del nome oscilla secondo la fonte tra francese, tedesco e latino), affronta il tema da un’angolatura diversa. E’ infatti un’ altra tradizione di grande fortuna nella cultura degli operativi di alchimia che emerge dalle pagine di Balduinus, l’idea che esista uno spirito universale, lo Spiritus Mundi, capace di far circolare nel mondo il proprio alito vitale[42], una forza che impregna gli esseri che abitano la terra, e persino i minerali che nascono nel suo seno, oggetto privilegiato delle indagini degli alchimisti. Tale soffio può essere concentrato in un sale particolare, chiamato magnesia, salpetra o nitrum, che contiene anche i principi dei metalli, zolfo e mercurio ed il soffio vitale delle creature animate. In virtù dell’analogia tra lo spirito ed il sale atto ad attrarlo, che Baldwin già nel titolo chiama oro ermetico superiore ed inferiore, si riuscirà ad arrivare alla preparazione del dissolvente universale. E’ da questa materia prima, dal nitro o sale in grado di attrarre lo Spiritus Mundi proprio come un magnete fa con il ferro, che potrà essere ottenuto l’Alkahest. Su una linea di pensiero assai affine si collocava anche sir Kenhelm Digby (1603-1665) con la sua polvere di simpatia, e pure, con un’attitudine certo più empirica, il medico e iatrochimico John Mayow (1640-1679), i cui esperimenti col salnitro lo portarono all’ipotesi di uno spiritus nitrus aereus, una parte dell’aria responsabile di fenomeni come la combustione e la respirazione animale.

Compendio di una stagione di confronti, esperimenti e dotte discussioni sul dissolvente universale, la dissertazione di Johann Kaspar Wedekind [43] raccoglie digressioni e passi di un nutrito numero degli autori precedenti, da Paracelso e Van Helmont a Boyle e Starkey. Wedekind tra gli altri attribuisce molto peso a Johannes Ioachim Becher(1635-1682), studioso di medicina e mineralogia, di cui presenta il maggior numero di citazioni e per il quale tuttavia l’Alkahest rivestiva un’ importanza tutto sommato periferica. Nell’insieme il lavoro di Wedekind è una silloge piuttosto densa, ma priva di un giudizio originale sul tema del dissolvente. Per Wedekind, in base all’esame della copiosa letteratura citata, il dissolvente universale si ricava dai sali dei tre regni di natura: l’urina, il salnitro e il tartaro di vino.

Quasi al tramonto del periodo d’oro del dissolvente universale, già nel secolo dei Lumi, possiamo notare come l’Alkahest suscitasse le riflessioni anche di Hermann Boerhaave (1668-1738),medico di fede calvinista e faro dell’università di Leida. L’accademico e scienziato olandese, titolare di quattro cattedre e campione dell’osservazione nosologica del paziente, può con buone ragioni essere ritenuto il precursore del modello di scienza sperimentale destinato a godere della maggior fortuna nell’età contemporanea. Infatti, erede del fruttuoso matrimonio di Marcello Malpighi tra iatrochimica e iatromeccanica, Boerhaave si era spinto ancora più avanti rispetto al medico felsineo nell’impresa della fondazione di una fisiologia meccanicista[44].

Lo studioso olandese si occupa del dissolvente nel suo capolavoro chimico, gli Elementa chimiae[45], nel capitolo sui menstrui. Dopo una rassegna piuttosto disordinata sulla letteratura dell’Alkahest, che Boerhaave riteneva certo non senza ragioni ormai molto vasta, lo scienziato dichiara di ricondurre l’Alkahest a due solventi paracelsiani, Il Circulatum Minus ed il Circulatum Maius. Il primo ottenibile dalla distillazione del sale marino, mentre il secondo, di gran lunga più difficile ad aversi, si produce tramite l’applicazione di un sale al mercurio comune. Boerhaave chiama a supporto delle sue tesi brani di Van Helmont e anche di Pierre Jean Fabre, che ben al contrario, come si è visto, riportava l’Alkahest nel pieno alveo della tradizione alchemica[46]. Laddove Fabre vede un chiaro richiamo alla ricerca del mercurio filosofico per lo studioso olandese non vi sono che il mercurio volgare e un solvente salino.

L’incomprensione di Fabre da parte del fautore del meccanicismo biologico è totale. Si sarebbe tentati di scorgere in essa il momento di cesura tra due discipline, che pur conservando molte affinità nelle pratiche di laboratorio, sorgono su presupposti diversi. Nell’arco di pochi decenni, tra una prassi di laboratorio ancora in forte dialogo con l’ars regia degli adepti ed ancora attraversata da una visione qualitativa della natura, e la chimica di Boerhaave avviene forse un mutamento di paradigma decisivo per i futuri sviluppi scientifici. Un fantastico itinerario della scienza medica e della philosophia naturalis giungeva al termine. L’osservazione clinica e la piena recezione dei modelli iatromeccanici in medicina e fisiologia eressero nuove ma durature barriere per l’incerta ma fascinosa prospettiva di un farmaco universale e di altri arcana, rimasta patrimonio di quei medici ciarlatani che senza la competenza dei predecessori iatrochimici ancora percorrevano l’Europa del Settecento[47].


Note

[1]«Alchaest mercurium dicitur preparatus: nonnulli tamen volunt esse tartarum: mens tamen auctoris facile deprehenditur a preparationis eius descriptione», in Martin Ruland,  Lexicon Alchemiae, sive dictionarium alchemisticum, cum obscuriorum verborum et rerum, hermeticarum, tum Theophrasti Paracelsicarum Phrasium Planant explicationem continens, Zachariae Palthenii, Frankfurt, 1612, p. 26.

[2]     Il termine compare negli scritti di Joan Batpiste Van Helmont con tale grafia e così si diffuse nei trattati di chimica ed alchimia. Sull’equivoca distinzione tra chimica e tradizione alchemica nel Seicento vedi William R. Newman e Lawrence M. Principe Alchemy vs. Chemistry: The Etymological origins of a Historiographic Mistake in EARLY SCIENCE AND MEDICINE 3, Brill, Leiden, 1998, pp. 32-65.

[3]Lexicon Alchemiae, cit., p. 26.                                               

[4]Bernard Joly, L’Alkahest , dissolvant universel, ou quand la theorie rend pensable une pratique impossible, in REVUE D’HISTOIRE DES SCIENCIES, tome 59, n.2-3, Presses Universitaires de France, Paris, pp. 305-344.

[5]Theoprastus Bombastus Von Hohenheim, detto Paracelsus (1493-1541), Sämtliche Werke, gerausgeben von Karl Sudhoff, Abteilung 1, Band 3,  Oldenbourg, Mnchen-Berlin, 1929-1933, p. 25.

[6]  Paulo A. Porto, “Summus atque felicissimus salium”: the medical relevance of the liquor Alkahest, in BULLETTIN OF HISTORY OF MEDICINE, vol.78, n.1, Spring, John Hopkins University press, Baltimore, 2002, pp. 1-29.

[7] Gerard Dorn, Dictionarium Theophrasti Paracelsi continens obscuriorum vocabulorum, quibus in suis scriptis passim vtitur, definitiones: a Gerardo Dorneo collectum & plus dimidio auctum, Frankfurt, 1584. 

[8]  Michael Toxites, Onomastica, Strasbourg, 1574.

[9]  Walter Pagel, Paracelsus, second edition revised, Krager, Basel-New York, 1982,  p. 146. Su Parecelso nel suo ruolo di riformatore sociale e religioso, si veda la monografia di Charles Webster, Paracelsus: Medicine, Magic and Mission at the End of Time, Yale University Press, New Haven, 2008.

[10] Id., Paracelsus, p. 201.

[11]Si vedano Walter Pagel, Joan Baptista Van Helmont: Reformer of Science and Medicine, Cambridge University Press, Cambridge, 1982; Guido Giglioni, Immaginazione e malattia: saggio su Jan Baptiste van Helmont, Franco Angeli, Milano, 2000.

[12] J . B. Van Helmont, Ortus Medicinae id est, initia physicae inaudita: Progressus medicinae novus, in morborum ultionem, ad vitam longam, Amsterdam, 1648. L’Ortus venne tradotto in inglese da John Chandler. Oriatrike, or physick refined: the common errors therein refuted and the whole are reformed and rectified, Lodowick-Loyd, London, 1662.

[13] Id., Ortus Medicinae, cit., p. 68, traduzione propria.

[14] Marin Mersenne, Correspondance, ed. Cornelis de Waard, vol. 3 , Presses Universitaries de France, Paris, 1946, p. 33.

[15] Paracelsus, De renovatione et restauratione, in  Sämtliche Werke, cit., Abt. 1, Band 3, pp. 203-220.

[16] Id., Decem libri Archidoxis…, Sämtliche Werke, cit., pp. 92-200.

[17] Paulo A. Porto, “Summus atque felicissimus salium”, cit.., p. 13.

[18]Vedi W. Pagel, Paracelsus, cit., pp. 243-245.

[19] William R. Newman, The corpuscular theory of J. В. Van Helmont and its medieval sources, in VIVARIUM,  Brill, Leiden, XXXI/1, 1993, pp. 161-191. Newman ha dimostrato come dietro lo pseudonimo di Geber si celasse il francescano Paolo da Taranto.

[20]Ortus Medicinae, pp. 796-797.

[21]Ibidem, p. 501.

[22]Otto Tachenius, Epistula de famoso liquore Alkahest, Venezia, 1655.

[23]Pierre Jean Fabre, Manuscriptum ad Sereniss. Holsatiae Ducem Dn. Fridericum olim transmissum, res alchymicorum obscurcis extraordinaria perspicuitate explanans, e Museo Gabrielis Clauderi, in Jean- Jacques Manget, Bibliotheca chemica curiosa, seu rerum ad alchemiam pertinentium thesaurus instructissimus… vol. I, Chouet, Geneva, 1702, pp. 291-303.

[24]Luigi de Conti, Clara Fidelisque Admonitoria disceptatio practicae manualis experimento veraciter comprobata,  Venezia, 1661. Su Luigi de Conti o Ludovicus de Comitibus vedi John Ferguson, Bibliotheca Chemica I, Glasgow, 1906, p. 173.

[25]Sul circolo di savants che si radunava intorno a Samuel Hartlib e più in generale sul clima culturale e scientifico del Seicento puritano inglese si vedano i fondamentali lavori di Charles Webster e Cristoph Hill:  Samuel Hartlib and the advancement of learning, edited by Charles Webster, Cambridge University Press, London, 1970; Cristoph Hill, The World turned upside down: Radical Ideas During the English Revolution, Penguin books, London, 1972. Per un esame critico della storiografia di Hill si veda Davide Arecco, Una storia sociale della verità., Aracne, Roma, 2012, pp. 133-168.

[26]G. Starkey, Natures explication and Helmonťs vindication, printed by E. Coates fot Thomas Alsop,  London, 1657.

[27]Id., Natures explication and Helmonťs vindication, cit., pp.294-295.

[28]G. Starkey, Pyrotechny asserted and illustrated, to be the surest and safest means for Arts Triump over Natures Infirmities, printed by R. Daniel for S. Thomson, London, 1658.

[29] Id., Liquor Alchahest, or a Discourse of That Immortal Dissolvent of Paracelsus and Helmont , W. Gademan, London, 1675.

[30]Vedi William R. Newman e Lawrence.M. Principe, Alchemy Tried in the Fire: Starkey, Boyle and the Fate of Helmontian Chymistry, University of Chicago press, Chicago,  2002, pp. 136 e segg. Per quanto concerne  fortuna e diffusione degli scritti di Van Helmont presso il circolo di  Hartlib, cfr. A. Clericuzio, From van Helmont to Boyle. A study of the transmission of Helmontian chemical and medical theories in seventeenth-century England, in BRITISH JOURNAL  FOR THE HISTORY OF SCIENCE, 26, Cambridge University  Press,  Cambridge,1993, pp. 303-334 .

[31]Ireneus Philalethes, The Secret of the immortal liquor called Alkahest or ignis acqua, London, 1683.

[32]Id.,  An exposition upon Sir George Ripley’s epistle,  in Ripley Reviv’d: or, an Exposition upon Sir George Ripley’s Hermetico-Poetical Works…, printed by Tho. Ratcliff and Nat. Thompson, for William Cooper at the Pelican in Little-Britain, London, 1678.

[33]Robert Boyle, The Sceptical Chemist, London, 1661,  pp. 76-78.

[34] Lawrence M. Principe, The Aspiring Adept. Robert Boyle and his alchemical quest, Princeton University press, Princeton, 1998; Lawrence Principe e W. R. Newman, Alchemy Tried in the Fire, cit.

[35] Id., The Aspiring Adept, pp. 115-134.

[36] Ibidem, p. 184.

[37]Ana Maria Alfonso-Goldfarb, Márcia Helena Mendes Ferraz e Piyo M. Rattansi, Lost Royal Society documents on “Alkahest” rediscovered, in NOTES AND RECORDS OF THE ROYAL SOCIETY, Royal Society Publishing, London, 64, 2010, pp. 435-456, published online 29 September 2010.

[38]Johannes Seger von Weidenfeld,  De secretis Adeptorum sive de usu Spiritus Vini Lulliani Libri IV, Hamburg, 1685. Traduzione italiana  I segreti degli Adepti, Mirdad, Torino, 2005.

[39]De Secretis Adeptorum, cit., pp. 5-6 , traduzione propria.

[40] Christianus Adolphus Balduinus, Aurum superius & inferius aurae superioris & inferioris hermeticum, Frankfurt- Leipzig, 1675. Su Balduinus o Baldwin, vedi Ferguson, Bibliotheca I, cit., p. 68. Vedi inoltre  Alesandro Boella e Antonella Galli, Divo Sole. La teurgia solare dell’alchimia, Mediterranee, Roma, 2011, pp. 204-206. Baldwin apparteneva col nome di Hermes all’Accademia Naturae Curiosorum, poi ribattezzata Leopoldina nel 1687 da Leopoldo I d’ Asburgo.

[41] Id., Phosphorus hermeticus sive magnis luminaris, in appendice a Aurum superius& inferius, cit.

[42]Troviamo un interessante precedente di questa visione oltre che nella letteratura medievale di indirizzo alchemico anche nelle opere della scuola di Chartres, in particolare in Gugliemo di Conches ed Abelardo.

[43] Johann Kaspar Wedekind, Dissertatio inauguralis medica de Alkahest, Erfurt, 1685.

[44]Vedi Paolo Aldo Rossi, Metamorfosi dell’idea di Natura, Erga, Genova, 1999, pp. 288-291.

[45] Hermann Boerhaave,  Elementa chemiae, 2 Vols., Severinus, Leiden, 1732. Sugli effetti che il credo calvinista ebbe sul pensiero e la prassi clinica di Boerhaave si veda Rina Knoeff, Herman Boerhaave (1668-1738) Calvinist Chemist and Physician, Royal Netherlands Academics of Arts and Sciences, Amsterdam, 2002. 

[46] Ana M. Alfonso-Goldfarb, Márcia H. M. Ferraz & Silvia Waisse, Chemical remedies in the 18th Century: mercury and Alkahest, in CIRCUMSCRIBERE,Center Simão Mathias for Studies in the History of Science,  São Paulo, 7, 2009, pp. 19-30.

[47] Si veda David Gentilcore, Il sapere ciarlatanesco. Ciarlatani, fogli volanti, e medicina nell’Italia moderna, in Paoli Maria Pia (a cura di), Saperi a confronto nell’Europa dei secoli XIII-XIX, Edizioni Ets, Pisa, 2009, pp. 375-393.


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